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MEDITAZIONE CON I VESCOVI ITALIANI
PRESSO LA TOMBA DELL'APOSTOLO PIETRO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Grotte Vaticane - Martedì, 15 marzo 1994

 

1. “Benedictus es, Domine, Deus universi . . .”.

Ogni giorno, con queste parole, rendiamo grazie a Dio per i doni che ci permette di offrirgli, cioè il pane e il vino. Questi doni simboleggiano tutto ciò che l’uomo riceve dal Creatore e che, a sua volta, porta in offerta a Dio, come frutto del lavoro delle proprie mani, come frutto della civiltà e della cultura. In essi si esprime l’uomo e la sua storia. In questo modo le nazioni, i popoli e le culture portano il loro dono, inserendolo nella grande comunità universale, come ha ricordato il Concilio Vaticano II. In virtù di una tale comunione di doni cresce non soltanto la Chiesa, ma anche l’umanità. Sono essi a conferire una dimensione adeguata a questa comunità di genti diverse. Grazie a ciò la vita dell’umanità, nonostante tutte le tendenze opposte, cioè nonostante ogni inimicizia e tutti i particolarismi, procede sulle strade diritte della reciprocità, della solidarietà e dell’unità.

Inizia oggi la grande preghiera per l’Italia. È la preghiera della Chiesa che vive in questa Nazione, la preghiera di tutti i Pastori, qui rappresentati dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale, la preghiera di ogni Chiesa particolare, la preghiera dell’intero popolo di Dio, che da due millenni va peregrinando sulle strade di questa terra particolarmente benedetta dalla Provvidenza. Ci incontriamo oggi presso la Tomba di san Pietro per dare inizio alla grande preghiera, che dovrà durare nove mesi del corrente anno, per concludersi a Loreto il 10 dicembre.

Rendiamo grazie innanzitutto per l’eredità degli Apostoli Pietro e Paolo. Il primo di essi, un pescatore di Galilea; il secondo, un colto cittadino romano dell’Asia Minore, ebreo di origine e fariseo della diaspora, cresciuto a contatto diretto col mondo greco-romano. Mai ci si stupirà abbastanza delle disposizioni della divina Provvidenza, che volle condurre Pietro direttamente da Gerusalemme, attraverso Antiochia, qui a Roma. Né meno stupefacente è il disegno della Provvidenza che qui guidò Paolo di Tarso, attraverso la Grecia: Tessalonica, Filippi, Corinto e Atene. In questo modo le due componenti della nostra civiltà, che attingono da Gerusalemme e da Atene, si incontrarono a Roma.

Oggi non possiamo far a meno di ringraziare Dio per questo patrimonio di fede e di cultura, che è stato posto alle basi della storia d’Italia, e che nel corso di duemila anni ne ha progressivamente plasmato lo sviluppo. Ci rendiamo conto con chiarezza del fatto che la divina Provvidenza per mezzo di Pietro ha legato in modo particolare la storia dell’Italia con la storia della Chiesa, come per mezzo di Paolo l’ha congiunta anche con la storia dell’evangelizzazione del mondo intero. 

2. Rendiamo grazie inoltre per la testimonianza grandiosa che è stata resa a Cristo qui, in questa terra, quasi paradigma della testimonianza che, nel corso dei secoli, verrà resa dai confessori di Cristo, e specialmente dai martiri, in tanti altri luoghi, fino ai nostri tempi. Il martirio è la forma più completa di testimonianza che possa essere data a Cristo. Essa ha avuto qui, a Roma, una dimensione singolare. Anche in altri luoghi, specialmente in determinati periodi, i cristiani sono stati oggetto di persecuzione, ma Roma rimarrà sempre il simbolo del martirio per amore di Cristo, e il Circo, le fiaccole di Nerone, le catacombe parleranno sempre a tutte le generazioni: “Sanguis martyrum - semen christianorum”. Sono parole che hanno trovato la loro conferma storica più eloquente proprio qui, in Italia.

Pregando oggi per l’Italia, rendiamo grazie per questa grande eredità di martiri, divenuta spirituale seminagione per l’intera cultura umana.

3. Rendiamo grazie poi per l’eredità di san Benedetto, che Paolo VI, non senza profonde ragioni, ha proclamato Patrono d’Europa. Il patrimonio della vita monastica, che ebbe il suo inizio in Oriente, specialmente in Egitto, nella tradizione dei Padri del deserto, trovò la sua originale e creativa espressione in Occidente grazie a questo grande figlio dell’Italia, Benedetto da Norcia, ed alla sorella, santa Scolastica. L’abbandono del mondo per Dio ha avuto come conseguenza la trasformazione dello stesso mondo. In questo consiste il senso fondamentale della cultura umana: l’uomo trasforma il mondo trasformando se stesso. Questo è uno dei significati della vocazione benedettina. Esprimiamo la nostra gratitudine per la grande iniziativa benedettina, divenuta quasi un laboratorio dello spirito europeo. Rendiamo grazie per l’“ora et labora” benedettino, che indicò le direzioni dello sviluppo della cultura umana per tutti i tempi. Rendiamo grazie perché ciò è successo proprio qui, in Italia.

4. Ringraziamo oggi per la grande epopea missionaria della Chiesa, che nella tradizione benedettina ebbe un suo particolare centro spirituale. I missionari partivano da Roma, come Agostino, al quale il Papa Gregorio Magno affidò l’evangelizzazione delle isole britanniche, oppure venivano dall’Irlanda come Bonifacio o Willibrord, che furono gli apostoli della Germania e dei Paesi sul Reno, o come Ansgario e gli altri che arrivarono fino alla Scandinavia. Rendiamo grazie per questa epopea missionaria della Chiesa, che contribuì alla diffusione non soltanto del Vangelo, ma anche della cultura classica e della lingua latina. In questo modo per lunghi anni l’Europa è rimasta latina e tutto il patrimonio delle culture e delle lingue romaniche ha preso da lì il suo avvio.

Rendiamo grazie ancora per il fatto che nel corso della sua storia l’Italia, e specialmente le regioni del sud, Italia meridionale, sono divenute terreno d’incontro e di creativa compenetrazione della lingua e della cultura dell’antica Grecia e del mondo latino in costante crescita. Ciò è stato importante per la Chiesa, che in quel tempo respirava ancora con due polmoni; è stato importante anche per tutta la cultura mediterranea e per le prospettive che ad essa si sono aperte nel corso dei secoli.

Rendiamo grazie ancora per Cirillo e Metodio, i santi Fratelli di Salonicco, che scoprirono per il cristianesimo e per l’Europa il grande mondo slavo. Ringraziamo perché quei figli di Bisanzio cercarono sempre l’unità con Roma, lasciando tale ricerca dell’unità come loro testamento spirituale non soltanto per la Chiesa e per il cristianesimo, ma anche per l’intera Europa.

5. In modo particolare rendiamo grazie a Dio perché i Vescovi di Roma riuscirono a resistere alle pretese egemoniche degli imperatori, orientali prima, ed occidentali poi. Alcuni di loro hanno per questo subito anche il martirio. Papa Gregorio VII seppe distinguere chiaramente ciò che è di Dio da ciò che è di Cesare, e non permise all’imperatore di appropriarsi di ciò che era divino. Cominciò così ad emergere quella corretta impostazione di relazioni che nel Concilio Vaticano II avrebbe trovato la sua formulazione definitiva: “La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti, in maniera tanto più efficace quanto meglio coltivano una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo” (Gaudium et spes, 76). Proprio questa dottrina evangelica sulla distinzione e sulla cooperazione tra ciò che è umano e ciò che è divino costituisce il patrimonio durevole di Roma. Qui ha avuto la sua prima applicazione. Bisogna che anche ai nostri tempi trovi in Italia comprensione e applicazione.

6. Il secondo millennio ha portato all’Italia una fondamentale testimonianza evangelica, specialmente grazie alla straordinaria vocazione di san Francesco d’Assisi. Il Santo Poverello appartiene a tutta la Cristianità e a tutta l’umanità, ma le sue radici sono in terra umbra. La sua testimonianza evangelica continua a costituire una forza potente per tutti coloro che desiderano servire la giustizia e la pace. Essi tornano costantemente ad Assisi cercando là ispirazione e sostegno anche di fronte alle sfide dei tempi odierni.

Accanto alla figura di san Francesco, dal cuore della storia del tredicesimo secolo, occorre richiamarne un’altra. Si tratta di un gigante del pensiero, un genio forse irripetibile: parlo di san Tommaso d’Aquino, figlio dell’Ordine di san Domenico. La sintesi filosofica e teologica da lui elaborata costituisce un bene solido e durevole della Chiesa e dell’umanità.

Oggi dobbiamo dunque ringraziare per questo periodo d’oro della storia d’Italia. È quello il tempo in cui emerge anche il genio della lingua italiana, il poeta Dante Alighieri con la sua “Divina Commedia”. Nel campo delle arti plastiche s’affermano la pittura ispirata di Fra’ Angelico e quella di tanti altri maestri che preannunciano e preparano il secolo di Michelangelo, di Raffaello e degli altri grandi del Rinascimento italiano. Sulle rovine della Roma antica cresce una Roma nuova, ormai non più la Roma dei Cesari, ma la Roma nella quale in vari modi si manifesta il genio del cristianesimo. È questa ormai, con tutto il suo carattere universale, la cultura propria dell’Italia; una cultura di cui vive l’Italia, ma vivono anche, in un certo senso, le nazioni dell’Europa e del mondo.

7. Venerati fratelli, celebrando l’Eucaristia presso la tomba di Pietro non possiamo oggi non ringraziare per santa Caterina da Siena. In un momento critico per Roma e per la Chiesa, si rivelò in essa il genio della femminilità italiana. Insieme a san Francesco, Caterina viene giustamente riconosciuta quale Patrona d’Italia. La sua personale esperienza di comunione con Cristo continua ad attirare i mistici. Caterina però preannuncia anche la grande crisi che avrebbe attraversato la Chiesa, e con essa la società, tra il XIV e il XV secolo. Fu una crisi pericolosa che contribuì probabilmente anche alla grande divisione dell’Europa cristiana, all’epoca della Riforma. Anche in questo periodo bisogna tornare al genio dello spirito romano che si manifesta in Italia in modo particolare nella persona di san Carlo Borromeo, il principale promotore delle riforme del Concilio tridentino. E se in quel periodo il cristianesimo, diviso in Europa, sperimenta con la scoperta dell’America una sorta di grande compensazione, ciò avvenne grazie a Cristoforo Colombo, un italiano nativo di Genova. Anche qui la Provvidenza si è servita di un figlio dell’Italia per aprire all’umanità e alla Chiesa nuove vie, nuove prospettive che sarebbero andate molto lontano nel futuro.

8. In questo contesto va menzionata ancora una figura-chiave, almeno da un certo punto di vista, per la storia della conoscenza dell’universo: Galileo Galilei. Avendo intuito che la decisiva scoperta fatta da Copernico, nella lontana Warmia, era giusta, Galileo si schierò tra coloro che mossero, per così dire, la terra e fermarono il sole. I criteri metodologici da lui proposti aprirono la strada alla scienza moderna, la strada delle scienze della natura.

Successivamente nel continente europeo iniziarono i tempi dell’allontanamento dal cristianesimo: fu un allontanamento piuttosto radicale. È una constatazione che riempie la Chiesa di dolore, ma non le toglie la speranza. Essa sa infatti che è Cristo, e Lui solo, ad aver parole di vita eterna: solo Lui è capace di soddisfare le aspirazioni più profonde della ragione e del cuore umano.

Nel rievocare il periodo degli “abbandoni”, non si può, tuttavia, non rilevare la potenza del bene che è emersa in mezzo a quelle molteplici forme di male, presenti nella storia d’Europa negli ultimi secoli, e soprattutto in quello corrente. A fronteggiare radicali pericoli sono sorti testimoni altrettanto radicali di Cristo. E l’Italia è patria di molti fra questi: penso a san Paolo della Croce, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Giovanni Bosco. Ricordiamo pure il grande numero di santi e di beati di questo secolo. S’avverte ben presente, anche ai nostri tempi, il poderoso soffio dello Spirito Santo, che rinnova la Chiesa mediante associazioni e movimenti sorti di recente. Molti di essi sono nati proprio qui, in Italia.

Il programma di san Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male!” (Rm 12, 21) è diventato il programma di questa nostra epoca. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, si è delineato il programma della ricostruzione dell’Europa, in esso hanno avuto una parte importante due cristiani quali Alcide De Gasperi e quella figura carismatica che fu il sindaco di Firenze Giorgio La Pira.

9. Venerati fratelli, saliamo ora all’altare. Saliamo per deporre i doni che abbiamo ricevuto da Dio: “Benedictus es, Domine, Deus universi, quia de tua largitate accepimus panem, quem tibi offerimus . . . offerimus fructum vitis”. Pane e vino, i grandi simboli eucaristici, in cui è contenuto tutto ciò che l’uomo ha ricevuto da Dio, ciò che egli deve anche al lavoro delle proprie mani, della propria mente, quanto è eredità di intere generazioni. Questi simboli sono per noi oggi l’espressione di quanto l’Italia con il suo popolo cristiano, dalle Alpi alla Sicilia, ha rappresentato attraverso i secoli per la Chiesa e per il mondo. Questo popolo, con la sua tradizione mediterranea, e con le sue ascendenze greco-romane, questo popolo protagonista di eventi di carattere decisivo per la storia umana, sta davanti a noi. Ogni sua vicenda noi portiamo e presentiamo sull’altare, domandando che diventi per noi pane di vita (“panis vitae”), che diventi nell’Eucaristia una nuova bevanda (“potus spiritalis”). Proprio questa è la grande preghiera per l’Italia e con l’Italia. Presentiamo come offerta tutti i frutti dello spirito umano, nei quali si sono espressi il lavoro e la creatività, la cultura e la sofferenza dei figli e delle figlie di questa terra. Preghiamo, in modo particolare, per gli attuali figli e figlie dell’Italia, perché diventino degni di una così significativa eredità, e sappiano esprimerla nella loro vita presente individuale, familiare e sociale, nell’economia e nella politica.

L’Eucaristia costituisce una prospettiva dominante di questo anno, che vedrà la celebrazione a Siena del Congresso Eucaristico Nazionale, al quale ci invita l’Episcopato italiano. Desideriamo che in tale Congresso abbia luogo la grande preghiera dell’Italia per l’Europa e per il mondo, redento a prezzo del Sangue di Cristo. Bisogna che in virtù di questo “prezzo” l’umanità riconosca la sua dignità e la vocazione ricevuta da Dio in Cristo.

10. Maria è sempre presente nell’opera di Cristo e nella Chiesa. La sua presenza si esprime attraverso vari santuari, moltiplicatisi in tutto il mondo, e in particolare nel Continente europeo. Attraverso questi santuari passa la misteriosa trama della storia dei singoli paesi, delle singole nazioni ed epoche. In Italia, il pensiero va quest’anno in particolare al santuario di Loreto, al quale desideriamo recarci spiritualmente in pellegrinaggio lungo tutti i prossimi mesi.

Così, dunque, anche la nostra preghiera di quest’anno per l’Italia diventa un pellegrinaggio, un pellegrinaggio nella fede. Siamo pellegrini insieme a Colei che ci precede sulla via della fede, della speranza e dell’unione con Cristo. Se il nostro pellegrinaggio trova il suo inizio qui, presso la tomba di san Pietro, ciò corrisponde a tutta la logica della storia ed alla profonda eloquenza che ne promana. Cristo, che è verità e vita (cf. Gv 14, 6), è diventato per noi la via lungo i secoli. Su questa “via” noi intendiamo camminare, avvicinandoci al termine del secondo millennio della sua presenza tra gli uomini.

“Iesus Christus heri et hodie idem, et in saecula!” (Eb 13, 8).

Amen!

 

© Copyright 1994 - Libreria Editrice Vaticana

 

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