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DISCORSO DI PAOLO VI
AL SACRO COLLEGIO E ALLA PRELATURA ROMANA

Lunedì, 22 dicembre 1975

 

Vi siamo grati, venerabili Fratelli del Sacro Collegio, della bontà che ci dimostrate, con la consueta delicatezza, in questa occasione della presentazione degli auguri natalizi, unitamente alla Prelatura e alla Curia Romana; bontà che sì bene traspare dalle nobili parole del venerato Cardinale Decano. I nostri cuori vibrano insieme nell’attesa, sempre dolcissima e pacificante, del Santo Natale; e in questa luce gli auguri acquistano tutto il loro reale valore, quello di un trasporto delle nostre anime verso il Cristo che viene. La Liturgia dell’Avvento sta dando gli ultimi tocchi a questa preparazione; e tale inconfondibile atmosfera rende più intenso e significativo l’odierno incontro. Grazie, dunque, per questo atto che ci allieta e ci conforta.

Ma non possiamo dimenticare che si chiude l’evento stupendo, catalizzatore della nostra spirituale attenzione, che resterà certo capitale nella storia religiosa del nostro secolo: l’Anno davvero Santo, perché tale è stato e tale resterà impresso nella memoria di tutti. Non possiamo dimenticare la vostra presenza e assistenza nelle tappe fondamentali della sua celebrazione: e perciò anche vi ringraziamo per la collaborazione che ci avete prestata a vario titolo per la felice riuscita di un avvenimento tanto impegnativo. Sappiamo dell’accresciuta mole di lavoro che esso ha portato, nei vari settori in cui si dispiega l’attività della Curia Romana e della vita pastorale di Roma, particolarmente per alcuni uffici; ma per tutti e per ciascuno valga il pensiero riconoscente e l’elogio sincero.

In questo momento così importante noi sentiamo il bisogno di sostare un istante per riflettere sul disegno di salvezza che Dio porta avanti in Cristo, nel tempo in cui viviamo, per mezzo della sua Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; e, sul crepuscolo ormai dell’anno che muore, non possiamo sottrarci al desiderio di compiere come due bilanci, almeno sommari, su quella ch’è stata la vita della Chiesa durante lo straordinario periodo che abbiamo avuto la grazia di vivere insieme: il primo, considerando la Chiesa nel rapporto con i vari Stati, il secondo riflettendo sulla vita della Chiesa in e stessa. Sono i due poli sui quali vogliamo attirare la vostra attenzione.

I. La vita della Chiesa nel rapporto con gli Stati

Abbiamo or ora ricordato l’evento, grande e benedetto, dell’Anno Santo.

Eppure, questo stesso avvenimento tanto consolante per lo spirito religioso non è rimasto senza amarezze per noi: perché non tutti coloro che lo desideravano, da un capo all’altro della terra, hanno potuto parteciparvi di persona. E ciò non sempre, né solo per impedimento proveniente da salute, da lontananza, da povertà o da difficoltà derivanti dalla crisi economica, da impegni di lavoro o di famiglia, ma per l’ostilità - assoluta, talvolta; meno diretta, ma non meno efficace, tal’altra - dell’ambiente. Siamo certi che a questi nostri figli sono andate in misura non meno abbondante che agli altri, quale frutto dell’Anno Santo, le benedizioni e le grazie che il loro sacrificio ha meritato e che le preghiere dell’intera Chiesa, memore con noi dei fratelli che soffrono pressioni o limitazione nei loro diritti, hanno invocato e continuano ad invocare per essi.

Anche in questo momento essi ci sono vividamente, dolorosamente presenti. E solo chi non sa con quale cuore noi partecipiamo alle loro prove, con quale animo ammiriamo la loro fedeltà, con quale spirito ci adoperiamo per andar loro in aiuto (anche, in taluni casi, insistendo quasi «contra spem» nei nostri sforzi, ma sempre fidando nell’aiuto divino): solo chi questo ignora o vuol ignorare può attribuire il silenzio riguardoso e prudente, che ben spesso ci imponiamo per motivi non difficilmente intuibili, a dimenticanza o, peggio, a noncuranza ed indifferenza.

IL DIALOGO CON GLI STATI

Le sorti della Chiesa, della religione, della legittima libertà di credenti, anche non cattolici o non cristiani, rimangono invece la preoccupazione, lo scopo precipuo anche dei contatti che questa Sede Apostolica, e noi personalmente, intratteniamo e continuiamo anzi a moltiplicare con i responsabili della vita pubblica nelle singole Nazioni.

Vorremmo limitarci a ricordare - come particolarmente significativi - gli incontri da noi avuti nel corso di quest’anno, con i Sovrani del Belgio, del Liechtenstein, del Lussemburgo; con i Presidenti della Bulgaria, della Francia, del nuovo Stato della Guinea- Bissau, dell’Italia, di Malta, del Portogallo, degli Stati Uniti d’America, dell’Uganda; i Primi Ministri del Belgio, del Canadà, della Grecia, della Libia, del Lussemburgo, dell’Irlanda, dell’Ungheria; con il Segretario Generale dell’ONU e con i Ministri degli Affari Esteri di vari Paesi.

Non citiamo questi incontri, né gli altri che non menzioniamo singolarmente, se non per sottolineare quanto aperta continui a dimostrarsi la Santa Sede al dialogo con rappresentanti venuti da ogni parte del mondo e di ogni tendenza politica e ideologica: decisa sempre - come è suo ineludibile dovere - a mantenere chiara l’affermazione dei principii che essa per divina missione è tenuta ad annunciare, nel campo delle verità religiose e morali; ma insieme sollecita, non solo degli interessi cattolici, dappertutto e in qualsivoglia situazione, ma anche delle cause - comuni a tutti – della pace, della giustizia, della cooperazione internazionale, del progresso morale, culturale, sociale ed economico dei popoli.

Se in taluni casi i risultati del dialogo appariscono scarsi, insufficienti o tardi a venire, e se altri può vedere in ciò un motivo bastevole per interromperlo, noi riteniamo, invece, nostro grave dovere procedere con illuminata costanza su una via che ci sembra, in primo luogo, squisitamente evangelica: di longanimità, di comprensione, di carità. Non senza nascondere, certo, l’amarezza e la preoccupazione che ci causa il protrarsi, o l’aggravarsi, di non poche situazioni contrarie ai diritti della Chiesa o della persona umana; ed ammonendo a non fraintendere questo responsabile nostro atteggiamento, quasi si trattasse di acquiescenza o di rassegnata accettazione di simili situazioni.

La stessa partecipazione della Santa Sede al vertice di Helsinki dove, a nome degli Stati Europei, degli Stati Uniti e del Canada, sono state solennemente sottoscritte impegnative risoluzioni relative alla sicurezza e alla cooperazione in Europa, ha avuto questo movente e queste preoccupazioni: non soltanto di dare il nostro appoggio morale a risoluzioni di tale portata e di tale importanza, ma di avere nella Conferenza chi potesse rendersi più diretto ed efficace interprete e portavoce della esigenza del rispetto della coscienza religiosa - nel quadro della riaffermazione dei diritti fondamentali della persona umana - per assicurare all’Europa (ma il discorso vale ben oltre l’Europa) una vera, giusta e perciò più stabile pace, ed equilibrate prospettive di una mutua cooperazione, di tutti rispettosa e a tutti proficua.

La Santa Sede, in unione con quanti dalle conclusioni di Helsinki legittimamente si attendono un sostanziale, progressivo miglioramento nelle condizioni interne di vita dei popoli europei e nelle loro relazioni, si propone di agire perché tante solenni e positive risoluzioni non cadano nella dimenticanza o nella inosservanza. Essa vuole sperare che la lettera e lo spirito di Helsinki - come è venuto in uso di dire - aiutino a concordare, nell’interesse dei fedeli, accettabili soluzioni anche là dove alcune situazioni di più sentito disagio da tempo le attendono. Vogliamo limitarci a ricordare, pur senza restringere ad esse il nostro pensiero, la Cecoslovacchia, la Romania e certe regioni dell’Unione Sovietica.

LA SANTA SEDE E I PROBLEMI DEL MONDO

La preminente attenzione che doverosamente consacriamo al servizio della Chiesa e agli interessi religiosi dei popoli non ci impedisce di dedicarne una non meno cordiale alle sorti e ai problemi temporali delle Nazioni nei vari Continenti, a compimento di quel dovere d’amore verso l’uomo - nella sua dimensione totale – che è parte del nostro ministero apostolico. Quanto spesso, di fronte alle piccole e alle grandi tragedie che continuamente colpiscono parti più o meno estese della famiglia umana - guerre, fame, calamità naturali -, risuona nel Nostro cuore, e si fa nostra, la voce del Divino Maestro: «Misereor super turbas»! Così come nostre facciamo le gioie, le speranze, gli sforzi volonterosi di progresso di tutti i popoli e dell’intera umanità.

L’anno che termina ha visto, fra l’altro, la comunità degli Stati impegnata, nella VII Assemblea Straordinaria delle Nazioni Unite «sullo sviluppo e la cooperazione internazionale» del settembre scorso, ad approfondire più positivamente i temi proposti dalla Dichiarazione e dal Piano d’azione per l’instaurazione del nuovo ordine economico internazionale, adottati già, l’anno passato, nella VI Sessione Straordinaria dell’ONU.

Ci rallegriamo perché, nonostante le difficoltà oggettive dell’impresa e le resistenze frapposte da uno spirito di - ben spesso malinteso - interesse particolare, l’umanità sembra voler progredire nel campo della cooperazione economica, oltre la semplice riaffermazione di principii o il confronto ideologico, sulla via di soluzioni concrete, mediante veri e propri negoziati multilaterali.

In tale prospettiva abbiamo attentamente seguito i lavori della recente Conferenza Nord-Sud di Parigi, la quale dovrebbe segnare una nuova tappa - ancorché di portata meno universale - nel dialogo fra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, fondata sull’interdipendenza, la corresponsabilità nella gestione dell’economia mondiale e la concertazione.

Non possiamo non sottolineare i presupposti e le implicazioni di carattere morale che, non meno di quelle di ordine tecnico, politico ed economico, comandano e debbono guidare simili sforzi e tentativi.

Voglia Iddio che i popoli si mettano sempre più generosamente e saggiamente su questa strada, abbandonando invece quella – pericolosa e moralmente deprecabile - della produzione e del commercio (anche sotto forma di «doni», ma quanto onerosi!) delle armi distruttrici! E voglia altresì che i negoziati per il disarmo, sia generale sia qualificato, come quelli del SALT (Strategic Arms Limitation Talks), non si arrestino o non continuino a segnare troppo il passo per gli ostacoli che incontrano sul loro cammino: ostacoli gravi, senza dubbio, ma che la buona volontà, la tenacia e la sapienza politica degli uomini di Stato responsabili debbono pur trovare il modo di superare.

Se dal grande scenario della comunità internazionale nel suo complesso passiamo ai vari punti del mondo che sono stati, nel corso di quest’anno, teatro di avvenimenti degni di rilievo, non possiamo non ricordarne tre, in particolare: l’indipendenza raggiunta dai territori portoghesi d’Africa, la fine della guerra nel Vietnam, il persistere del conflitto nel Medio Oriente.

VOTI PER L'AFRICA

Ai popoli d’Africa, assurti a dignità di Nazioni sovrane e accolti con soddisfazione fra i membri della Comunità degli Stati, noi abbiamo fatto pervenire l’espressione della nostra partecipazione ai loro sentimenti ed il nostro augurio sincero. Nelle Capitali del Mozambico e dell’Angola risiede già da qualche tempo un rappresentante della Santa Sede, in qualità di Delegato Apostolico. Espressioni di cordiale deferenza ci è stato dato, recentemente, di ricevere e di ricambiare con il Signor Presidente della Repubblica di Capo Verde, e col Signor Presidente della Guinea-Bissau, in occasione della sua visita già menzionata.

Ci è motivo di conforto vedere come il grande e caro Continente africano, dove pure permangono ancora difficili problemi di rapporti razziali, ed altri problemi numerosi, e non meno irti di difficoltà, nascono dalla necessità stessa di uno sviluppo che il ritardo passato obbliga ad accelerare, si avvii risolutamente, ciononpertanto, sulla strada di una completa indipendenza.

Facciamo voti affinché questo processo abbia a continuare sollecito e indisturbato: non turbato, in particolare, da interferenze estranee, che potrebbero cercar di sostituire, al vecchio colonialismo, nuove forme di dominio a scopo di potenza o di influsso ideologico; e non turbato da interne divisioni, atte a paralizzare e a distruggere preziose energie, delle quali i popoli africani urgentemente abbisognano per poter costruire, nella partecipazione paritaria di tutte le componenti etniche e culturali, il loro avvenire.

Il nostro augurio va, segnatamente, alle grandi e promettenti terre dell’Angola, dove la Chiesa Cattolica occupa sì largo spazio, perché oneste e leali intese possano instaurare, al posto di un conflitto minaccioso, quella pace giusta ed operosa che è nelle attese di quelle buone popolazioni.

La conclusione delle ostilità nel Vietnam, dopo trent’anni di guerra e di lotte, apre per l’Indocina e per l’intero Sud-Est asiatico un nuovo capitolo, non privo di incognite.

Per parte nostra, non possiamo se non auspicare che la situazione venutasi a creare, e quella che seguirà alla prevista riunificazione di un Paese verso il quale non abbiamo mai nascosto il nostro appassionato, paterno interesse, si sviluppi in un ordine fruttuoso e attento alle legittime aspirazioni di quel popolo, in una ricerca di intese e di concordia che permetta di risanare, nel rispetto dei diritti di tutti, le profonde lacerazioni del lungo conflitto.

La Santa Sede ha cercato di porsi e di restare in contatto con le Autorità del Vietnam. Essa vuole sperare di poter in tal modo agire per il mutuo vantaggio, dello Stato e della Chiesa, in spirito di amichevole partecipazione all’opera di ricostruzione del Paese e con l’auspicio che a quella Comunità cattolica, una fra le più fiorenti del grande mondo asiatico, culla di antiche e nobilissime civiltà, sia dato sufficiente spazio di vita e di attività, nel campo religioso che è proprio della Chiesa, ma non senza benefico influsso per il tranquillo ed ordinato sviluppo dell’intera collettività nazionale. Ai nostri figli nel Vietnam, ai loro carissimi Pastori ed a quanti con essi collaborano nei campi dell’apostolato, il nostro saluto, memore e benedicente.

Che dire, poi, del sempre grave e irrisolto problema del Medio-Oriente? Dovremo forse ripetere quanto, e per quali fortissimi e singolarissimi motivi, esso ci sta a cuore e ci preoccupa? O dovremo nuovamente ricordare le linee fondamentali che, ad avviso della Santa Sede, dovrebbero presiedere e render possibile la sua equa e stabile soluzione?

Vorremmo almeno, nella luce delle imminenti celebrazioni natalizie, invitare ancora una volta l’intero mondo cristiano ad elevare il pensiero alla Terra di Gesù: ai luoghi che di Lui videro la nascita, la vita nascosta di operaio e quella laboriosa e luminosa di Maestro, la morte e la vittoria su di essa: alla Città che continua ad essere centro spirituale di amore e di devozione per i discepoli del Cristo, come per i figli del Popolo Ebraico e per i seguaci dell’Islam; e tutti chiamare a ripetere l’antica orante acclamazione: Fiat pax in virtute tua!

Questa pace, alla quale sembra talvolta che ci si stia faticosamente, lentamente avvicinando, e che è continuamente risospinta lontano, questa pace deve far oggetto dei voti, non solo, ma degli sforzi operosi ed instancabili di tutte le parti interessate. Evitando sterili e pericolose posizioni estreme, e facendo tacere, in particolare, la voce del terrorismo e delle contrapposte indiscriminate rappresaglie, esse debbono cercare di portare avanti il dialogo, nei modi e nelle sedi appropriate.

Benché convinti, anche noi, della necessità di una giusta e saggiamente equilibrata soluzione globale, anzi proprio perché ne siamo persuasi, ci permettiamo di esortare i responsabili delle varie parti a non trascurare le possibilità concrete, ancorché modeste, che si offrono di avviare il negoziato e di stabilire l’atmosfera favorevole ed i presupposti indispensabili a progredire verso la conclusione auspicata.

E benché consapevoli delle tragedie non lontane che hanno spinto il Popolo Ebraico a ricercare un sicuro e protetto presidio in un proprio Stato sovrano ed indipendente, anzi proprio perché di ciò siamo consapevoli, vorremmo invitare i figli di questo Popolo a riconoscere i diritti e le legittime aspirazioni di un altro Popolo, che ha anch’esso lungamente sofferto, la gente palestinese.

SOLLECITUDINE PER IL LIBANO

Nel parlare del Medio Oriente non potremmo certo non ricordare, con una emozione grave di preoccupazioni ma che non vorrebbe restar chiusa alla speranza, quella che ben a ragione è stata definita la tragedia del Libano. La nostra particolare sollecitudine è apparsa chiara, al popolo libanese ed al mondo, nella missione da noi affidata ad un nostro inviato speciale, il Signor Cardinale Paolo Bertoli, al quale desideriamo esprimere nuovamente, in questa circostanza, la gratitudine dovuta allo zelo, alla competenza, allo spirito di sacrificio con cui ha saputo compiere il delicato incarico.

Purtroppo la situazione, pur fra rinnovati tentativi di tregua, continua ad essere pericolosamente insicura e minacciosa.

Chi ha potuto conoscere ed ammirare da vicino l’esempio di pacifica convivenza dato per tanto tempo dalla popolazione, cristiana e musulmana, del Libano è portato quasi naturalmente a ritenere che le esplosioni di violente ostilità delle quali esso è diventato teatro non possono avere adeguata spiegazione senza forze estranee al Libano stesso e ai suoi veri interessi.

Il nostro auspicio, il nostro monito che a tutti va, non può essere pertanto che questo: non si voglia, non si permetta che sia distrutta, per oscuri motivi, una tradizione di tollerante coesistenza e di buona collaborazione, che deve anzi restare esemplare anche per altre e più estese forme di civile e religiosa convivenza nel Medio Oriente, se si vuole - come si deve - che una vera, che una sicura e stabile pace vi regni e restituisca a quelle terre una tranquillità che è negli interessi anche dei popoli vicini.

E per il Libano, in quest’ora tormentosa, invitiamo i cristiani, in particolare, a pregare perché Dio conceda alle sue popolazioni tutte di saper ritrovare in spirito di fraternità, la via della concordia e della riconciliazione nazionale.

PROBLEMI D'EUROPA

Non è nostro intento di riferirci a tutte le altre situazioni (come a quella tanto dolorosa della carissima Irlanda), che al presente offrono problemi nel mondo. Ma come potremmo non fare almeno menzione di Paesi, quali il Portogallo e la Spagna, entrambi importanti per l’Europa e a noi dilettissimi, che stanno vivendo un momento di singolare importanza nella loro rispettiva e ben diversa vicenda plurisecolare? Ad essi, ai loro popoli, ai responsabili delle loro sorti, va il nostro augurio e l’auspicio che sappiano rispondere come è necessario alle loro responsabilità.

Ed un pensiero anche all’Italia, così vicina alla Sede Apostolica e al nostro cuore: non fosse che per augurare al suo Popolo che, nel responsabile autonomo esercizio dei suoi diritti democratici, sappia conservare integra la fedeltà ai valori civili e cristiani delle sue antiche tradizioni, per realizzare, nella giustizia, nell’ordine e nel rispetto di quei valori morali che sono insieme dovere e tutela della dignità e dei veri interessi dell’uomo e della Nazione, i progressi e l’operosa tranquillità a cui, in tutti i campi, legittimamente aspira. Su questa via esso troverà sempre nella Chiesa, non ostacolo, ma aiuto.

È stata spesso sollevata, anche in questi ultimi tempi, la questione del rapporto giuridico fra lo Stato e la Chiesa in Italia, retto, com’è dal Concordato del 1929. Vorremmo nuovamente assicurare che, mentre stimiamo assai utile, ancor oggi, alla pace religiosa del Popolo italiano il mantenimento di una solida base bilaterale di distinzione dei rispettivi campi di azione e di riconoscimento dei diritti e doveri reciproci, la Santa Sede rimane disposta a rivederne ed a modificarne, di comune accordo con il Governo, e sempre nell’auspicato rispetto alle legittime ed essenziali esigenze delle Parti, quei punti che non appariscano più rispondenti alle nuove situazioni.

II. La vita della Chiesa in se stessa

Rivolgendo ora lo sguardo sulla vita della Chiesa in se stessa, dobbiamo riconoscere che molti sono gli elementi che infondono speranza al nostro sguardo che scruta l’orizzonte della Chiesa e del mondo, e ne coglie i segni, nonostante tutto, in spem contra spem (Cfr. Rom. 4, 18), di una vigorosa vitalità religiosa. Sì, venerabili Fratelli e diletti figli, contro smentite che qua e là possono venire da punti particolari, noi abbiamo fiducia. La Chiesa è viva! Lo sappiamo, sì, dai principii fondamentali della nostra fede, che ci attestano il Cristo presente in mezzo ad essa e con essa fino alla fine del tempo (Cfr. Matth. 28, 20; 8, 26 par.; 14, 27 par.), e che ci parlano dello Spirito Santo, che la anima e la sostiene nel suo cammino, specie quando questo è più un cammino della Croce che una corsa trionfale (Cfr. Luc. 12, 12; Io. 16, 13; Act. 9, 31; 1 Cor. 12, 11; 2 Cor. 1, 22; Eph. 4, 4; etc.). Ma se fosse necessaria una conferma di queste realtà profonde, tratta dalla esperienza quotidiana, ecco allora soccorrerci quella che abbiamo testé vissuta e di cui siamo stati i testimoni ammirati e commossi talora fino alle lacrime: la Chiesa è più che mai viva perché l’abbiam vista così! In questo Anno Santo una corrente di rinnovamento, di santità, di grazia l’ha pervasa in tutte le sue componenti, segno eloquente della serietà con cui è stato accolto il nostro invito al rinnovamento e alla riconciliazione, e consolantissimo auspicio del nuovo slancio che, con l’aiuto di Dio, seguirà per gli anni futuri di questo scorcio del secondo millennio dopo Cristo.

SVOLGIMENTO E CARATTERISTICHE DELL'ANNO SANTO

Il Giubileo è stato infatti, sotto questo aspetto, molto significativo, caratterizzato da una inconfondibile fisionomia, che lo ha profondamente qualificato: esso è stato anzitutto un evento religioso, un mettersi in cerca di Dio e della sua grazia nel contatto della preghiera, dell’unione con Dio, della penitenza, della vita eucaristica. Le folle venute a milioni da tutti i Continenti hanno principalmente pregato; comprendendo subito, con l’intuizione propria del Popolo di Dio, il carattere volutamente spoglio del richiamo di ogni esteriorità che abbiamo voluto dare alle cerimonie del Giubileo, i pellegrini sono andati all’essenziale. Come dicevamo nell’udienza al Sacro Collegio, lo scorso giugno, noi «pensiamo che questo ricuperato senso del pregare sia una ricchezza grande e valida del Giubileo: e godiamo nel vedere che così giungono a compimento le premesse, che il Sacro Concilio aveva poste con tanta speranza, iniziando davvero una nuova era nella vita della Chiesa del nostro tempo» (23 giugno 1975: AAS 67, 1975, p. 457). L’Anno Santo è poi stato un evento popolare: sono cioè gli umili, i semplici, coloro i quali vivono in modeste condizioni economiche, che hanno dato prova magnifica della loro fede e della loro consonanza piena con la vita della Chiesa. Abbiamo ancora negli occhi i grandi pellegrinaggi diocesani di tutti i continenti; e in particolar modo, quelli venuti dai Paesi del Terzo Mondo, a costo di sacrifici e di disagi anche molto gravi, con una costanza e una generosità da farci risentire in tutta la loro forza le parole di Gesù: «Vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli» (Matth. 8, 11). L’Anno Santo è poi stato un evento ordinato: pur nel momento in cui in tanti Paesi del mondo la violenza non di rado miete le sue vittime innocenti, qui a Roma, grazie a Dio, pur con l’afflusso non ancora mai visto di gruppi così numerosi di fedeli, tutto si è svolto in ordine esemplare; nulla ha turbato lo svolgimento delle Udienze, delle cerimonie, degli incontri: e, cogliendo questa occasione, vogliamo dire una parola di lode alla cara popolazione della nostra diocesi di Roma che, con la sua innata dignità, non ha fatto pesare quegli immancabili disagi (alludiamo particolarmente a quelli del traffico) che la presenza simultanea di tanti fratelli procurava talvolta alla Città. Ma si è trattato di un ordine non solo esterno, bensì più profondo ancora: il pacifico possesso della fede, nella carità e nella gioia, ha evitato ogni contestazione, ogni spirito di critica, ogni forma di dissenso, talché, se tale atteggiamento ha potuto talora verificarsi, è stato soltanto dove e in chi  si è tenuto lontano nel proprio ostinato isolamento dall’atmosfera calma, spirituale, costruttiva del Giubileo romano: vogliamo pensare infatti che certe posizioni, molto ristrette peraltro, siano proprio dovute a questa mancanza di esperienza diretta.

DOCUMENTI E INSEGNAMENTO PONTIFICI

In questa cornice unica, il cui ricordo conserveremo tutti chiuso in cuore per gli anni che verranno, prendono particolare rilievo atti che, pur brevemente, vogliamo e dobbiamo qui ricordare. Anzitutto l’insegnamento di questa Sede Apostolica: accennavamo lo scorso giugno ai documenti fino allora pubblicati in occasione del Giubileo, a partire dalla bolla Apostolorum Limina, del 23 maggio 1974 (Apostolorum Limina: AAS 66, 1974, pp. 289-307), all’Esortazione Apostolica sulla riconciliazione all’interno della Chiesa, dell’8 dicembre 1974 (Paterna cum benevolentia: AAS 67, 1975, pp. 5-23), a quella sulla gioia cristiana, del 9 maggio di quest’anno (Gaudente in Domino: AAS 67, 1975, pp. 289-322). Vogliamo ancora citare l’Epistola Lumen Ecclesiae, in occasione del VII Centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino (Lumen Ecclesiae: AAS 66, 1974, pp. 672-702); si sono aggiunte nei mesi recenti la Costituzione Apostolica Romano Pontifici eligendo, del 1° ottobre scorso, e l’Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, dell’8 dicembre, nella quale, raccogliendo le autorevoli e pastorali indicazioni della Terza Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, abbiamo voluto dare come una Summa ampia, completa, aggiornata dei problemi e delle istanze che la gravissima consegna dell’Evangelizzazione nel mondo contemporaneo pone oggi alla Chiesa, dai Pastori ai sacerdoti alle famiglie ai laici, nelle varie forme in cui si articola la loro vita. Ma questi documenti, che segnano come altrettante tappe salienti e più incisive, non possono far passare sotto silenzio la trama di altri insegnamenti, che questa Cattedra Romana, consapevole della missione da Cristo affidata a Pietro di confermare i fratelli (Cfr. Luc. 22, 32), non ha mancato di far giungere in tutte le occasioni: ed ecco le Lettere inviate a vari Congressi eucaristici, a celebrazioni commemorative delle varie Chiese locali, ad anniversari di fondazioni di diocesi, di chiese cattedrali, di Famiglie religiose. Così ci piace ricordare i momenti particolarmente intensi delle celebrazioni dell’Anno Santo, che hanno richiamato rispettivamente i giovani, i catecumeni, gli sposi di cui abbiamo benedetto le nozze, i gruppi familiari, le centinaia di sacerdoti novelli da noi ordinati, i carissimi ammalati, ai quali abbiamo amministrato il sacramento degli Infermi; e poi il Congresso Internazionale Mariologico-Mariano; e il Congresso delle Pontificie Opere Missionarie, quello delle Organizzazioni Internazionali Cattoliche, quello missionario, per citarne solo alcuni, gli incontri con i rappresentanti delle Conferenze episcopali, con organizzazioni, con studiosi, con scienziati, con membri di associazioni di apostolato. Nel ripercorrere col pensiero tante occasioni di grazia che abbiamo vissuto con i vari settori del mondo cattolico, non possiamo trattenere un moto di profonda e commossa riconoscenza al Signore, il «Padre della luce», dal quale «discende ogni buon regalo e ogni dono perfetto» (Cfr. Iac. 1, 17), che ci ha permesso di vedere, con i nostri occhi, di toccare con mano quella che non senza motivo abbiamo chiamato all’inizio la vigorosa vitalità religiosa del nostro tempo.

BEATIFICAZIONI E CANONIZZAZIONI

In questo elenco, che stiamo facendo in rapide pennellate evocative, non può certo mancare il ricordo di quelle vere ore di grazia e di Cielo, che abbiamo vissuto insieme in occasione delle beatificazioni e canonizzazioni, da noi compiute nel corso di questo Anno Santo. Tredici le prime: quelle di Maria Eugenia di Gesù  Milleret de Brou, di Cesare de Bus, di Enrico Carlo Steeb, di Carlo Eugenio de Mazenod, di Arnoldo Janssen, di Giuseppe Freinademetz, di Maria Teresa Ledochowska, di Ezechiele Moreno, di Gaspare Bertoni, di Vincenzo Grossi, di Anna Michelotti, di Maria Droste zu Vischering, di Giuseppe Moscati. E sei sono state le Canonizzazioni, come tutti ben ancora ricordiamo: di San Giovanni Battista della Concezione, di Santa Vincenza Maria Vicuña, di Santa Elisabetta Anna Seton, di San Giovanni Macias, di Sant’Oliviero Plunkett, di San Giustino de Jacobis. Il solo enumerare questi nomi ci richiama alla memoria le vite singolari di questi Vescovi, di questi Fondatori di Ordini religiosi, di questi Missionari, di questi campioni della carità, tra cui la straordinaria figura di un laico, il medico Moscati; e il loro esempio, così sfaccettato nelle varie esperienze, ma pur uguale nell’unico denominatore comune dell’amore di Dio e dei fratelli, ci dice che la Chiesa è soprattutto viva perché la santità permea i suoi membri: una santità vera, sofferta, provata dalle stesse difficoltà che oggi noi esperimentiamo, e che perciò dimostra com’essa sia possibile, sia reale, sia presente negli uomini e nelle donne della più recente generazione, come, non dubitiamo, in quelli della nostra e della futura. Ci piace vedere in questa magnifica fioritura, da Noi additata alla Chiesa universale, l’autorevole conferma di quella universale vocazione alla santità nella Chiesa, che il Concilio Vaticano II ha fermamente ribadito.

ECUMENISMO

Ma un altro segno particolarmente promettente per la vita della Chiesa in se stessa è dato anche dal particolare tono ecumenico, che questo anno 1975 ha avuto. Ricordiamo ancora con trepida gioia il rito di preghiera celebrato il 25 gennaio scorso nella Basilica di San Paolo fuori le Mura per implorare da Dio la ricostituzione dell’unità con le Chiese che ancora non sono con noi congiunte. Se abbiamo allora doverosamente accennato al sentimento di tristezza nel costatare che «questa unità ancora non è stata ricomposta» (AAS 67, 1975, p. 113) per ragioni molteplici, abbiamo, altrettanto doverosamente, richiamato la profonda speranza che nutriamo in cuore, proprio per questo supremo argomento, per il quale va di mezzo la credibilità del cristianesimo davanti al mondo: «Oggi - dicevamo - noi con voi ringraziamo il Signore che ci ha concesso di vedere che le relazioni tra i cristiani si intensificano e si approfondiscono. La ricerca della riconciliazione tra i cristiani, che è opera dello Spirito Santo ed espressione di quella “sapienza e pazienza” con cui il Signore “persegue il disegno della sua grazia verso noi peccatori” (Unitatis Redintegratio, 1), diventa sempre più un tema di crescente cura ed attenzione da parte della Chiesa Cattolica e delle altre Comunioni Cristiane» (AAS 67, 1975, p. 116).

Di questa attenzione abbiamo continue, lietissime attestazioni: ultima, la più vicina nel tempo, quella che si è avuta nell’Assemblea Generale di Nairobi del Consiglio Mondiale delle Chiese, terminato da pochi giorni, a cui abbiamo avuto l’onore di inviare un nostro Messaggio, che sappiamo esser stato accolto con sincero rispetto, nonché una delegazione della Chiesa Cattolica, la cui presenza è stata molto apprezzata e, a quanto siamo stati informati, anche richiesta e desiderata in varie fasi dei lavori. Sia benedetto il Signore, che ci fa vedere come il movimento ecumenico, pur senza gesti clamorosi, ma forse con passi più costruttivi e incisivi, prosegue calmo e ininterrotto nel suo alveo, come il corso di un fiume. E prove continue ne abbiamo effettivamente avute anche qui a Roma, per restare nel tema che ci occupa, proprio nel corso delle celebrazioni dell’Anno Santo: ricordiamo ancora commossi la recentissima cerimonia celebrata simultaneamente a Roma e a Costantinopoli, nel decennio dell’abrogazione di una pagina penosa nella storia dei reciproci rapporti. Riandiamo poi col pensiero ai vari gruppi di Fratelli separati, che si può dire sono stati presenti ad ogni Udienza Generale, con ammirevole dignità e raccoglimento; esse venivano da tutto il mondo a dirci come le varie comunità a cui appartengono, guardano a Roma e al Successore di Pietro con sincera ammirazione. Così sappiamo che ininterrotto è il flusso dei pellegrini di varia denominazione cristiana, i quali - mettendosi opportunamente in contatto col nostro Segretariato per l’Unione dei Cristiani, e da esso saggiamente e rispettosamente guidati - vengono a Roma per conoscere meglio la vita della Chiesa Cattolica, e per rivivere in momenti di preghiera le grandi lezioni di generosità, di grazia, di luce che vengono dalle memorie storiche della Chiesa romana dei primi secoli, madre di santi, nutrice di martiri, ispiratrice di opere caritative e assistenziali.

Così non vogliamo dimenticare, almeno con una menzione, l’interesse che l’Anno Santo ha suscitato anche in distinti e numerosi rappresentanti delle Religioni non Cristiane, venuti dai vari punti del mondo per vivere anch’essi l’esperienza, pur tanto lontana dal loro mondo religioso, del sacro Giubileo.

DIFFICOLTÀ E SPERANZE

Venerabili Fratelli e diletti Figli! Nonostante la consolante rassegna ora delineata, molti certo sono i motivi di apprensione che, in questo scorcio dell’anno occupano il nostro cuore, e talora lo accasciano col loro peso: abbiamo talora l’impressione di un rifiuto freddo, voluto, categorico, sdegnoso da parte di tanti responsabili, dei manipolatori dell’opinione pubblica mediante i mezzi di comunicazione sociale, di uomini della scienza, della cultura e dell’arte di fronte alla missione della Chiesa, anzi di fronte al nome stesso di Dio e di Gesù Cristo: di quel Dio che è amore (Cfr. 1 Io. 4, 16), di quel Gesù che non offre che amore e perdono dalle braccia spalancate sull’albero della Croce. Una marea di violenza premeditata e distruttrice, spesso attratta da facile, perigliosa e incredibile sete di denaro, sembra voler sommergere, nelle varie Nazioni, l’ordinata convivenza civile da cui dipende la serenità, il progresso, l’edificazione della società. A questo proposito non possiamo tacere la nostra addolorata e ferma riprovazione del nuovo vile gesto di violenza, che proprio ieri è stato perpetrato a Vienna. Una viscida perversione e degradazione morale, in nome di una malintesa libertà che vuol sopprimere se stessa, sembra talora sommergere il grido indignato delle rette coscienze, deridendo i sacri valori, travolgendo il senso del bene, del pudore, della dignità, della bellezza impressa da Dio all’anima e al corpo dell’uomo; e le vittime più esposte ne sono i piccoli, i giovani, i deboli.

Ma, ripetiamo, noi vogliamo guardare al futuro, come già dicemmo, in spem contra spem. Faremmo torto alla teoria interminabile di pellegrini del Popolo di Dio, che durante tutto quest’anno sono venuti a Roma ed entrati nella Porta Santa in un ideale cammino di preghiera e di penitenza, se ci lasciassimo impressionare da questi pur innegabili sfoghi di violenza e di corruzione. Questi fedeli ci hanno detto che la Chiesa è cosciente della sua vita, partita dal cuore del Padre, germinata nel sangue di Cristo Crocefisso e guidata dal suo Spirito santificatore, è permeata delle note dell’unità, della santità, della cattolicità e dell’apostolicità, è incamminata decisamente sulle vie della penitenza e della carità. Il senso della preghiera, il ritrovato contatto con Dio, la creazione di opere sociali e caritative a favore dei fratelli che soffrono, ci dicono che il bene è superiore al male, anche se non colpisce l’opinione dei più; ci dicono che le famiglie, nonostante gli attentati da cui da varie parti sono fatte oggetto, sono sane, sono formatrici di cristianesimo vissuto, ci ricordano che la Chiesa può e deve essere presente con la sua carica possente di grazia e di rinnovamento nel mondo, come il lievito nella pasta (Cfr. Matth. 13, 33): ci dicono che se i problemi sono tuttora gravissimi, vaste ed enormi sono le energie, le risorse della Chiesa. È quindi lecito, è doveroso guardare all’avvenire con fiducia ed ottimismo.

Noi offriamo la collaborazione sincera e volonterosa della Chiesa a tutti gli uomini di buona volontà, a cui tocca la grave responsabilità di elevare il mondo in cui viviamo: Capi di Stato, economisti, politici, letterati ed artisti, giornalisti, e quanti hanno il dovere di trafficar bene i loro talenti: in questo decennio del Concilio Vaticano II vorremmo far riecheggiare i Messaggi, che esso ha appunto inviato ai Governanti, agli Uomini di pensiero e di scienza, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri, malati e sofferenti, . . . ai giovani, per attestare questa sua volontà di collaborazione e per chiamare tutti a prendere coscienza che la dottrina della Chiesa, riproposta dal Concilio, non vuole altro che «aiutare tutti gli uomini del nostro tempo, sia quelli che credono in Dio, sia quelli che esplicitamente non Lo riconoscono, affinché, scoprendo più chiaramente la loro vocazione integrale, rendano il mondo più conforme all’eminente dignità dell’uomo, aspirino a una fratellanza universale su basi più profonde, e possano rispondere, sotto l’impulso dell’amore, con uno sforzo generoso e congiunto, agli appelli più urgenti della nostra epoca» (Gaudium et Spes, 91).

Così, così, venerabili Fratelli e diletti Figli! Questo il messaggio del Concilio, questo il frutto del Giubileo che, se pur termina cronologicamente con la chiusura della Porta Santa, non mancherà di portare i suoi frutti per gli anni che seguono.

Noi deponiamo questo voto sulla povera mangiatoia del Figlio di Dio fatto uomo nella spogliazione estrema di Betlehem; Egli è venuto per salvare il mondo, non per giudicarlo (Cfr. Io. 3, 17). A Lui accorrete, uomini che pensate, che lavorate, che soffrite, che amate: è Lui il Salvatore, Lui il Redentore, e in nessun altro Nome è posta la salvezza (Cfr. Act. 4, 12). Egli ascolterà le nostre preghiere; le ascolterà Maria Santissima, che lo ravvolse in poveri panni per mostrarlo ai pastori e ai magi, e ancora a noi, uomini di oggi, per tutti attirarci a Lui. Essa, che è Madre di Dio e Madre della Chiesa, custodirà e darà incremento ai frutti del Giubileo.

Con questi voti ardenti noi tutti ancora vi ringraziamo, mentre di cuore impartiamo la nostra Apostolica Benedizione.

 

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