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DISCORSO DI PAOLO VI
AI DIPENDENTI DELL’AMMINISTRAZIONE CAPITOLINA

Sabato, 20 dicembre 1975

 

Signor Sindaco e carissimi Dipendenti tutti del Comune di Roma!

Ci sembra superfluo esprimervi la nostra viva soddisfazione per questa visita d’omaggio che significativamente si iscrive nella celebrazione giubilare, alla quale avete or ora partecipato con l’assistenza al rito eucaristico. Dal colle storico del Campidoglio – è questo il centro ideale, cui come amministratori e funzionari fate capo, anche se la vostra attività si svolge in uffici dislocati in punti diversi della città - voi siete venuti presso il Sepolcro glorioso di Pietro, che con San Paolo divide l’onore di essere stato il con fondatore della nuova Roma: diciamo la Roma degli Apostoli e, quindi, di Cristo (Cfr. S. LEONIS MAGNI Om. LXXXII, 1). Vogliamo, perciò, congratularci con voi dell’itinerario spirituale che avete insieme percorso, quasi ad attestare la continuità e la coerenza della fede che, come fedeli e cittadini responsabili delle sorti di Roma, vi ha mosso e vi ha associato agli altri figli della Chiesa durante il tempo del Giubileo.

L’Anno Santo - voi ben lo sapete - ha conosciuto non piccole difficoltà, per la mole dei problemi organizzativi connessi con questo evento. E non ignorate nemmeno che, purtroppo, non ci sono sempre stati, in ogni settore, quella collaborazione e quell’impegno che era lecito attendersi da tutti per un avvenimento di tale natura e di tali dimensioni. Ciò nonostante, come ognuno di voi avrà potuto constatare, i pellegrini sono venuti in moltitudini, hanno compiuto con esemplare devozione ed ordine perfetto gli atti penitenziali del Giubileo, spingendo altri a prendere il cammino di Roma.

All’espressione della nostra gratitudine a Dio per averci così consentito, a tutti, di ammirare, durante un anno, la straordinaria ricchezza di doni che egli ha riversato nella sua Chiesa, in Roma e nelle Chiese particolari sparse attraverso il mondo, ci piace far seguire una distinta parola, che è a noi suggerita dalla vostra stessa qualifica di servitori del Comune di Roma.

Ché se naturale e, diremmo, scontata è la distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, non per questo ci sembra opportuna un’artificiosa e divaricante contrapposizione tra le rispettive coscienze. Esiste un legittimo dualismo tra coscienza civica e coscienza cattolica, ma come si può non riconoscere che risulta positiva l’articolata ed armonica composizione che si stabilisce tra di esse, nell’ovvio rispetto delle peculiari loro attribuzioni?

Coscienza civica vuol dire consapevole sensibilità alle esigenze, alle attese, alle necessità della comunità; vuol dire volontà di servizio e generosa disponibilità per il bene degli amministrati; vuol dire gestione scrupolosa e disinteressata della «res publica». E questo precisamente è il vostro compito, per assolvere il quale anche la Roma antica - la Roma di un Appio Claudio o dei Fabrizi - vi propone non pochi né oscuri esempi di riconosciuta probità e validità. Grande davvero è il merito di chi si studia, nella concretezza delle mansioni che gli sono affidate, di servir bene, con dedizione, con passione, con competenza una Città che ha il nome fatidico e la missione socioculturale di Roma!

C’è, poi, la coscienza cattolica, la quale - come noi pensiamo - non deve essere né in opposizione né in concorrenza con l’altra. Ai nostri giorni si sente dire, talvolta, che uno non può servire la città se non è «laico»: è, questa, un’obiezione ricorrente che, forse, muove anche da qualche sottinteso polemico e critico. Eppure, al riguardo è formale e chiarissimo l’insegnamento della Chiesa, come autorevolmente ha ribadito il Concilio Vaticano II: tutti i cristiani, essendo cittadini dell’una e dell’altra città, sono tenuti in coscienza a dare il proprio contributo alla promozione delle realtà terrene e, se per di più sono investiti di particolari funzioni nella vita pubblica, devono portare il loro «potenziale» religioso e morale a servizio della costruzione della città (Cfr. Gaudium et Spes, 43; cfr. etiam 40, 42, 72, 76).

Riprendendo, dunque, il filo del discorso, diremo che tra quei due termini c’è, piuttosto, complementarità, in quanto è possibile ed anzi auspicabile un reciproco scambio d’integrazione tra loro. Chi è Romano può - più e meglio degli altri - esser Cattolico e, se a lui è affidato un determinato incarico di ordine civile, dimostrerà nel suo lavoro una più illuminata e rettamente orientata coscienza, derivante dalla somma dei valori molteplici che sono intrinseci alla sua fede e da questa obiettivamente indivisibili. Viceversa, chi è Cattolico può senz’altro e deve essere Romano e, qualora abbia quelle responsabilità proprio nell’ambito dell’Urbe, saprà agire secondo quella tipica visione superiore dei problemi, con quell’apertura mentale, con quel senso universalistico, che corrispondono alla vocazione cattolica ed unificatrice di Roma.

Figli carissimi, sul punto di prender congedo da voi, noi sentiamo il bisogno ed il piacere di porgervi il saluto di Pace, nel clima di questa fervida vigilia natalizia. Quando nacque Cristo, il mondo era in pace ed eran chiuse le porte del tempio di Giano: toto orbe in pace composito, ci ripete con suggestiva espressione il testo liturgico, allorché definisce il momento arcano della Natività del Signore.

La pace, sospiro dell’anima e legittima aspirazione dei popoli, è l’augurio che a voi per primi rivolgiamo con paterna predilezione, a conforto del vostro nobile impegno civile ed a conferma della Benedizione Apostolica, che diamo a voi, ai vostri collaboratori ed ai vostri familiari.

                                                     

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