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08 - 06.10.2009
SOMMARIO
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QUARTA CONGREGAZIONE GENERALE (MARTEDÌ, 6 OTTOBRE 2009 - POMERIDIANO)
QUARTA CONGREGAZIONE GENERALE (MARTEDÌ, 6 OTTOBRE 2009 - POMERIDIANO)
- INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
Alle ore 16.30 di oggi martedì 6 ottobre 2009, memoria facoltativa di
San Bruno, monaco, con la Preghiera per la II Assemblea Speciale per
l’Africa del Sinodo dei Vescovi, è iniziata la Quarta Congregazione
Generale, per la continuazione degli interventi dei Padri Sinodali in
Aula sul tema sinodale La Chiesa in Africa a servizio della
riconciliazione, della giustizia e della pace. “Voi siete il sale della
terra ... Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14).
Presidente Delegato di turno S.Em. Card. Wilfrid Fox NAPIER, O.F.M.,
Arcivescovo di Durban (SUD AFRICA).
A questa Congregazione Generale, che si è conclusa alle ore 19.00 con la
preghiera dell’Angelus Domini, erano presenti 225 Padri.
INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
In questa Quarta Congregazione Generale sono intervenuti i seguenti
Padri:
-
S. E. R. Mons. François Xavier MAROY RUSENGO, Arcivescovo di Bukavu
(REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
-
S.Em.R. Card. Walter KASPER, Presidente del Pontificio Consiglio per la
Promozione dell'Unità dei Cristiani (CITTÀ DEL VATICANO)
-
S. E. R. Mons. François EID, O.M.M., Vescovo del Cairo dei Maroniti
(EGITTO)
-
S. E. R. Mons. Simon NTAMWANA, Arcivescovo di Gitega, Presidente
dell'Associazione delle Conferenze Episcopali dell'Africa Centrale
(A.C.E.A.C.) (BURUNDI)
- S. E. R. Mons. Martin MUNYANYI, Vescovo di Gweru (ZIMBABWE)
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S. E. R. Mons. Daniel MIZONZO, Vescovo di Nkayi (REPUBBLICA DEL CONGO)
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S. E. R. Mons. Claude RAULT, M. Afr., Vescovo di Laghouat (ALGERIA)
-
S. E. R. Mons. Antoine NTALOU, Arcivescovo di Garoua (CAMERUN)
-
S. E. R. Mons. Michael WÜSTENBERG, Vescovo di Aliwal (SUDAFRICA)
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S. E. R. Mons. Armando Umberto GIANNI, O.F.M. Cap., Vescovo di Bouar,
Presidente della Conferenza Episcopale (REPUBBLICA CENTROAFRICANA)
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S. E. R. Mons. Giovanni Innocenzo MARTINELLI, O.F.M., Vescovo titolare
di Tabuda, Vicario Apostolico di Tripoli (LIBIA)
- S. E. R. Mons. Lucius Iwejuru UGORJI, Vescovo di Umuahia (NIGERIA)
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Rev. Guillermo Luis BASAÑES, S.D.B., Consigliere Generale per la Regione
Africa-Madagascar della Società Salesiana (STATI UNITI D'AMERICA)
-
S. E. R. Mons. Berhaneyesus Demerew SOURAPHIEL, C.M., Arcivescovo
Metropolita di Addis Abeba, Presidente della Conferenza Episcopale,
Presidente del Consiglio della Chiesa Etiopica (ETIOPIA)
-
S. E. R. Mons. Ildefonso OBAMA OBONO, Arcivescovo di Malabo, Presidente
della Conferenza Episcopale (GUINEA EQUATORIALE)
-
S. E. R. Mons. Emílio SUMBELELO, Vescovo di Uíje (ANGOLA)
-
S. E. R. Mons. José NAMBI, Vescovo di Kwito-Bié (ANGOLA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:
- S. E. R. Mons. François Xavier MAROY RUSENGO, Arcivescovo di Bukavu
(REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
Partendo dai danni provocati dalle guerre e dalle violenze nella parte
orientale del nostro paese, la Repubblica Democratica del Congo e, in
particolare, nella nostra arcidiocesi di Bukavu, riteniamo che la
riconciliazione non possa più limitarsi semplicemente ad armonizzare le
relazioni interpersonali. Essa deve inevitabilmente prendere in
considerazione le cause profonde della crisi delle relazioni che si
collocano a livello degli interessi e delle risorse naturali del Paese,
da sfruttare e gestire nella trasparenza e nell’equità a vantaggio di
tutti. Dato che le cause delle violenze nella parte orientale della
Repubblica Democratica del Congo sono essenzialmente le risorse
naturali.
A tale scopo, ricordiamo il lavoro che la commissione Giustizia e Pace
sta facendo nell’arcidiocesi di Bukavu affinché la riconciliazione si
attui attraverso la ricostruzione comunitaria.
L’obiettivo è di aiutare le persone a riconciliarsi fra loro e con la
propria storia nonché ad impegnarsi per costruire assieme un nuovo
futuro.
Un’attenzione tutta speciale viene data ai giovani. Per loro, proponiamo
attività ricreative e culturali in grado di favorire la riconciliazione
al loro livello, grazie al coinvolgimento di tutti e di ciascuno di essi
nella ricostruzione del proprio ambiente.
Questo tipo di approccio va inteso come risposta ai traumatismi
comunitari spesso dimenticati, allo scopo di rendere la gente
responsabile e protagonista di un cambiamento positivo. Esso richiede il
potenziamento dell’educazione basilare e dell’organizzazione delle
popolazioni in vista di una migliore presa in carico comunitaria.
Richiede anche la creazione di spazi e quadri di scambio e di dialogo
per un’effettiva partecipazione della popolazione alla gestione delle
ricchezze che devono ormai concorrere alla ricostruzione, allo sviluppo,
alla riconciliazione e ad una coabitazione pacifica.
Mentre prendiamo la parola in queste riunioni, gli agenti pastorali
nella nostra arcidiocesi vengono attaccati dai nemici della pace. Una
delle parrocchie della nostra arcidiocesi è stata incendiata venerdì 2
ottobre 2009, i sacerdoti sono stati maltrattati, altri presi in
ostaggio da uomini in uniforme che hanno preteso grosso riscatto che
siamo stati costretti a pagare per risparmiare la vita dei nostri
sacerdoti che essi minacciavano di massacrare. Con queste azioni, è la
Chiesa, rimasta l’unico sostegno di un popolo terrorizzato, umiliato,
sfruttato, dominato, che si vorrebbe ridurre al silenzio. Signore sia
fatta la tua volontà, venga il tuo regno di pace” (cfr. Mt 10, 6-7).
[00042-01.05] [IN017] [Testo originale: francese]
- S.Em.R. Card. Walter KASPER, Presidente del Pontificio Consiglio per
la Promozione dell'Unità dei Cristiani (CITTÀ DEL VATICANO)
Mentre, grazie a Dio, vi è stata una rapida crescita della Chiesa in
Africa, purtroppo si è verificata anche una frammentazione sempre più
grande tra i cristiani. Pur non essendo, questa situazione, peculiare
dell’Africa, è troppo facile ritenere che tali divisioni derivino
dall’eredità del cristianesimo diviso che l’Africa ha ricevuto, poiché
in Africa vi sono anche numerose nuove divisioni - basti pensare più di
recente alle comunità carismatiche e pentecostali, alle chiese
cosiddette indipendenti e alle sette. La loro diffusione a livello
mondiale è estesa e la loro vitalità nel continente africano è
rispecchiata dall’aumento delle Chiese indipendenti africane, che ora
hanno creato un’istituzione ufficiale, l’OAIC con sede a Nairobi.
Attualmente è in corso, ad un certo livello, un dialogo attraverso il
Global Christian Forum, che si è di recente riunito a Nairobi.Ad altri
livelli, il dialogo con questi gruppi non è facile e spesso è del tutto
impossibile a causa del loro comportamento aggressivo e - per non dire
altro - per il loro basso standard teologico. Dobbiamo affrontare questa
sfida urgente con un atteggiamento di autocritica. Infatti, non basta
dire che cosa è sbagliato in loro, dobbiamo domandarci che cosa è
sbagliato o che cosa manca nel nostro lavoro pastorale. Perché tanti
cristiani abbandonano la nostra Chiesa? Che cosa manca loro da noi e che
cosa cercano altrove? Il PCPCU ha cercato di fornire qualche risposta
con due simposi per vescovi e teologi, celebrati uno a Nairobi e l’altro
a Dakar. Siamo pronti ad aiutare anche in futuro. In questo contesto,
vorrei menzionare solo due punti importanti: la formazione catechetica
ecumenica e la costituzione di piccole comunità cristiane in seno alle
nostre parrocchie.
Consentitemi ora di parlare di alcune delle altre numerose sfide e dei
compiti:
1. Possiamo ora guardare indietro a quasi cinquant’anni di dialogo
ecumenico. Dal Concilio Vaticano II sono stati compiuti progressi
ecumenici importanti, ma il cammino verso la piena comunione ecclesiale
probabilmente è ancora lungo e arduo a causa delle difficoltà che
continuano a esserci nei nostri dialoghi teologici. Occorre fare adesso
dei passi adeguati per impegnarci insieme con i nostri interlocutori
ecumenici in un processo di accoglimento dei frutti del dialogo.
L’impegno della Chiesa a livello universale deve essere tradotto e
recepito nelle Chiese locali. Ciò deve avvenire nella catechesi e nella
formazione teologica, a livello diocesano e parrocchiale.
2. Mentre la Chiesa cattolica in Africa tradizionalmente ha mantenuto un
dialogo costante con le tradizioni protestanti storiche e oggi anche con
quelle più giovani, la recente rapida diffusione dell’ortodossia nel
continente rende fondamentale, per la Chiesa cattolica in Africa,
impegnarsi in un dialogo e in rapporti positivi anche con i nostri
fratelli e le nostre sorelle ortodossi.
3. La Chiesa cattolica in Africa deve dare slancio alle relazioni
ecumeniche con i movimenti evangelici, carismatici e pentecostali nel
continente africano, anche per la rilevanza delle loro espressioni
indigene e della loro affinità con la visione del mondo culturale
tradizionale africana. Un tale impegno ecumenico esige una fedeltà
ispirata ai principi della Chiesa sull’ecumenismo da una parte (UR,
2-4), e una comprensione specifica delle espressioni culturali africane,
dall’altra. Il dialogo e la ricerca dell’unità devono pertanto tener
conto del contesto delle radici culturali africane. Infatti, le radici
di alberi diversi separati ma vicini tra loro si intrecceranno, anche se
continuano ad essere distinte nella lotta per accedere alle stesse
sorgenti di vita che sono il suolo e l’acqua. Questo intrecciarsi è
emblematico dell’avvicinamento ecumenico, collegato all’intera questione
dell’inculturazione e della rilevanza del contesto.
4. La nostra ricerca di unità nella verità e nell’amore non deve mai
perdere di vista la percezione che l’unità della Chiesa è opera e dono
dello Spirito Santo e va ben oltre i nostri sforzi. Pertanto,
l’ecumenismo spirituale, specialmente la preghiera, è il cuore
dell’impegno ecumenico (UR, 8). Tuttavia, l’ecumenismo non darà frutti
duraturi se non sarà accompagnato da gesti concreti di conversione che
muovano le coscienze e favoriscano la guarigione dei ricordi e dei
rapporti. Come afferma il Decreto sull’Ecumenismo, “non esiste un vero
ecumenismo senza interiore conversione” (UR, 7). Una tale metanoia (UR,
5-8; UUS 15s; 83ss) ci porterà più vicino a Dio, al centro della nostra
vita, in modo tale da avvicinarci di più anche gli uni agli altri.
Pertanto, il tema del sinodo rappresenta una sfida alla Chiesa in Africa
affinché acuisca la propria visione ecumenica e offra ai popoli
dell’Africa la ricerca dell’unità come tesoro autentico del Vangelo. La
Chiesa cattolica in Africa viene incoraggiata a continuare a costruire
ponti di amicizia e, attraverso un ecumenismo spirituale orante e il
conseguente discernimento della volontà di Dio, a impegnarsi nel
“ministero della riconciliazione” (2Cor 5, 18), che ci è stato affidato
per mezzo di Cristo. È questa la base del nostro impegno ecumenico. Il
rinnovamento della vita interiore del nostro cuore e della nostra mente
è il punto cruciale di ogni dialogo e riconciliazione, facendo
dell’ecumenismo un impegno reciproco di comprensione, rispetto e amore,
affinché il mondo creda.
[00043-01.06] [IN018] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. François EID, O.M.M., Vescovo del Cairo dei Maroniti
(EGITTO)
Faccio questo intervento a nome mio personale e mi riferirò ai nn. 102,
126 e 128 che parlano dei rapporti con le religioni, pur insistendo
sulla necessità di passare dal dialogo fra le culture alla cultura del
dialogo, attraverso la formazione dei futuri sacerdoti in Africa.
Un pensatore asiatico, Wesley Ari raja, diceva: “Abbiamo bisogno non
solo della conoscenza dell’altro, ma piuttosto dell’altro per conoscerci
meglio”. Premesso ciò, possiamo constatare che la questione del dialogo
si pone come una problematica culturale e spirituale per eccellenza,
dato che è collegata piuttosto alla comprensione di noi stessi che alla
nostra presa di posizione nei confronti dell’altro.
La storia ci insegna che la sorgente del dinamismo che rinnova le
identità culturali sta nella sua massima apertura universalista che lo
porta ad abbracciare le diversità e a creare una continua osmosi che
arricchisce; l’isolamento culturale, invece, porta alla perdita
dell’identità.
Il termometro della buona salute di un popolo o di una comunità sta
nella centralità dell’altro nel suo cammino comunitario. Ciò spiega la
centralità dell’amore per il prossimo nel cristianesimo che fa della
Chiesa una diaconia al servizio dell’uomo.
In tal senso, una delle Lettere dei Patriarchi cattolici d’Oriente
affermava che “la presenza degli altri nella nostra vita rappresenta la
voce di Dio e la nostra relazione con loro è una componente essenziale
della nostra identità spirituale: perciò occorre andare oltre la
convivialità verso una comunione fraterna più responsabile”.
Traggo qualche conclusione:
1. A mio avviso, la formazione dei futuri sacerdoti africani alla sola
appartenenza a Nostro Signore Gesù, maestro e modello, costituisce
l’unica alternativa per fare di questi sacerdoti degli strumenti di pace
e di riconciliazione. Così, la loro missione non sarà più considerata
luogo in cui concorrono interessi personali, familiari o tribali, ma, al
contrario, luogo di incontro tra fratelli amati dal Signore e chiamati a
costruire insieme, nella carità, il suo Regno di Pace e di Giustizia.
2. A questo punto, vedo l’urgenza di una formazione sacerdotale adeguata
che metta davanti a tutte le altre priorità il passaggio dal dialogo fra
le culture alla cultura del dialogo. Questa missione farà dei futuri
sacerdoti africani i messaggeri del Vangelo della pace, per un’Africa
nuova, dove la solidarietà spirituale e umana induca tutti e ciascuno a
portare le difficoltà, le sofferenze, le speranze e le sfide dell’altro
che è nostro fratello davanti a Dio. Passiamo così dall’emarginazione
all’accoglienza, dal rifiuto all’accettazione e dalla rivalità alla
fraternità.
La cultura del dialogo fa eco a quanto diceva sant’Agostino: “Et in
omnia caritas”.
[00044-01.04] [IN019] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Simon NTAMWANA, Arcivescovo di Gitega, Presidente
dell'Associazione delle Conferenze Episcopali dell'Africa Centrale
(A.C.E.A.C.) (BURUNDI)
Diverse categorie e gruppi, nella nostra sub-regione, soffrono oggi
sotto il peso di diversi mali che sono stati appena ricordati. Le
famiglie sono dislocate, destabilizzate, impoverite. Alcune non hanno né
case adeguate in cui abitare, né terre da coltivare per sopravvivere, né
mezzi per educare i figli, né di che pagare le cure mediche, ecc. A
queste carenze si aggiungono fenomeni come la violenza contro le donne,
l’arruolamento di bambini nei gruppi armati, ecc. Se la responsabilità
di questa situazione è da addebitarsi a tutti le componenti della
società, alcune di queste hanno però una responsabilità maggiore
rispetto ad altre. Pensiamo soprattutto alla classe politica dirigente.
In effetti, tra le altre cose, si deplora il fatto che uomini politici
si servano dei conflitti etnici per conquistare il potere e per
mantenerlo. Alcuni di essi considerano la loro funzione unicamente
comune una fonte di arricchimento personale o delle loro famiglie e dei
loro amici, facendo in tal modo trionfare il clientelismo e il
tribalismo sui valori autentici e compromettendo gravemente la pace
sociale.
In questo processo la Chiesa ha avuto un ruolo, con i suoi messaggi e le
sue esortazioni, ma anche attraverso la sua testimonianza di fraternità
al di là delle frontiere e delle barriere generate dai conflitti armati
e dalle guerre. Alcuni nostri fratelli nell’episcopato hanno perfino
dovuto dirigere delle Conferenze Nazionali Sovrane per assicurare la
mediazione tra le diverse componenti del loro paese. D’altronde, le
nostre commissioni di “Giustizia e pace” in alcuni paesi hanno
partecipato alla preparazione delle elezioni fornendo un’educazione
civica ed elettorale. Le commissioni Caritas-Sviluppo hanno, in queste
situazioni di guerra, soccorso migliaia di persone indifese.
Tuttavia, non c’è solo la povertà spirituale da curare, ma anche
l’impoverimento generalizzato e la sfrontata pauperizzazione dei nostri
popoli, per i quali occorre trovare dei rimedi adeguati. In effetti, è
proprio perché le popolazioni sono povere o impoverite che sono
diventate vulnerabili. Persone ricche le manipolano a piacimento; e
alcuni, pescando in acque torbide, utilizzano per esempio le separazioni
etniche per dividere la gente, allo scopo di continuare ad arricchirsi
in una situazione di conflitto in cui le persone non possono rivendicare
i propri diritti.
[00045-01.04] [IN020] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Martin MUNYANYI, Vescovo di Gweru (ZIMBABWE)
La Chiesa nello Zimbabwe apprezza moltissimo che l’Instrumentum laboris
si sia occupato di questioni di grande preoccupazione per il nostro
paese - quali la povertà, la violenza, la mancanza di riconoscimento
delle donne, dei bambini e dei gruppi di minoranza - e anche di problemi
relativi all’ingiustizia nella Chiesa, come le condizioni di lavoro dei
suoi impiegati.
Lo Zimbabwe ha vissuto esperienze socio-politiche molto difficili ed
inumane risalenti ai periodi precoloniale, coloniale e postcoloniale che
devono essere trattate con urgenza. Nella ricerca di una riconciliazione
durevole, sarebbe un errore chiedere alle persone di dimenticare
semplicemente il passato.
C’è bisogno di riconciliazione non solo nel paese in generale, ma anche
nella Chiesa, dato che vediamo ribollire la tensione in alcune nostre
parrocchie a causa delle differenze linguistiche ed etniche.
In Africa, quando parliamo di giustizia, parliamo certamente di parti
coinvolte, che comprendono anche le famiglie. Le comunità hanno bisogno
di riunirsi a discutere i loro problemi in uno scenario di “arbre à
palabre”. E dovrebbe esserci una giustizia retributiva e riparatrice
prima della morte di una delle parti in causa.
Le questioni di giustizia nella Chiesa riguardano ovviamente il non
pagare ai nostri lavoratori
la somma corrispondente al giusto salario e il cattivo uso delle risorse
della Chiesa da parte di sacerdoti a spese delle comunità. Alcune
pratiche della Chiesa tendono ad avere pregiudizi contro le bambine. Per
esempio la bambina viene punita mentre il bambino no.
In quanto Chiesa locale abbiamo istituito strutture come la Commissione
per la giustizia e la pace per dedicarci agli aspetti storici negativi
della nostra esperienza.
L’intero compito dovrebbe cominciare in un luogo quale la famiglia come
ha precisato giustamente Papa Benedetto XVI: “La famiglia è la prima e
insostituibile educatrice alla pace... perché permette di fare
determinanti esperienze di pace”.Nel far ciò si dovrebbero prendere sul
serio, letteralmente, le parole di Giovanni Paolo II: “Non c’è pace
senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Questo è il regno
della giustizia propugnato nell’Instrumentum laboris che riassume il
messaggio evangelico di riconciliazione, giustizia e pace.
[00046-01.07] [IN021] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Daniel MIZONZO, Vescovo di Nkayi (REPUBBLICA DEL CONGO)
L’obiettivo di questo Sinodo - ci sembra - è l’impegno di tutti gli
attori e le istituzioni ad instaurare una pace autentica, reale e
duratura in Africa, in altri termini la venuta del Regno di Dio in
questo continente. Per raggiungere questo obiettivo, il nostro
principale compito consiste nella ricerca onto-teologica della Verità.
Infatti, in quasi tutti i nostri paesi, in Africa, in particolare in
quelli che hanno conosciuto o ancora conoscono la guerra, abbiamo avuto
cerimonie e atti di riconciliazione nazionale, processi agli autori dei
genocidi in nome della giustizia, gesti simbolici di pace e altre
iniziative. Ma nonostante tali sforzi, la pace autentica, reale e
duratura, benché all’ordine del giorno, in Africa non è ancora giunta.
Perché? Perché è mancata la verità.
“Quid est veritas?”, Gv 18, 38. L’interrogativo di Pilato rimane attuale
in Africa. Le risposte di Gesù sono illuminanti: “Io sono la via, la
verità e la vita”, Gv 14, 6. “Per questo sono venuto nel mondo: per
rendere testimonianza alla verità”, Gv 18, 37b. Nel Regno di Dio
“Misericordia e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”
Sal 84(85), 11.12.
La pace è di Gesù: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà
il mondo, io la do a voi”, Gv 14, 27a.
Anche san Paolo sottolinea che Cristo “è la nostra pace”, Ef 2, 14
perché è ontologicamente Verità.
Incoraggiamo l’Istituzione dei Tribunali Internazionali (TPI), delle
Commissioni di verità e riconciliazione per la pace, che sono stati un
bene per l’Africa del Sud, perché solo “la verità ci farà liberi”, Gv 8,
32b e ci porterà la pace autentica, reale e duratura. “Africa semper
novi”.
[00050-01.06] [IN022] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Claude RAULT, M. Afr., Vescovo di Laghouat (ALGERIA)
La nostra Chiesa del Nordafrica si trova in una posizione di “crocevia”
geografico e umano che ci colloca all’incrocio di Europa, Medio Oriente
e Africa Sub-sahariana. La popolazione è composta da Arabi e Berberi, ma
anche, cosa che spesso dimentichiamo, da una frangia di popolazioni nere
nella parte meridionale di questa vasta regione. La religione dominante
e quasi esclusiva è l’islam, anch’esso attraversato da molteplici
correnti. È in questo universo geografico, umano e religioso che noi,
cristiani e cristiane, viviamo la nostra vocazione all’Incontro e al
Dialogo.
- Prima di tutto, bisogna dire quanto è difficile per noi situarci e
ancorarci al cuore della Chiesa d’Africa. Eppure, il nome stesso
dell’Africa ha avuto origine nel Maghreb, derivando da “Ifriqiya”, paese
di sant’Agostino. Facciamo parte della Chiesa d’Africa e il nostro
desiderio profondo è di consolidare la nostra appartenenza in seno a
questa Chiesa.
- L’eredità coloniale pesa ancora sulle nostre spalle. La Chiesa del
Maghreb ne è ancora segnata. A questo, aggiungiamo una relazione storica
difficile fra il mondo arabo e il mondo africano, dovuta in parte alla
schiavitù che non è stata, purtroppo, l’unico fatto degli Occidentali. -
Ma la nostra situazione è una grazia da cogliere. Siamo una Chiesa
sempre più multiculturale, grazie alla marcata presenza di religiosi,
religiose, sacerdoti e laici, studenti e migranti venuti da oltre il
Sahara o da altri continenti.
Questi elementi danno, della Chiesa, un’immagine più universale. Ma
questo fatto pone una seria sfida alla nostra Chiesa del Maghreb: quella
della sua unità e della sua comunione. La partecipazione alla nostra
vita ecclesiale di cristiani e cristiane di ogni condizione venuti
dall’Europa, dall’America, dall’Asia, dal continente africano, dal Medio
Oriente, ma anche dell’Africa del Nord, tutto questo costituisce una
novità che esige da parte nostra un’apertura all’universale. È con tutte
le nostre differenze e le nostre complementarità coniugate che, malgrado
la nostra piccolezza, uomini e donne, costruiamo la Chiesa di Cristo,
una Chiesa della Pentecoste.
[00047-01.03] [IN023] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Antoine NTALOU, Arcivescovo di Garoua (CAMERUN)
In Camerun, come in diversi altri paesi africani, si osserva che molti
cittadini in posizioni di responsabilità si riconoscono figli della
Madre Chiesa; li troviamo praticamente in tutti i settori della vita,
sia nell’ambito della sanità che in quello dell’educazione, della
politica, degli affari economici, della cultura, della vita associativa,
ecc.; del resto, non di rado queste persone sono fiere di ciò che hanno
ricevuto dalla Chiesa nella loro infanzia o in gioventù. Ma spesso
facciamo anche amara esperienza del divario non trascurabile che esiste
fra l’organizzazione della vita sociale e le esigenze del messaggio
evangelico.
Ci troviamo qui di fronte ad un problema molto serio, del quale occorre
determinare la causa principale per trovare un rimedio. Da parte mia,
ritengo che, anche a causa dell’età delle nostre Chiese in Africa,
alcune carenze nell’organizzazione della pastorale nella maggior parte
delle nostre diocesi spieghino, senza per questo giustificarla, la
situazione di cui intendo parlare. Si tratta della carente formazione
dottrinale dei cristiani che oggi assumono ruoli di responsabilità in
seno alle strutture dei nostri paesi. Per la maggior parte di loro,
dunque, l’unico bagaglio dottrinale è quello ricevuto al momento della
preparazione ai sacramenti d’iniziazione. Non bisogna quindi stupirsi
che spesso, nel dialogo sociale, non hanno molto da offrire laddove
invece altri gruppi d’interesse o di pressione sono dotati di armi
potenti per la lotta ideologica; i nostri fedeli non hanno altro da
offrire che la loro buona volontà.
È dunque più che mai urgente assicurare una formazione cristiana solida
ai figli e alle figlie della nostra Chiesa che s’impegnano nella
politica, nell’economia e negli altri settori chiave della vita dei
nostri paesi africani. Il programma di tale formazione, tra le altre
materie dovrà lasciare ampio spazio alla dottrina sociale della Chiesa,
alla Bibbia, alla teologia, alla morale e alla storia della Chiesa. Ci
si dovrà preoccupare soprattutto di formare la coscienza delle nostre
élite. Ringraziando Dio, qua e là nel continente sono già nate
iniziative positive (scuole di teologia) e sta incominciando a formarsi
un laicato consapevole delle proprie responsabilità in un mondo che deve
essere trasformato dall’interno. Attualmente, queste esperienze sono
ancora troppo limitate perché l’impatto del fermento evangelico sia
chiaramente percepibile nei riflessi e nelle abitudini degli individui e
dei gruppi. Ma la direzione intrapresa è quella giusta.
[00048-01.05] [IN024] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Michael WÜSTENBERG, Vescovo di Aliwal (SUDAFRICA)
I laici e la gerarchia spesso non sono in perfetta sintonia. È
necessaria la riconciliazione in seno alla Chiesa. Un piano pastorale ha
portato allo sviluppo di una comunità migliore. Questa riconciliazione
in seno alla Chiesa ha inciso sull’impegno di evangelizzazione dei laici
per riconciliare un mondo diviso. L’unità e cooperazione della
Conferenza episcopale sostiene i laici nel creare reti di
collaborazione. Le piccole comunità cristiane - radicate nella fede -
collaborano nel campo sociale per trasformare la società a livello
locale. Questo impegno si svolge anche attraverso diverse istituzioni.
Con la mancanza, largamente constatata, di una catechesi più profonda,
questo impegno in “tutti gli strati dell’umanità” richiede un’accurata
formazione. Le istituzioni che lavorano a diversi livelli assistono gli
operatori di pastorale e i laici con una formazione integrale. Tuttavia,
occorre fare di più per creare reti solide ed efficienti. La
collaborazione dei vescovi con i laici nei forum pastorali può essere
ulteriormente sviluppata perfino a livello regionale o continentale. Il
ministero di riconciliazione dei laici deve essere riconosciuto
attraverso celebrazioni che consolidino, confermino e addirittura
preparino per questa missione. L’esperienza sacramentale offre una
formazione aperta al divino. La celebrazione spesso carente del
sacrificio della riconciliazione durante l’Eucaristia impedisce
un’esperienza regolare del rapporto intimo con Cristo, con se stessi e
con gli altri. Questo squilibrio nella vita sacramentale della Chiesa
deve essere eliminato per il bene della spiritualità comprensiva della
riconciliazione.
[00051-01.04] [IN025] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Armando Umberto GIANNI, O.F.M. Cap., Vescovo di Bouar,
Presidente della Conferenza Episcopale (REPUBBLICA CENTROAFRICANA)
Abbiamo cercato di approfondire la crisi che ci ha portato sofferenze
fisiche e morali. Ci siamo riuniti per dar modo a tutti di esprimere il
proprio pensiero.
In tutti c'è il desiderio di venirne fuori, di ritrovare la via del
dialogo, della conversione.
Ci aspetta il delicato ma necessario compito di aiutare i sacerdoti che
hanno problemi a ritrovare il cammino di verità. Aspettiamo dal sinodo
una parola chiara e persuasiva su questo tema.
Poi la sfida più grande: come aiutare i sacerdoti a formare delle vere
famiglie sacerdotali. Si sente l'esigenza di avere un direttorio di vita
sacerdotale.
Se la nostra crisi ci ha apportato sofferenza ci aiuterà a crescere più
armoniosamente. Abbiamo bisogno di intensificare l'unione profonda con
Cristo.
Il nostro paese da più di 15 anni è alla ricerca di una pace sociale, di
un equilibrio che apporti più sicurezza e stabilità, necessarie per
attirare investimenti, far ripartire l'attività economica, sviluppare i
servizi sociali: scuola, sanità, dialogo sociale.
Purtroppo l'impunità continua a coprire crimini e ingiustizie varie. I
conflitti di interesse che affliggono il Darfour, si ripercuotono anche
nel nostro paese.
La Chiesa è rimasta presente dappertutto nel paese. Anche nelle zone
cosiddette rosse, cioè insicure; ha continuato a prestare la sua opera
nelle scuole, nella sanità, vicino alle persone sfollate e handicappate.
Voglio far rimarcare la disponibilità data dal personale delle missioni
in questo contesto di insicurezza per assicurare il servizio della
mediazione tra forze governative e ribelli, a volte anche con i banditi.
Con questi accordi ha potuto far giungere dappertutto cibo, medicine, ed
assicurare incontri di dialogo fra le parti in causa, che hanno
contribuito a far diminuire le tensioni.
Mi pare che la Chiesa abbia vocazione ad essere là, in questi luoghi
umili e nascosti, per aiutare a spegnere sul nascere questi conflitti di
casa. La sua voce è ascoltata e cercata, perché gode di credibilità.
[00052-01.04] [IN026] [Testo originale: italiano]
- S. E. R. Mons. Giovanni Innocenzo MARTINELLI, O.F.M., Vescovo titolare
di Tabuda, Vicario Apostolico di Tripoli (LIBIA)
Sappiamo che nel continente africano vi sono più di dieci milioni di
sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace.
Il fenomeno di questo esodo rivela un volto d’ingiustizia e di crisi
sociopolitica in Africa. In Libia viviamo tutta la tragedia di questo
fenomeno... Venire in Libia per essere respinti dall’Europa...
Vi sono migliaia di immigrati che entrano in Libia ogni anno,
provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana. La maggior parte di
questi fugge dalla guerra e dalla povertà del proprio paese e arriva in
Libia, dove cerca un lavoro per aiutare la famiglia oppure un modo per
andare in Europa nella speranza di trovarvi una vita migliore e più
sicura. Molti di loro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un
lavoro ben retribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal
pagati e pericolosi oppure non ne trovano affatto. Molte donne, fatte
venire nel paese, sono costrette alla prostituzione e alla schiavitù.
Tutti gli immigrati illegali rischiano il carcere, la deportazione o,
peggio ancora, non hanno accesso né all’assistenza legale né ai servizi
sanitari.
In Libia vi sono diversi centri di raccolta di tutti i clandestini, ma
tutti coloro che si rivolgono al Centro di Servizio Sociale della Chiesa
sono originari dell’Eritrea e della Nigeria, etiopi, sudanesi e
congolesi...
L’immigrazione è per molti una tragedia, soprattutto perché fatti
oggetto di traffico, sfruttamento (le donne in particolare) e del
disprezzo dei diritti umani. Ma ringraziamo il Signore per la loro
testimonianza cristiana. È una comunità che soffre, che cerca, precaria
ma piena di gioia nell’espressione della fede! E che in un contesto
sociale e religioso musulmano rende la Chiesa credibile... e vive il
dialogo della vita con molti musulmani. Sono la nostra Chiesa in Libia,
pellegrina e straniera, luce di Gesù e sale per la gente che ci
circonda.
Chiedo ai loro Pastori di non dimenticarli in questo esodo forzato!
[00053-01.04] [IN027] [Testo originale: francese]
- S. E. R. Mons. Lucius Iwejuru UGORJI, Vescovo di Umuahia (NIGERIA)
Le multinazionali sfruttano le risorse naturali in Africa in una misura
che non ha precedenti nella storia. Utilizzano le risorse che si sono
accumulate in tanto tempo senza preoccuparsi se le generazioni future
verranno lasciate senza mezzi di sussistenza. Questo sfruttamento
sconsiderato dell’ambiente ha un impatto negativo sugli africani e
minaccia le loro prospettive di vivere in pace.
Collegato a questo problema è il degrado ambientale in Africa. Aree
intere vengono distrutte a causa della deforestazione, dell’estrazione
di petrolio, come pure dello smaltimento dei rifiuti tossici, di
contenitori di plastica e materiale in cellofan. Inoltre, l’erosione
causata dall’uomo porta via terreni agricoli, distrugge le strade e
insabbia le sorgenti d’acqua. Questi fattori impoveriscono le comunità
africane, aumentando le tensioni e i conflitti.
I doni del creato provengono da un Padre amorevole. Ogni generazione ne
ha bisogno per il proprio sostentamento. Devono essere custoditi (Gn 2,
15) e utilizzati con moderazione. Le attuali sfide ecologiche sono il
risultato dei peccati dell’uomo: egoismo, avidità, mancanza di
sensibilità verso i danni ambientali e incapacità di prendersi cura
della terra.
La Chiesa in Africa deve suscitare una “conversione ecologica”
attraverso un’educazione intensiva. Deve educare le persone in Africa ad
essere più sensibili verso il crescente disastro ambientale e la
necessità di ridurlo. Tutti devono essere resi sempre più consapevoli
che le generazioni future hanno il diritto di vivere in un ambiente
intatto e sano e di godere delle sue risorse.
[00054-01.04] [IN028] [Testo originale: inglese]
- Rev. Guillermo Luis BASAÑES, S.D.B., Consigliere Generale per la
Regione Africa-Madagascar della Società Salesiana (STATI UNITI
D'AMERICA)
Alla luce del tema di questo Sinodo credo che il contributo più prezioso
e più urgente della Vita Consacrata sia oggi quello della profezia della
comunione: il suo essere oggi nella Chiesa e per i popoli d'Africa
signum fraternitatis.
Là dove oggi alcune popolazioni in Africa sono tentate di dichiarare
l'impossibilità di coesistere, di vivere insieme, di condividere la
stessa terra, i religiosi e le religiose, chiamati a vivere la carità
perfetta in comunità, non solo annunciano a tutti i popoli ed etnie in
Africa che è possibile vivere insieme nella diversità o che è possibile
tollerarsi, ma che vivere e lavorare insieme è fecondo, è utile e
perfino bello.
Propongo dunque che più che parlare delle "persone consacrate" come
attori di riconciliazione, di giustizia e di pace, si sottolinei
piuttosto le "comunità di vita consacrata".
A questo proposito vedo con molta urgenza la necessità che i nostri
Pastori in Africa possano continuare ad aiutare la Vita Consacrata
perché sia fedele alla sua vocazione di profonda comunione e di
riconciliazione:
- promuovendo nelle Chiese la conoscenza della natura della Vita
Consacrata e più specificamente della sua profezia di comunione;
- esortando perchè nella formazione alla Vita Consacrata in Africa, si
dia centralità alla formazione alla vita comunitaria interculturale,
internazionale, interetnica;
- evitando che la richiesta di servizi pastorali, ogni volta più vasti,
urgenti e diversificati, arrivi a minare la testimonianza comunitaria
della Vita Consacrata con il rischio che il sale perda il suo buon
sapore;
- incoraggiando i diversi Istituti Religiosi nati in Africa ad aprirsi
al più presto alla missione ad gentes per mostrare con chiarezza che
nessun carisma è legato di modo esclusivo ad una etnia o nazione (cf. VC
78).
[00055-01.04] [IN029] [Testo originale: italiano]
- S. E. R. Mons. Berhaneyesus Demerew SOURAPHIEL, C.M., Arcivescovo
Metropolita di Addis Abeba, Presidente della Conferenza Episcopale,
Presidente del Consiglio della Chiesa Etiopica (ETIOPIA)
Spero che questo sinodo per l’Africa studi le cause che sono alla base
del traffico di esseri umani, delle persone sfollate, dei lavoratori
domestici sfruttati (specialmente le donne in Medio Oriente), dei
rifugiati e dei migranti, specialmente degli africani che giungono sui
barconi e dei richiedenti asilo, e che sortisca posizioni e proposte
concrete per mostrare al mondo che la vita degli africani è sacra e non
priva di valore, come invece sembra essere presentata e vista da molti
media.
Come è noto, l’Unione Africana (UA) ha sede ad Addis Abeba, dove è stata
fondata. L’UA è il forum della leadership politica in Africa. È utile
sapere che quasi il 50% dei membri dell’UA appartengono alla Chiesa
cattolica. Finora, il Nunzio Apostolico in Etiopia è stato invitato a
partecipare come osservatore alle assemblee generali dell’UA quando si
svolgono ad Addis Abeba. È mio auspicio che la Santa Sede nomini un
rappresentante permanente presso l’UA, che partecipi a tutti gli
incontri ogniqualvolta si svolgano e che possa mantenere un contatto
personale con i membri cattolici di questa importante istituzione.Questo
rappresentante speciale dovrebbe preferibilmente possedere le stesse
credenziali diplomatiche di un Nunzio Apostolico. Verrebbe nominato per
dedicarsi a tempo pieno alla sua missione e per essere sempre
disponibile, così da poter partecipare agli incontri e incontrare le
persone che hanno una influenza determinante nel processo decisionale.
Sempre presso l’UA, è necessario anche un rappresentante del Simposio
delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SECAM),
perlomeno a livello di osservatore, affinché la Chiesa cattolica in
Africa abbia voce presso l’UA e sia di incoraggiamento per i fedeli
laici cattolici che vi lavorano.
Da parte nostra, come Chiesa locale in Etiopia, ci impegniamo a fare del
nostro meglio per accogliere un tale rappresentante speciale della Santa
Sede o del SECAM e, se desidera risiedere ad Addis Abeba, per
facilitarne il lavoro e collaborare con la sua missione. Sono certo che
l’Unione Africana sarebbe disponibile ad accettare questi rappresentanti
e che i membri laici cattolici di questo organismo si sentirebbero
particolarmente sostenuti dalla Chiesa cattolica nella loro missione.
[00056-01.04] [IN030] [Testo originale: inglese]
- S. E. R. Mons. Ildefonso OBAMA OBONO, Arcivescovo di Malabo,
Presidente della Conferenza Episcopale (GUINEA EQUATORIALE)
Tralasciando il capitolo IV dell’Instrumentum laboris, mi riferisco agli
attori e alle istituzioni chiamati a dare testimonianza della fede in
Cristo in tutti gli ambiti e settori della società, tenendo in
considerazione l’aspetto locale.
Anni fa - come riferimento storico - i cristiani conobbero difficoltà
con quella persecuzione religiosa, ormai superata, di segno marxista e
comunista. Attualmente i cristiani vivono l’inquietudine del
materialismo nella vita, che pregiudica i valori del regno di Dio. Per
questo il messaggio “combattere la povertà, costruire la pace” è molto
attuale per la dignità di tutti e per il bene comune.
Quanto alle istituzioni, ci impegniamo a promuovere la fede con la
Parola di Dio e a diffondere la celebrazione e adorazione della santa
Eucaristia, vincolo di carità. Sappiamo che il contenuto della Nuova
Evangelizzazione è Gesù Cristo, l’Inviato dal Padre. Per Lui, confidiamo
nella forza della fede e della Parola di Dio in sé stessa, per
purificare i cuori.
In questa prospettiva, la riconciliazione, la giustizia e la pace si
fondano sull’amore, sul perdono e sulla misericordia di Dio in Cristo.
Per questo, nella realtà pastorale, incide l’insegnamento della “Caritas
in veritate” che afferma: “La carità è la via maestra della dottrina
sociale” (n. 2). Con la sua diffusione e applicazione.
Conclusione: 1. - La cultura della solidarietà è un’urgenza dei nostri
tempi di fronte a coloro che propugnano il motto “dividi e vincerai”,
nelle ostilità e nelle rivalità tribali, e favoriscono la violenza, il
terrorismo e le guerre: la cultura della morte. “La pace nasce in un
cuore nuovo”. Crediamo nella speranza. Il Dio della pace ci darà la pace
che gli uomini non possono dare. 2. - Il nostro compito è di instaurare
la civiltà dell’amore. Una proposta valida per la presenza della Chiesa
nella società è la conversione all’amore forte e sincero, come l’amore
di Dio in Cristo morto e risorto, per la convivenza fraterna,
l’umanizzazione e la salvezza integrale.
Per il resto, l’Africa è la riserva spirituale del mondo e nuova patria
di Cristo.
[00057-01.04] [IN031] [Testo originale: spagnolo]
-
S. E. R. Mons. Emílio SUMBELELO, Vescovo di Uíje (ANGOLA)
Nel nostro contesto angolano, la giustizia deve procedere di pari passo
con il perdono. Senza perdono non può esservi riconciliazione e, di
conseguenza, la pace, visto che lo sviluppo di qualsiasi popolo o
nazione risulta ritardato indefinitamente in assenza di meccanismi di
perdono.
Negli ultimi 30 anni una buona parte dei paesi africani - e l’Angola non
sfugge alla regola - ha subito cambiamenti profondi. Le innumerevoli ed
enormi agitazioni della popolazione, collegate alla guerra, hanno
trasformato la società africana. Attualmente oltre la metà della
popolazione vive in zone urbane. Una delle prime conseguenze riguarda la
sua identità etnico-tribale: popoli di origine e sostrato sociale
diversi ora vivono insieme nello stesso ambiente urbano, dando origine a
una fusione culturale. Seconda conseguenza sono i conflitti interetnici,
generati dalle condizioni di disagio economico e di grande
disuguaglianza sociale.
Il vero perdono deve comprendere la ricerca della verità. Fa parte di
questa verità riconoscere il male fatto e, se possibile, porvi rimedio.
Infatti, il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza di riparazione
che è propria della giustizia, ma che esige di reintegrare le persone e
i gruppi nella società. Passi concreti: 1) promuovere attraverso le CIP,
Pro Pace, opportuni studi sulle prevaricazioni dei gruppi etnici o sulle
ingiustizie, per accertare la verità come primo passo per la
riconciliazione. 2) Puntare sulla “ricostruzione umana” che passa
attraverso la modificazione del comportamento della personalità male
impostata e/o che ha sofferto qualche scossa nelle sue strutture e/o
nelle strutture della sua società. La “ricostruzione umana” è quindi un
lavoro che ci si attende dalla Chiesa, affinché l’“individuo distrutto”
torni a farsi persona, ad accettare se stesso e impari a dare nuovi
impulsi che si trasformino in capacità di accettare gli altri.
[00059-01.05 [IN033] [Testo originale: portoghese]
-
S. E. R. Mons. José NAMBI, Vescovo di Kwito-Bié (ANGOLA)
La cultura democratica sta progredendo, sebbene timidamente. In Angola
ancora non si tengono elezioni con la periodicità che sarebbe
auspicabile. Ci sono politici che desiderano un vero cambiamento della
situazione, ma altri fanno resistenza, sono insensibili e si preoccupano
solo dei propri interessi. I venti della democrazia si fanno sentire più
nella capitale che in altre zone del paese e con pochi mezzi di
comunicazione sociale. Si constata la mancanza di una vera educazione
civica dei cittadini, cosa che favorisce la manipolazione. Tutto ciò,
unito all’analfabetismo in ambiente rurale, rende molto precaria la
situazione. La coscienza critica delle persone è debole. Alcuni
ritengono vero tutto quanto detto dai mezzi di comunicazione sociale.
Per questo è urgente promuovere l’educazione civica dei cittadini e
rafforzare la loro coscienza critica. Ciò significa anche promuovere la
difesa della libertà di espressione e di opinione come appannaggio della
democrazia e spazi di sviluppo. I laici che militano nelle diverse
istituzioni civili, nei partiti politici, in Parlamento, sono chiamati a
dare una vera testimonianza della riconciliazione, della giustizia e
della pace. Perciò riteniamo fondamentale continuare a puntare sulla
loro formazione a tutti i livelli.
Il continente africano è considerato un continente ricco, ma i suoi
popoli continuano ad essere poveri. Si sta facendo qualcosa di positivo
per ridurre la povertà. In Angola si osserva un grande sforzo per uscire
dalla povertà. A questo scopo sono stati concepiti progetti grandi e
piccoli. Ciononostante la differenza fra ricchi e poveri continua ad
essere enorme. La concentrazione delle ricchezze nelle mani di poche
persone è impressionante e ciò genera e può sempre generare conflitti.
La popolazione delle zone rurali è attratta dalla vita delle città e
questo comporta varie conseguenze sociali. L’immigrazione a partire dai
paesi vicini si sta acuendo e porta con sé diverse conseguenze sociali.
C’è il problema delle terre occupate a danno dei piccoli agricoltori,
cosa che ha causato conflitti.
[00058-01.03] [IN032] [Testo originale: portoghese]
E’ seguito un tempo dedicato agli interventi liberi.
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