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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 1971

 

Diletti figli,
Fratelli in Cristo,
Amatissimi Missionari,

Con questo saluto il Papa si rivolge a voi, per riconoscere con trepidante rispetto la dignità apostolica che nostro Signore Gesù Cristo si è compiaciuto di conferire a ciascuno dei suoi seguaci, dal più grande al più piccolo.

Quando nella giornata missionaria mondiale vi giungerà questo messaggio, voi certo comprenderete che non viene solo dal Papa, come da una persona isolata che deve portare da solo tutto il peso della responsabilità missionaria che, al contrario, fin dall’inizio appare come «impegno che incombe alla Chiesa» (Ad gentes, 5). Infatti, il comando di Cristo «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marc. 16, 15) dato agli Apostoli, «fu ereditato dall’Ordine Episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro» (Ad gentes, 5).

Perciò in questa Giornata Missionaria Noi ci rivolgiamo a voi, non solo a nome Nostro, ma anche come portavoce dei Nostri fratelli nell’episcopato di tutto il mondo, con i quali abbiamo la gioia di essere uniti da strettissimi vincoli di carità e da una felice solidarietà collegiale.

I pastori del gregge di Cristo, servi di tutti i servi di Dio, desiderano che oggi voi condividiate con loro questo meraviglioso pensiero: che essi e voi siete membri di una Chiesa missionaria, una Chiesa che esiste per far conoscere a tutta l’umanità il Vangelo di salvezza.

Il Popolo di Dio è un popolo missionario.

Cristo avrebbe potuto chiedere al Padre suo, ed Egli gli avrebbe messo subito a disposizione «più di dodici legioni di angeli» (Matth. 26, 53) per annunciare al mondo la sua redenzione. Invece, Cristo ha conferito questo compito e questo privilegio a noi; a noi: «gli infimi di tutti i santi» (Eph. 3, 8), che siamo davvero indegni di essere chiamati apostoli (Cfr. 1 Cor. 15, 9). Di proposito, per annunciare la buona novella all’umanità, Egli non ha voluto servirsi di altra voce che della nostra. A noi, infatti, è stata data questa grazia «di evangelizzare ai pagani l’insondabile ricchezza del Cristo» (Eph. 3, 8).

A noi, poi, spetta di proclamare il Vangelo in questo straordinario periodo della storia umana, un tempo davvero senza precedenti, in cui, a vertici di progresso mai prima raggiunti, si associano abissi di perplessità e di disperazione anch’essi senza precedenti. Se mai ci fu un tempo in cui i cristiani, più che mai in passato, sono chiamati ad essere luce che illumina il mondo, città situata su un monte, sale che dà sapore alla vita degli uomini (Matth. 5, 13-14), questo, indubbiamente, è il nostro tempo. Noi, infatti, possediamo l’antidoto al pessimismo, agli oscuri presagi, allo scoraggiamento e alla paura, di cui soffre il nostro tempo.

Noi abbiamo la Buona Novella!

E ciascuno di noi, per il fatto stesso di essere cristiano, deve sentirsi spinto a diffondere questa Buona Novella fino ai confini del mondo. «Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo visto e udito» (Act. 4, 20).

Nessun cristiano - sia egli Papa, vescovo, sacerdote, religioso o laico - può rinunciare alla sua responsabilità nei riguardi di questo dovere essenziale di cristiano. Ricorderete certamente l’insistenza con cui il recente Concilio Ecumenico ha inculcato questo punto: «Ad ogni discepolo di Cristo (senza eccezione) incombe il dovere di spargere, per quanto gli è possibile, la fede» (Ad gentes, 23). «Tutti i figli della Chiesa devono avere la viva coscienza della loro responsabilità di fronte al mondo . devono spendere le loro forze nell’opera di evangelizzazione» (Ibid. 36).

DOVERE ESSENZIALE

Su questo punto bisogna avere idee molto chiare: Cristo diede ai suoi Apostoli un ordine così concreto ed esplicito da escludere qualsiasi possibilità di incertezza circa la sua volontà. Essi devono andare in tutto il mondo (senza escludere alcun luogo) e annunciare la Buona Novella a tutti gli uomini (senza eccezioni di razza o di tempo).

La Buona Novella è questa: Dio ci ama, Egli si è fatto uomo per poter condividere la nostra vita e perché noi potessimo partecipare alla sua. Egli cammina con noi - ogni passo della nostra strada - facendo proprie le nostre angustie, perché Egli si prende cura di noi (1 Petr. 5, 7). Perciò gli uomini non sono soli, perché Dio è presente in tutta la loro storia, quella dei popoli e quella dei singoli individui; ed Egli ci porterà - se glielo permettiamo - a una felicità eterna superiore ad ogni speranza umana.

Sentirete certo ripetere, da parte di persone bene intenzionate, questa obiezione: E gli affamati, i diseredati, le vittime dell’oppressione e dell’ingiustizia? Che senso ha - e anzitutto, è secondo carità? non è piuttosto un affronto? - parlare loro di belle cose future? Non sarebbe meglio che i Cristiani li aiutassero a raggiungere un livello di vita «umano» prima di ardire di parlare loro di una vita celeste che deve ancora venire?

Cristo però, che pure «fu consacrato per predicare la Buona Novella ai poveri . . . e mettere in libertà gli oppressi» (Luc. 4, 18) non vuole che noi escludiamo i poveri e gli abbandonati - anzi, per quanto è possibile, nessun uomo di qualsiasi razza, colore, tribù o condizione umana - dalla gioia di ascoltare la Buona Novella del Vangelo.

Fedeli al suo spirito, i nostri missionari non hanno mai pensato di separare l’amore di Dio dall’amore degli uomini, tanto meno di opporre l’uno all’altro. Mentre costruiscono il Regno di Dio essi, invariabilmente, lavorano al tempo stesso per migliorare le condizioni degli uomini sulla terra. Anzi, si deve affermare con fermezza che il soave messaggio del Vangelo, nella esperienza della Chiesa, non è mai stato sentito dai poveri e dagli oppressi come un insulto.

L'EVANGELIZZAZIONE, FERMENTO PER LO SVILUPPO

Senza pretendere di intervenire «proponendo modelli prefabbricati» di civiltà (Octogesima adveniens, 42), gli araldi della Buona Novella portano a ogni popolo (con la fedeltà dovuta al patrimonio dell’insegnamento di Cristo e il debito rispetto per le varie culture) quella che essi credono essere «l’unica, la vera, la più alta interpretazione della vita umana nel tempo, e oltre il tempo: l’interpretazione Cristiana» (Indirizzo al Parlamento dell’Uganda, 1 ag. 1969, AAS 61, p. 582). Essi infatti credono che «Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla suprema sua vocazione» (Gaudium et Spes, 10). Così l’Evangelizzazione, rispondendo alle più nobili aspirazioni dell’uomo, diventa anche un fermento per lo sviluppo.

Ecco come vediamo la perenne necessità di predicare il Vangelo, al fine di offrire agli uomini le ragioni supreme per impegnarsi a progredire sempre di più: «il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio, la loro sorgente e fine . . . la fede, dono di Dio accettato dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nell’amore di Cristo che chiama tutti noi a partecipare, come figli, alla vita del Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini» (Populorum progressio, 31).

IL MONDO HA BISOGNO DEI VALORI SPIRITUALI

Forse mai come oggi il mondo ha avuto così grande bisogno dei valori spirituali e, ne siamo convinti, mai è stato così ben disposto ad accoglierne l’annuncio. Anche le nazioni più prospere del mondo, infatti, stanno scoprendo da sé che la felicità non consiste nel possedere molti beni; stanno imparando da una amara «esperienza del vuoto» quanto siano vere le parole del Signore: «Non di pane soltanto vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matth. 4, 4).

Dobbiamo dire agli uomini, e continuare a ripeterlo, che «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» si trovano in Cristo, nostro Signore e Maestro (Gaudium et Spes, 10). Dobbiamo dir loro che questo è vero non solo per i credenti, ma si applica a tutti gli uomini, per i quali Cristo è morto e la cui vocazione ultima è di corrispondere al piano di Cristo di «riunire in sé tutte le cose, quelle che sono in cielo e quelle che sono sulla terra» (Eph. 1, 10).

Dobbiamo invitare tutti gli uomini ad unirsi al Popolo di Dio, la sua Chiesa, quella società della speranza in continua crescita, capace di guardare con fiducia al futuro senza chiudere gli occhi al presente. Anzi, essa trova che il presente ha un senso, una validità e un valore appunto perché ha relazione a quel futuro, e può perciò impegnarsi nel presente con sempre maggiore energia e convinzione.

No, «non ci vergogniamo del Vangelo» (Rom. 1, 16). E il Papa e i vostri Vescovi non si vergognano di mendicare gli aiuti con cui diffondere il Vangelo. Non dovete quindi meravigliarvi né scandalizzarvi se in questa Giornata Missionaria Mondiale li vedrete con la mano tesa a chiedere la vostra elemosina per amor di Dio e del prossimo.

Cristo stesso non ha forse spesso chiesto a quanti l’avvicinavano i mezzi con cui fare del bene? Non ha forse sfamato la moltitudine con pochi pani datigli da un ragazzo nella folla? Non ha chiesto in prestito la barca dei pescatori per poter proclamare al popolo la parola di vita? Non accettò forse volentieri l’aiuto offerto a lui e ai discepoli dalle donne che li provvedevano con le loro risorse? Non prese a prestito l’asino su cui cavalcare per recarsi sul posto della sua passione? E non volle dipendere da un ricco per avere una tomba dalla quale risorgere?

Vorremmo confidare a voi, a tutti i fedeli - nostri collaboratori nel divino mandato assegnatoci di annunciare la Buona Novella - una cosa che ci è motivo di rossore e di confusione. Ci sentiamo nella impossibilità di provvedere adeguatamente ai bisogni dei missionari della Chiesa, e a dare sufficiente aiuto alle molte opere buone di religione e di carità che essi continuamente intraprendono.

Questi missionari si sono consacrati al Vangelo «per tutta la vita». Essi vanno alle genti in vece nostra. Essi, per conto di noi, adempiono al comando del Maestro di «predicare il Vangelo a ogni creatura» (Matth. 16, 15). Nulla, di quanto fosse in nostro potere offrire, potrebbe ripagare l’obbligo che abbiamo verso questi uomini e queste donne; ma almeno dovremmo provvedere al loro pane quotidiano e alle necessità richieste dalle loro opere.

Per molti di noi che non possiamo portare di persona la Buona Novella ai popoli della terra, questo è spesso l’unico modo che abbiamo a disposizione per adempiere l’obbligo missionario che incombe su tutti i Cristiani. Le nostre continue preghiere fanno discendere la grazia di Dio sulle imprese dei nostri missionari; i sacrifici che liberamente ci imponiamo e le sofferenze che accettiamo con gioia aprono loro molte porte.

LE NECESSITÀ DEI MISSIONARI

A questi sussidi spirituali dobbiamo aggiungere elemosine generose, perché nelle attuali condizioni della nostra esistenza terrena l’assistenza materiale è pure necessaria.

Da oltre un secolo e mezzo, l’organizzazione di questo aiuto da parte dei fedeli è stata affidata a un organismo di carità noto come le Pontificie Opere Missionarie (talora chiamato anche l’aiuto del Papa per le Missioni). Attraverso queste Opere Pontificie in ciascun paese, sotto la direzione di zelanti Direttori Nazionali presentati dai Vescovi, si raccolgono ogni anno le offerte del Popolo di Dio, soprattutto nelle collette parrocchiali della Giornata Missionaria.

Queste offerte vengono raccolte in un unico fondo e poi distribuite alle missioni. Così il vostro spontaneo e generoso contributo, offerto in risposta all’appello del Papa, viene subito messo in opera, provvedendo alle necessità giornaliere dei nostri missionari, per la costruzione di chiese, scuole, ospedali, seminari e noviziati; dar da mangiare agli affamati, sollevare le sofferenze e portare aiuti nei casi di emergenza.

Purtroppo bisogna ammettere che le Pontificie Opere ora non possono venire incontro che a una piccola parte delle numerose richeste di aiuti ma ciò non è dovuto al fatto che il vostro dono sia stato meno generoso, ma piuttosto alla rapidità con cui l’opera evangelica ha progredito e all’enorme espansione delle opere di sviluppo sociale intraprese dai missionari.

Tuttavia, Noi ci sentiamo in obbligo di spingere tutti e ciascuno dei fedeli cattolici a fare sacrifici ancor maggiori per la Fede; e non solo quelli che si trovano in condizioni di prosperità, ma anche coloro che, come la vedova tanto lodata da Cristo, devono dare «dalla loro indigenza» (Marc. 12, 44). Ciò facendo, assomiglieremo più da vicino alla comunità dei primi Cristiani, di cui si dice: «nessuno di loro riteneva come esclusiva qualunque cosa che possedesse» (Act. 3, 32).

COMUNITÀ DI SPERANZA, DI FEDE, DI CARITÀ

Come la comunità dei convertiti era un Cuor solo e un’anima sola, in quella primavera del cristianesimo, così devono essere oggi le comunità dei credenti; non solo comunità di speranza, ma anche di fede e di carità. E soprattutto dobbiamo sentirci una cosa sola con i nostri missionari, questi apostoli dei nostri giorni, che a nome nostro si recano ai confini della terra per mettere in luce di fronte a tutti quale sia il piano provvidenziale del mistero nascosto nei secoli in Dio (Eph. 3, 9) e per «svelare la sovrabbondante ricchezza della sua grazia, per la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Eph. 37).

Dobbiamo essere loro vicini e solidali nell’urgenza dell’apostolato cristiano, affinché possano «con grande fortezza testimoniare la risurrezione del Signore Gesù» (Act. 3, 33). Così anche noi realizzeremo, senza mai venir meno, ciò che ogni cuore cristiano deve sempre desiderare ardentemente di fare per i suoi fratelli: «conoscere la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» per essere «riempiti della pienezza stessa di Dio» (Eph. 3, 19).

Mentre esprimiamo a voi tutti questi Nostri pensieri, cari figli e figlie, invochiamo su di voi la grazia e la virtù del Signore, perché possiate rimanere fedeli alla vostra vocazione nella sua Chiesa missionaria. E a voi, Nostri amatissimi missionari sparsi in tutto il mondo, Noi inviamo uno speciale e affettuoso saluto in Gesù Cristo, che voi servite con amore, sacrificio e gioia. A tutti voi, che con Lui collaborate nella costruzione del suo Regno - «Regno di verità e di vita; di santità e di grazia; di giustizia, amore e pace» (Prefazio della Festa di Cristo Re) - di tutto cuore impartiamo, in questa Giornata Missionaria Mondiale, la Nostra Apostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 25 giugno 1971.

PAULUS PP. VI

 

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