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LETTERA DEL SANTO PADRE PAOLO VI
AL SEGRETARIO DI STATO
SUL SACRO CELIBATO ECCLESIASTICO

 

Signor Cardinale,

Le dichiarazioni rese pubbliche in questi giorni in Olanda sopra il celibato ecclesiastico ci hanno profondamente addolorato ed hanno sollevato tante questioni nel Nostro spirito: per i motivi di così grave atteggiamento, contrario alla sacrosanta norma vigente nella nostra Chiesa Latina; per le ripercussioni in tutto il Popolo di Dio, specialmente nel clero e nei giovani che si preparano al sacerdozio; per le conseguenze perturbatrici nella vita dell’intera Chiesa, e per le risonanze che essa provoca presso tutti i cristiani, ed anche tra gli altri membri della famiglia umana.
Davanti a questi interrogativi, Noi sentiamo il bisogno di aprire il Nostro animo a lei, Signor Cardinale, che così da vicino condivide le sollecitudini del Nostro Apostolico ufficio.
Noi ci domandiamo innanzitutto con umile ed assoluta sincerità interiore se non vi fosse da parte Nostra qualche responsabilità al riguardo di così infelici risoluzioni, tanto difformi dall’atteggiamento Nostro e da quello, crediamo, dell’insieme della Chiesa.
Il Signore ci è testimone dei sentimenti di stima, d’affetto, di fiducia, che abbiamo sempre nutrito verso una porzione tanto benemerita del Corpo Mistico di Cristo come quella di Olanda. Ed ella ben conosce, Signor Cardinale, l’azione sempre deferente ed amica, da Noi svolta, sia nelle personali conversazioni, sia nella corrispondenza epistolare, sia mediante l’interessamento degli Organi di questa Sede Apostolica per prevenire le dichiarazioni in questione.
Tali dichiarazioni portano a molte incertezze e turbamenti.
Di conseguenza è per Noi un dovere grave e impellente di precisare con ogni chiarezza l’atteggiamento Nostro: di colui, cioè, al quale un misterioso disegno della Divina Provvidenza ha affidato, in quest’ora difficile, la «sollicitudo omnium Ecclesiarum» (Cfr. 2 Cor. 11, 28).
I motivi addotti per giustificare un cambiamento così radicale della norma secolare della Chiesa Latina, apportatrice di tanti frutti di grazia, di santità e di apostolato missionario, sono ben conosciuti. Ma questi motivi, Noi dobbiamo precisarlo senza equivoco, non ci appariscono convincenti. Essi sembrano trascurare in realtà una considerazione fondamentale ed essenziale che non va in nessun modo dimenticata e che è di ordine soprannaturale; sembrano cioè rappresentare un cedimento nel genuino concetto del sacerdozio.

La sola prospettiva che debba essere tenuta presente è, in effetti, quella della missione evangelica, di cui noi con fede, e nella speranza del Regno, siamo araldi e testimoni. Il Vescovo e il prete hanno missione di annunciare l’Evangelo della grazia e della verità (Cfr. Io. 1, 14), portare il messaggio della salvezza al mondo, fargli prendere nello stesso tempo coscienza del suo peccato e della sua redenzione, invitarlo alla speranza, strapparlo agli idoli sempre rinascenti, convertirlo al Cristo Salvatore. I valori evangelici non possono essere compresi e vissuti se non nella fede, nella preghiera, nella penitenza, nella carità e non senza lotte né mortificazioni, né senza suscitare ancora, talvolta, come il Cristo e gli Apostoli, lo scherno e il disprezzo del mondo, l’incomprensione e perfino la persecuzione. Il dono totale al Cristo giunge fino alla follia della Croce.
È la sempre più profonda comprensione di queste considerazioni, maturata provvidenzialmente nel corso d’una storia che ha conosciuto tanti sforzi e tante lotte per affermare l’ideale cristiano, che ha condotto la Chiesa Latina a fare della rinuncia al diritto di fondare una propria famiglia - già spontaneamente compiuta da tanti servitori dell’Evangelo - condizione per l’ammissione dei candidati al sacerdozio. Le accennate considerazioni sono valide tuttora, ed oggi forse più che in altri tempi. E noi, chiamati al seguito di Gesù, saremmo divenuti forse incapaci di accettare una legge comprovata da così lunga esperienza, e abbandonare tutto, famiglia e reti, per seguire Lui e portare la Buona Novella del Salvatore? (Cfr. Marc. 1) Chi potrà trasmettere con pienezza di grazia e di forza (Cfr. Act. 6, 8), agli uomini dei nostri giorni, questo messaggio liberatore, meglio di pastori che sappiano consacrarsi irrevocabilmente e senza riserve al servizio esclusivo del Vangelo?
Di conseguenza, considerando tutto davanti a Dio, davanti al Cristo e alla Chiesa, davanti al mondo, Ci sentiamo in dovere di riaffermare chiaramente ciò che Noi abbiamo già dichiarato e più volte ripetuto, cioè che il legame tra sacerdozio e celibato, stabilito da secoli dalla Chiesa Latina, costituisce per essa un bene sommamente prezioso e insostituibile. Sarebbe grave temerità sottovalutare o addirittura lasciar cadere in desuetudine questo legame consacrato dalla tradizione, segno incomparabile di una dedizione totale all’amore del Cristo (Cfr. Matth. 12, 29), che manifesta così luminosamente l’esigenza missionaria essenziale ad ogni vita sacerdotale, nel servizio del Cristo risuscitato, sempre vivente, al Quale il sacerdote si è consacrato, in una disponibilità totale per il Regno di Dio.

Quanto ai preti che, per ragioni riconosciute valide fossero venuti a trovarsi, malauguratamente, nella impossibilità radicale di perseverarvi - Noi sappiamo che si tratta solo di un piccolo numero, mentre la grande maggioranza vuole restare fedele, con l’aiuto della grazia, agli impegni sacri assunti davanti a Dio e alla Chiesa -, è con grande dolore che Noi ci induciamo ad accogliere la loro istante preghiera di essere prosciolti dalle loro promesse e dispensati dai loro obblighi, dopo un attento esame di ogni singolo caso. Però la profonda comprensione che, in uno spirito di paterna carità, Noi vogliamo avere per le persone, non deve impedirci di deplorare un atteggiamento così poco conforme a ciò che la Chiesa legittimamente attende da coloro che si sono definitivamente consacrati al suo esclusivo servizio.
La Chiesa, pertanto, continuerà domani come ieri ad affidare il divino ministero della parola, della fede e dei sacramenti della grazia ai soli sacerdoti che restino fedeli ai loro obblighi.
La stessa contestazione multiforme che si manifesta oggi nei riguardi di una istituzione così santa qual è il sacro celibato, rende ancor più imperioso il Nostro dovere di sostenere e di incoraggiare in ogni modo la innumerevole schiera dei sacerdoti rimasti leali ai loro impegni, ai quali va con specialissimo affetto il Nostro pensiero benedicente.
Per questo, con decisione presa dopo maturo esame, Noi affermiamo chiaramente il Nostro dovere di non ammettere che il ministero sacerdotale possa essere esercitato da coloro che dopo aver messo mano all’aratro si sono voltati indietro (Cfr. Luc. 9, 62).
Non è questa d’altronde la tradizione costante anche delle venerabili Chiese Orientali, alle quali si ama far riferimento a questo proposito?
Del resto, appena osiamo pensare alle conseguenze incalcolabili che una diversa decisione comporterebbe per il Popolo di Dio sul piano spirituale e pastorale.

Mentre ci sentiamo in dovere di riaffermare così, con tanta chiarezza, la norma del sacro celibato, non dimentichiamo una questione che ci è proposta con insistenza da alcuni Vescovi, dei quali Noi conosciamo lo zelo, l’attaccamento alla venerabile tradizione del sacerdozio nella Chiesa Latina ed ai valori tanto eminenti che esso esprime, ma anche le ansie pastorali di fronte a certe necessità, del tutto particolari, del loro ministero apostolico. In una situazione di estrema carenza di sacerdoti - essi ci domandano - e limitatamente alle regioni che si trovino in simile situazione: non si potrebbe forse considerare l’eventualità di ordinare per il sacro ministero uomini di età già avanzata, che abbiano dato nel loro ambiente la buona testimonianza di una vita familiare e professionale esemplare?
Non possiamo dissimulare che una tale eventualità solleva da parte Nostra gravi riserve. Non sarebbe, infatti, tra l’altro, un’illusione molto pericolosa il credere che un tale cambiamento della disciplina tradizionale potrebbe, nella pratica, limitarsi a casi locali di vera ed estrema necessità? Non sarebbe poi una tentazione, per altri, di cercarvi una risposta apparentemente più facile all’insufficienza attuale di vocazioni?
In ogni caso, le conseguenze ,sarebbero così gravi e porrebbero delle questioni talmente nuove per la vita della Chiesa, che dovrebbero, semmai, essere previamente e attentamente esaminate, in unione con Noi, dai Nostri Fratelli nell’Episcopato, tenendo conto davanti a Dio del bene della Chiesa universale, che non si potrebbe disgiungere da quello delle Chiese locali.
Questi problemi, che si pongono alla Nostra responsabilità pastorale, sono veramente gravi e Noi, Signor Cardinale, abbiamo voluto a Lei confidarli.
Con Noi ella è testimone degli appelli che da ogni parte ci pervengono: numerosi Nostri Fratelli e Figli ci supplicano di nulla cambiare in una così venerabile tradizione, ed insieme essi auspicano con Noi che i Nostri Venerati Fratelli Vescovi di Olanda intraprendano con la Sede Apostolica, in un contatto fiducioso e fraterno, una nuova riflessione, la quale dovrà maturare nella preghiera e nella carità.

Più che mai, per parte Nostra, Noi desideriamo di ricercare con i Pastori delle diocesi dei Paesi Bassi i mezzi per risolvere in modo conveniente i loro problemi, nella comune considerazione del bene di tutta la Chiesa. E perciò stimiamo necessario innanzi tutto, Signor Cardinale, di assicurare i Vescovi, i sacerdoti e tutti i membri della Comunità cattolica olandese della Nostra affezione costante, ma nello stesso tempo del Nostro convincimento che è indispensabile di riconsiderare, alla luce delle riflessioni sopra esposte e nello spirito di una autentica comunione ecclesiale, i voti espressi e l’atteggiamento assunto in una questione di così grave portata per la Chiesa universale.
Nel lavoro che, a questo scopo, sarà da svolgersi dalla Santa Sede, Noi contiamo particolarmente, Signor Cardinale, sulla sua valida collaborazione.
Il suo aiuto ci sarà prezioso, anche per i contatti che saranno da prendere con i Vescovi del mondo intero affinché tutte le Conferenze Episcopali, mantenendosi in perfetta comunione con Noi e con la Chiesa universale nell’assoluto rispetto delle sue sante leggi, vogliano assicurare i sacerdoti, Nostri collaboratori, che seguiamo e continueremo a seguire con affetto paterno le loro ansie d’apostolato e i loro problemi, e ricordare loro, insieme, la bellezza della grazia che il Signore ha ad essi accordato, i loro impegni sacri, le esigenze missionarie del loro ministero. Né, in questa circostanza, il Nostro cordialissimo pensiero potrebbe non andare ai giovani che con la generosità del loro slancio apostolico si preparano a servire di tutto cuore, nel Sacerdozio, Cristo e i loro fratelli. Essi, infatti, sono la speranza della Chiesa per l’evangelizzazione del mondo di domani: sempre che si impegnino irrevocabilmente e senza riserve nella forma di vita che la Chiesa loro propone.
Bisognerà finalmente, Signor Cardinale, chiedere insistentemente alla moltitudine delle anime fedeli, che restano silenziose, ma non per questo soffrono meno in quest’ora di prova, generose preghiere. Che il Signore conceda a tutti, Pastori e fedeli, la fermezza della fede, la forza della speranza e l’ardore della carità: «la grazia sia con tutti quelli che amano Nostro Signore Gesù Cristo di un amore immutabile» (Eph. 6, 24).
Con questi sentimenti Noi le impartiamo, Signor Cardinale, la Nostra Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 2 febbraio 1970, nel giorno della Presentazione di Gesù al Tempio.

PAULUS PP. VI

                             

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