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CELEBRAZIONE EUCARISTICA PER GLI AMMALATI NELLA BASILICA VATICANA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 11 febbraio 1990

 

“Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2, 9).

1. Carissimi fratelli e sorelle che, rinnovando un incontro ormai tradizionale, vi siete raccolti in questa Basilica Vaticana nel giorno dedicato al ricordo delle apparizioni della Beata Vergine Maria nella Grotta di Massabielle, presso Lourdes, quale avvincente prospettiva recano in sé queste stupende parole dell’apostolo Paolo! Sì, ogni cristiano, ma specialmente chi è provato dalla sofferenza, guarda con cuore colmo di speranza alle cose che “Dio ha preparato per coloro che lo amano”.

Questa sera, carissimi, è la stessa Vergine santa a invitarci a levare lo sguardo, illuminato dalla “sapienza che non è di questo mondo” (1 Cor 2, 6), verso tale orizzonte. Non fu forse lei a dire alla semplice fanciulla dei Pirenei: “Io non ti prometto che sarai felice in questo mondo, ma nell’altro”? Sostenuta da questa speranza, santa Bernardetta seppe fare, giorno dopo giorno, la volontà di Dio, desiderosa soltanto di conformarsi pienamente ai sentimenti di Gesù crocifisso.

2. Fate la volontà di Dio! Non sta forse in ciò la quintessenza della santità? Già il libro del Siracide, nella pagina che abbiamo poc’anzi ascoltato, poneva proprio in questa disposizione interiore l’elemento qualificante di ogni vita retta: “Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buonvolere” (Sir 15, 15).

Bernardetta Soubirous è stata “fedele”, perché ha saputo maturare in se stessa il “buonvolere” necessario per “osservare i comandamenti”. Povera di tutto, non meno che di cultura, ella possedeva però l’unica sapienza che conta davanti a Dio: conosceva la sua legge e si sforzava di osservarla. “Indicami, Signore - ella ha continuato a pregare nel corso della sua vita, breve, ma tanto provata - la via dei tuoi precetti / e la seguirò sino alla fine. / Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge / e la custodisca con tutto il cuore” (salmo responsoriale).

3. “Con tutto il cuore”! È infatti nel cuore, carissimi fratelli e sorelle, che si gioca il mistero profondo della libertà, attratta dal bene e tentata dal male. Nel cuore l’essere umano fa le sue scelte, “stendendo la sua mano” verso “il fuoco o l’acqua”, come dice ancora con espressione immaginosa il Siracide: Il fuoco, che brucia e distrugge; l’acqua, da cui scaturisce la vita.

Nel cuore. La parola di Gesù nel Vangelo è estremamente chiara al riguardo. Di fronte all’insegnamento legalistico degli scribi e dei farisei, che ponevano la “giustizia” in determinate osservanze esteriori, fermandosi a quelle, Gesù riporta il discorso morale alla sua sede propria, il cuore dell’uomo o, come in seguito si preferirà dire, la sua coscienza. In essa, infatti, risiede - come ha sentenziato il Concilio Vaticano II - “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio” (Gaudium et spes, 16).

Nel cuore, insegna Gesù, si realizza quella “giustizia superiore”, grazie alla quale soltanto è possibile “entrare nel regno dei cieli”. Alla luce di tale criterio egli traccia, nella pagina evangelica or ora proclamata, alcune indicazioni concrete, sottolineandone con forza la novità rispetto al modo di pensare consueto: “Avete inteso che fu detto agli antichi . . . Ma io vi dico . . .”.

Che cosa ci dici, Signore Gesù? Ci dici che non basta non uccidere, occorre anche non odiare il fratello; non basta non commettere adulterio, occorre anche evitare il desiderio di compierlo; non basta rispettare le formalità della legge nel divorzio, occorre escludere l’intenzione stessa di divorziare; non basta non spergiurare, occorre anche coltivare una limpidezza interiore che si esprima nel linguaggio lineare del sì quando è sì, no quando è no.

4. Questa morale del cuore è stata perfettamente capita da santa Bernardetta, la quale poté apprenderne la non facile lezione alla scuola di colei che aveva penetrato a fondo i misteri di Dio “meditandoli nel suo cuore”. Scriveva: “O mio Dio, se non posso versare il mio sangue e dare la vita per voi, voglio almeno morire a tutto ciò che vi dispiace . . . Gesù mio, io vi pongo come sigillo sul mio cuore, riposatevi per sempre” (Carnet de notes intimes, 20).

Anche oggi chi va a Lourdes e sosta presso la grotta di Massabielle, questa lezione si sente nuovamente proporre. E anche oggi il più grande, il più misterioso, il più ininterrotto miracolo che a Lourdes si compie è la trasformazione del cuore, grazie alla quale la volontà, prima ribelle, si apre ad accogliere il disegno di Dio, assaporandone la sapienza, “che non è di questo mondo”.

Molti di voi, carissimi fratelli e sorelle, hanno già fatto questa esperienza, recandosi a Lourdes o in qualche altro santuario mariano. Presi maternamente per mano dalla Vergine hanno capito che le proprie sofferenze non erano inutili, perché partecipazione diretta alla forza sanante della redenzione compiuta dal Figlio di Dio. E hanno scoperto così il ruolo fondamentale a cui il malato è chiamato nella Chiesa, per l’attuazione di quella “superiore giustizia” che ha la sua sede propria non nelle opere esterne, ma nel cuore, secondo quanto Gesù ci ha ricordato.

5. Ecco perché il pellegrinaggio al santuario mariano si trasforma in risorsa per la fede, in cammino di conversione, in tempo forte di preghiera e di fraternità, in possibilità di evangelizzazione e di valido annuncio della speranza cristiana.

Nell’odierna memoria liturgica della Beata Maria Vergine di Lourdes, il mio pensiero ammirato e commosso va a quanti - persone, enti, associazioni - si adoperano per l’organizzazione dei pellegrinaggi e per la fraterna, assidua ed esemplare assistenza ai malati presso i santuari. Saluto in modo particolare, per questo tradizionale appuntamento, i membri dell’Unitalsi e i rappresentanti dell’Opera Romana Pellegrinaggi.

L’iniziativa del pellegrinaggio a Lourdes vede riuniti, in singolare ed edificante comunità di servizio, malati, sacerdoti, operatori sanitari, medici, infermieri, barellieri, sorelle assistenti. È questo uno dei modi in cui “la comunità cristiana ha ritrascritto di secolo in secolo, nell’immensa moltitudine delle persone malate e sofferenti, la parabola evangelica del buon samaritano, rivelando e comunicando l’amore di guarigione e di consolazione di Gesù Cristo”. A nessuno può sfuggire quale scuola di conversione, di rinnovamento spirituale, di autentica e credibile testimonianza cristiana rappresenti questa particolare comunità di servizio. Per i sacerdoti e le persone consacrate, in primo luogo, che nella pastorale sanitaria verificano la propria vocazione, riaccendono l’entusiasmo della loro dedizione, incontrano nel malato Cristo sofferente. E poi per i laici, la cui presenza negli ospedali e nelle case di cura cattoliche si fa sempre più numerosa e talora anche totale ed esclusiva: “Proprio loro - medici, infermieri, altri operatori della salute, volontari - sono chiamati a essere l’immagine viva di Cristo e della sua Chiesa nell’amore verso i malati e i sofferenti”. È quindi indispensabile che questa preziosissima eredità, lasciata da Cristo alla sua Chiesa, non solo non abbia a venire meno, ma “sia sempre più valorizzata ed arricchita attraverso una ripresa ed un rilancio deciso di una azione per e con i malati e sofferenti” (Christifideles laici, 53.54).

6. Non senza motivo recano la data odierna due iniziative del mio pontificato che, dal suo stesso inizio, volli affidare anche alla preghiera e all’aiuto dei malati e dei sofferenti. L’11 febbraio 1984 pubblicavo la lettera apostolica Salvifici doloris sul significato cristiano della sofferenza umana, e l’11 febbraio 1985, col motu proprio “Dolentium hominum”, istituivo il Dicastero della pastorale per gli operatori sanitari. Questo Pontificio Consiglio, così atteso e tanto favorevolmente accolto in ogni parte del mondo, conclude oggi la sua prima Assemblea plenaria dopo il primo quinquennio di intensa attività. Mi è grato salutare con il suo presidente, l’arcivescovo mons. Fiorenzo Angelini, tutti gli autorevoli membri, i consultori, gli esperti, i collaboratori e le collaboratrici anche volontari.

Ma il mio saluto e il mio incoraggiamento vanno in modo del tutto speciale a voi, carissimi ammalati, che costituite, in definitiva, l’essenziale ragion d’essere di tale organismo e delle molteplici iniziative che esso è venuto assumendo in questi anni. Per voi imploro la Vergine santa, perché vi aiuti in ogni circostanza della vostra vita a levare gli occhi verso la straordinaria ricompensa che “ha preparato Dio per coloro che lo amano”.

Voi amate Dio, e con voi lo amano pure quanti vi assistono e vi curano. Per tutti Dio prepara la sua ricompensa. Maria Immacolata ravvivi in voi questa certezza e vi conforti nei momenti difficili del vostro cammino. Amen!

 

© Copyright 1990 - Libreria Editrice Vaticana

 

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