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15 - 09.10.2009
SOMMARIO
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NONA CONGREGAZIONE GENERALE (VENERDÌ, 9 OTTOBRE 2009 - POMERIDIANO)
NONA CONGREGAZIONE GENERALE (VENERDÌ, 9 OTTOBRE 2009 -
POMERIDIANO)
- INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
- AUDITIO DELEGATORUM
FRATERNORUM (II)
- AUDITIO AUDITORUM (II)
-
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE RODOLPHE ADADA, GIÀ RAPPRESENTANTE
SPECIALE CONGIUNTO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE E DEL
PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DELL’UNIONE AFRICANA NEL DARFUR (SUDAN)
Alle ore 16.30 di oggi venerdì 9 ottobre 2009, con la preghiera
dell’Adsumus guidata dal Santo Padre, iniziata la Nona Congregazione
Generale, per la continuazione degli interventi in Aula sul tema
sinodale La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della
giustizia e della pace. “Voi siete il sale della terra ... Voi siete la
luce del mondo” (Mt 5, 13.14).
Presidente Delegato di turno S.Em. Card. Théodore-Adrien SARR,
Arcivescovo di Dakar (SENEGAL).
Alle ore 18.00 il Presidente Delegato ha dato la parola all’Invitato
Speciale Rodolphe Adada.
A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la
preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 215 Padri.
INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:
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S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le
Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO)
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S. E. R. Mons. Jean-Pierre BASSÈNE, Vescovo di Kolda, Presidente della
Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel (SENEGAL)
-
S. E. R. Mons. Henryk HOSER, S.A.C., Arcivescovo-Vescovo di
Warszawa-Praga (POLONIA)
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S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo emerito di Abidjan (COSTA
D'AVORIO)
-
Rev. Pierre Noël NIAVA, Cappellano Nazionale dei Militari (COSTA
D'AVORIO)
-
S. E. R. Mons. Denis Komivi AMUZU-DZAKPAH, Arcivescovo di Lomé (TOGO)
- S.
E. R. Mons. Ignatius CHAMA, Vescovo di Mpika (ZAMBIA)
-
S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)
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S. E. R. Mons. Peter J. KAIRO, Arcivescovo di Nyeri (KENYA)
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S. E. R. Mons. Boniface LELE, Arcivescovo di Mombasa (KENYA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:
-
S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le
Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO)
Rendo grazie al Signore che ci consente di avvicinare la Chiesa di Dio
che è in Africa. Nella sua singolare varietà ecclesiale l'Africa
annovera la Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti cattolici e la
Chiesa Alessandrina Cattolica di rito ge'ez dell'Etiopia e dell'Eritrea.
L'Egitto, insieme alla Chiesa latina, vanta la presenza delle comunità
armena, caldea, greco-melchita, maronita e sira. Porgo il mio saluto ai
confratelli orientali qui presenti, e lo estendo a tutti i pastori
latini e orientali dell'Africa, spiritualmente uniti a questa assemblea
a cominciare da Sua Beatitudine Antonios Naguib, Patriarca di
Alessandria dei Copti Cattolici: li ringrazio tutti per le innumerevoli
fatiche apostoliche. È una Chiesa in espansione. La valenza sociale
della sua missione religiosa si misura sulla fedeltà a ciò che le è
peculiare: salvare l'uomo integrale, la cui vocazione è ultraterrena. Il
primo impulso da parte dei Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e
fedeli è quello di promuovere la riconciliazione grazie alla personale
conversione perché Dio continui a compiere anche in Africa quella
"divinizzazione" di tutti e di tutto messa in luce dai Padri Greci. Il
Sinodo intende riproporre il "servizio della riconciliazione, della
giustizia e della pace". La proposta è urgente. La sua efficacia, però,
si misurerà sempre dall'irrinunciabile visione teologica e pastorale che
la accompagnerà. Senza alcun timore le Chiese in Africa, sentendosi in
comunione col Successore di Pietro e con la Chiesa universale,
continuino a confessare il nome santo di Cristo Dio, l'opera di salvezza
che egli ha compiuto una volta per tutte e la cui grazia rifluisce su di
noi perennemente, testimoniando che il vero nome della riconciliazione,
della giustizia e della pace coincide con il nome di Gesù Cristo, il
Crocifisso Risorto, datore di Spirito, Pietra angolare e Sposo della
Chiesa. Solo in una forte coscienza cristologica ed ecclesiologica potrà
procedere proficuamente la riflessione sinodale. Senza mai rinunciare ad
essa dovranno essere compiuti i passi possibili per ridisegnare le
strategie ecumeniche ed interreligiose più consone al progresso
spirituale e sociale dell'Africa. Diversa è la situazione rispetto a
quella del Sinodo del 1994, ma permangono gravi problemi del passato. È
importantissimo che i cristiani d'Africa, pastori e fedeli, abbiano
coscienza certa che l'Africa ha dato molto in sangue, sudore e lacrime,
in testimonianza di fede, speranza e amore, che è quanto dire in
risposta alla santità. Vorrei rilevare una particolarità etiope/eritreo:
fra i Santi annoverati nel § 36 dell'Instrumentum Laboris non figura,
infatti, Giustino De Jacobis (1800-1860), il Lazzarista che aveva capito
l'importanza della liturgia ge'ez per il cristianesimo del Corno
d'Africa e si era "inculturato" (cfr. § 73). L'Africa, infatti, non si
deve stancare di lavorare per un'adeguata inculturazione del messaggio
cristiano. E’ l'esortazione apostolica Orientale lumen a presentare le
Chiese Orientali come "esempio autorevole" di "riuscita inculturazione"
(O.L. cfr n. 7). Una sana ed equilibrata relazione tra la "Religione e
Tradizione Africana" consentirà alla Chiesa di curare con la comunità
civile le piaghe dell' Africa. Salute, educazione, sviluppo
socio-economico, tutela dei diritti umani, guarigione della ferita del
tribalismo, lotta all'emigrazione con programmi economici in loco che
limitino la fuga dei giovani(§ 25; § 65); sfruttamento e
neo-colonialismo (§§ 12, 64, 72, 140), analfabetismo (§ 31), corruzione
(§ 57), situazione di soggezione delle donne, chiedono risposte di
carità operosa e formazione a tutto campo (cfr. §§ 54, 60, 85,93,97,
111, 116, 123, 126-128, 129, 133-136). Si impongono la convivenza e la
collaborazione sincera tra tutti i cattolici dei vari riti. Senza questa
intesa si preclude il dialogo ecumenico, che dà forza ai cristiani nella
difesa della libertà personale e comunitaria e nella professione
pubblica della fede, permettendo alla Chiesa di essere libera e
missionaria e all' Africa di essere una "società plurale". Lungi del
costituire un ostacolo all'unità, inserite come sono nella situazione e
nella mentalità locali, le Chiese orientali cattoliche possono
“costruire ponti” (cfr. § 90) in vista della riconciliazione, della
giustizia e della pace e dell'incontro con l'Islam già in atto in
diversi Paesi. Questo è anche il mio augurio, mentre con le comunità di
Etiopia ed Eritrea considero la portata simbolica di quel "lembo di
terra africana" che possono vantare entro le mura vaticane: la Chiesa di
Santo Stefano degli Abissini e il Pontificio Collegio Etiopico. Vedrei
in essi un'immagine della Chiesa che, finito il Sinodo, si lancia con
forza e speranza sulle strade della riconciliazione, della speranza e
della pace in Africa, sentendosi con gioia "sub umbra Petri".
[00159-01.03] [IN126] [Testo originale: italiano]
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S. E. R. Mons. Jean-Pierre BASSÈNE, Vescovo di Kolda, Presidente della
Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel (SENEGAL)
Sono nove i paesi membri della Fondazione Giovanni Paolo II per il
Sahel: Burkina Faso, Capo Verde, Gambia, Guinea-Bissau, Mali,
Mauritania, Niger, Senegal e Ciad.
La Fondazione, istituita nel 1984, celebra oggi 25 anni di vita. Il suo
fine è quello di favorire la formazione di persone che si mettano al
servizio del proprio paese e dei propri fratelli, senza discriminazione
alcuna, in uno spirito di promozione umana integrale e solidale, per
lottare contro la desertificazione e le sue conseguenze.
Nata dalla preoccupazione per il benessere e lo sviluppo delle
popolazioni del Sahel, la Fondazione Giovanni Paolo II ha ben presto
iscritto le sue azioni nell’intervento a favore dell’ecologia e della
salvaguardia dell’ambiente. Così facendo, essa contribuisce alla
realizzazione di modi di gestione più razionale delle risorse naturali e
partecipa alla lotta contro la povertà.
Opera della Chiesa, la Fondazione Giovanni Paolo II sostiene, attraverso
il finanziamento di progetti, gli stati, le associazioni, i gruppi o le
cooperative nell’area del Sahel, quale che sia l’appartenenza religiosa
o confessionale dei promotori. In tal modo essa contribuisce in modo
efficace alla cultura della pace e della riconciliazione tra i popoli.
La Fondazione Giovanni Paolo II conta sempre sull’aiuto fraterno
dall’esterno per portare avanti la sua missione. Tuttavia, essa è ormai
risolutamente impegnata a suscitare presso gli abitanti del Sahel uno
spirito di corresponsabilità e di solidarietà.
Le risposte positive già registrate in tal senso autorizzano a sperare
che, parallelamente alla lotta contro la desertificazione, nel cuore
degli abitanti del Sahel si radichi un’autentica civiltà dell’amore
ispirato dal Vangelo.
[00140-01.04] [IN101] [Testo originale: francese]
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S. E. R. Mons. Henryk HOSER, S.A.C., Arcivescovo-Vescovo di
Warszawa-Praga (POLONIA)
L’educazione ai valori familiari è una necessità urgente nel mondo e, in
modo particolare, in Africa, in un momento in cui le crescenti pressioni
esterne rimandano l’esercizio della paternità e della maternità
responsabili alla sfera puramente sanitaria e ospedaliera, negando in
ciò la doppia natura, spirituale e sensibile, dell’amore coniugale. La
pastorale familiare e, in particolare, la trasmissione della vita sono
state quasi demandate alla medicina e alla tecnica.
Esistono già dei programmi: ventisei paesi africani beneficiano di
programmi di educazione alla vita familiare e di pianificazione naturale
(EVF e PFN) allo stato embrionale o strutturato. Ma si è troppo deboli
per potersi permettere di avanzare in ordine sparso. La Federazione
africana d’Azione familiare, fondata a Cotonou nel 2001, offre, su
richiesta dei vescovi, incontri di formazione per gli educatori e le
coppie.
Il Sinodo precedente considerava “l’evangelizzazione della famiglia
africana come una delle priorità maggiori, se si vuole che essa assuma,
a sua volta, il ruolo di soggetto attivo nella prospettiva
dell’evangelizzazione delle famiglie mediante le famiglie”.
[00141-01.04] [IN102] [Testo originale: francese]
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S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo emerito di Abidjan (COSTA
D'AVORIO)
Come tutti i paesi organizzati, le giovani nazioni dell’Africa hanno
dovuto fare ricorso a banche internazionali e ad altri organismi
finanziari per realizzare i numerosi progetti volti al loro sviluppo.
Molto spesso i dirigenti poco preparati non sono stati molto attenti e
sono caduti nelle trappole di coloro, uomini e donne, che gli
intenditori chiamano “gli assassini finanziari”, sciacalli mandati da
organismi avvezzi ai contratti sleali, destinati ad arricchire le
organizzazioni finanziarie internazionali abilmente sostenute dai loro
stati o da altre organizzazioni immerse nel complotto del silenzio e
della menzogna.
I profitti strabilianti vanno agli assassini finanziari, alle
multinazionali e ad alcuni personaggi potenti del paese stesso che fanno
da paravento agli affari stranieri. Così la maggior parte delle nazioni
continua a marcire nella povertà e nelle frustrazioni che questa genera.
Gli “assassini finanziari”, che portano enormi finanziamenti si mettono
d’accordo con i loro interlocutori locali, affinché gli ingenti importi
prestati col sistema degli interessi composto non possano mai essere
rimborsati in breve tempo e interamente. I contratti di esecuzione e di
manutenzione sono devoluti abitualmente, sotto forma di monopolio, ai
rappresentanti dei prestatori. I paesi beneficiari ipotecano le loro
risorse naturali. Gli abitanti, per generazioni, sono incatenati,
prigionieri per lunghi anni.
Per rimborsare questi debiti inestinguibili, che sono una minaccia, come
la spada di Damocle sulla testa degli stati, “la voce del debito ”
incide pesantemente sul bilancio statale, nell’ordine del 40-50% del
Prodotto nazionale lordo.
Legato in tal modo, il paese respira male, deve stringere la cintura
davanti agli investimenti, le spese necessarie per l’istruzione, la
salute, lo sviluppo in generale.
Il debito diviene esso stesso un paravento politico per non soddisfare
le legittime rivendicazioni, con il seguito di frustrazioni, disordini
sociali, ecc. Il debito nazionale sembra una malattia programmata da
specialisti degni dei tribunali che giudicano i crimini contro
l’umanità, la cospirazione malvagia per soffocare intere popolazioni.
John Perkins (Edizioni Al Terre) ha descritto bene i retroscena di un
aiuto internazionale mai efficace in termini di sviluppo durevole.
Il problema-chiave dei nostri giorni è il desiderio, la volontà di
abolire ogni forma di schiavitù.Le nuove generazioni, i giovani in
alcuni paesi sviluppati e del terzo mondo, prendono coscienza che
cambiare il mondo, i suoi miti e i suoi fantasmi, è un progetto
realistico e possibile. Nascono delle ONG per proteggere l’ambiente
materiale e difendere i diritti dei popoli oppressi.
Luce del mondo, la Chiesa, per svolgere il suo ruolo profetico, dovrebbe
impegnarsi concretamente in questa lotta per far emergere la verità.
Gli esperti sanno che da anni la maggior parte dei debiti è stata
effettivamente rimborsata. Sopprimerli, puramente e semplicemente, non è
più un atto di carità, ma di giustizia. Così l’attuale Sinodo dovrebbe
considerare questo problema dell’annullamento dei debiti che incidono in
modo troppo pesante su alcuni popoli.
Per non fermarsi soltanto all’aspetto sentimentale, la mia proposta
sarebbe che una Commissione internazionale, composta di esperti
dell’alta finanza, pastori bene informati, uomini e donne del Nord e del
Sud, prendesse in mano il problema. A questa Commissione verrebbe
affidata la triplica missione di:
- studiare la fattibilità dell’operazione essendo evidente che non tutto
è uguale dappertutto;
- prendere ogni tipo di provvedimento per evitare di ricadere nelle
stesse situazioni;
- sorvegliare concretamente l’uso trasparente delle somme così
economizzate, perché siano effettivamente utili a tutti gli elementi
della piramide sociale: contadini e abitanti della città.
- evitare che dalle ricadute di questa abbondante manna del secolo
traggano vantaggio sempre le stesse persone, del luogo e gli stranieri.
[00142-01.07] [IN103] [Testo originale: francese]
-
Rev. Pierre Noël NIAVA, Cappellano Nazionale dei Militari (COSTA
D'AVORIO)
Nel quadro della ricerca di una soluzione alla crisi in Costa d’Avorio
sono stati organizzati diversi incontri sotto l’egida della comunità
economica dell’Africa Occidentale e della comunità internazionale. Si
sono inoltre tenuti degli incontri su iniziativa delle forze
belligeranti.
Il 4 marzo 2007 sono stati firmati dei nuovi accordi a Ouagadougou
(Burkina Faso). Si è instaurato un dialogo diretto tra le due forze
belligeranti. Da allora, il processo ha compiuto grandi progressi con
molti effetti positivi come il disarmo, la smobilitazione degli ex
combattenti, l’integrazione dei ribelli nell’esercito, la soppressione
della zona di sicurezza, ecc., ma soprattutto è stata stabilita la data
delle elezioni presidenziali, che si svolgeranno il prossimo 29
novembre.
La Conferenza episcopale si è adoperata molto per la riconciliazione. I
vescovi hanno avuto diversi incontri con i leader politici e le forze
belligeranti per riportarli alla ragione. Inoltre, sin dall’inizio della
crisi, hanno indirizzato diversi messaggi alla popolazione. Ne citiamo
solo quattro (4), con i concetti principali in essi contenuti:
1° messaggio: appello alla calma. Si tratta di un appello a cessare le
proteste popolari e gli atti di vandalismo, a porre fine alla paralisi
dei servizi pubblici e alle marce infinite. Ognuno deve quindi mantenere
la calma e operare per il ritorno della pace.
2° messaggio: appello alla coscienza. I vescovi invitano ogni ivoriano a
prendere coscienza che il paese va ancora costruito; occorre quindi
evitare errori e menzogne per risparmiare al paese la catastrofe.
3° messaggio: esortazione agli abitanti della Costa d’Avorio e alla
Comunità internazionale. I vescovi esortano gli ivoriani a evitare
l’odio, la vendetta e la menzogna e a sforzarsi di vivere nell’amore,
nella giustizia, nella verità e nella fiducia reciproca. Esortano
parimenti la comunità internazionale ad agire con sincerità nella sua
partecipazione alla ricerca della pace.4° messaggio: messaggio di
riconciliazione e di pace. Cito le parole dei vescovi, che dicono: “Oggi
la pace è possibile e alla nostra portata... Non è più tempo di accuse e
di condanne. Macchiando questo paese con il sangue umano, abbiamo
sbagliato, agito male. Dobbiamo chiedere sinceramente e umilmente
perdono a Dio per questo e perdono gli uni agli altri, pubblicamente;
perciò proponiamo che si organizzi una giornata di lutto nazionale, di
digiuno, di preghiera per tutti, senza distinzione di religione e di
fede. Tutti noi dobbiamo, nella tradizione autentica africana e
religiosa del timore di Dio e del rispetto per la vita, chiedere perdono
per il sangue umano versato”.
[00143-01.04] [IN104] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Denis Komivi AMUZU-DZAKPAH, Arcivescovo di Lomé (TOGO)
Il Capitolo II dell’Instrumentum laboris ci porta al centro stesso della
problematica della riconciliazione, della giustizia e della pace, che
rappresentano una vera urgenza per l’Africa. Non occorre precisare che a
questo imponente trinomio bisogna aggiungere la verità.
L’esigenza della fedeltà al Signore invita noi, che siamo suoi
discepoli, a essere ambasciatori della riconciliazione, intesa come dono
di Dio e annuncio della salvezza che egli ci dona già adesso (cfr. 2 Cor
5, 11-21). Il compimento di una tale missione s’inscrive nella durata ed
esige un certo numero di condizioni che dovremmo tener presente durante
tutti i nostri lavori:
1. L’elaborazione di un progetto realistico di educazione alla cultura
della pace per tutte le nostre strutture educative e formative in
Africa.
2. La creazione di una banca per la raccolta di dati socioculturali ed
economici, in grado di essere di aiuto nella promozione della
riconciliazione, della giustizia e della pace nell’amore e nella verità.
3. La creazione di un osservatorio per la prevenzione, la gestione e la
risoluzione dei conflitti, coinvolgendo maggiormente la Chiesa-Famiglia
di Dio in Africa.
4. Assicurare una diffusione molto vasta e giudiziosa della Dottrina
sociale della Chiesa, pegno della creazione di un nuovo ordine
socioculturale, economico e politico più giusto, più umano e più
fraterno; in grado di favorire l’instaurazione in Africa del Regno di
Dio; Regno di giustizia, di riconciliazione, di verità, d’amore e di
pace.
5. È evidente che la Bibbia, Parola di Dio, in questo senso deve essere
presentata ovunque come fonte inesauribile di riconciliazione, di
giustizia e di pace; accolta e vissuta con coerenza, essa può diventare
lo strumento più sicuro ed efficace per instaurare il Regno di Dio in
Africa e nel mondo.
In quest’ottica, la Conferenza dei vescovi del Togo avrebbe voluto che
il tema della nostra seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo
dei Vescovi fosse così formulata: “La Chiesa-Famiglia di Dio in Africa,
al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”.
Comunque non c’è niente di grave, poiché ci comprendiamo bene e ci
capiamo perfettamente, anche se non tutto viene “esplicitato”.
[00150-01.04] [IN105] [Testo originale: francese]
- S.
E. R. Mons. Ignatius CHAMA, Vescovo di Mpika (ZAMBIA)
Vorrei sottolineare qui la crisi economica locale che io e il mio popolo
viviamo nella nostra diocesi rurale nel nord-est dello Zambia. È la
crisi dei raccolti dei nostri instancabili agricoltori che non riescono
a raggiungere i mercati o a ottenere il giusto prezzo. È la crisi
percepita quando investitori stranieri riforniscono i loro supermercati
di raccolti importati dall’estero. È la crisi causata da pratiche
commerciali, sia interne che internazionali, il che significa che merci
sovvenzionate importate dall’Europa limitano la concorrenza leale con le
merci locali.
Inoltre, oggi nello Zambia le nostre zone rurali devono anche affrontare
la campagna per l’adozione di un modello di agricoltura geneticamente
modificata, una cosa giustamente criticata nel n. 58 dell’Instrumentum
laboris.
Queste dinamiche inique sono segno di un più profondo divario esistente
fra città e campagna che minaccia nel complesso lo sviluppo integrale e
sostenibile dello Zambia oggi. Il nostro stesso governo ci dice che,
mentre la povertà urbana negli ultimi anni è diminuita, la povertà delle
zone rurali è aumentata in modo significativo.
Ma cosa può fare un Sinodo per tutto ciò? Voglio ricordare semplicemente
ai miei fratelli vescovi che fu il Sinodo del 1994 a cogliere una simile
richiesta di giustizia economica nell’invito ad esso rivolto a sostenere
la campagna del Giubileo per la cancellazione del debito dei paesi
africani in difficoltà. La Chiesa ascoltò l’appello e parlò a favore
della cancellazione del debito, che divenne, in Zambia e altrove, un
importante passo verso l’umanizzazione dell’ordine economico. Oggi
abbiamo bisogno di un simile appello alla giustizia, per esempio,
nell’affrontare le questioni di politica commerciale come gli Accordi di
partenariato economico (Epa) tra l’Africa e l’Europa e le preoccupazioni
ambientali come il riscaldamento globale.
Chiedo, dunque, che la nostra Assemblea dia il suo sostegno alle
richieste per un ordine economico più giusto che salvaguardi i diritti e
il futuro delle nostre popolazioni rurali.
[00152-01.04] [IN107] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)
Il tema di questa Assemblea sinodale “La Chiesa in Africa al servizio
della riconciliazione, della giustizia e della pace” riguarda, in certo
modo, il Brasile, a causa di un passato segnato dall’ingiustizia verso
coloro che sono venuti dall’Africa in Brasile.
Abbiamo bisogno di una “purificazione della memoria” espressa mediante
atti concreti, soprattutto nell’ambito dell’educazione, del lavoro,
della politica. In questo senso sono stati adottati alcuni provvedimenti
governativi. Essi hanno bisogno di essere approfonditi e ampliati.
In campo ecclesiale, abbiamo una pastorale afro, organizzata a livello
nazionale dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile.
Anche in campo ecclesiale esiste una speciale sensibilità verso
l’immagine della Chiesa-Famiglia di Dio. Questo ci avvicina
all’esperienza ecclesiale della Chiesa in Africa. Questa immagine della
Chiesa non interpella solamente la nostra intelligenza, ma anche la
nostra affettività, il nostro cuore e la nostra immaginazione.
Tale modo di intendere la Chiesa possiede una centralità eucaristica e
una dimensione trinitaria. In effetti, l’Eucaristia è la Cena che il
Padre preparò per la sua Famiglia, che è la Chiesa. È soprattutto nella
celebrazione dell’Eucaristia che la Chiesa si percepisce come “Famiglia
di Dio”. A loro volta, il pane e il vino diventano nutrimento
eucaristico per potere dello Spirito Santo, invocato nell’epiclesi.
Per tutto quanto appena detto, credo che i frutti di questa Assemblea
sinodale alimenteranno la vita e la missione della Chiesa non solo in
Africa, ma anche in Brasile. Questo Sinodo contribuirà a dare nuovo
impulso alla collaborazione missionaria che la Chiesa in Brasile offre a
diverse diocesi dell’Africa.
[00153-01.04] [IN108] [Testo originale: portoghese]
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S. E. R. Mons. Peter J. KAIRO, Arcivescovo di Nyeri (KENYA)
I nomadi vivono e sono attivi da secoli in 52 diocesi dei paesi
dell’AMECEA; sono presenti anche in Africa Occidentale e nel Nord
Africa. Talvolta hanno causato e dato inizio a conflitti armati a causa
della carenza di acqua e di pascoli, soprattutto durante i periodi di
siccità.
La Chiesa deve promuovere il dialogo tra queste diverse tribù, dove il
ruolo degli anziani è molto importante visto che i guerrieri non possono
fare scorrerie senza la loro benedizione.
Il governo dovrebbe impegnarsi anche a realizzare pozzi e dighe nelle
zone aride. Le strutture sanitarie ed educative dovrebbero anche essere
offerte e promosse fra i pastoralisti. La commissione giustizia e pace
dovrebbe fornire al popolo nomade un’educazione sui diritti umani. I
genitori dovrebbero essere incoraggiati a educare le figlie femmine.
Nelle parrocchie di quest’area diventa estremamente difficile per il
sacerdote dedicare un’attenzione pastorale adeguata alla gente.
Pertanto, i nomadi che si spostano spesso rimangono indietro rispetto
alle comuni attività parrocchiali tradizionali. Occorre che la Chiesa
metta in atto nuove forme di evangelizzazione e di attenzione pastorale
per la popolazione nomade. Ciò dovrebbe includere la nomina di sacerdoti
nomadi, di coordinatori pastorali nomadi e di catechisti nomadi, nonché
scuole mobili, assistenza sanitaria per i pastori e centri ecclesiali
mobili.
Si propone anche che nella nostra Chiesa cattolica vi siano un impegno
nelle strutture sopra-diocesane e rapporti al di sopra dei confini, al
fine di mettere in atto iniziative di pace da entrambe le parti dei
confini e al di là del territorio delle diocesi. Possono essere utili
anche gli incontri regolari del coordinatore pastorale dell’apostolato
dei nomadi delle diocesi e dei paesi confinanti, come pure l’attuazione
di strategie comuni che dimostrino la solidarietà umana e l’unità
cristiana.
[00154-01.04] [IN109] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Boniface LELE, Arcivescovo di Mombasa (KENYA)
Lo stigma associato all’Aids è troppo pesante perché le persone, come
individui e come comunità, possano portarlo da sole. Ho visto paura e
disperazione negli occhi della nostra gente. Le persone dovrebbero
trovare in noi coraggio e speranza. Si sentono dire dai loro leader
religiosi, dalla loro famiglia, che in qualche modo sono loro stesse
responsabili della malattia.
Dobbiamo aiutare la nostra gente a capire che l’HIV/Aids è una malattia
e che è sbagliato dare la colpa a se stessi. Forse non sono stati
prudenti nel loro stile di vita, ma la malattia ci invita alla
compassione.
Ho visto famiglie allontanare la nuora e i bambini a causa del sospetto.
Respingere i bambini da parte della famiglia è un abominio. È un peccato
grave agli occhi di Dio. È una distorsione del messaggio evangelico di
Gesù, che è amore, perdono, riconciliazione, ritorno alla famiglia di
Dio.
Dobbiamo stare vicini ai nostri giovani e ai nostri anziani per aiutarli
a evitare di contrarre l’Aids/HIV. Dobbiamo aiutare le famiglie a
comprendere che i bambini che vengono lasciati senza l’amore e la guida
dei genitori sono molto più esposti al contagio rispetto a coloro che
hanno il sostegno della famiglia.
L’Aids/HIV è un kairos che ci sfida a rivelare quanto siano profondi
alcuni dei nostri peccati. C’era un uomo che stava morendo di Aids e io
ho avuto l’onore di essergli accanto negli ultimi giorni. L’ho osservato
lottare con le sue scelte di vita e con la vergogna per la sua malattia,
lo stigma che la società gli aveva imposto. Ho iniziato a comprendere la
mia umanità e la mia condizione di peccatore quando ha alzato la mano
per toccare la croce che indossavo. Ho percepito la sua accettazione di
sé e il perdono di Dio e la sua salvezza. È stato in quel momento che mi
ha chiesto di prendermi cura dei suoi figli, poiché lui non poteva più
farlo. Ho sentito la sua fiducia in me come fratello e Pastore. Dio mi
ha sfidato ad accettare me stesso, ad essere riconciliato con me stesso.
[00155-01.04] [IN110] [Testo originale: inglese]
AUDITIO DELEGATORUM
FRATERNORUM (II)
Successivamente, è intervenuto il seguente Delegato fraterno:
-
Sua Eccellenza Barnaba EL SORYANY, Vescovo della Chiesa Copta Ortodossa
in Italia
Diamo qui di seguito i riassunti dell’intervento del Delegato fraterno:
-
Sua Eccellenza Barnaba EL SORYANY, Vescovo della Chiesa Copta Ortodossa
in Italia
L'Africa per noi ha portato dei cari ricordi dal momento in cui vi è
arrivato il nostro padre Abramo e successivamente Giacobbe ed i suoi
figli per vivere in Egitto, la terra in cui è nato e cresciuto Mosè e
dalla quale egli, per mano di Dio, ha liberato il popolo d'Israele. La
cara terra che ha accolto la Sacra Famiglia in fuga dalla persecuzione.
L'Egitto di San Marco e della sua evangelizzazione delle genti. II paese
dove è nato il monachesimo per opera di Sant'Antonio Abate.
Sant'Attanasio e San Cirillo il grande e tanti Santi e Martiri che hanno
sacrificato le loro vite in difesa della nostra fede cristiana.
Noi tutti sappiamo che questo continente ha sofferto molto dal
colonialismo che ha sfruttato le risorse naturali e non si è occupato
delle popolazioni, che sono state lasciate nella povertà, nella
malattia, nella fame, nel degrado totale. Per non parlare poi delle
guerre che hanno insanguinato e tuttora continuano a devastare la nostra
amata Africa; lo sfruttamento dei bambini soldato, le persecuzioni e le
violenze quotidiane dei cristiani nell'ambito sociale, la distruzione
dei valori familiari.
Qui viene il compito della Chiesa nell'evangelizzare attraverso la
cultura della carità, la promozione della pace e dell'amore che si
concretizza nel curare i malati, aiutare i poveri, difendere gli
oppressi, risollevare insomma l'essere umano. Di fondamentale importanza
è la cura del culto, la catechesi ai bambini ed alle loro famiglie che
si possano sentire accolte in una unica famiglia in Cristo.
Andiamo fratelli! Completiamo il cammino degli apostoli, quelli che sono
andati nel mondo ad evangelizzare senza possedere nulla ma pieni di fede
nell'opera dello Spirito Santo. Andiamo a portare il messaggio vivo di
Gesù per tutti questi paesi che vivono nel bisogno e nella povertà ma
sono ricchi spiritualmente con la grazia di Gesù.
Uniamoci tutti in preghiera per il compimento dell'opera di Dio nel
servizio a questi paesi, forti nella pazienza e nella speranza che
domani sarà migliore di oggi e che il mondo senta la voce di coloro che
soffrono affinché la Provvidenza Divina porga loro la mano.
Andiamo! lasciamo le tante difficoltà da parte e guardiamo alla cosa più
importante che è la costruzione del regno di Dio in questo continente,
portare la parola di Dio ad ognuno, questo è il nostro fine.
Il mio augurio è per un buon risultato di questo Santo Sinodo che possa
avere una grande risonanza nel mondo in modo che i lavori in esso
prodotti si possano realizzare.
[00160-01.03] [DF003] [Testo originale: italiano]
AUDITIO AUDITORUM (II)
Infine, sono intervenuti i seguenti Uditori e Uditrici:
-
Sig. Laurien NTEZIMANA, Licenziato in Teologia, Diocesi di Butare
(RWANDA)
-
Fr. Armand GARIN, Piccolo Fratello di Gesù (Francia), Responsabile
regionale dei Piccoli Fratelli di Gesù per l’Africa del Nord (Algeria e
Marocco), Annaba (ALGERIA)
-
Prof. Raymond RANJEVA, Già Vice-Presidente della Corte Internazionale di
Giustizia (Paesi Bassi), Membro del Pontificio Consiglio Giustizia e
Pace (Città del Vaticano) (MADAGASCAR)
-
Dott.ssa Elena GIACCHI, Ginecologa del Centro Studi e Ricerche per la
Regolazione Naturale della Fertilità, Università Cattolica Sacro Cuore,
Roma; Presidente di WOOMB-Italia (Coordinamento nazionale del Metodo
dell’Ovulazione Billings-Italia) (ITALIA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi degli Uditori e
Uditrici:
-
Sig. Laurien NTEZIMANA, Licenziato in Teologia, Diocesi di Butare
(RWANDA)
Racconto qui brevemente la mia avventura di teologo laico alla ricerca
di una spiritualità che renda giustizia all’“indoles saecularis”, questo
“marchio della secolarità” che fa del laico un figlio della Chiesa
vivente nel cuore del mondo per trasformarlo dal suo interno come
fermento, sale, soffio e luce.
Nel 1990, al termine del mio terzo ciclo di studi teologici presso la
Katholieke Universiteit te Leuven, ho scritto un libro pubblicato otto
anni dopo dall’editrice Karthala con il titolo Libres paroles d’un
théologien rwandais: joyeux propos de bonne puissance. La “bonne
puissance” di cui parlo in questo libro è quella di Cristo, poiché le
altre sono false potenze, vale a dire illusioni che ingannano i
malcapitati che si fidano. La “bonne puissance” è un trinomio il cui
primo aspetto è la sicurezza o non-paura, il secondo, la forza di vivere
o non-rassegnazione e il terzo, l’accoglienza assoluta dell’altro o
non-esclusione. Ciò che definisco il principio di “bonne puissance” è
quindi una traduzione in termini pratici delle virtù teologali.
Tra il 1990 e il 1994 ho utilizzato il principio di “bonne puissance”
nell’ambito del Servizio di animazione teologica affidatomi dal vescovo
della diocesi di Butare, il compianto Mons. Jean Baptist Gahamanyi, per
formare i responsabili delle comunità cristiane alla dimensione pubblica
della fede; tra aprile e luglio del 1994, il principio di “bonne
puissance” mi ha permesso di sopravvivere al genocidio e di aiutare con
tutte le mie forze i miei fratelli e le mie sorelle tutsi; tra settembre
del 1994 e settembre del 1999 ho utilizzato il principio di “bonne
puissance” per formare animatrici e animatori che hanno saputo portare
la Buona Novella sulle colline di Butare, nel terribile contesto
dell’immediato dopo-genocidio; il premio per la pace di Pax Christi
International del 1998 è giunto in riconoscimento del valore universale
di questo lavoro; quando nel 1999 tra il clero e me è accaduto ciò che è
accaduto a Paolo e Barnaba (At 15, 39), il principio di “bonne
puissance” mi ha consentito di fondare l’associazione Modeste et
Innocent (www.ami-ubuntu.org), che da febbraio del 2000, nonostante la
prigione e altre tribolazioni, lavora con successo per la
riconciliazione dei ruandesi. Il premio “Theodor Haecker Preis für
politischen Mut und Aufrichtigkeit” della città tedesca di Esslingen am
Neckar è giunto nel febbraio del 2003, in riconoscimento del fondamento
di tale impegno.
[00133-01.04] [UD005] [Testo originale: francese]
-
Fr. Armand GARIN, Piccolo Fratello di Gesù (Francia), Responsabile
regionale dei Piccoli Fratelli di Gesù per l’Africa del Nord (Algeria e
Marocco), Annaba (ALGERIA)
Nei paesi del Maghreb, dove la quasi totalità delle persone è musulmana,
secondo l’esempio di Gesù di Nazaret e sulla scia di Charles de
Foucauld, nella fedeltà al Vangelo, alcuni/e cristiani/e si sforzano di
vivere in fratellanza con i loro vicini e amici musulmani. Ritengono che
sia possibile vivere una vita autentica di condivisione, di ascolto, di
accoglienza e di servizio facendosi prossimo ai musulmani, soprattutto
ai piccoli e ai poveri. Ciò presuppone che si conosca l’altro
dall’interno delle sue tradizioni culturali e religiose. Lo straniero,
senza saperlo, ci porta ad approfondire la nostra fede e a vivere il
Vangelo in modo più autentico. Le parabole e gli esempi della vita di
Gesù ci appaiono sotto una nuova luce. Allora, con gli amici musulmani,
che credono nell’unico Dio, può nascere una vera solidarietà spirituale,
attraverso gesti che talvolta hanno il sapore dell’eternità e sono il
segno di una comunione autentica.
Ciò è possibile perché come cristiani e musulmani crediamo fortemente
nella fraternità in Adamo (siamo tutti creature di Dio) e in Abramo. Ma,
dalla venuta di Gesù, per noi la fraternità tra tutti gli uomini ha la
sua fonte nella nostra fede in Gesù morto e risorto perché tutti abbiano
la vita. Crediamo che Gesù è misteriosamente presente nei nostri
incontri.
[00134-01.04] [UD006] [Testo originale: francese]
-
Prof. Raymond RANJEVA, Già Vice-Presidente della Corte Internazionale di
Giustizia (Paesi Bassi), Membro del Pontificio Consiglio Giustizia e
Pace (Città del Vaticano) (MADAGASCAR)
Aspetti della Verità:
- verità dei fatti - prevenzione contro le rivelazioni malevole, una
realtà materiale e sensibile;
- verità degli impegni - pacta sunt servanda
- verità nell’esercizio delle responsabilità - testimonianza attiva
La Verità e le sue funzioni nella riconciliazione:
- rifiuto della strumentalizzazione dell’odio e della riconciliazione;
cfr. giustizia politica
- conoscenza e valutazione delle situazioni d’ingiustizia e di rottura
della pace
- messa in atto: a) della correzione e della cessazione della situazione
d’ingiustizia
b) dello sradicamento delle cause produttrici di falsa giustizia in
false verità
Carattere carente di un approccio puramente umano alla Verità
- assenza di garanzia dinanzi al relativismo: rapporto di forza,
calcolo, furberia
- necessaria messa in conto delle considerazioni religiose della fede
a) eliminare le sovrapposizioni dal fatto religiosob) domanda permanente
sulla base della Parola di Dio
Dottrina sociale della Chiesa
- quadro intellettuale e dottrinale dell’analisi degli aspetti della
riconciliazione, della giustizia e della pace
a) al triplice livello etico, normativo, istituzionale
b) nel quadro della modifica delle mentalità e delle strutture
- compito di tutta la Chiesa - interazione permanente orizzontale e
verticale.
[00135-01.06] [UD007] [Testo originale: francese]
-
Dott.ssa Elena GIACCHI, Ginecologa del Centro Studi e Ricerche per la
Regolazione Naturale della Fertilità, Università Cattolica Sacro Cuore,
Roma; Presidente di WOOMB-Italia (Coordinamento nazionale del Metodo
dell’Ovulazione Billings-Italia) (ITALIA)
L'insegnamento e la diffusione del Metodo dell'Ovulazione Billings (MOB)
in tutto il mondo, sono stati sempre accompagnati dalla proposta di uno
stile di vita che promuove l'amore coniugale, l'unità della famiglia, il
rispetto per la donna e l'apertura generosa all'accoglienza della vita.
Per la sua semplicità il MOB può essere usato da tutte le coppie
indipendentemente dal livello di istruzione, dalla religione o dallo
stato socioeconomico, ed accolto non solo da Cattolici ma anche da
Musulmani, Hindù e persone di ogni credo religioso. La coppia, può
gestire la propria fertilità in modo naturale, sia per ottenere,· sia
per evitare la gravidanza in ogni situazione della vita fertile: cicli
regolari, irregolari, allattamento al seno, premenopausa. L'insegnamento
del metodo contribuisce a: 1 )promuovere la famiglia e la procreazione
responsabile nel rispetto della vita, dell' amore e della fedeltà
coniugale; 2)promuovere la dignità della donna; 3)prevenire l'aborto;
4)evitare il ricorso alla fecondazione artificiale consentendo alle
coppie sub-fertili di ottenere la gravidanza nel rispetto dei valori
etici; 5)prevenire le malattie a trasmissione sessuale, educando i
giovani ad una sessualità matura che integra la dimensione spirituale,
corporea, psicologica. Il MOB può favorire la diffusione di valori umani
e cristiani contribuendo all'impegno pastorale e all'evangelizzazione.
[00144-01.03] [UD008] [Testo originale: italiano]
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE RODOLPHE ADADA, GIÀ
RAPPRESENTANTE SPECIALE CONGIUNTO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI
UNITE E DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DELL’UNIONE AFRICANA NEL DARFUR
(SUDAN)
Introduzione
È un immenso onore per me potermi rivolgere, in presenza di Sua Santità,
a questo areopago di Principi della Chiesa, riuniti in questa aula
sacra.
Come sapete, non ho più l’incarico dell’UNAMID (African Union/United
Nations Hybrid operation in Darfur) e le opinioni che esprimo, adesso,
riguardano solo me. Il dibattito sul Darfur è divenuto così polarizzato
che è difficile mantenere una posizione obiettiva. Questo è ancora più
spiacevole perché solo un approccio neutro può garantire soluzioni
durature.
Di fronte a Sua Santità, vorrei offrire una testimonianza il più
imparziale possibile. So di poter parlare serenamente, poiché la Chiesa
è una forza di pace e la pace esige la verità.
Alla fine del 2005, il Congo è stato eletto membro non permanente del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il periodo 2006/2007 e
nel gennaio del 2006, il Presidente Denis Sassou-Nguesso viene eletto
presidente in carica dell’Unione Africana. Queste due decisioni hanno
fatto del Ministro degli Esteri del Congo - quale ero all’epoca - un
osservatore privilegiato dei grandi problemi che attanagliavano
l’Africa, tra i quali, al primo posto, vi era la crisi del Darfur.
Ho così potuto seguire l’evoluzione di tale questione più da vicino.
Quando il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, e il presidente
della Commissione dell’Unione Africana, Alpha Oumar Konaré, hanno scelto
la mia persona per dirigere la prima missione ibrida Nazioni
Unite/Unione Africana e il presidente Denis Sassou-Nguesso ha dato il
suo consenso, mi sono sentito investito di una triplice fiducia. Era mio
compito meritarla.
Il conflitto
Tutti sanno che il conflitto del Darfur è esploso nel febbraio del 2003
quando un gruppo ribelle, il Sudan Liberation Army - SLA - guidato da
Abdulwahid Mohammed Al Nur, ha attaccato Gulu, il capoluogo del Jebel
Marra. Successivamente, ad aprile, questo gruppo attaccò l’aeroporto di
El Fasher, capitale del Darfur. Venne poi formato un secondo gruppo,
conosciuto come Justice and Equality Movement - JEM - guidato da
Khalillbrahim.
La risposta del governo sudanese si manifestò con quella che alcuni
hanno definito “contro-insurrezione al ribasso”, estremamente violenta e
basata sullo sfruttamento delle rivalità etnico sociologiche tramite
l’uso dei “Janjaweeds” dalla pessima reputazione.
Le conseguenze furono spaventose: centinaia di migliaia di morti,
milioni di sfollati (IDP e rifugiati), incalcolabili violazioni dei
diritti umani. Una crisi umanitaria senza precedenti.
A meno di 10 anni dal genocidio del Ruanda, la crisi del Darfur ha
subito sollevato la questione del genocidio. Conoscete la controversia
su questo punto delicato.
Tuttavia, un’analisi più profonda dimostrerebbe che il conflitto del
Darfur affonda le sue radici nella storia del Sudan. La storia,
l’emarginazione delle regioni periferiche e il loro sottosviluppo, il
degrado dell’ecosistema sono fattori da non trascurare. È una “crisi del
Sudan in Darfur”. Questa crisi è legata anche alla storia del vicino
Ciad. Per esempio, il FROLINAT creato negli anni ’60 per lottare contro
il presidente del Ciad, François Tombalbaye, è stato fondato a Nyala,
nel Darfur, e non è un caso che il primo mediatore nel conflitto sia
stato il presidente del Ciad, Idriss Deby. Il lungo conflitto del Tehad
ha contribuito anche a far affluire armi leggere in Darfur.
Si diceva che “il Darfur degli anni ’90 era carente d’acqua, ma che
invece era inondato di fucili”.
Già prima del 2003, la crisi attuale comincia in realtà con una guerra
civile tra i Fur e gli arabi, durante la quale ogni parte accusava
l’altra di tentato genocidio.
Ecco due citazioni:
1. “La sporca guerra che ci è stata imposta è iniziata come una guerra
economica ma ha ben presto assunto il carattere di genocidio e aveva lo
scopo di cacciarci dalla nostra terra ancestrale (...). Lo scopo è un
olocausto totale e (...) l’annichilimento completo del popolo Fur e di
tutto ciò che è Fur”.
2. “La nostra tribù araba e i Fur hanno convissuto pacificamente nel
corso di tutta la storia del Darfur. Ma la situazione ha conosciuto una
destabilizzazione verso la fine degli anni ’70 quando i Fur hanno
lanciato il motto “il Darfur ai Fur”... Gli arabi sono stati dipinti
come gli stranieri che dovevano essere espulsi dal Darfur... Sono i Fur
che, nella loro ricerca di espansione della cosiddetta “cintura
africana”, vogliono espellere tutti gli arabi da questa terra”.Queste
parole piene d’odio sono state pronunciate durante la conferenza di
riconciliazione svoltasi a El Fasher, dal 29 maggio all’8 luglio 1989.
Eppure, questa dimensione etnica è solo la punta dell’iceberg. Questo
conflitto è assai più complesso della descrizione manichea comunemente
diffusa.
La risposta della Comunità Internazionale
Oltre alle organizzazioni umanitarie che continuano a fare un lavoro
ammirevole a servizio del popolo sudanese del Darfur, l’Unione Africana
è stata la prima a reagire. Nell’aprile del 2004, essa ha organizzato
delle trattative per giungere alla firma del cessate il fuoco umanitario
di N’Djamena tra il governo del Sudan e i due movimenti ribelli, cioè lo
SLA di Abdulwahid El Nur e il JEM di Khalillbrahim. È questo accordo che
permetterà di avviare la MUAS (Missione dell’Unione Africana in Sudan),
con il sostegno di numerosi donatori tra i quali è giusto citare almeno
l’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America e il Canada.
La MUAS ha cominciato con 60 osservatori e una forza di protezione di
300 soldati ma successivamente è passata a 7000 uomini. Era la prima
missione di peace keeping organizzata dall’Unione Africana e non è stata
la più facile.
La MUAS è stata oggetto di molte critiche da parte dei media
occidentali. Queste critiche sono ingiustificate e ingiuste.
Il lavoro svolto da questa missione è stato enorme e merita di essere
elogiato. In condizioni in cui nessuno voleva intervenire, questi
africani hanno assicurato con sacrificio e dedizione la presenza della
comunità internazionale in Darfur.
Hanno dato testimonianza della compassione umana. Hanno gettato le basi
di ciò che oggi è l’UNAMID. Sessantuno (61) di loro hanno fatto il
supremo sacrificio.
Dal MUAS al MINUAD
Dalla fine del 2005, di fronte alla complessità dei problemi di ogni
genere posti dalla gestione della MUAS, è apparso difficile per l’Unione
Africana continuare ad assumersi questa responsabilità. L’Unione
Africana ha preso allora la decisione di passare il testimone all’ONU
cui spettava la missione. Il governo del Sudan si oppose con forza a
questa decisione. Tutto il 2006 è trascorso nel tentativo di convincere
il governo sudanese della necessità di questo passaggio di
responsabilità.
Soltanto il 16 novembre del 2006 il segretario generale dell’ONU, Kofi
Annan, in procinto di andarsene, fece la proposta di una missione
ibrida. Il governo sudanese accettò e nacque così l’UNAMID, la Missione
delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in Darfur.
L’UNAMID è stata formalmente creata con la risoluzione 1769 del
consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso il rapporto
congiunto del segretario generale delle Nazioni Unite e del presidente
della Commissione dell’Unione Africana. Essa prevede 20.000 militari,
6.000 poliziotti e altrettanti civili, diventando così la più grande
forza di peace keeping del mondo. Doveva essere dotata di tutti gli
strumenti necessari allo svolgimento del suo mandato secondo il capitolo
7 della Carta delle Nazioni Unite e doveva essere preceduta da due
“moduli di sostegno” (light support package e heavy support package)
alla MUAS per rafforzarla prima del passaggio di potere.
L’UNAMID ha come mandato:
- contribuire a ristabilire le condizioni di sicurezza necessarie alla
distribuzione degli aiuti umanitari;- garantire la protezione della
popolazione civile;
- seguire e verificare l’applicazione dei diversi accordi del cessate il
fuoco
- contribuire all’applicazione dell’accordo di pace di Abuja e di ogni
altro accordo.
Lo spiegamento dell’UNAMID ha costituito una grande sfida. Si tratta
della più grande missione al mondo nella regione più interna del più
grande paese africano. In Africa, il punto più lontano dal mare è in
Darfur. Le infrastrutture per i trasporti sono inesistenti. L’UNAMID
succede alla MUAS che non ha potuto usufruire dei “moduli di sostegno”
promessi. Tutto ciò ha costituito un insieme di ostacoli che abbiamo
dovuto superare.
La reticenza, se non la resistenza, del governo sudanese nei confronti
della presenza di una missione delle Nazioni Unite in Darfur ha
rappresentato un ulteriore problema da gestire. Le condizioni del
dibattito internazionale sul Darfur avevano stigmatizzato il governo del
Sudan che, da parte sua, vedeva nella “comunità internazionale”
semplicemente una forza il cui scopo era il rovesciamento del regime.
Ma, con l’aiuto dell’Unione Africana, è stato possibile diminuire il
sospetto nei confronti dell’UNAMID. A questo scopo, è stato necessario
lavorare a stretto contatto con il governo. Credo che oggi il governo
sudanese sia convinto che l’UNAMID è una forza di pace e non
l’avanguardia di una forza di invasione. È stata creata una Commissione
tripartita (ONU-UA e governo del Sudan) per risolvere ogni problema
riguardante lo svolgimento dell’UNAMID.
Questo mio impegno presso il governo sudanese non è mai stato ben visto
né tanto meno capito.
La maggior parte delle missioni di peace keeping si svolgono negli
“stati in fallimento”, in cui il governo è o inesistente o impotente
(Bosnia, Kosovo, Timor...). In questi casi, la missione dell’ONU diventa
un vero governo e il rappresentante speciale quasi il capo di governo.
In Sudan non è così. Le Nazioni Unite devono su questo punto effettuare
una vera “rivoluzione culturale”.
Oggi possiamo considerare che il grosso delle truppe sarà sul campo
verso la fine dell’anno. Occorre tuttavia sottolineare che alcuni mezzi
tecnici promessi dai “moduli di sostegno” non sono ancora stati forniti
e in particolare gli elicotteri militari che permetterebbero una
maggiore mobilità in un territorio grande come la Francia. È una delle
incongruenze delle decisioni della “comunità internazionale”.
L’UNAMID ha dovuto anche far fronte alla diffidenza e persino
all’ostilità degli sfollati. Far accettare l’UNAMID agli sfollati e ai
movimenti armati è stato più difficile. Molti di loro rifiutavano il suo
“carattere africano”.
D’altra parte, la loro ostilità all’accordo di Abuja di cui l’UNAMID
doveva assicurare l’attuazione complicava ancor più la situazione. Ma la
nostra azione sul campo - soprattutto al tempo della crisi del campo di
Kalma dove un’“operazione di polizia” ha portato alla morte di 38
sfollati, all’espulsione di tredici ONG internazionali e ai
combattimenti di Muhajeriya e Umm Baru fra il JEM e le forze
governative, l’UNAMID ha dato assistenza ai feriti dei due campi, pur
proteggendo le migliaia di civili che avevano trovato rifugio presso di
essa - la nostra azione sul campo, come dicevo, è riuscita a convincere
gli sfollati dell’imparzialità dell’UNAMID nell’attuazione del suo
mandato. Lo hanno dichiarato in una lettera commovente che abbiamo
considerato come una vera e propria onorificenza.
Oggi l’UNAMID è presente ovunque in Darfur. Tutte le componenti della
missione, i militari, la polizia, i civili (affari politici, affari
civili, diritti umani e del DDDC - Darfur-Darfur Dialogue and
Consultations) mantengono rapporti regolari con tutte le parti, con la
società civile e con la popolazione in generale. Essi osservano la
situazione giorno per giorno e possono fedelmente darne conto.
Partecipano anche con successo alla risoluzione delle dispute locali.
La situazione attuale in Darfur
Durante i 26 mesi che ho appena trascorso in Darfur come responsabile
dell’UNAMID, ho potuto osservare un miglioramento progressivo della
situazione della sicurezza in Darfur e ciò malgrado il persistere di due
gravi rischi: la proseguimento delle operazioni militari fra il JEM e le
forze governative da una parte e il deterioramento delle relazioni fra
il Ciad e il Sudan dall’altra. A questo è opportuno aggiungere le lotte
inter-tribali e l’aumento del banditismo, dovuti in gran parte al crollo
della legge e dell’ordine.
La criminalità e il banditismo sono oggi la preoccupazione principale in
materia di sicurezza. Osserviamo inoltre una nuova tendenza al rapimento
di persone a scopo di riscatto. La strategia dell’UNAMID per la
protezione dei civili mira a controllare tutte queste cause di pericolo
per i civili innocenti. Si tratta per l’UNAMID di rafforzare la sua
presenza nei campi profughi (ormai è presente 24 ore su 24 in 15 campi)
e di moltiplicare il numero di pattuglie di polizia e dei militari nelle
città e nei villaggi.
Ma, detto questo, la situazione è cambiata radicalmente dopo l’intenso
periodo 2003-2004 quando venivano uccise decine di migliaia di persone.
Oggi, in termini puramente numerici, possiamo dire che il conflitto del
Darfur è un conflitto di bassa intensità. Non vorrei insistere su questa
macabra contabilità che appassiona i media: un morto è un morto di
troppo e i numeri che avevo citato al Consiglio di Sicurezza erano lì
solo per sostenere l’analisi.
Questo non significa assolutamente che il conflitto in Darfur sia
concluso! Infatti, il conflitto in Darfur continua. I civili continuano
a correre rischi inaccettabili. Milioni di persone si trovano ancora nei
campi profughi o sono rifugiati. A causa dell’insicurezza, non possono
tornare a casa e riprendere una vita normale. Non è stata ancora trovata
alcuna soluzione alle gravi ingiustizie e ai crimini commessi, in
particolare durante il picco delle ostilità, nel 2003-2004.
I progressi che osserviamo sul campo devono essere consolidati con un
accordo di pace che deve essere inclusivo. Esso dovrebbe comprendere non
solo i movimenti armati ma anche l’insieme delle componenti della
società del Darfur, inclusa la società civile, gli sfollati, i
rifugiati, senza dimenticare gli arabi che vengono troppo spesso
assimilati ai Janjaweeds. Infatti, solo un accordo politico accettato e
condiviso da tutti è in grado di riportare una pace duratura in Darfur.
In realtà, è proprio ciò che manca di più, oggi, all’UNAMID: un accordo
di pace. Infatti, questa missione di peace keeping non ha pace da
mantenere.
Non c’è soluzione militare al problema del Darfur, non può esserci.
Nessuno ha i mezzi per vincere militarmente. L’unica opzione è quindi un
accordo politico e questo accordo deve tener conto di tutti gli aspetti
del problema, locali, regionali, politici, socio-economici, senza
dimenticare la grave questione umanitaria.
I vari tentativi di negoziazione dal 2003 non hanno portato a una
soluzione. L’accordo di Abuja, firmato il 5 maggio 2006, non è stato
inclusivo ed è stato rifiutato da gran parte della popolazione del
Darfur. L’attuale mediazione UA-UN deve tenerne conto e puntare alla
partecipazione di tutti.
I prossimi due anni saranno cruciali per il Sudan. Sono previste
elezioni generali nell’aprile del 2010 e, nel 2011, ci sarà il
referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale. È necessario
che il Darfur partecipi a elezioni giuste e trasparenti e, perché
l’esercizio di autodeterminazione del Sud si svolga in condizioni
ottimali, il problema del Darfur dovrebbe essere già risolto. A dir
poco, il tempo stringe.
Pace, giustizia e riconciliazione
In Darfur sono state commesse terribili violazioni dei diritti umani, in
particolare nel 2003-2004. Questi problemi non sono stati trattati. La
pace e la giustizia sono due facce della stessa medaglia. La questione
non è sapere se la giustizia deve essere promossa, ma piuttosto il come
farlo.
Il procuratore della corte penale internazionale (CPI) ha chiesto e
ottenuto l’emissione di una mandato d’arresto contro il presidente del
Sudan.
L’UNAMID ha sempre insistito sul fatto che questa questione esulava dal
suo mandato e non ha mai commentato questa decisione della giustizia. Ma
è una questione che domina il dibattito e tutto il processo di
trattamento del problema del Darfur. L’Unione Africana, pur precisando
di non tollerare in alcun caso l’impunità, ha chiesto che questo mandato
d’arresto venga differito per rendere la pace possibile, ma il Consiglio
di Sicurezza della Nazioni Unite non è giunto ad un accordo
sull’applicazione dell’articolo 16 dello Statuto di Roma. Questo ha
spinto l’Unione Africana a chiedere ai suoi membri di non eseguire il
mandato d’arresto. Parlando a titolo strettamente personale, ritengo che
ci troviamo oggi in una situazione di stallo. L’esecuzione di un mandato
d’arresto contro un capo di stato in carica non è una cosa facile e si
può comprendere la reticenza a negoziare, espressa da alcuni movimenti
armati. “Perché negoziare con un criminale in procinto di essere
arrestato?”.
L’Unione Africana ha creato una Commissione ad Alto Livello (AU
High-Level Panel on Darfur), presieduta dal presidente Thabo Mbeki (ex
presidente del Sudafrica) che comprende, fra gli altri, il presidente
Abdusalami Aboubakar (ex presidente della Nigeria) e Pierre Buyoya (ex
presidente del Burundi), per studiare questa questione della pace, della
giustizia e della riconciliazione e avanzare delle proposte. La
Commissione è composta da eminenti esperti e conoscitori dei problemi
del Darfur, del Sudan e della giustizia. Sono stato ascoltato da questa
Commissione come altre 3000 e più persone. L’UNAMID e, più precisamente,
la sua componente DDDC (Darfur-Darfur-Dialogue and Consultations), ha
offerto tutto il suo sostegno alla Commissione.
La Commissione ha dovuto presentare il suo rapporto ieri, 8 ottobre.
Questo rapporto dovrebbe contenere le linee programmatiche per uscire
dall’impasse. La comunità internazionale dovrebbe esaminare questo
rapporto con obiettività e spirito costruttivo. La Chiesa, forza di
pace, elevata autorità morale, potrebbe interessarsi al lavoro di questa
Commissione. Forse potremmo trovarvi una via d’uscita alla situazione di
stallo.
L’UNAMID è uno strumento straordinario di pace, unico nel suo genere,
essendo nato dalla volontà di due organizzazioni, l’Unione Africana e le
Nazioni Unite. Spetta alla “comunità internazionale” farne buon uso. C’è
stato un tempo in cui l’ibridismo era sinonimo di bastardaggine e di
tara ma oggi, quando si parla di automobile ibrida, siamo al culmine del
progresso.
L’UNAMID rappresenta la comunità internazionale nel suo insieme e non
questo o quel paese membro.
Bisogna dunque rafforzare l’UNAMID, darle tutti i mezzi di cui ha
bisogno e soprattutto questo accordo di pace. Gli uomini e le donne che
servono la comunità internazionale su questo fronte non cessano di
dimostrare la loro dedizione e abnegazione.
La cosa più importante è che la cooperazione fra i promotori
dell’UNAMID, l’Unione Africana, e le Nazioni Unite, rimanga sincera. Il
carattere ibrido dell’UNAMID, che è stato il vero visto d’ingresso delle
Nazioni Unite in Darfur, non deve sembrare una semplice astuzia, un
“cavallo di Troia”. L’Unione africana non deve essere solo uno “sleeping
partner” ma deve svolgere pienamente il suo ruolo. Altrimenti la
sconfitta è assicurata.
Il Sudan è il più grande paese dell’Africa. È alla cerniera di due
mondi, l’Africa e il mondo arabo; confina con nove (9) paesi africani.
Dall’indipendenza (1 gennaio 1956) si può dire che ha conosciuto la pace
solo sporadicamente.
L’accordo globale di pace (CPA) che ha messo fine a oltre 20 anni di
guerra civile fra Nord e Sud, ha suscitato tante speranze. Per la prima
volta si intravvedeva un Sudan democratico.
Nel momento in cui la violenza sembra diminuire in Darfur, è
preoccupante vedere che proprio ora nel Sud riprendono i massacri; la
pace sarà forse il “masso di Sisifo” che, per la massima sfortuna dei
sudanesi, ricade giù non appena si crede di aver raggiunto la vetta
della montagna?
Il Sudan è uno. Bisogna che la comunità internazionale pensi “Sudan” e
non più “Darfur e Sud”. In questa visione olistica, la Chiesa ha un
ruolo preminente da svolgere in un Sudan pluralista, fra il Sud
cristiano e animista e il Nord musulmano, dove c’è il Darfur.
Era il sogno di un grande sudanese, John Garang, il sogno di un nuovo
Sudan in pace, in un’Africa in pace.
[00112-01.05] [RE000] [Testo originale: francese] |