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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 agosto 1968

 

Reale e continuo dev'essere il rinnovamento spirituale

NATURA E METE DELLA PERFEZIONE CRISTIANA

Diletti Figli e Figlie!

Ancora stimolati dal recente Concilio, vogliamo indagare quale sia il concetto dell’uomo modellato dalla vita cristiana.

Ora, la vita cristiana si può definire una continua ricerca di perfezione. Questa definizione non è completa, perché è puramente soggettiva e tace molti altri aspetti della vita cristiana. Ma è esatta nel senso che il regno di Dio, cioè l’economia della salvezza, la comunione di rapporti stabiliti dal cristianesimo fra la piccolezza umana e la grandezza di Dio, la sua ineffabile trascendenza, la sua infinita bontà, esige e comporta una trasformazione, una purificazione, un’elevazione morale e spirituale dell’uomo chiamato a tanta fortuna; esige cioè la ricerca, lo sforzo verso una condizione personale, uno stato interiore di sentimenti, di pensieri, di mentalità ed esteriore di condotta, e una ricchezza di grazia e di doni che chiamiamo perfezione.

DUE DIVERSI ED OPPOSTI CONCETTI

Che l’uomo moderno sia lui pure continuamente alla ricerca di qualche cosa di nuovo e di diverso da ciò ch’egli è, tutti lo vedono: la sua inquietudine, il suo spirito critico, la sua persuasione di poter modificare la propria esistenza, la sua sete di pienezza, di piacere e di felicità, la sua tensione verso un umanesimo nuovo, lo provano all’evidenza; e forse il cristianesimo stesso ha introdotto nell’umanità una prima parte di questo fermento. E perciò, sotto certi riguardi, il cristiano e l’uomo moderno presentano caratteri di singolare somiglianza.

Ma la ricerca dell’uomo ideale, dell’uomo perfetto, differisce assai fra le due concezioni, la cristiana e la profana, (la semplicità di questo discorso Ci consente una classifica così empirica); e possiamo cogliere specialmente nel campo pedagogico, cioè quello in cui si lavora per la formazione dell’uomo vero, dell’uomo completo e perfetto, la diversità delle due concezioni, sia a riguardo della perfezione umana, sia a riguardo dei modi con cui raggiungerla. Notiamo, di sfuggita, come le due concezioni percorrano in senso inverso l’itinerario della vita umana: la concezione cristiana parte da premesse consapevoli sempre della dignità dell’uomo e della sua perfettibilità, ma fondate altresì sopra una duplice osservazione negativa: derivante l’una dall’eredità del peccato originale, che ha guastato la natura stessa dell’uomo, dando origine a squilibri, deficienze e debolezze nel complesso delle sue facoltà; denunciante l’altra l’incapacità delle sole forze umane a raggiungere la vera perfezione, quella che è all’uomo pure necessaria per la salvezza, e cioè l’inserimento della sua vita in quella di Dio, mediante la grazia. E da queste premesse, proprio mediante la grazia, e un paziente tirocinio di virtù naturali e soprannaturali, la concezione della perfezione cristiana si svolge poi vittoriosamente; la perfezione diventa possibile, progressiva e piena di fiducia nel suo compimento finale. L’altra concezione, invece, quella che diciamo profana, parte da premesse ottimiste: l’uomo nasce senza congenite imperfezioni morali, è naturalmente buono e santo, e, favorito da un’educazione, che gli consente libero sviluppo, egli possiede forze bastanti per raggiungere in pienezza la sua forma ideale, purché l’ambiente circostante non attenti alla spontanea espressione delle sue facoltà; ma l’esperienza smentisce troppo spesso di fatto questo ottimismo, che cede presto ad una visione pessimista, realista la dicono, di cui oggi la letteratura e la psicologia offrono ben tristi documenti (cfr. Gaudium et spes, n. 10).

«NON VOGLIATE CONFORMARVI A QUESTO MONDO»

Il punto che Ci sembra meritare riflessione da parte nostra è quello della riforma che l’uomo deve operare su se stesso. Noi ne abbiamo parlato nella Nostra prima Enciclica Ecclesiam suam. Ma il discorso su questo tema non è mai finito, anche perché la parola «riforma» ha avuto diversi significati, tra cui, per ricordarne uno di cui ora non intendiamo parlare, quello storico-religioso di vastissime proporzioni di Riforma protestante.

Oggi questo termine «riforma» torna di moda, e domina i processi evolutivi e innovatori della vita moderna. Ed è in questo senso, prevalentemente esteriore, che esso ricorre ogni momento anche nelle discussioni sulla Chiesa, quasi .sollecitato da un altro termine, che ha avuto tanta fortuna, quello di «aggiornamento», di rinnovamento. Anche di questo significato non intendiamo ora discorrere. Ci basta notare come molti, interessati appunto a dare al cristianesimo un’espressione viva e moderna, mettano molta attenzione e fiducia in una trasformazione esteriore e giuridica della Chiesa, in un cambiamento di «struttura», come si dice; e come spesso questa vagheggiata riforma consista in un conformismo alla mentalità ed al costume del nostro tempo. Vi può essere, sotto vari aspetti, un’esigenza plausibile di mutazioni organizzative e pastorali negli ordinamenti canonici della Chiesa; e la revisione in corso di tutta la legislazione canonica vuole appunto rispondere a tale esigenza. Ma, per ciò che ora ci interessa, sarebbe visuale insufficiente quella che fermasse lo sguardo soltanto sopra tale riforma esteriore, per quanto doverosa e legittima essa sia; e sarebbe illusoria se essa esigesse, da un lato, di costruire una Chiesa incoerente con la sua collaudata tradizione, e delineata secondo arbitrarie strutture, immaginate da improvvisati e punto autorizzati riformatori, quasi che fosse consentito prescindere dalla Chiesa qual è, derivata dai principi costituzionali stabiliti da Cristo stesso; e illusoria, d’altro lato, se la riforma, anche se promossa da sincero spiritualismo, cadesse nello stampo della vita secolare, incurante delle esigenze proprie della fede e dell’adesione alla croce del Signore. I moniti di San Paolo soffiano al nostro orecchio: «Nolite conformari huic saeculo», non vogliate conformarvi a questo mondo (Rom. 12, 2); «ut non evacuetur crux Christi», affinché non sia resa vana la croce di Cristo (1 Cor. 1, 17).

TUTTI SIAMO CHIAMATI ALLA SANTITÀ

Ed è proprio di quella riforma interiore, a cui ancora San Paolo si riferisce, che intendiamo parlare: «Reformamini in novitate sensus Vestri», trasformatevi col rinnovare la vostra mentalità (Rom. ib.). Ed è questa la riforma più necessaria e più difficile. Cambiare i propri pensieri, i propri gusti secondo la volontà di Dio, correggere i propri difetti, che spesso noi vantiamo come nostri principi e nostre qualità, cercare una continua rettitudine interiore di sentimenti e di propositi, lasciarsi guidare veramente dall’amore di Dio e, di conseguenza, dall’amore del prossimo, ascoltare davvero la parola del Signore e abituarci a percepire con umiltà e silenzio interiore la voce dello Spirito Santo, alimentare quel «senso della Chiesa», che ci rende facile comprendere quanto di divino e quanto di umano è in essa, rendersi disponibili con le semplificazioni e le rinunce, che ci abilitano alla carità e alla sequela logica e generosa di Cristo, questa è la riforma, che prima d’ogni altra a noi è domandata. È quella che il Concilio predica, quasi con singolare sorpresa, in un contesto d’altro tema, parlando dell’ecumenismo: «Siccome ogni rinnovamento nella Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l’unità. La Chiesa peregrina è chiamata a questa continua riforma . . . Non v’è vero ecumenismo senza conversione interiore» (Unitatis redintegratio, nn. 6 e 7). Due concetti preziosi in tema di perfezione cristiana: la conversione (la celebre «metanoia»), e la sua continua progressività: ci si deve convertire, cioè rettificare, continuamente.

E sono concetti che possiamo trovare in altri documenti conciliari, specialmente in quello relativo alla perfezione religiosa, che per essere tale si è vincolata non a propositi occasionali ed effimeri, ma a voti impegnativi, duraturi e alla fine perpetui.

Figli carissimi, se noi stessi domandassimo al Signore che cosa dobbiamo fare per essere veramente fedeli, e ricordando che tutti, perché battezzati, perché membri della Chiesa, in vari modi, siamo chiamati alla santità (cfr. Lumen gentium, nn. 11 e 40), come Egli finirebbe, per ciascuno di noi, la sua avvincente risposta: «Si vis perfectus esse . . .»: se vuoi essere perfetto... (Matth. 19, 20)? E ciascuno di noi ascolti la voce misteriosa e divina nella profondità della propria coscienza.

Così vi aiuti, diletti Figli e Figlie, la Nostra Benedizione Apostolica.

                                 

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