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BOLLA D'INDIZIONE DEL GIUBILEO
GIOVANNI PAOLO VESCOVO 1. “Aprite le porte al Redentore!”. È questo
l’appello che, nella prospettiva dell’anno giubilare della redenzione,
rivolgo a tutta la Chiesa, rinnovando l’invito espresso all’indomani della
mia elezione alla cattedra di Pietro. Da quel momento i miei sentimenti e
pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo redentore, al suo mistero
pasquale, vertice della rivelazione divina ed attuazione suprema della
misericordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo. (cf. Giovanni Paolo II,
Homilia in initio ministerii Supremi catholicae Ecclesiae Pastoris habita, 22
ottobre 1978: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 35ss.; Redemptor
Hominis, 2; Dives
in Misericordia, 7) Difatti, il ministero universale, proprio del vescovo di Roma,
trae origine dall’evento della redenzione operata da Cristo con la sua morte
e risurrezione, e dallo stesso Redentore esso è stato messo a servizio di
quel medesimo evento (cf. Mt 16,17-19; 28,18-20), il quale in tutta la storia
della salvezza occupa il posto centrale. (cf. Gal 4,4-6) 2. Ogni anno liturgico è, invero, la celebrazione dei misteri
della nostra redenzione; ma la ricorrenza giubilare della morte salvifica di
Cristo suggerisce che tale celebrazione sia più intensamente partecipata. Già
nel 1933 il papa Pio XI di venerabile memoria aveva voluto ricordare, con
felice intuito, il XIX centenario della redenzione con un anno straordinario,
prescindendo, peraltro, dall’entrare nel merito della data precisa nella
quale fu crocifisso il Signore. (Pio XI, Quod nuper: AAS 25 [1933] 6) Poiché in quest’anno 1983 ricorre il 1950° anniversario di
quel sommo evento, è maturata in me la decisione, che già manifestai al
Collegio dei Cardinali il 26 novembre 1982, di dedicare un intero anno alla
speciale memoria della redenzione, affinché essa penetri più a fondo nel
pensiero e nell’azione di tutta la Chiesa. Tale giubileo avrà inizio il 25
marzo prossimo, solennità dell’Annunciazione del Signore, che ricorda
l’istante provvidenziale in cui il Verbo eterno, facendosi uomo per opera
dello Spirito Santo nel grembo della vergine Maria, divenne partecipe della
nostra carne “per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che
della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per
timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15).
Esso si concluderà il 22 aprile 1984, domenica di Pasqua, giorno della
pienezza di gioia procurata dal sacrificio redentore di Cristo, per il quale
la Chiesa sempre “mirabiliter renascitur et nutritur”. (Missale Romanum,
Dominica Paschae in Resurrectione Domini, ad Missam in die, Super
oblata) Sia questo, dunque, un anno veramente santo, sia realmente un
tempo di grazia e di salvezza, perché più intensamente santificato
dall’accettazione delle grazie della redenzione da parte dell’umanità
dell’epoca nostra, mediante il rinnovamento spirituale di tutto il popolo di
Dio, che ha per capo Cristo, “il quale è stato messo a morte per i nostri
peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. (Rm 4,25) 3. Tutta la vita della Chiesa è immersa nella redenzione,
respira la redenzione. Per redimerci, Cristo è venuto nel mondo dal seno del
Padre; per redimerci ha offerto se stesso sulla croce in atto di amore supremo
per l’umanità, lasciando alla sua Chiesa il suo corpo e il suo sangue “in
sua memoria” (cf. Lc 22,19; 1Cor 11,24-25), e facendola ministra della
riconciliazione col potere di rimettere i peccati (cf. Gv 20,23; 2Cor 5,18-19). La redenzione è comunicata all’uomo mediante la
proclamazione della parola di Dio e i sacramenti, in quell’economia divina
per la quale la Chiesa è costituita, come corpo di Cristo, “quale
sacramento universale di salvezza” (Lumen
Gentium, 48). Il battesimo, sacramento della nuova nascita in Cristo,
inserisce vitalmente i fedeli in questa corrente che sgorga dal Salvatore. La
confermazione li vincola più strettamente alla Chiesa, li corrobora nella
testimonianza a Cristo e nell’amore coerente verso Dio e verso i fratelli.
L’eucaristia in particolare rende presente l’intera opera della
redenzione, che lungo l’anno viene perpetuata nella celebrazione dei divini
misteri; in essa lo stesso Redentore, realmente presente sotto le sacre
specie, si dona ai fedeli, avvicinandoli “sempre a quell’amore che è più
potente della morte” (Giovanni Paolo II, Dives
in Misericordia, 13), li unisce a sé e, nello stesso tempo, tra di
loro. In tal modo l’eucaristia costruisce la Chiesa, poiché è segno e
causa dell’unità del popolo di Dio, e quindi fonte e culmine di tutta la
vita cristiana (Lumen Gentium, 11). La penitenza li purifica, come più
ampiamente sarà detto in seguito. L’ordine sacro configura i prescelti a
Cristo, sommo ed eterno sacerdote, e conferisce loro il potere di pascere in
suo nome la Chiesa con la parola e la grazia di Dio soprattutto nel culto
eucaristico. Nel matrimonio “l’autentico amore coniugale è assunto
nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla potenza redentrice del
Cristo e dall’azione salvifica della Chiesa” (Gaudium
et Spes, 48). Finalmente l’unzione degli infermi, unendo le
sofferenze dei fedeli a quelle del Redentore, li purifica in vista della
redenzione completa dell’uomo anche nel suo corpo e li prepara
all’incontro beatificante con Dio, Uno e Trino. Inoltre, i vari elementi della pratica religiosa cristiana,
specie quelli che vanno sotto il nome di “sacramentali”, come pure le
espressioni di una schietta pietà popolare, attingendo anch’essi la loro
efficacia dalla ricchezza che continuamente sgorga dalla morte in croce e
risurrezione di Cristo redentore, facilitano i fedeli in un contatto sempre
rinnovato e vivificante col Signore. Se, dunque, tutta l’attività della Chiesa è segnata dalla
forza trasformatrice della redenzione di Cristo, e continuamente attinge a
queste sorgenti della salvezza (cf. Is 12,3), è chiaro che il giubileo della
redenzione – come ho detto al sacro collegio il 23 dicembre scorso – non
dev’essere altro che “un anno ordinario celebrato in modo straordinario:
il possesso della grazia della redenzione, vissuta ordinariamente nella e per
mezzo della struttura stessa della Chiesa, diventa straordinario per la
peculiarità della celebrazione indetta” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad
Patres Cardinales et Romanae Curiae Sodales habita, 3, 23 dicembre 1982: Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1673). In tal modo, la vita e l’attività
della Chiesa diventano, in quest’anno, “giubilari”: l’anno della
redenzione deve lasciare un’impronta particolare su tutta la vita della
Chiesa, affinché i cristiani sappiano riscoprire nella loro esperienza
esistenziale tutte le ricchezze insite nella salvezza a loro comunicata fin
dal battesimo, e si sentano spinti dall’amore di Cristo “al pensiero che
uno è morto per tutti, e tutti quindi sono morti. Ed egli è morto per tutti,
perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è
morto e risuscitato per loro” (2Cor 5,14-15). Poiché la Chiesa è la
dispensatrice della multiforme grazia di Dio, se essa attribuisce a
quest’anno un significato specifico, allora l’economia divina della
salvezza verrà attuata nelle varie forme in cui si manifesterà questo anno
giubilare della redenzione. Da tutto ciò deriva per questo evento uno spiccato carattere
pastorale. Nella riscoperta e nella pratica vissuta della economia
sacramentale della Chiesa, attraverso cui giunge ai singoli e alla comunità
la grazia di Dio in Cristo, è da vedere il profondo significato e la bellezza
arcana di quest’anno che il Signore ci concede di celebrare. D’altra parte, deve essere chiaro che questo tempo forte,
durante il quale ogni cristiano è chiamato a realizzare più profondamente la
sua vocazione alla riconciliazione col Padre nel Figlio, raggiungerà
pienamente il suo scopo soltanto se esso sfocerà in un nuovo impegno di
ciascuno e di tutti al servizio della pace tra tutti i popoli. Una fede e una
vita autenticamente cristiane debbono necessariamente sbocciare in una carità
che fa la verità e promuove la giustizia. 4. La straordinaria celebrazione giubilare della redenzione
vuole, anzitutto, ravvivare nei figli della Chiesa cattolica la coscienza
“che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad
una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero,
con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più
severamente giudicati” (Lumen Gentium, 14). Di conseguenza, ogni fedele deve sapersi soprattutto chiamato
ad un impegno singolare di penitenza e di rinnovamento, poiché questo è lo
stato permanente della Chiesa stessa, la quale, “santa insieme e sempre
bisognosa di purificazione, non tralascia mai di far penitenza e di
rinnovarsi” (Lumen Gentium, 14), seguendo l’invito rivolto da
Cristo alle folle, all’inizio del suo ministero: “Convertitevi e credete
al Vangelo” (Mc 1,15). In questo specifico impegno l’anno, che stiamo per
celebrare, sta sulla linea dell’anno santo 1975, al quale il mio venerato
predecessore Paolo VI assegnò come finalità primaria il rinnovamento in
Cristo e la riconciliazione con Dio (cf. Paolo VI, Apostolorum
limina, I). Non può darsi, infatti, rinnovamento spirituale che non
passi attraverso la penitenza-conversione, sia come atteggiamento interiore e
permanente del credente e come esercizio della virtù che risponde
all’invito dell’apostolo di “farsi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20),
sia come accesso al perdono di Dio mediante il sacramento della
penitenza. È, infatti, un’esigenza della sua stessa condizione
ecclesiale che ogni cattolico niente ometta per mantenersi nella vita di
grazia e tutto faccia per non cadere nel peccato, affinché sia sempre in
grado di partecipare al corpo e al sangue del Signore e sia, così, di
giovamento a tutta la Chiesa nella sua stessa santificazione personale e
nell’impegno sempre più sincero al servizio del Signore. 5. La libertà dal peccato è, pertanto, frutto ed esigenza
primaria della fede in Cristo redentore e nella sua Chiesa, avendoci egli
liberato affinché restassimo liberi (cf. Gal 5,1), e partecipassimo al dono
del suo corpo sacramentale ad edificazione del suo corpo ecclesiale. A servizio di questa libertà il Signore Gesù ha istituito
nella sua Chiesa il sacramento della penitenza, perché coloro che hanno
commesso peccato dopo il battesimo siano riconciliati con Dio, che hanno
offeso, e con la Chiesa stessa, che hanno ferito (cf. Lumen Gentium,
21; Ordo Paenitentiae, 2). La chiamata universale alla conversione (cf. Mc 1,15; Lc 13,3-5)
si inserisce appunto in questo contesto. Poiché tutti sono peccatori, tutti
hanno bisogno di quel radicale mutamento di spirito, di mente e di vita che
nella Bibbia si chiama appunto metànoia, conversione. E questo atteggiamento
è suscitato e alimentato dalla parola di Dio che è rivelazione della
misericordia del Signore (cf. Mc 1,15), si attua soprattutto per via
sacramentale e si manifesta in molteplici forme di carità e di servizio ai
fratelli. Perché sia ripristinato lo stato di grazia, nell’economia
ordinaria non basta riconoscere internamente la propria colpa né farne
esterna riparazione. Infatti Cristo redentore, istituendo la Chiesa e
costituendola sacramento universale di salvezza, ha stabilito che la salvezza
del singolo avvenga all’interno della Chiesa e mediante il ministero della
Chiesa stessa (cf. Ordo Paenitentiae, 46), del quale Dio si serve anche
per comunicare l’inizio della salvezza, che è la fede (cf. Lumen Gentium,
11; Conc. Trid. Sess. VI De iustif., cap. 8: Denz.-S., 1532). Certo le
vie del Signore sono imperscrutabili e il mistero dell’incontro con Dio
nella coscienza resta insondabile; ma la “via” che Cristo ci ha fatto
conoscere è quella che passa attraverso la Chiesa, la quale, mediante il
sacramento (o almeno il “voto” di esso) ristabilisce un nuovo contatto
personale tra il peccatore e il Redentore. Tale contatto vivificante è
indicato anche dal segno dell’assoluzione sacramentale, nella quale Cristo
che perdona, nella persona del suo ministro, raggiunge nella sua individualità
la persona che ha bisogno di essere perdonata, e vivifica in essa la
convinzione di fede, dalla quale ogni altra dipende: “la fede del Figlio di
Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). 6. Ogni ritrovata convinzione dell’amore misericordioso di
Dio ed ogni singola risposta d’amore penitente da parte dell’uomo è
sempre un evento ecclesiale. Alla virtù propria del sacramento si aggiungono,
come partecipazione al merito e al valore soddisfattorio infinito del sangue
di Cristo, unico Redentore, i meriti e le soddisfazioni di tutti coloro che,
santificati in Cristo Gesù e fedeli alla chiamata ad essere santi (cf. 1Cor 1,2),
offrono gioie e preghiere, privazioni e sofferenze a vantaggio dei fratelli
nella fede più bisognosi di perdono, e anzi a favore dell’intero corpo di
Cristo che è la Chiesa (cf. Gal 6,10; Col 1,24). Di conseguenza, la pratica della confessione sacramentale, nel
contesto della comunione dei santi che concorre in diversi modi ad avvicinare
gli uomini a Cristo (cf. Lumen Gentium, 50), è un atto di fede nel
mistero della redenzione e della sua attualizzazione nella Chiesa. La
celebrazione della penitenza sacramentale è, infatti, sempre un atto della
Chiesa, col quale essa proclama la sua fede, rende grazie a Dio per la libertà
con cui Cristo ci ha liberati, offre la sua vita come sacrificio spirituale a
lode della gloria di Dio e intanto affretta il passo incontro a Cristo
Signore. È esigenza dello stesso mistero della redenzione che il
ministero della riconciliazione, affidato da Dio ai pastori della Chiesa (cf. 2Cor 5,18),
trovi la sua connaturale attuazione nel sacramento della penitenza. Ne sono
responsabili i vescovi, che sono nella Chiesa gli economi della grazia (cf. 1Pt
4,10) derivante dal sacerdozio di Cristo, partecipato ai suoi ministri,
anche in quanto moderatori della disciplina penitenziale; ne sono responsabili
i sacerdoti, i quali possono unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo,
in particolare amministrando il sacramento della penitenza (cf. Lumen
Gentium, 26; Presbyterorum
Ordinis, 13). 7. Con queste considerazioni mi sento vicino e unito alle
preoccupazioni pastorali di tutti i miei fratelli nell’episcopato. È, al
riguardo, quanto mai significativo che il sinodo dei vescovi, che sarà
celebrato in quest’anno giubilare della redenzione, abbia come tema
precisamente la riconciliazione e la penitenza nella missione della
Chiesa. Certamente i sacri pastori dedicheranno, insieme con me,
particolare attenzione al ruolo insostituibile del sacramento della penitenza
in questa missione salvifica della Chiesa, e metteranno ogni impegno, perché
niente sia omesso di ciò che giova all’edificazione del corpo di Cristo (cf.
Ef 4,12). Non è forse il nostro comune desiderio più ardente che, in
quest’anno della redenzione, diminuisca il numero delle pecore erranti e
avvenga per tutti un ritorno verso il Padre che attende (cf. Lc 15,20), e
verso Cristo, pastore e guardiano delle anime di tutti? (cf. 1Pt 2,25) Avvicinandosi, infatti, all’inizio del suo terzo millennio,
la Chiesa si sente particolarmente impegnata alla fedeltà ai doni divini, che
hanno nella redenzione di Cristo la loro sorgente, e mediante i quali lo
Spirito Santo la guida al suo sviluppo e rinnovamento, perché diventi sposa
sempre più degna del suo Signore (cf. Lumen Gentium, 9.12). Per questo
essa confida nello Spirito Santo ed alla sua misteriosa azione vuole
associarsi come la sposa che invoca l’avvento di Cristo (cf. Ap 22,17). 8. La grazia specifica dell’anno della redenzione è dunque
una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona, e un approfondimento
delle ricchezze imperscrutabili del mistero pasquale di Cristo, fatte proprie
mediante la quotidiana esperienza della vita cristiana, in tutte le sue forme.
Le varie pratiche di quest’anno giubilare devono essere orientate verso tale
grazia, con uno sforzo continuo che suppone ed esige il distacco dal peccato,
dalla mentalità del mondo il quale “giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,19),
da tutto ciò che impedisce o rallenta il cammino della conversione. In questa prospettiva di grazia si situa anche il dono
dell’indulgenza, proprio e caratteristico dell’anno giubilare, che la
Chiesa, in virtù del potere conferitole da Cristo, offre a tutti coloro che,
con le disposizioni suddette, adempiono le prescrizioni proprie del giubileo.
Come sottolineava il mio predecessore Paolo VI nella bolla di indizione
dell’anno santo 1975, “con l’indulgenza la Chiesa, avvalendosi della sua
potestà di ministra della redenzione operata da Cristo Signore, comunica ai
fedeli la partecipazione di questa pienezza di Cristo nella comunione dei
santi, fornendo loro in misura larghissima i mezzi per raggiungere la
salvezza” (Apostolorum limina, II). La Chiesa, dispensatrice di grazia per espressa volontà del
suo fondatore, concede a tutti i fedeli la possibilità di accedere, mediante
l’indulgenza, al dono totale della misericordia di Dio, ma richiede che vi
sia la piena disponibilità e la necessaria purificazione interiore poiché
l’indulgenza non è separabile dalla virtù e dal sacramento della
penitenza. E io confido tanto che col giubileo possa affinarsi nei fedeli il
dono del “timore di Dio”, dato dallo Spirito Santo che, nella delicatezza
dell’amore, li conduca sempre più a evitare il peccato, e a cercare di
ripararlo, per sé e per gli altri, nell’accettazione delle sofferenze
quotidiane come nelle varie pratiche giubilari. Occorre riscoprire il senso
del peccato e per giungere a ciò occorre riscoprire il senso di Dio! Il
peccato è, infatti, un’offesa recata a Dio giusto e misericordioso, che
richiede di essere convenientemente espiata in questa o nell’altra vita.
Come non ricordare il salutare ammonimento: “Il Signore giudicherà il suo
popolo. È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!” (Eb 10,30-31). A questa rinnovata coscienza del peccato e delle sue
conseguenze deve corrispondere una rivalutazione della vita di grazia, della
quale la Chiesa gioirà come di un nuovo dono di redenzione del suo Signore
crocifisso e risorto. A ciò è rivolto quell’intento eminentemente
pastorale del giubileo, di cui già ho parlato. 9. La Chiesa intera, perciò, dai vescovi ai più piccoli ed
umili fra i fedeli, si senta chiamata a vivere l’ultimo scorcio di questo XX
secolo della redenzione in un rinnovato e approfondito spirito d’avvento,
che la prepari al terzo millennio ormai vicino, con gli stessi sentimenti con
i quali la vergine Maria attendeva la nascita del Signore nell’umiltà della
nostra natura umana. Come Maria ha preceduto la Chiesa nella fede e
nell’amore all’alba dell’era della redenzione, così oggi la preceda
mentre, in questo giubileo, si avvia verso il nuovo millennio della
redenzione. Mai come in questa nuova stagione della sua storia, in Maria
la Chiesa “ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, ed in
lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa tutta
desidera e spera di essere” (Sacrosanctum
Concilium, 103); in Maria riconosce, venera e invoca la “prima
redenta” e, al tempo stesso, la prima ad essere stata associata più da
vicino all’opera della redenzione. La Chiesa intera dovrà, dunque, cercare di concentrarsi, come
Maria, con indiviso amore, in Gesù Cristo suo Signore, testimoniando con
l’insegnamento e con la vita che niente si può fare senza di lui, giacché
in nessun altro può esserci salvezza (cf. Gv 15,5; At 4,12). E come Maria,
acconsentendo alla Parola divina, diventò Madre di Gesù e consacrò
totalmente se stessa alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo il
mistero della Redenzione (cf. Lumen Gentium, 56), così la Chiesa deve
proclamare oggi e sempre di non conoscere, in mezzo agli uomini, se non Gesù
Cristo crocefisso, che per noi è diventato sapienza, giustificazione,
santificazione e redenzione (cf. 1Cor 1,30; 2,2). Con questa testimonianza a Cristo redentore anche la Chiesa,
come Maria, potrà accendere la fiamma di una nuova speranza per il mondo
intero. 10. Durante quest’anno giubilare della redenzione, che
sappiamo compiuta una volta per tutte, ma da applicare ed espandere per
l’incremento della santificazione universale, che deve sempre perfezionarsi,
auspico con trepida speranza un reciproco incontro di intenzioni in tutti
coloro che credono in Cristo: anche in quei nostri fratelli, che sono in reale
comunione con noi, sebbene non piena, perché uniti nella fede nel Figlio di
Dio incarnato, Redentore e Signore nostro, e nel comune battesimo (cf. Unitatis
Redintegratio, 12.2). Difatti, tutti coloro che hanno risposto all’elezione divina
per obbedire a Gesù Cristo, per essere aspersi del suo sangue e divenire
partecipi della sua risurrezione (cf. 1Pt 1,1-2; Col 3,1), credono che la
redenzione dalla schiavitù del peccato è il compimento di tutta la
rivelazione divina, perché in essa si è avverato quel che nessuna creatura
avrebbe mai potuto né pensare, né fare: che, cioè, Dio immortale in Cristo
si è immolato sulla croce per l’uomo e che l’umanità mortale è in lui
risorta. Essi credono che la redenzione è la suprema esaltazione dell’uomo,
poiché lo fa morire al peccato al fine di farlo partecipe della vita stessa
di Dio. Essi credono che ogni esistenza umana e l’intera storia
dell’umanità ricevono pienezza di significato soltanto dalla incrollabile
certezza che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Possa la ravvivata esperienza di quest’unica fede, anche
nell’anno giubilare, affrettare il tempo della indicibile gioia dei fratelli
che vivono insieme, in ascolto della voce di Cristo nel suo unico gregge, con
lui unico, supremo Pastore (cf. Sal 133,1; Gv 10.16). Frattanto ci è data la
gioia di sapere che molti di loro si preparano a celebrare quest’anno, in
modo particolare, Gesù Cristo come vita del mondo: e io auguro successo alle
loro iniziative e prego il Signore di benedirli. 11. È chiaro, però, che la celebrazione dell’anno
giubilare concerne principalmente i figli della Chiesa che condividono
integralmente la sua fede in Cristo redentore e vivono in piena comunione con
lei. Come ho già annunciato, l’anno giubilare sarà celebrato
contemporaneamente a Roma e in tutte le diocesi del mondo (cf. Giovanni Paolo
II, Allocutio ad Patres Cardinales et Romanae Curiae Sodales habita, 3,
23 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/3 [1982] 1673).
Per il conseguimento dei benefici spirituali, connessi con la ricorrenza
giubilare, darò qui soltanto, oltre ad alcune disposizioni, qualche
orientamento di carattere generale, lasciando alle conferenze episcopali e ai
vescovi delle singole diocesi il compito di stabilire indicazioni e
suggerimenti pastorali più concreti, in rapporto sia alla mentalità e alle
costumanze dei luoghi, sia alle finalità del 1950° anniversario della morte
e risurrezione di Cristo. La celebrazione di questo evento vuole essere,
infatti, soprattutto un appello al pentimento e alla conversione, come
disposizioni necessarie per partecipare alla grazia della redenzione, da lui
operata, e per giungere così ad un rinnovamento spirituale nei singoli
fedeli, nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle comunità
religiose e negli altri centri di vita cristiana e di apostolato. Desidero, innanzitutto, che si dia una fondamentale importanza
alle due principali condizioni richieste per l’acquisto di ogni indulgenza
plenaria, cioè la confessione sacramentale personale e integra, nella quale
avviene l’incontro della miseria dell’uomo con la misericordia di Dio, e
la comunione eucaristica, degnamente ricevuta. Al riguardo, esorto tutti i sacerdoti ad offrire con generosa
disponibilità e dedizione di sé la più ampia possibilità ai fedeli di
usufruire dei mezzi della salvezza; e, per agevolare il compito dei
confessori, dispongo che i sacerdoti che accompagneranno o si uniranno a
pellegrinaggi giubilari fuori della propria diocesi possano avvalersi delle
facoltà di cui sono stati provvisti nella propria diocesi dalla legittima
autorità. Speciali facoltà saranno poi conferite dalla sacra Penitenzieria
apostolica ai penitenzieri delle basiliche patriarcali romane e, in certa
misura, anche a tutti gli altri sacerdoti, che ascolteranno le confessioni dei
fedeli che si accostano al sacramento della penitenza in vista dell’acquisto
del giubileo. Interpretando il materno sentire della Chiesa, dispongo che
l’indulgenza del giubileo possa essere acquistata, scegliendo uno fra i
seguenti modi, i quali saranno insieme espressione e rinnovato impegno di vita
ecclesiale esemplare: A Partecipare devotamente a una celebrazione comunitaria
organizzata sul piano diocesano o, se conforme alle indicazioni del vescovo,
anche nelle singole parrocchie per l’acquisto del giubileo. In tale
celebrazione dovrà essere sempre inserita una preghiera secondo le intenzioni
del papa, in particolare affinché l’evento della redenzione possa essere
annunziato a tutti i popoli e affinché in ogni nazione i credenti in Cristo
redentore possano professare liberamente la propria fede. È auspicabile che
la celebrazione sia accompagnata, per quanto è possibile, da un’opera di
misericordia, nella quale il penitente prosegua ed esprima l’impegno di
conversione. L’atto comunitario potrà consistere, in modo speciale,
nella partecipazione: - alla santa messa programmata per il giubileo. I vescovi
vorranno provvedere a che nelle loro diocesi sia assicurata ai fedeli la
facilità di prendervi parte e che la celebrazione sia degna e ben preparata.
Quando le norme liturgiche lo permettono, è consigliabile la scelta di una
delle messe “pro reconciliatione, pro remissione peccatorum, ad postulandam
caritatem, pro concordia fovenda, de mysterio sanctae crucis, de ss.ma
eucharistia, de pretiosissimo sanguine D. N. I. C.”, i cui formulari sono
nel Messale romano, e si potrà usare una delle due preghiere eucaristiche per
la riconciliazione; - oppure ad una celebrazione della parola di Dio, che potrebbe
essere un adattamento e un ampliamento dell’ufficio delle letture, o alla
celebrazione delle lodi o dei vespri, purché tali celebrazioni siano
finalizzate per il giubileo; - oppure ad una celebrazione penitenziale, promossa per
l’acquisto del giubileo, che si concluda con la confessione individuale dei
singoli penitenti, come previsto nel rito della penitenza (II forma); - oppure ad un’amministrazione solenne del battesimo o di
altri sacramenti (come, ad esempio, la confermazione o l’unzione degli
infermi “intra eucharistiam”); - oppure al pio esercizio della via crucis, organizzato per
l’acquisto del giubileo. I vescovi diocesani potranno disporre, inoltre, che
l’acquisto dell’indulgenza giubilare avvenga mediante la partecipazione a
una missione popolare promossa dalle parrocchie per la ricorrenza del giubileo
della redenzione, oppure partecipando a giornate di ritiro spirituale
organizzate per gruppi o categorie di persone. Ovviamente non dovrà mancare
una preghiera secondo le intenzioni del papa. B Visitare singolarmente, oppure – come sarebbe preferibile
– insieme con la propria famiglia, una delle chiese o luoghi sottoindicati,
e ivi dedicarsi a un momento di meditazione, rinnovando la propria fede con la
recita del “Credo” e del “Padre nostro”, e pregando secondo le
intenzioni del papa, come precedentemente indicato. Per quanto riguarda le chiese e i luoghi, dispongo quanto
segue: a) A Roma dovrà essere compiuta una visita a una delle
quattro basiliche patriarcali (San Giovanni in Laterano, San Pietro in
Vaticano, San Paolo fuori le Mura, Santa Maria Maggiore), oppure ad una delle
catacombe o alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. L’apposito comitato per l’anno giubilare, in
collaborazione anche con la diocesi di Roma, curerà una programmazione
coordinata e continua di celebrazioni liturgiche con adeguata assistenza
religiosa e spirituale dei pellegrini. b) Nelle altre diocesi del mondo, il giubileo potrà essere
ottenuto visitando una delle chiese che i vescovi stabiliranno. Nella scelta
di tali luoghi, fra i quali naturalmente dovrà essere inclusa innanzitutto la
cattedrale, i vescovi vorranno tenere presenti le necessità dei fedeli, ma
anche l’opportunità che sia conservato, per quanto possibile, il senso del
pellegrinaggio, il quale, nel suo simbolismo, esprime il bisogno, la ricerca,
a volte la santa inquietudine dell’anima che brama stabilire o ristabilire
il vincolo dell’amore con Dio Padre, con Dio Figlio, redentore dell’uomo,
e con Dio Spirito Santo che opera nei cuori la salvezza. Quanti, per motivi di salute malferma, non possono recarsi ad
una delle chiese indicate dall’ordinario locale, potranno acquistare il
giubileo compiendo la visita alla propria Chiesa parrocchiale. Per gli infermi
impediti di compiere tale visita, basterà che si uniscano spiritualmente
all’atto per l’acquisto del giubileo compiuto dai propri familiari o dalla
propria parrocchia, offrendo a Dio le loro preghiere e le loro sofferenze.
Analoghe facilitazioni sono concesse agli ospiti degli istituti geriatrici e
dei penitenziari, ai quali dovranno essere rivolte accurate attenzioni
pastorali alla luce di Cristo redentore universale. I religiosi e le religiose di clausura potranno ottenere il
giubileo nelle loro chiese monastiche o conventuali. Nel corso dell’anno giubilare rimangono in vigore le altre
concessioni di indulgenze, ferma restando tuttavia la norma, secondo la quale
si può ottenere l’indulgenza plenaria soltanto una volta al giorno (cf. Enchiridion
Indulgentiarum, “Normae de Indulgentiis”, 24.1). Tutte le indulgenze
possono sempre essere applicate ai defunti a modo di suffragio (cf.
Ivi,4). 12. La porta santa, che io stesso aprirò nella Basilica
Vaticana il 25 marzo prossimo, sia segno e simbolo di un nuovo accesso a
Cristo, redentore dell’uomo, che chiama tutti, nessuno escluso, ad una
considerazione più appropriata del mistero della redenzione e a partecipare
ai suoi frutti (cf. 1Tm 2,4), particolarmente mediante il sacramento della
penitenza. Uno speciale rito di preghiera e di penitenza potrà essere
celebrato dai vescovi di tutto il mondo nelle rispettive cattedrali, nello
stesso giorno o in data immediatamente successiva, affinché, nell’inizio
solenne del giubileo, l’intero episcopato dei cinque continenti, con i
propri sacerdoti e fedeli, manifesti la sua unione spirituale col successore
di Pietro. Invito di gran cuore i miei fratelli nell’episcopato, i
sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli a vivere e a fare vivere
intensamente questo anno di grazia. Prego Maria santissima, madre del Redentore e madre della
Chiesa, perché interceda per noi e ci ottenga la grazia di una fruttuosa
celebrazione dell’anno giubilare, a 20 anni dal concilio Vaticano II, e
“mostri ancora una volta a tutta la Chiesa, anzi a tutta l’umanità, quel
Gesù che è frutto benedetto del suo grembo, e che di tutti è il
Redentore” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Patres Cardinales et Romanae
Curiae Sodales habita, 11, 23 dicembre 1982: Insegnamenti di Giovanni
Paolo II, V/3 [1982] 1683). Alle sue mani e al suo cuore di madre affido
la buona riuscita di questa celebrazione giubilare. Voglio che questa lettera abbia piena efficacia in tutta la
Chiesa ed ottenga il suo adempimento, nonostante qualsiasi disposizione in
contrario. Dato a Roma, presso San Pietro, nella solennità
dell’Epifania del Signore, il 6 gennaio dell’anno 1983, quinto di
Pontificato. EGO IOANNES PAULUS Catholicae Ecclesiae Episcopus
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