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«DOMINICA IN PALMIS DE PASSIONE DOMINI»
OMELIA DEL SANTO PADRE
PAOLO VI
Domenica, 22 marzo 1970
Due pagine del Vangelo apre davanti a noi la liturgia di oggi, Domenica delle
Palme, quella dell’ingresso clamoroso di Gesù in Gerusalemme, e quella della sua
Passione. È l’evangelista Marco, testimonio probabilmente oculare dei fatti
narrati, e a lui confidati, sulla traccia della prima catechesi della nascente
comunità cristiana, dall’apostolo Pietro, forse qui in Roma. Delle due pagine
ora scegliamo la prima, quella caratteristica di questa domenica, il Vangelo
così detto delle Palme, per la Nostra breve meditazione. Ne avete ascoltato
poco fa la lettura. Ripensate la scena descritta. È singolare nella storia
evangelica, perché è una scena pubblica, festosa, intenzionale. Abbiamo visto
altre volte, leggendo il Vangelo, Gesù circondato dalle folle attratte dalla sua
parola, dai suoi miracoli, dalla sua figura; ma abbiamo sempre notato come Gesù
fosse alieno dal provocare acclamazioni per sé; era anzi schivo dall’eccitare la
popolarità d’intorno alla sua persona. Questa volta no: Gesù desidera d’essere
riconosciuto ed acclamato, tanto che quando «alcuni Farisei in mezzo alla gente
(ipocritamente solleciti dell’ordine pubblico, ma in realtà infastiditi che
tutto il popolo andasse appresso a lui) (Io. 12, 19) gli dissero:
Maestro, sgrida i tuoi discepoli, Egli rispose loro: Io vi dico, se questi
tacessero, griderebbero le pietre!» (Luc. 19, 39-40). Perché questo nuovo
atteggiamento nel Signore? Gesù vuole entrare in Gerusalemme, in quei giorni
straripante fors’anche di gente venuta per l’imminente celebrazione della Pasqua
giudaica, in forma nuova, in forma, diciamo così, ufficiale. Egli sa che cosa lo
attende, lo ha confidato ai suoi discepoli: «Ecco noi ascendiamo a Gerusalemme,
e il Figlio dell’uomo (cioè lui stesso, Gesù) sarà dato in mano dei principi dei
Sacerdoti e degli Scribi, ed essi lo condanneranno a morte, e lo consegneranno
ai Gentili per essere schernito, flagellato e crocifisso» (Matth. 20,
18-19). Egli così comincia la sua passione, e vuole metterne in evidenza non
solo l’aspetto libero e volontario (Cfr. Is. 53, 7; Hebr. 9, 14;
Eph. 5, 2), ma altresì l’aspetto messianico; Gesù, prima di consumare il
suo sacrificio, perché tale è la sua morte, la sua immolazione, vuole svelare
finalmente e apertamente chi Egli sia, e quale sia la sua missione; Egli è il
Messia, e come tale Egli vuole essere liberamente e clamorosamente riconosciuto
dal suo popolo.
ASPETTO MESSIANICO DELLA PASSIONE
Qui bisognerebbe avere una idea del significato pregnante di questa parola
«Messia», che vuol dire Cristo, l’uomo eletto e consacrato, nel quale si
concentravano le secolari e profetiche attese d’Israele, tutte le speranze della
nazione privilegiata e predestinata ad essere, mediante il Messia, il cardine
dei destini del mondo. Il Messia era considerato come il Figlio di David, il Re
della storia guidata dai disegni di Dio, il Salvatore prodigioso, dal quale ogni
malanno dell’umanità avrebbe avuto rimedio (Cfr. Matth. 11, 3 ss.). Gesù
darà un significato più profondo e più drammatico, e soprannaturale a questo
titolo meraviglioso, e a Sé lo rivendicherà, a Sé lo attribuirà, a Sé vorrà che
sia palesemente riconosciuto. E noi oggi ricordiamo il momento fatidico nel
quale Gesù è celebrato come Messia, come Cristo. È l’ora sua. L’epilogo della
sua vita temporale dovrà consumarsi con questa qualifica di Messia. L’episodio
dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme assume un’importanza risolutiva delle
questioni che si erano addensate intorno alla misteriosa personalità di Gesù.
Chi era Gesù? «Il figlio del fabbro»? (Matth. 13, 55) Una figura
singolare: «Il Figlio dell’uomo», come Gesù stesso si qualificava? un Profeta? (Matth.
16, 14; 21, 11; etc.) era lui davvero il Messia? (Io. 1, 41) proprio
quello che deve venire? (Matth. 11, 3, 5) Che sia lui il Figlio di David?
(Matth. 20, 30-31) da proclamare Re? (Io. 6, 15) o qualcuno più
grande e misterioso ancora, il Figlio di Dio? (Matth. 16, 16; Io.
1, 49; 8, passim) il dubbio cresce a mano a mano che Gesù si concede rivelando
il mistero della sua filiazione divina, fino alla domanda incalzante, nel
processo del Sinedrio, durante l’ultima notte: «Sei tu il Cristo, Figlio di Dio
benedetto?» (Marc. 14, 61). La identificazione della vera personalità di
Gesù è la questione che attraversa tutto il Vangelo, e che lo rende drammatico e
tragico alla fine.
Gesù aveva dato di Sé tante definizioni, che formano l’oggetto e la delizia
della nostra fede; sarà bello ricordarle; come: «Io sono il pane della vita»
(Io. 6, 48); «Io sono il buon Pastore» (Io. 10, 11); «Io sono la luce del
mondo» (Io. 12, 46); eccetera; ricordate, all’ultima cena: «Io sono la
via, la verità, la vita»? (Io. 14, 6) Ma nella scena che stiamo meditando
Gesù, non con le parole, ma con un atto definisce Se stesso: Messia. Non è un
atto trionfalista, ma piuttosto una umile, se pur pubblica e studiata,
presentazione di Sé, la grandezza della quale non vogliamo considerare nel suo
aspetto modesto e popolare, ma piuttosto nell’esplosione festiva della folla,
nella certezza ormai acquisita del popolo, nella professione che i giovani
specialmente fanno della loro fede e della loro letizia per il riconoscimento
irreversibile del carattere messianico di Gesù: è Lui, è Lui l’atteso da secoli,
Lui l’atteso da questa generazione, Lui la chiave di tutta la storia passata e
futura. La curiosità, il dubbio, l’esitazione, il fascino, l’ammirazione, che
avevano circondato fino allora Gesù, scoppiano ormai nella sicurezza delle
entusiastiche acclamazioni: è Lui, è Lui, il Figlio di Davide, il Cristo, il
Signore. Ora fate attenzione. Nella liturgia che stiamo celebrando questo
incontro si ripete. La Chiesa riporta quella scena, quel momento decisivo
davanti ai nostri animi. Gesù si ripresenta davanti a noi, umile e formidabile,
svelando se stesso. Egli parla, quasi da sé, e, cosa impressionante in tanta
festa che lo circonda, Egli piange. Piange guardando la città vicina e dicendo,
quasi a dialogo con essa, prevedendo, nonostante quell’ora di gloria: «Oh! se
conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno, quello che giova alla tua pace!
Invece ora i tuoi occhi sono rimasti chiusi . . .»; e, predicando la futura
rovina della santa, ma infedele città, soggiunge: «Perché non hai riconosciuto
il momento nel quale sei stata visitata» (Luc. 19, 42-44).
GESÙ, NOSTRA SCELTA
Il significato di questo Vangelo delle palme, da noi ora riletto, è una
domanda inevitabile. Propone una scelta, che riguarda il destino della nostra
vita. Sì, o no: riconosciamo noi Gesù per chi Egli è, il Cristo? Cioè il Messia,
il mandato da Dio, calato nel mondo, per dare all’umanità la salvezza? Ovvero
per essere fra noi «il segno di contraddizione» (Luc. 2, 34), l’ago di
scambio fra le due vie fatali, della salute o della perdizione, della vita o
della morte? Abbiamo noi l’intuito felice, la freschezza, il gaudio, l’audacia
di proclamare ancora oggi che Gesù è Lui, la nostra scelta, Lui è il nostro
Redentore, necessario, sufficiente; Lui, venuto per tutti, venuto per ciascuno
di noi; Lui, il Maestro, Lui l’Amico, Lui «la risurrezione e la vita»? (Io.
11, 25) Lui, sì, la via, Lui, la verità, Lui, la vita delle nostre singole
esistenze e di tutta la comunità di quanti in Lui credono, di Lui si fidano, da
Lui si sentono amati e a Lui offrono il loro povero e grande amore? Gesù, il
Cristo, incrocia ancor oggi, incrocia sempre e dappertutto, i sentieri
dell’umanità, e pone Se stesso come la grande questione, come la scelta somma e
decisiva, che ogni uomo, che ogni popolo è chiamato a fare. Gesù è la grande
responsabilità nella storia d’ogni umana esistenza, Gesù è al grado supremo di
tensione della libertà della vita cosciente. Gesù è al nodo ultimo e primo, dove
le nostre sorti si definiscono. Gesù è l’invito più intimo e personale rivolto
alla nostra coscienza lucida ed operante.
APPELLO AI GIOVANI
Questo discorso, elementare ed essenziale, in cui si riassume il «cherigma»,
l’annuncio, la proclamazione del Vangelo, è per tutti; ma a voi, giovani,
specialmente è rivolto; a voi, che abbiamo invitato a questo rito pasquale, e
che qui ci rappresentate la presente generazione giovanile. Noi osiamo parlarvi
direttamente, perché voi, come nel Vangelo delle palme, siete i protagonisti del
sempre drammatico incontro di Gesù, il Cristo dei secoli, con l’umanità. Molti
oggi parlano dei giovani; ma non molti, ci pare, parlano ai giovani. Forse non
sanno, forse non si fidano. Noi vi parliamo, perché un dovere ineluttabile ci
obbliga a farlo. E lo facciamo come chi vi vuol bene; come i vostri Genitori,
come i vostri Maestri; e osiamo dire, con una parola ancora più grande, più
profonda della loro, perché la Nostra parola, a vero dire, non è Nostra, ma di
Cristo stesso, del quale Noi altro non siamo che l’umile eco fedele.
Vorremmo farci comprendere. Volete voi ascoltarci? Se sì, prima ascoltate voi
stessi. Quali voci nascono dall’interno del vostro spirito? Provate a concedervi
qualche momento di silenzio interiore: che cosa sentite? Noi crediamo che
sentite molte voci confuse, alcune volte fino allo strepito. Quali voci? Sono le
voci del mondo che vi circonda, e che sentite echeggiare dentro di voi: voci
della conversazione domestica, voci della vostra scuola, voci dei vostri
compagni, voci che cominciano a soverchiare le altre; sono quelle del nostro
tempo, del nostro mondo; parole grosse e difficili, musiche piacevoli e frivole,
grida umane, che cominciano ad essere impressionanti, e che generano dentro di
voi altre voci, vostre queste: sono le voci dei primi giudizi, voci delle prime
esperienze, voci perfino conturbanti e attraenti: curiosità, fantasie,
tentazioni le chiamano; esse cominciano a suscitare in voi le voci, che
diventeranno imperiose, le voci dei desideri, le voci che vogliono dare alla
vita - badate! - il suo senso, il suo valore, il suo destino. Sono le voci
personali.
Le avete mai ascoltate? Che cosa vi dicono? Qualche cosa di ideale, molto
bello e molto difficile; tanto difficile che talvolta voi diventate impazienti,
talvolta illusi, talvolta tristi. Sono le voci che suonano: libertà, verità,
amore. Ovvero: grandezza, eroismo, felicità. Sono le voci proprie della vita.
Sono sincere, o sono bugiarde? Le possiamo riempire di realtà, ovvero restano
vuote, e ci tolgono la fiducia nella vita? Ci rendono buoni o cattivi? Ci dànno
la gioia dell’azione e la speranza di qualche cosa che non muore, ovvero ci
rendono ribelli e desiderosi di protestare e di distruggere? Ci alienano da noi
stessi e dalla nostra società, ovvero ci fanno pregustare, e anche gustare in
certa misura, l’autenticità della nostra conquista e di quella dei giusti
rapporti con gli altri? Noi non vogliamo ora continuare questa
introspezione, questa psicanalisi morale e sociale. Noi vi diciamo
semplicemente, ma con la fede e l’amore di cui siamo capaci, che a tutte codeste
meravigliose e tempestose domande vi è una suprema risposta. Vi è Uno, che è Lui
stesso risposta. Una Parola, che è una Persona. Una Persona, che si chiama luce:
«Io sono la luce del mondo», Egli dice (Io. 8, 12). Una Persona che si
pone come la guida: «Chi mi segue, non cammina nelle tenebre» (Io. 8,
12). Una Persona, pensate, che dice di Sé: «Io sono il Pane della vita» (Io.
6, 48). Potremmo continuare; ma voi avete capito: quella Parola, quella Persona
è Gesù, è il Cristo, «che si è fatto per noi sapienza, giustizia, santità,
redenzione» (1 Cor. 1, 30). Egli è Colui che dà alla nostra esistenza il
suo vero amore, la sua intangibile dignità, la sua responsabile libertà, il suo
autentico valore, il suo pieno amore. È Lui il nostro Salvatore; Lui è la testa
del nostro corpo immenso ed in formazione, ch’è l’umanità credente e redenta, la
Chiesa; è Colui che ci perdona e ci fa capaci di cose più grandi di noi, è il
difensore dei poveri, è il consolatore dei sofferenti, è, in una parola, il
nostro Messia, è Cristo, Cristo Gesù! Lo conoscete? Lo riconoscete? Lo
acclamate anche voi, oggi, con la risposta inneggiante della vostra fede e del
vostro ideale? Ecco: beati voi, se questo avete capito e se questo farete (Cfr.
Io. 13, 17).
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