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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 giugno 1969

 

Rendere agevole il cristianesimo senza dimenticare la croce

Diletti Figli e Figlie!

In queste brevi conversazioni delle Udienze generali Ci sembra ancora doveroso ripensare al Concilio. E per ora lo facciamo senza risalire ai suoi vari e specifici insegnamenti, ma con alcune osservazioni d’indole molto sommaria. Questa, ad esempio, che tutti possono fare da sé: il Concilio ha prodotto nel popolo cristiano una mentalità, una sua mentalità. È chiaro che al fondo di questa mentalità si trova una convinzione molto buona, un postulato, un’idea di base che alcuni ammettono come già acquisita, altri, più avveduti, come da acquisire, da realizzare. E questa convinzione ci dice che il Concilio vuole una professione cristiana più seria, più autentica, più vera. Un approfondimento nella sincerità. E questa idea, dicevamo, è molto buona, Possiamo e dobbiamo farla nostra, perché da essa è partito il Concilio, come, del resto, da questa aspirazione ad una perfetta interpretazione della vita cristiana, sia nel pensiero che nella condotta, parte continuamente l’azione didattica, santificatrice e pastorale della Chiesa. Ma, dopo il Concilio, come si esprime questa rinnovata mentalità? Dove si dirige la sua ricerca d’un cristianesimo autentico, vivo e adatto per i nostri tempi? Si esprime in vari modi. Uno di questi modi è quello di ritenere ormai facile l’adesione al cristianesimo; e quindi di tendere a renderlo facile.

L’ESSENZA DEL MESSAGGIO EVANGELICO

Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un «minimismo» fatale. Bisogna fare attenzione.

Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio. È una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così. Lo ha detto Gesù stesso: «Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero» (Matth. 11, 30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: «Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini» (Matth. 23, 4; cfr. Matth. 15, 2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?

IL SOMMO PRECETTO DELL’AMOR DI DIO

Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Matth. 22, 40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette «strutture»; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come «tabu», e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei «misteri di Dio» (1 Cor. 4, 1; 2 Cor. 6, 4) o un seguace della perfezione evangelica (cfr. Matth. 19, 21; Luc. 14, 33), una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume.

Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare «per la porta stretta» (Matth. 7, 13)? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza? (cfr. Io. 6, 62-67). E non ha Egli detto che «chi è fedele nel poco, è fedele ,anche nel molto» (Luc. 16, 10)? Non ha fatto Egli consistere l’opera della sua redenzione nel mistero della Croce, stoltezza e scandalo (1 Cor. 1, 23) per questo mondo, mentre è condizione della nostra salvezza il parteciparvi?

PIENEZZA DI RISPETTO PER LA LEGGE DIVINA

Qui la lezione si fa lunga e difficile. Sorge la domanda: ma allora il cristianesimo non è facile? Allora non è accettabile da noi moderni, e non è più presentabile al mondo contemporaneo? Rinunciamo in questo momento a risolvere debitamente questa grave, ma non profonda difficoltà. Ricordiamo soltanto che il costo delle cose facili, se belle, se perfette, se rese tali superando ostacoli formidabili, è sempre alto. Pensiamo, per esempio, a questa legge, che presiede a tutto lo sforzo della coltura e del progresso, quando abbiamo occasione di viaggiare in aeroplano: volare, com’è facile! ma quanti studi, quante fatiche, quanti rischi, quanti sacrifici esso è costato!

E poi, per stare al nostro tema, ci domandiamo: il cristianesimo sarebbe fatto per i temperamenti deboli di forza umana e per i fiacchi di coscienza morale? Per gli uomini imbelli, tiepidi, conformisti, e non curanti delle austere esigenze del Regno di Dio? Ci domandiamo alle volte se non sia da cercare fra le cause della diminuzione delle vocazioni alla sequela generosa di Cristo, senza riserve e senza ritorni, quella della presentazione superficiale d’un cristianesimo edulcorato, senza eroismo e senza sacrificio, senza la Croce, privo perciò della grandezza morale d’un amore totale. E Ci chiediamo anche se fra i motivi delle obbiezioni, sollevate nei confronti dell’Enciclica «Humanae vitae», non vi sia anche quello d’un segreto pensiero: abolire una legge difficile per rendere la vita più facile. (Ma se è legge, che ha in Dio il suo fondamento, come si fa?).

Noi ripeteremo: sì, il cristianesimo è facile; ed è saggio, è doveroso appianare ogni sentiero che ad esso conduce, con ogni possibile agevolazione. Ed è ciò che la Chiesa, dopo il Concilio, cerca in ogni modo di fare, ma senza tradire la realtà del cristianesimo. Il quale è davvero facile a qualche condizione: per gli umili, che ricorrono all’aiuto della grazia, con la preghiera, con i sacramenti, con la fiducia in Dio, «che non permetterà, dice S. Paolo, che siate tentati sopra le vostre forze, ma con la tentazione vi offrirà modo . . . di superarla» (1 Cor. 10, 13); e per i coraggiosi, che sanno volere ed amare, amare soprattutto. Diciamo con S. Agostino: il giogo di Cristo è soave, per chi ama; duro per chi non ama: «amanti, suave est; non amanti, durum est» (Serm. 30; PL 38, 192).

Procurate, Figli carissimi, di fare questa felice esperienza: rendere facile mediante l’amore la vita cristiana! Con la Nostra Apostolica Benedizione.


IL CAPITOLO SPECIALE DEI MINORI CONVENTUALI

Nunc autem vos alloquimur, dilecti Filii ex Ordine Fratrum Minorum Conventualium, qui ex omnibus orbis regionibus Romam convenistis ad Capitulum Generale speciale celebrandum. Paterna cum benevolentia vos coram excipimus ac plurimi aestimamus propositum, quod vos huc hodie adduxit, ut Beati Petri Successori fidem, caritatem et observantiam vestram obtestaremini.

Capitulum speciale, sicut ceterae religiosae familiae, indixistis, ut, Concilii Oecumenici Vaticani II normis obtemperantes; renovationi consuleretis disciplinae vestrae; atque hac de causa a Nobis verba quaedam certe exspectatis, quae vos in suscepto opere ducant, illuminent, conforment. Nihil aliud vobis aptius proponere putamus, quam ut in vestram memoriam revocemus monitum ipsius Concilii, vi cuius vitae religiosae renovatio complectitur «continuum reditum ad omnis vitae christianae fontes primigeniamque institutorum inspirationem et aptationem ipsorum ad mutatas temporum condiciones» (Decr. Perfectae caritatis, n. 2). Quare operam dantes ut facies externa Vestri Ordinis ad nostrorum temporum rationem accommodetur, prorsus necesse est, ut ad Legiferum Patrem vestrum semper intueamini, novasque normas apparetis numquam contra, semper vero secundum eius spiritum, qui est spiritus orationis, austeritatis vitae, paupertatis, ac praesertim incensissimi amoris erga Iesum Christum et proximos. Qua in re, Iesu Christi gratiam ac Sancti Francisci deprecationem certe scitis vobis numquam fore defuturas.

Haec ut feliciter eveniant, preces Nostras pro vobis libenter ad Deum fundimus, et Apostolicam Benedictionem vobis impertimus.

I CAPPELLANI DELL'O.N.A.R.M.O.

Ed ora un particolarissimo saluto, pieno di affetto, ai circa quattrocento sacerdoti, che partecipano alla sesta Settimana di studio sulla Pastorale nel mondo del lavoro, promossa dalla benemerita O.N.A.R.M.O. Il tema, scelto quest’anno, esigerebbe ben più ampio svolgimento di quanto l’esiguità del tempo a Nostra disposizione purtroppo Ci permetta: di fatto, «la povertà evangelica e l’apostolato sacerdotale nell’attuale evoluzione del mondo del lavoro» è argomento importante, ampio, impegnativo, diremmo cruciale e tormentoso, ma pur esaltante e vitale, perché il suo approfondimento pone la vostra azione di ministero di fronte alle proprie esigenze di assoluta autenticità, secondo lo spirito del Vangelo, e l’aiuta a conseguire pienamente la propria validità ed efficacia. Ci compiacciamo di cuore per tale scelta, che in,dica nella Direzione e in tutta la vasta compagine dell’O.N.A.R.M.O. una viva sensibilità dei problemi dell’ora.

Lo spirito di povertà, che il Concilio ha definito «gloria e segno della Chiesa di Cristo» (Gaudium et spes, n. 88), è la consegna del momento, è l’impegno che tutti vi chiama, è la testimonianza che quanti oggi faticano, lavorano, soffrono, e quanti patiscono nella disuguaglianza e nella sfiducia, hanno il diritto di attendersi dai cristiani, in modo particolare dai sacerdoti. Lo spirito di povertà è l’annuncio del Vangelo per il mondo di oggi, che non vuole parole ma fatti, che non si accontenta di dichiarazioni ma penetra perspicacemente nelle intenzioni e sa leggervi quanto siano rette e sincere. Ne abbiamo parlato esplicitamente già fin dalla Nostra prima Enciclica Ecclesiam suam, quando abbiamo chiesto a Pastori e fedeli di educare alla povertà il linguaggio e la condotta, avendo in sé lo stesso sentire di Cristo (cfr. Phil. 2, 5), e ricordato «quei criteri direttivi che devono fondare la nostra fiducia più su l’aiuto di Dio e sui beni dello spirito, che non sui mezzi temporali», ribadendo che di questi tanto dobbiamo «limitare e subordinare il possesso e l’uso quanto è utile al conveniente esercizio della nostra missione apostolica» (A.A.S. 56 [1964] p. 634). Dal canto suo, il Decreto conciliare sul ministero e la vita sacerdotale ha chiaramente esortato i sacerdoti allo spirito e alla pratica della povertà, perché così «possono conformarsi a Cristo in modo più evidente, ed essere in grado di svolgere con maggiore prontezza il sacro ministero» (Presbyterorum ordinis, n. 17).

Voi, carissimi sacerdoti, Cappellani del lavoro, avete la responsabilità assillante e l’onore impareggiabile di rappresentare Cristo fra i vostri operai, fra i vostri artigiani e lavoratori, della cui salvezza dovrete un giorno rendere conto davanti a Dio: fate che, attraverso il diaframma della vostra povertà, della vostra dolcezza, della vostra comprensione, della vostra disponibilità, di tutto quanto fa della vita dei sacerdoti una vita di uomini crocifissi, essi vedano il Cristo in mezzo a loro, scoprano il suo volto e il suo amore, per potersi aprire a Lui, accoglierlo nelle loro anime come nelle loro famiglie, e far-Gli onore con la propria condotta di vita. A tanto e sì grave compito vi incoraggia il Papa, e vi conforta con la Sua paterna Apostolica Benedizione.

GIORNALISTI CATTOLICI DEL BELGIO

Chers Messieurs,

C’est pour Nous une grande joie de vous accueillir ce matin dans notre demeure, vous qui êtes les délégués de l’association des journalistes catholiques de Belgique, et avez à cœur de venir fidèlement Nous remettre le produit des étrennes pontificales pour l’année 1969.

Nous aimons, Mesdames et Messieurs, voir dans votre présence auprès de Nous aujourd’hui un émouvant témoignage de la fidélité de la Belgique catholique au siège de Pierre, un éloquent symbole de sa foi et de sa générosité inébranlables.

Que le Seigneur vous bénisse, qu’il bénisse tous ceux qui vous sont chers, qu’il féconde votre apostolat de la presse si important. A une heure où l’on critique et conteste souvent abusivement, soyez les témoins vivants de la charité qui anime l’Eglise, l’écho de la vie de foi et d’espérance qui l’anime, et les porte-parole de l’amour paternel de l’humble successeur de Pierre pour tous vos frères et vos pasteurs.

A tous, notre affectueuse Bénédiction apostolique.

GRUPPO DI SINDACI DELL’AMERICA

We are indeed honored by this visit, and We bid a cordial welcome to two very distinguished groups: one representing the United States Conference of Mayors, and the other a Mission of the Inter-American Communal Organization which links Mayors of North, Central and South America in collaboration between their cities and communes.

Chosen by the votes of your fellow-citizens, you strive to build up and improve, not only your own cities, but others in your native land or even in other countries. This praiseworthy endeavour contributes towards the high purpose of civic, national, and world peace, and We assure you of Our prayerful good wishes for the success of your important efforts.

Upon each of you and your families, upon your colleagues in the Conference and the Organization, and upon the peoples of your cities and communes, We invoke God’s richest blessing.

                                  

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