|
21 - 12.10.2009
SOMMARIO
-
DECIMA CONGREGAZIONE GENERALE (SABATO, 10 OTTOBRE 2009 - ANTEMERIDIANO) - CONTINUAZIONE
-
DODICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 12 OTTOBRE 2009 -
POMERIDIANO)
- CONFERENZE STAMPA
DECIMA CONGREGAZIONE GENERALE (SABATO, 10 OTTOBRE 2009 - ANTEMERIDIANO)
- CONTINUAZIONE
- AUDITIO AUDITORUM (III) - CONTINUAZIONE
AUDITIO AUDITORUM (III)
- CONTINUAZIONE
Pubblichiamo di seguito un nuovo Riassunto di un intervento nell’Auditio
auditorum (III), in sostituzione del testo pubblicato nel Bollettino N.
16 del 10 ottobre 2009, su richiesta dell’Uditore.
-
Prof. Edem KODJO, Segretario Generale emerito dell’Organizzazione
dell’Unione Africana (O.U.A.), Primo Ministro emerito, Professore di
Patrologia presso l'Istituto St. Paul di Lomé (TOGO)
L’Africa aspira profondamente alla riconciliazione, alla giustizia e
alla pace. La Chiesa d’Africa e i suoi cristiani sono interpellati più
di altri da questa missione. Come riconciliare gli africani tra di loro?
Il processo non è facile. La riconciliazione è innanzitutto un
atteggiamento, una disposizione del cuore, uno sguardo d’amore nei
confronti dell’altro, che presuppone la conversione di tutto l’essere,
una vera “metanoia”, una trasformazione totale che solo la grazia,
scaturita dalla preghiera, può accordare. Sì, noi africani dobbiamo
prima di tutto riconciliarci con Dio, attraverso la penitenza e la
preghiera.
La riconciliazione con gli altri richiede la forza e il coraggio del
perdono.
La riconciliazione umana conferisce un ruolo centrale alla confessione
che conduce alla verità, l’indispensabile verità, e alla giustizia.
Riconciliazione, giustizia e verità sono legate da una sorta di
relazione di tipo trinitario.
I cristiani sono formati per svolgere questo ruolo? Non è certo! Ancor
meno i politici cristiani. Il cuore dell’uomo, in quanto oscuro per
natura, e la politica, in quanto compromesso per eccellenza, sono più
esposti degli altri al tradimento della loro fede. Denunciarli,
disprezzarli non è abbastanza. Occorre cambiare i cuori. Del resto non
sono tutti condannabili. Julius Nyerere non dovrebbe essere beatificato?
Occorre pregare per loro. Occorre formarli. Ora, la formazione
post-catechetica della nostra Chiesa deve essere ancora inventata. Cosa
si conosce davvero della dottrina sociale della Chiesa nei circoli del
potere?La Chiesa cristiana, quanto a essa, deve essere ricristianizzata,
il laicato valorizzato, organizzato meglio, in quanto svolge un ruolo
centrale.
Occorrono ovunque, nelle nostre diocesi, cappellani per gli uomini
politici.
In ogni caso, i popoli dell’Africa attendono da questo Sinodo un
messaggio forte per fermare le deviazioni politiche e le manipolazioni
di ogni tipo, il desiderio di rimanere al potere ingannando,
l’accaparramento delle ricchezze da parte di alcuni, l’alienazione delle
nostre risorse minerarie, la vendita delle nostre terre, le aziende
transnazionali capitaliste, la distruzione del nostro ambiente.
I popoli sanno che la voce della Chiesa è forte, che la voce del Santo
Padre risuona forte. I popoli conoscono il valore morale e spirituale di
alta portata della nostra Chiesa. Essi aspettano, non li deludiamo!
[00242-01.04] [UD014] [Testo originale: francese]
DODICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE (LUNEDÌ, 12 OTTOBRE 2009 -
POMERIDIANO)
- INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)
- AUDITIO AUDITORUM (V)
-
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE DR. JACQUES DIOUF, DIRETTORE
GENERALE DELLA FAO
Alle ore 16.30 di oggi lunedì 12 ottobre 2009, con la preghiera della
preghiera Pro felici Synodi exitu guidata dal Santo Padre, è iniziata la
Dodicesima Congregazione Generale, per la continuazione degli interventi
in Aula sul tema sinodale La Chiesa in Africa a servizio della
riconciliazione, della giustizia e della pace. “Voi siete il sale della
terra ... Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 13.14).
Presidente Delegato di turno S.Em. Card. Théodore-Adrien SARR,
Arcivescovo di Dakar (SENEGAL).
Alle ore 18.00 il Presidente Delegato ha dato la parola all’Invitato
Speciale Dr. Jacques DIOUF, Direttore Generale della FAO.
A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con la
preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 210 Padri.
INTERVENTI IN AULA (CONTINUAZIONE)
Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:
-
S. E. R. Mons. Robert MUHIIRWA, Vescovo di Fort Portal (UGANDA)
-
S. E. R. Mons. Kyrillos WILLIAM, Vescovo di Assiut dei Copti (EGITTO)
-
S. E. R. Mons. Philippe RANAIVOMANANA, Vescovo di Ihosy (MADAGASCAR)
-
S. E. R. Mons. Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo di Kinshasa
(REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
- S. E. R. Mons. Raymond Leo BURKE,
Arcivescovo emerito di Saint Louis, Prefetto del Supremo Tribunale della
Segnatura Apostolica (CITTÀ DEL VATICANO)
-
S. E. R. Mons. Tesfaselassie MEDHIN, Vescovo di Adigrat (ETIOPIA)
-
S. E. R. Mons. Norbert Wendelin MTEGA, Arcivescovo di Songea
(TANZANIA)
-
S. E. R. Mons. Krikor-Okosdinos COUSSA, Vescovo di Iskanderiya degli
Armeni (EGITTO)
-
S. E. R. Mons. Denis WIEHE, C.S.Sp., Vescovo di Port Victoria,
Presidente della Conferenza Episcopale (C.E.D.O.I.) (SEYCHELLES)
-
S. E. R. Mons. Ludwig SCHICK, Arcivescovo di Bamberg, Presidente della
Commissione "Weltkirche" della Conferenza Episcopale Tedesca (GERMANIA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:
-
S. E. R. Mons. Robert MUHIIRWA, Vescovo di Fort Portal (UGANDA)
Parlo della grande sfida della povertà alla quale assisto nel mio paese,
l’Uganda, e in particolare nella mia diocesi di Fort Portal, che ha una
popolazione di circa un milione di cattolici, con pressappoco 2000
catechisti. Ritengo che la mia diocesi, come molte altre in Africa,
abbia un grande potenziale. Per esempio, della buona terra nelle aree
rurali, città piccole e grandi. Ma nella situazione finanziaria attuale,
non siamo capaci di sviluppare questa terra e di sostenerci
economicamente. È per questo che continuiamo a chiedere aiuti finanziari
alle nostre Chiese sorelle in Europa, in America e in altri paesi
sviluppati, al fine di poter costruire chiese, rettorie per le nostre
parrocchie e conventi, per avere mezzi di trasporto così da poter
svolgere i nostri impegni pastorali, ecc. Siamo certamente grati per
tutto l’aiuto che riceviamo.
Tuttavia, se vogliamo essere una Chiesa matura, una Chiesa viva che sia
autosufficiente e si diffonda, dobbiamo diventare anche più autonomi e
dipendere dalle risorse che noi stessi riusciamo a raccogliere,
ponendoci in una posizione tale da poter sostenere i programmi della
Chiesa e offrire una giusta retribuzione ai nostri catechisti, ai
religiosi e anche ai sacerdoti, poiché ciò potrebbe aiutarli a non
abbandonare volontariamente le nostre diocesi per cercare pascoli più
ricchi altrove. Oltre a tutto ciò, dobbiamo realizzare programmi per i
giovani, affinché non vengano circuiti dai musulmani e dalle chiese
pentecostali, che stanno riversando milioni di dollari nei nostri paesi
per attirarli verso la loro religione.
Potremmo avere un dialogo maggiore sul modo in cui le nostre Chiese o
diocesi sorelle nel mondo sviluppato ci assistono? Per esempio, aiutando
le diocesi sorelle e le conferenze riguardo alle possibilità di fare
investimenti per essere autonome, così da essere in grado di pagare uno
stipendio ai nostri agenti di pastorale, specialmente i catechisti e
altri? Riusciamo a ideare da soli dei programmi pastorali, superando la
sindrome di dipendenza che fa sì che alcuni donatori si siano stancati?
Lasciate che la saggezza del seguente motto riassuma il mio intervento:
“Date a un uomo un pesce ed egli verrà da voi tutti i giorni, ma dategli
un amo ed egli pescherà da solo ogni giorno”.
[00207-01.04] [IN155] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Kyrillos WILLIAM, Vescovo di Assiut dei Copti (EGITTO)
Su una popolazione totale di 80 milioni di persone, in Egitto i
cristiani sono circa 10 milioni, di cui circa trecento mila cattolici,
suddivisi tra copti cattolici, che formano la maggioranza, melkiti,
maroniti, siri, armeni, caldei e qualche latino.La Chiesa cattolica in
Egitto è una piccola comunità che mantiene la propria caratteristica di
Chiesa universale; ha anche le stesse preoccupazioni di tutte le Chiese
in Africa, pur avendo la sua specificità poiché vive in un contesto
arabo-musulmano diverso da quello degli altri paesi africani.
Essa è anche una Chiesa locale ricca di tradizioni, di culture, di riti
e con una liturgia propria.
La Chiesa in Egitto è presente attraverso le attività socio-pastorali
svolte dalle diocesi, dalle congregazioni religiose e dagli organismi
laici.
Questa presenza di manifesta in diversi modi:
Diamo la priorità all’educazione. Attraverso la scuola, formiamo il
bambino alla tolleranza, al rispetto dell’altro e ai valori umani.
Questa formazione crea dei ponti tra i diversi ambiti religiosi e
sociali.
Lo sviluppo socio-economico, come la promozione della donna,
l’animazione rurale (alfabetizzazione, salute, microprogetti, ecc.).
Alcune sfide della Chiesa cattolica in Egitto: il fondamentalismo
religioso, l’emigrazione dei quadri cristiani, i rifugiati, il lavoro
ecumenico che lascia a desiderare, la formazione adeguata dei sacerdoti,
dei religiosi e delle religiose per far fronte ai cambiamenti della
società egiziana con le sue nuove esigenze. Promuovere la comunione tra
i diversi riti e i nuovi movimenti in seno alla Chiesa.
[00225-01.04] [IN156] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Philippe RANAIVOMANANA, Vescovo di Ihosy (MADAGASCAR)
Non si può fare altro che ringraziare gli organismi europei, cattolici e
non, che hanno aiutato finanziariamente e materialmente le Chiese
dell’emisfero sud e alcune diocesi a dotarsi di questi mezzi. La Chiesa
in Africa è riconoscente al Nord per i diversi aiuti.
Tuttavia, spesso agli aiuti sono legate delle condizioni da parte dei
donatori. Molti programmi della Chiesa in Africa dipendono ancora
largamente dalle condizioni poste dai donatori. Questa situazione
rischia da una parte di mettere un’ipoteca sull’autonomia e la proprietà
dei programmi e dall’altra di portare alla realizzazione di progetti o
strutture non adatti alla Chiesa locale e a chi ne deve beneficiare. Per
questo sono necessari fiducia e comprensione reciproca delle due parti,
al fine di evitare regali avvelenati.
L’investimento nei mezzi di comunicazione sociale deve servire a
raggiungere i villaggi isolati e tagliati fuori dal mondo; i contadini,
che costituiscono l’85% della popolazione, non hanno accesso
all’informazione e alla formazione, venendo così privati dei diritti e
dei doveri elementari di cittadini e di cristiani, mentre sono chiamati
a essere artefici di riconciliazione, di pace e di giustizia.
La formazione di personale per gestire questi mezzi altamente
tecnologici in continua evoluzione è costosa! La formazione, che spesso
deve essere svolta in Europa, è una necessità, ma rimane al di fuori
delle possibilità economiche della diocesi. D’altra parte, per ben
evangelizzare i media, occorre che gli animatori abbiano una solida
formazione cristiana. È questa la condizione per la riuscita...
La realizzazione di radio diocesane è volta anzitutto alla comunione in
ciascuna diocesi. Ma la realizzazione di una rete satellitare
contribuirà fortemente agli scambi e alla condivisione a livello
interdiocesano e nazionale, attraverso un programma comune. Ha la
missione di favorire la comunione nell’impegno di evangelizzazione nelle
diocesi.
[00227-01.04] [IN158] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Laurent MONSENGWO PASINYA, Arcivescovo di Kinshasa
(REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO)
La pace va di pari passo con la giustizia, la giustizia con il diritto e
il diritto con la verità.
Senza la giustizia, la pace sociale è messa male. Occorre dunque a ogni
costo promuovere gli stati di diritto, in cui vi sia il primato del
diritto, soprattutto il diritto costituzionale; stati di diritto in cui
l’arbitrarietà e la soggettività non creino la legge della giungla;
stati di diritto in cui la sovranità nazionale sia riconosciuta e
rispettata; stati di diritto in cui a ciascuno venga dato in modo equo
ciò che gli è dovuto.
Senza la verità è difficile assicurare la giustizia e proclamare il
diritto. La concseguenza sarebbe che diritto e non diritto avrebbero
pari diritto di cittadinanza; ciò renderebbe impossibile un ordine
armonioso delle cose, ossia la “tranquillitas ordinis”. “Nella verità,
la pace” (Benedetto XVI).
Ecco perché nel ricercare soluzioni di pace, tutti i cammini,
specialmente quelli diplomatici e politici, dovranno essere orientati a
ristabilire la verità, la giustizia e il diritto.
Cristo è la nostra pace. Egli ha fatto la pace, ha proclamato la pace,
poiché ha fatto, di ebrei e pagani, un solo popolo. E ciò non lasciando
agli uni o agli altri i loro privilegi e i loro diritti, ma abolendo
l’esclusione, abbattendo il muro di separazione culturale e sociale,
distruggendo l’odio che lo ha crocifisso nel corpo sulla croce. Ebrei e
gentili non sono più estranei, persone distanti, bensì persone vicine,
concittadini dei santi, gli uni e gli altri partecipano alla stessa
eredità (Ef 3, 6), appartenendo da allora a un solo Israele. Egli ha
fatto così un uomo nuovo, per riconciliarli entrambi a Dio e per dare
loro accesso al Padre per mezzo dello Spirito.
È eliminando tutte le barriere, l’esclusione, le leggi discriminatorie
nel culto e nella società, e soprattutto sopprimendo l’odio, che si
riconciliano gli uomini e si fa la pace.
[00228-01.04] [IN159] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Raymond Leo BURKE, Arcivescovo emerito di Saint Louis,
Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (CITTÀ DEL
VATICANO)
La Chiesa, come Sposa di Cristo, è lo specchio della giustizia. Deve
annunciare e salvaguardare la verità che, citando le parole di papa
Benedetto XVI, “sola, è garanzia di libertà (cfr. Gv 8, 32) e della
possibilità di uno sviluppo umano integrale” (Caritas in veritate, n.
9). Il suo insegnamento e la sua disciplina riguardo al santo
matrimonio, per mezzo del quale la famiglia, cellula primaria della vita
della Chiesa e della società, viene formata e alimentata, è fondamentale
per la sua fedeltà coma specchio della giustizia nel mondo.
Il tribunale ecclesiastico, dove il vescovo diocesano esercita la sua
funzione di giudice a favore dei fedeli che accusano di nullità il
proprio matrimonio, è una parte essenziale del ministero di giustizia
della Chiesa. Ogni vescovo deve aver cura, pertanto, a istituire e far
funzionare in modo giusto il tribunale ecclesiastico, responsabilità
alla quale può adempiere anche congiuntamente, attraverso un tribunale
interdiocesano.
Nella cultura contemporanea è fondamentale che la Chiesa annunci la
verità sull’unione coniugale tra un uomo e una donna, che è per sua
stessa natura esclusiva, indissolubile e ordinata alla procreazione.
L’osservanza, da parte dei fedeli, della disciplina della Chiesa
riguardo al matrimonio è uno degli strumenti collaudati per “assistere
le coppie e guidare le famiglie nelle sfide che incontrano” e per
purificare la cultura secolare da pratiche come i “matrimoni forzati” e
la poligamia.
Le decisioni del tribunale ecclesiastico rispecchiano, per i fedeli e
per la società in generale, la verità sul matrimonio e sulla famiglia. I
ministri del tribunale, pertanto, devono essere ben preparati attraverso
lo studio del diritto canonico e l’esperienza.
Con la celebrazione di questa Assemblea speciale, possa la Chiesa,
attingendo allo spirito peculiare della cultura africana, essere in modo
sempre più perfetto lo specchio della giustizia relativa al matrimonio e
alla famiglia per il bene dei popoli dell’Africa e del mondo intero!
[00229-01.05] [IN160] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Tesfaselassie MEDHIN, Vescovo di Adigrat (ETIOPIA)
Ritengo che non sia stata dedicata sufficiente attenzione alla
formazione, che è un tema centrale per la Chiesa in Africa mentre svolge
il suo servizio per la riconciliazione, la giustizia e la pace come “...
sale della terra ... e luce del mondo”.
La Chiesa svolge la sua missione attraverso le sue strutture e
istituzioni, e più concretamente attraverso i vescovi, i sacerdoti, i
religiosi e le religiose, i catechisti e i fedeli laici che, al loro
rispettivo livello, devono essere guida e modello nelle comunità
cristiane, come “riconciliatori”, “persone giuste”, “artefici di pace”.
La formazione dei sacerdoti è fondamentale se si vuole realizzare questo
obiettivo.
Dobbiamo pertanto assicurare che la formazione che impartiamo ai nostri
futuri sacerdoti e agenti di evangelizzazione li aiuti a essere
consapevoli delle sfide, ad essere ministri sicuri di sé, equilibrati e
maturi, in grado di resistere e di superare le gravi turbolenze del
tempo.
Raccomandazioni:
- Vi è la forte esigenza di comprendere le pressioni distruttive e le
sfide con cui si confrontano le nostre società in Africa oggi, con una
particolare attenzione per le famiglie e i giovani. Ciò esige dalla
Chiesa la realizzazione di programmi di formazione più specifici.
- I programmi di formazione nei Seminari maggiori e nelle Case di
formazione religiose richiedono grande attenzione e una intensa
valutazione, al fine di determinarne la qualità e l’efficacia nel
formare membri della Chiesa che possano essere testimoni autentici della
riconciliazione, della giustizia e della pace.
- Utilizzare i nostri istituti di studi superiori istituendo una facoltà
che sviluppi e integri nei propri programmi, per quanto riguarda i
meccanismi di riconciliazione, le pratiche migliori e i modi culturali
africani più efficaci, per provvedere alla formazione di personale al
servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace, che
potrebbe svolgere il proprio servizio a livello nazionale, regionale e
continentale secondo le esigenze.
- L’apprezzamento delle diversità nelle nostre società africane è una
realtà da non sottovalutare.
[00226-01.04] [IN157] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Norbert Wendelin MTEGA, Arcivescovo di Songea (TANZANIA)
Molta nostra gente viene torturata, perseguitata e assassinata solo a
causa di sospetti maligni infondati, fomentati dalla magia e dagli
stregoni. Non ci sono leggi per difendere le persone, i governi
condonano, alcuni leader cospirano con gli stregoni, qualche governo
legalizza. Molti leader credono alla stregoneria, alla superstizione e
all’occulto. Occorrono un’evangelizzazione più profonda, sostegno e una
voce profetica rivolta ai nostri governi.
La sopravvivenza degli agricoltori è difficile. Spesso la loro
sofferenza non è contemplata nei bilanci dei nostri governi, e ancora
più spesso vengono ingannati. La Chiesa in Africa deve lottare per gli
agricoltori e i pastoralisti: essi devono ricevere la giusta
considerazione nel bilancio; occorre garantire loro infrastrutture di
base e le necessità fondamentali per il loro lavoro e i loro prodotti;
devono essere prese delle misure per mercati stabili e validi, devono
essere protetti i mercati interni e devono essere introdotti al
risparmio e ai prestiti attraverso le cooperative di microfinanza.
Per i nostri politici, pace significa “un clima tranquillo che consenta
loro di rubare e godersi i soldi del loro paese”. Per loro, libere e
giuste elezioni significa “successo nel portare le persone alle urne
nella totale ignoranza dei loro diritti e delle manovre subdole dei
candidati”. I politici ritengono che essere eletti significhi avere il
lasciapassare per rapinare il paese.
Amiamo i musulmani. Vivere con loro fa parte della nostra storia e
cultura. Ma il pericolo che minaccia la libertà dell’Africa, la
sovranità, la democrazia e i diritti umani è in primo luogo il fattore
politico islamico, ossia il progetto voluto e il processo chiaro di
“identificare l’islam con la politica e viceversa” in ciascuno dei
nostri paesi africani. In secondo luogo c’è il fattore monetario
islamico, mediante il quale grandi somme di denaro provenienti da paesi
esteri vengono riversate nei nostri paesi per destabilizzare la pace e
sradicare il cristianesimo.
L’etnicità è un cancro che tormenta l’Africa. Dobbiamo subito inculcare
la riconciliazione come nostra spiritualità e vita oltre che come nostra
azione immediata.
[00230-01.04] [IN161] [Testo originale: inglese]
-
S. E. R. Mons. Krikor-Okosdinos COUSSA, Vescovo di Iskanderiya degli
Armeni (EGITTO)
Vorrei rendervi partecipi della testimonianza data dalla Chiesa armena,
che dal genocidio del 1915 è presente in tutto il mondo nella sua
diaspora.
Nel 1915 gli ottomani, spinti da gelosia, hanno massacrato il popolo
armeno presente nella grande Armenia e nella piccola Armenia (Turchia).
Un milione e mezzo di persone sono morte in questo genocidio.
Gli armeni sono partiti disperdendosi prima in Medio Oriente, poi nel
mondo intero. Ovunque si sia stabilita, la Chiesa armena è stata accolta
e ha portato con sé la sua lingua, la sua fede, le sue tradizioni e la
sua cultura.
Nel 2001 abbiamo celebrato i 1700 anni del battesimo dell’Armenia e papa
Giovanni Paolo II ha beatificato l’arcivescovo di Mardine, Ignazio
Maloyan, il quale, alla testa del suo popolo, ha dato la vita per non
rinnegare la fede in Cristo.
In questo momento in cui si svolge il sinodo, vale a dire 94 anni dopo
quel massacro, in seguito all’appello di Cristo di perdonare i propri
nemici, i dirigenti dello stato armeno e i capi delle Chiese in Armenia
(cattolica, ortodossa ed evangelica) compiono un atto pubblico di
perdono nei confronti dei turchi. Lo compiamo domandando ai turchi di
riconoscere il genocidio, di rendere omaggio ai martiri e di concedere
agli armeni i loro diritti civili, politici e religiosi.
Il cammino di riconciliazione tra i due stati è già stato intrapreso.
Per questo, faccio appello ai dirigenti politici, affinché sostengano il
nostro andare verso i turchi, con la Chiesa universale e la Chiesa
africana nel bisogno.
[00240-01.04] [IN173] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Denis WIEHE, C.S.Sp., Vescovo di Port Victoria,
Presidente della Conferenza Episcopale (C.E.D.O.I.) (SEYCHELLES)
Le piccole isole dell’Oceano Indiano (Comore, Réunion, Mauritius,
Rodrigues e Seychelles), per la loro situazione geografica, la loro
storia e, in particolare la loro popolazione, sono molto diverse dai
grandi paesi del continente africano, poiché sono tributarie non solo
dell’Africa, ma anche dell’Asia e dell’Europa. Tuttavia, a livello
pastorale abbiamo in comune diverse questioni, per esempio alcuni
problemi riguardanti la famiglia.
I cristiani che si uniscono al Cammino Neocatecumenale vengono
profondamente trasformati. Nel corso delle mie visite pastorali presso
l’una o l’altra famiglia sono stato testimone dell’armonia nei rapporti
della coppia e nei rapporti genitori-figli, e anche della preghiera
regolare e profonda in famiglia.
Le “sessioni CANA” organizzate dalla Comunità del Nuovo Cammino: ogni
volta vi partecipano una ventina di coppie, che trascorrono insieme una
settimana; viene proposto loro questo tempo per riscoprire il
significato vero della loro vita di coppia e di famiglia. Allo stesso
tempo, in un altro luogo, i figli di queste famiglie seguono un tempo di
formazione simile, con una pedagogia adattata alla loro età. Durante
l’ultimo giorno della sessione, i genitori e i figli si ritrovano per
una festa in famiglia con tutti i partecipanti. Successivamente, dopo la
sessione, alle coppie vengono proposte diverse attività, tra cui la
partecipazione alle “Fraternità CANA”.
“Couples for Christ” (“Le coppie per Cristo”), comunità laica giunta
dalle Filippine, propone programmi di formazione non soltanto per le
coppie, ma anche per i giovani che si preparano al matrimonio, per gli
adolescenti e per i bambini. I diversi programmi proposti sono animati
da canti che piacciono molto ai giovani... e anche ai meno giovani.
[00231-01.04] [IN163] [Testo originale: francese]
-
S. E. R. Mons. Ludwig SCHICK, Arcivescovo di Bamberg, Presidente della
Commissione "Weltkirche" della Conferenza Episcopale Tedesca (GERMANIA)
Molta nostra gente viene torturata, perseguitata e assassinata solo a
causa di sospetti maligni infondati, fomentati dalla magia e dagli
stregoni. Non ci sono leggi per difendere le persone, i governi
condonano, alcuni leader cospirano con gli stregoni, qualche governo
legalizza. Molti leader credono alla stregoneria, alla superstizione e
all’occulto. Occorrono un’evangelizzazione più profonda, sostegno e una
voce profetica rivolta ai nostri governi.
La sopravvivenza degli agricoltori è difficile. Spesso la loro
sofferenza non è contemplata nei bilanci dei nostri governi, e ancora
più spesso vengono ingannati. La Chiesa in Africa deve lottare per gli
agricoltori e i pastoralisti: essi devono ricevere la giusta
considerazione nel bilancio; occorre garantire loro infrastrutture di
base e le necessità fondamentali per il loro lavoro e i loro prodotti;
devono essere prese delle misure per mercati stabili e validi, devono
essere protetti i mercati interni e devono essere introdotti al
risparmio e ai prestiti attraverso le cooperative di microfinanza.
Per i nostri politici, pace significa “un clima tranquillo che consenta
loro di rubare e godersi i soldi del loro paese”. Per loro, libere e
giuste elezioni significa “successo nel portare le persone alle urne
nella totale ignoranza dei loro diritti e delle manovre subdole dei
candidati”. I politici ritengono che essere eletti significhi avere il
lasciapassare per rapinare il paese.
Amiamo i musulmani. Vivere con loro fa parte della nostra storia e
cultura. Ma il pericolo che minaccia la libertà dell’Africa, la
sovranità, la democrazia e i diritti umani è in primo luogo il fattore
politico islamico, ossia il progetto voluto e il processo chiaro di
“identificare l’islam con la politica e viceversa” in ciascuno dei
nostri paesi africani. In secondo luogo c’è il fattore monetario
islamico, mediante il quale grandi somme di denaro provenienti da paesi
esteri vengono riversate nei nostri paesi per destabilizzare la pace e
sradicare il cristianesimo.
L’etnicità è un cancro che tormenta l’Africa. Dobbiamo subito inculcare
la riconciliazione come nostra spiritualità e vita oltre che come nostra
azione immediata.
[00230-01.04] [IN161] [Testo originale: inglese]
AUDITIO AUDITORUM (V)
Quindi, sono intervenuti i seguenti Uditori e Uditrici:
-
Dott. Alberto PIATTI, Segretario Generale Fondazione AVSI, Milano
(ITALIA)
-
Sig. Ermelindo Rosário MONTEIRO, Segretario Generale della Commissione
Episcopale Giustizia e Pace, Maputo (MOZAMBICO)
-
Sig.ra Barbara PANDOLFI, Presidente generale dell'Istituto Secolare
delle Missionarie della Regalità di Cristo (ITALIA)
-
Rev.da Suora Maria Ifechukwu UDORAH, D.D.L., Superiora Generale delle
Figlie del Divino Amore, Enugu (NIGERIA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi degli Uditori e
Uditrici:
-
Dott. Alberto PIATTI, Segretario Generale Fondazione AVSI, Milano
(ITALIA)
Il più grande tesoro dell'Africa è la sete di Significato, di
spiritualità di Dio - che nella sazia Europa non c'è più. La rivelazione
che Cristo è la risposta a questo desiderio dell'essere umano fatto per
il suo compimento dal suo creatore, compimento qui ed ora nella Santa
Chiesa.
Questo è il fascino della Fede che incontra e si propone alla libertà
dell'uomo. Questo attira i giovani. Dico fascino perché vivo con mia
moglie l'avventura di crescere ed educare 5 figli (quasi una famiglia
africana).
Ciò che muove è il fascino della fede come conoscenza della realtà nella
sua verità profonda, non certo delle regole e delle conseguenze etiche o
ambientali.
Mi permetto di porre alla vostra riflessione se questa tensione molte
volte non sembra essere una premessa, ma poi nell'azione questa tensione
non tiene, si introduce un dualismo e un relativismo nelle conseguenze
operative, nelle nostre opere. Così la nostra agenda troppe volte sembra
coincidere con l'agenda degli organismi internazionali e in particolare
delle Nazioni Unite, il palazzo di vetro sembra sempre più il tempio
dove si celebra il rito della nuova religione umanitaria e relativista
con il Segretario Generale di turno che assume le vesti di un papa
laico.
Mi riferisco per sinteticità a due aspetti fondamentali della nostra
espressione caritativa educazione e salute.
Per questo riteniamo che l'educazione permanente sia fattore
determinante della coscienza dei fedeli tesa al rapporto tra Creatore e
creato anche nell'azione. Non solo istruzione formale quindi. Ma qui
sorge la domanda: quali sono i contenuti educativi trasmessi nella
scuole cattoliche? Non possiamo accontentarci di quanto prevedono gli
obiettivi del millennio.
Richiamo anche l’urgenza che si prenda coscienza del valore della
dignità civile e sociale delle opere della Chiesa come contributo al
bene comune secondo il principio di sussidiarietà. La Chiesa offre
educazione primaria al 50% della popolazione scolastica e il 50% per
cento dei servizi sanitari di base in molti Paesi del continente
africano e questo non viene riconosciuto adeguatamente.
A fronte di queste dimensioni del servizio offerto ai fratelli dalla
Chiesa, il fondo globale per le tre grandi malattie destina solo il 3,6%
di tutte le risorse che gestisce alle Faith Based Organization
complessivamente.
La conferenza episcopale ugandese ha, in questo senso, operato
mirabilmente ma molto si può fare ancora.
[00189-01.04] [UD021] [Testo originale: italiano]
-
Sig. Ermelindo Rosário MONTEIRO, Segretario Generale della Commissione
Episcopale Giustizia e Pace, Maputo (MOZAMBICO)
La Chiesa in Africa deve affrontare molte sfide. In Mozambico, per
esempio, durante e dopo la guerra civile, la Chiesa cattolica ha
collaborato in modi diversi per formare la coscienza delle persone al
perdono e alla riconciliazione nazionale e così recuperare il tessuto
umano e sociale del popolo, in vista della pace. Ha organizzato l’unione
di tutte le sue forze vive (laici, religiosi, sacerdoti) per mobilitare
l’opinione pubblica sul perdono e la riconciliazione. Ha promosso
l’educazione del popolo alla pace, mediante dichiarazioni pubbliche dei
suoi Vescovi in lettere, comunicati ed esortazioni pastorali. Gli stessi
vescovi hanno tenuto incontri sistematici di dialogo con le autorità
governative e con i responsabili del movimento di Resistenza Nazionale
per sottolineare che non erano le armi, ma il dialogo, la via più giusta
per raggiungere la pace. La Chiesa inoltre ha formato più di 2000
operatori sociali di integrazione (animatori della riconciliazione) che
hanno portato in tutto il paese il messaggio di perdono e
riconciliazione per la pace. Il venerdì era dedicato alle preghiere per
la pace. In altre occasioni si teneva una preghiera ecumenica e
inter-religiosa per la pace.
Di fronte alle nuove realtà e alle nuove sfide attuali occorre
considerare anche aspetti interni della Chiesa che possono costituire
una contro testimonianza di riconciliazione e di giustizia, rendendo
così difficile la costruzione della pace.
Per tutte queste cose e altro ancora, vorrei suggerire ai nostri pastori
che continuino a insistere sull’annuncio della verità e sulla denuncia
di tutto quanto possa ferire la riconciliazione, la giustizia e la pace
in Africa, perché il vostro impegno pieno disinteressato, Signori
Vescovi, è un esempio che si moltiplicherà in ciascuno dei fedeli che vi
sono stati affidati. Suggerisco inoltre ai nostri pastori che potenzino
sempre di più e sempre meglio le commissioni di Giustizia e Pace,
affinché contribuiscano in modo più efficace, come sale della terra e
luce del mondo, al servizio della riconciliazione, della giustizia e
della pace.
[00190-01.06] [UD022] [Testo originale: portoghese]
-
Sig.ra Barbara PANDOLFI, Presidente generale dell'Istituto Secolare
delle Missionarie della Regalità di Cristo (ITALIA)
Quella dei membri degli Istituti Secolari è una presenza nascosta,
accettando la precarietà della vita quotidiana, fianco a fianco con gli
altri, senza protezione e privilegi, alla ricerca di strade e soluzioni
talvolta solo probabili, vissuta col desiderio di una fraternità
universale.
Per questo la vocazione degli Istituti secolari evidenzia l'esigenza
della promozione di un laicato maturo, che possa contribuire
all'edificazione di una società civile basata sui valori umani del
cristianesimo.Nella ricerca della giustizia e della pace, in
particolare, l’esperienza dei laici consacrati, inseriti nei diversi
ambiti della vita sociale, può favorire micro-processi di
riconciliazione, contribuire a una coscienza critica, individuando alla
luce del Vangelo, vie alternative di giustizia e condivisione.
La nostra vita ed esperienza ci porta a guardare al mondo e alla storia
con discernimento e senso critico, ma anche con una visione positiva che
parte dalla certezza che, dovunque, si possono trovare i segni e i germi
della presenza di Dio, che chiedono di essere riconosciuti, promossi e
accompagnati, facendo proprio lo stile del dialogo e della
testimonianza.
Se la donna è un asse portante della società africana, spesso lo è in
modo “nascosto”, non ufficiale e riconosciuto, tra difficoltà e
pregiudizi.
Essendo la maggioranza degli Istituti secolari in Africa Istituti
femminili, si pone urgente l’esigenza di favorire e promuovere la
valorizzazione della donna, non solo perché sposa e madre, ma in quanto
persona capace di responsabilità e autonomia nei diversi ambiti della
vita sociale, e l’urgenza di una sua presenza peculiare e non solo
subordinata nella Chiesa.
Se la prima frattura nel genere umano, causata dal peccato, è stata
quella tra uomo e donna, uno dei segni della pace e della
riconciliazione, forse, può essere proprio dato dalla promozione di una
reale corresponsabilità e di un effettivo riconoscimento di pari dignità
tra uomini e donne, oltre ogni dominio e discriminazione.
Forse è giunto il momento che la donna, spesso, tradizionalmente,
soggetta all’uomo, possa stare davvero, in tutti i campi della vita
sociale ed ecclesiale, di fronte all'uomo, in dialogo con lui. In questo
senso il Vangelo può diventare una reale forza di cambiamento.
[00191-01.02] [UD023] [Testo originale: italiano]
-
Rev.da Suora Maria Ifechukwu UDORAH, D.D.L., Superiora Generale delle
Figlie del Divino Amore, Enugu (NIGERIA)
Appoggio il progetto proposto da Sua Eccellenza Monsignor Adewale
Martins della Nigeria per i giovani. Vorrei però aggiungere va dedicata
attenzione anche ai bambini. La Holy Childhood Association sta già
svolgendo un lavoro importante in alcuni dei nostri paesi, ma si
potrebbe dare un orientamento più preciso ai loro programmi, affinché
possano essere meglio concosciuti la cultura cristiana e i valori
cattolici. Le diocesi potrebbero preparare un programma da utilizzare
per l’istruzione religiosa nelle scuole cattoliche. Ciò significherebbe
dedicare una maggiore attenzione alla formazione spirituale dei bambini
nelle scuole elementari e secondarie. Un programma definito per le
attività dei giovani nelle università rappresenterebbe quindi il
proseguimento dell’opera iniziata nelle scuole elementari e secondarie.
Così, quando nel prossimo decennio i candidati alla vita religiosa e al
sacerdozio verranno presi dalla società, la formazione sarà molto più
semplice.
Riguardo alle persone consacrate, così come indicato nell’Instrumentum
laboris ai numeri 113 e 114, concordo con quanto detto da Sua Eminenza
il Cardinale Francis. Vorrei però aggiungere che tutti noi agenti di
evangelizzazione dobbiamo considerarci un’unica squadra che gioca per la
Chiesa-Famiglia di Dio al fine di rendere una testimonianza efficace e
non in competizione tra noi. Suor Felicity Harry ha fatto il punto sulle
persone consacrate, ma in aggiunta vorrei proporre l’organizzazione di
incontri regolari per i sacerdoti diocesani e le persone consacrate che
operano nelle diocesi, perché possano dialogare e scambiarsi le idee. Si
potrebbe inoltre approfittare di tali occasioni per tenere seminari
sullo spirito e il lavoro di squadra per tutti gli agenti di
evangelizzazione.Molte congregazioni religiose locali si dedicano ora a
opere missionarie ad intra e ad extra e devono affrontare la sfida della
mancanza di un sostegno adeguato da parte della Chiesa-Famiglia di Dio
alle loro iniziative. Propongo che i padri sinodali dedichino a questo
aspetto un po’ della loro attenzione.
[00192-01.04] [UD024] [Testo originale: inglese]
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE DR. JACQUES DIOUF,
DIRETTORE GENERALE DELLA FAO
Desidero rivolgervi, per cominciare, un rispettoso e cordiale saluto.
Permettetemi di esprimervi l’onore e l’emozione che provo per essere
stato invitato a intervenire davanti a questa augusta Assemblea.
Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per il vostro invito di
cui riconosco il carattere eccezionale. È segno di particolare
distinzione essere associato alle vostre riflessioni su alcuni dei
problemi cruciali del mondo, segnatamente l’insicurezza alimentare che
mi avete chiesto di affrontare con voi.
Non si poteva concepire il nostro dialogo senza l’intermediazione della
parola che è tanto distintiva dell’uomo, ma che è anche il vettore del
messaggio universale di pace, solidarietà e fraternità.
Il vostro solenne incontro è posto sotto il segno della trilogia:
“Sinodo”, “Vescovo”, “Africano”. Avendo il privilegio di prendere la
parola davanti al Santo Padre, devo attingere alle sorgenti della
saggezza degli antichi per evitare di avventurarmi nel labirinto
intellettuale dei due sostantivi: “Sinodo” e “Vescovo”. Oserei dunque
azzardarmi solo sul cammino meno arduo del sostantivo “Africano”.
L’Africa, vuol dire prima di tutto valori comuni di civiltà basati su
una coscienza storica di appartenenza a uno stesso popolo. Partito dalla
zona dei grandi laghi nel corso della preistoria per fuggire la
desertificazione, questo popolo, nel corso della protostoria, ha creato
le civiltà sudanese-nilotica ed egiziana. Nel VI secolo, l’occupazione
straniera dell’Egitto ha provocato le migrazioni verso il sud e verso
l’ovest, a partire dalla valle del Nilo. Dall’inizio del I secolo fino
alle invasioni d’oltremare, si sono succeduti imperi e regni fiorenti:
Ghana, Nok, Ifé, Mali, quindi Songhai, Haoussa e Kanem-Bornou, Zimbabwe
e Monomotapa, Congo. Tali valori si fondano su una coscienza geografica,
un territorio che è un triangolo delimitato dall’oceano Atlantico,
dall’oceano Indiano e dal mar Mediterraneo. L’Africa, martirizzata,
sfruttata, depredata dalla schiavitù e dalla colonizzazione, ma ora
politicamente sovrana, non deve ripiegarsi nel rifiuto e nella
negazione, anche se ha il dovere della memoria. Essa deve avere la
grandezza del perdono e continuare a sviluppare una coscienza culturale
basata su una identità propria, che rifiuta l’assimilazione alienatrice.
Deve approfondire i concetti operativi di negritudine e di africanità,
compresa la diaspora, concetti fondati sul radicamento, ma anche
sull’apertura.
Questi valori si riflettono in una espressione artistica (pittura,
scultura) che accentua le forme e le dimensioni per trasmettere
soprattutto un messaggio d’amore o manifestare un’emozione che travalica
le opposizioni dicotomiche. Essi si esprimono anche mediante musica e
danze impreziosite più dal ritmo e dall’improvvisazione che dal lirismo
e dal solfeggio. Questi valori hanno prodotto anche un tipo di
architettura caratterizzato da un parallelismo simmetrico in cui
dominano punti, triangoli e cilindri, in contrasto con gli angoli retti,
i quadrati e i cubi in equilibrio in rapporto ad assi centrali, tanto
peculiari degli edifici di altri continenti.
È questo terreno culturale a costituire la solida base su cui l’Africa
deve costruire il suo futuro in armonia con gli altri uomini del pianeta
Terra.
L’Africa è sempre stata presentata nell’ottica delle difficoltà che
incontra, ma essa è una terra con un futuro, che nei prossimi
quarant’anni sperimenterà un forte incremento demografico. Nel 2050
conterà due miliardi di abitanti - il doppio di oggi - sorpassando così
l’India (1,6 miliardi di abitanti) e la Cina (1,4 miliardi di abitanti),
e rappresenterà il più grande mercato del mondo.
Con delle risorse mondiali costituite dall’80% del platino, l’80% del
manganese, il 57% dei diamanti, il 34% dell’oro, il 23 % di bauxite, il
18% di uranio, il 9% di petrolio, l’8% di gas, l’Africa è essenziale
nello sviluppo economico del pianeta. Tuttavia questo potenziale
minerario ed energetico non diventerà realtà, se non sarà messo al
servizio dell’emancipazione economica delle sue popolazioni, se l’Africa
non si libera dal giogo della fame e della denutrizione. Perciò, essa
dovrà vivere nella pace e nell’unità. La gestione politica degli Stati
dovrà avvenire nella democrazia, nella trasparenza, nel primato dei
diritti e nell’applicazione della legge, per una giustizia indipendente,
davanti alla quale tutti i cittadini sono responsabili dei propri atti.
L’economia dovrà creare la ricchezza e il benessere a vantaggio del
popolo, in particolare delle persone più diseredate e più vulnerabili.
La sicurezza alimentare è indispensabile a ridurre la povertà,
all’educazione dell’infanzia, alla salute della popolazione e alla
sicurezza del mondo, ma anche a una crescita economica duratura. Essa
condiziona la stabilità e la sicurezza del mondo. Nel periodo delle
“rivolte della fame” in 22 paesi di tutti i continenti, nel 2007 e 2008,
la stabilità dei governi è stata fatta vacillare. Tutti hanno potuto
rendersi conto che l’alimentazione è anche una questione sociale di
prim’ordine e un fattore essenziale della sicurezza globale.
Nel 1996, il Vertice mondiale sull’alimentazione, organizzato dalla Fao,
ha preso l’impegno solenne di dimezzare la fame e la sottoalimentazione
nel mondo. A tale scopo aveva adattato un programma al fine di giungere
alla sicurezza alimentare durevole. Questo impegno è stato confermato,
nel 2000, dal Vertice del Millennio, dal Vertice mondiale
sull’alimentazione, cinque anni dopo, nel 2002, e dalla Conferenza ad
alto livello della Fao sulla Sicurezza alimentare mondiale, tenutasi nel
giugno 2008.
Sfortunatamente i dati più recenti raccolti dalla Fao sulla fame e la
malnutrizione nel mondo mostrano che la situazione attuale è ancora più
inquietante che nel 1996. L’insicurezza è aumentata ovunque nel mondo
nel corso degli ultimi tre anni, a causa della crisi mondiale del
2007-2008, indotta dall’impennata dei prezzi delle derrate alimentari ed
acuita dalla crisi finanziaria ed economica che affligge il mondo da
oltre un anno. Tutte le regioni del pianeta ne sono state colpite. Per
la prima volta nella storia dell’umanità il numero delle persone che
soffre la fame ha raggiunto il miliardo, ovvero il 15% della popolazione
mondiale.
In Africa, nonostante gli importanti progressi realizzati in numerosi
paesi, lo stato di insicurezza alimentare è molto preoccupante. Il
continente conta attualmente 271 milioni di persone denutrite, ovvero il
24% della popolazione, con un aumento del 12% rispetto all’anno
precedente. Inoltre, dei trenta paesi al mondo in stato di crisi
alimentare che attualmente hanno bisogno di un aiuto urgente, ventidue
si trovano in Africa.
I risultati ottenuti dall’agricoltura africana negli ultimi decenni sono
stati insufficienti. L’incremento della produzione agricola (2,6%
all’anno fra il 1970 e il 2007) è stato compensato dall’incremento della
popolazione (2,7% nello stesso periodo) e dunque non ha aumentato le
disponibilità alimentari medie per persona. Eppure l’agricoltura
rappresenta l’11% delle esportazioni, il 17% del Pil del continente e,
soprattutto, il 57% dei posti di lavoro. Essa resta un settore economico
essenziale e un fattore di equilibrio sociale senza equivalenti.
Da questo punto di vista, sono fattori essenziali il contributo della
donna africana alla produzione e al commercio agricoli e il suo ruolo
nel nutrimento di tutta la famiglia. In effetti, nessuna iniziativa
volta a fronteggiare il problema dell’insicurezza alimentare in Africa
può avere successo senza tenere conto di questa realtà economica e
sociale.
L’Africa ha bisogno di modernizzare i suoi mezzi e le sue infrastrutture
di produzione agricola. L’uso dei moderni input è attualmente molto
insufficiente. Così, vengono utilizzati solamente 16 kg di concime per
ettaro di terra arabile contro i 194 kg in Asia e i 152 in America del
Sud. Questo rapporto è ancora più basso nell’Africa sub-sahariana con
soli 5 kg per ettaro. L’uso di sementi selezionate, che hanno
determinato il successo della Rivoluzione verde in Asia, è in Africa
molto scarso. Solo un terzo delle sementi è sottoposto a un sistema di
controllo della qualità e a un sistema di certificazione.
Nel continente c’è grande carenza d’infrastrutture di trasporto, mezzi
di stoccaggio e di condizionamento. Le strade in zone rurali sono al
livello dell’India agli inizi degli anni Settanta. Le perdite di
raccolto raggiungono per alcuni prodotti agricoli percentuali dal 40 al
60%.
In Africa solo il 7% delle terre arabili è irrigato contro il 38% in
Asia. Tale tasso scende al 4% nell’Africa sub-sahariana, dove, nel 93%
delle terre, la vita - dovrei dire la sopravvivenza - delle popolazioni
dipende dalla pioggia, fattore sempre più aleatorio per il riscaldamento
climatico. Eppure il continente non utilizza che il 4% delle sue riserve
di acqua contro il 20% dell’Asia.
Inoltre, il commercio dei prodotti agricoli intra-africani resta
relativamente limitato. Nonostante l’esistenza di 14 raggruppamenti
economici regionali, solamente il 14% delle importazioni dei principali
prodotti alimentari in Africa proviene dalla regione. Per i cereali, la
percentuale non è che del 6%. Il commercio interregionale dei prodotti
agricoli in Africa, come del resto per gli altri prodotti, dovrà essere
maggiormente incoraggiato, perché rivesta un ruolo più importante nella
sicurezza alimentare del continente.
Gli agricoltori africani hanno bisogno di migliorare le loro condizioni
di vita. Devono poter vivere degnamente, lavorando con mezzi moderni.
Hanno bisogno di sementi ad alto rendimento, di concime, di cibo per il
bestiame e di altri input moderni. Non possono continuare a lavorare la
terra, come nel Medioevo, con gli utensili tradizionali, in condizioni
aleatorie, esposti alla variabilità del tempo atmosferico.
Conviene dire e ridire che è impossibile sconfiggere la fame e la
povertà in Africa senza aumentare la produttività agricola, poiché
l’estensione delle superfici comincia a trovare dei limiti per l’impatto
della deforestazione e delle incursioni negli eco-sistemi fragili. Il
programma dettagliato di sviluppo dell’agricoltura africana (PDDAA),
preparato con il sostegno della Fao, e completato con i documenti
sull’allevamento, le foreste, la pesca e l’acquicoltura, è stato
adottato dai capi di governo dell’Unione africana nel luglio 2003.
Subito dopo 51 paesi africani hanno richiesto il sostegno della Fao per
la traduzione di questo programma a livello dei singoli stati. In tal
modo sono stati preparati programmi nazionali d’investimento a medio
termine e progetti d’investimento per un totale di circa 10 miliardi di
dollari Usa.
Il problema dell’acqua è chiaramente essenziale. Esso lo sarà ancora di
più per le conseguenze del riscaldamento climatico che avrà un impatto
particolarmente negativo sulle condizioni della produzione agricola in
Africa. Secondo il Gruppo di esperti intergovernativo dell’Onu
sull’evoluzione climatica (GIEC, il rendimento delle colture pluviali in
Africa potrebbe regredire del 50% da qui al 2020. Così, nel dicembre
2008, è stata organizzata a Sirte, dalla Fao e con l’appoggio del
governo libico, una riunione dei ministri dell’Agricoltura, delle
Risorse idriche e dell’Energia. È stato approvato un portafoglio di
progetti per un ammontare di 65 miliardi di dollari Usa, per un
programma a breve, medio e lungo termine di irrigazione e di energia
idrica, fissato per ciascun paese dai governi africani con l’aiuto della
Fao.
Ma non possiamo raggiungere i nostri obiettivi senza sufficienti risorse
economiche. Infatti, il problema dell’insicurezza alimentare in questo
mondo è, prima di tutto, una questione di mobilitazione al più alto
livello politico, affinché le risorse economiche necessarie siano
disponibili. È una questione di priorità di fronte ai bisogni umani più
fondamentali.
È bene ricordare che ogni anno gli aiuti all’agricoltura dei paesi
dell’OECD raggiungono i 365 miliardi di dollari Usa e le spese per gli
armamenti 1.340 miliardi di dollari Usa all’anno nel mondo. Del resto,
desidero sottolineare che i finanziamenti necessari per la lotta contro
la fame arriverebbero a 83 miliardi di dollari Usa all’anno, provenienti
dal bilancio degli stessi paesi in via di sviluppo, dall’investimento
privato, in particolare dagli agricoltori stessi e, infine, dall’aiuto
pubblico allo sviluppo.
Ciò che oggi constatiamo è il risultato di scelte effettuate sulla base
di motivazioni materialistiche a scapito dei referenziali etici. Ne
conseguono condizioni di vita ingiuste e un mondo ineguale dove un
numero ristretto di persone diventa sempre più ricco, mentre la grande
maggioranza della popolazione diventa sempre più povera.
Vi sono sulla terra mezzi economici a sufficienza, tecnologie efficaci,
risorse naturali e umane per eliminare definitivamente la fame nel
mondo. Esistono, a livello nazionale e regionale, i piani, i programmi,
i progetti e le politiche per raggiungere questo obiettivo. In alcuni
paesi, dal 2 al 4% della popolazione è in grado di produrre di che
nutrire tutta la nazione e anche di esportare, mentre la grande
maggioranza degli altri, il 60-80% della popolazione, non è nemmeno in
condizione di soddisfare in minima parte il fabbisogno alimentare del
paese.
Il mondo ha speso il 17% dell’aiuto pubblico alla sviluppo negli anni
Settanta per evitare i rischi di carestia in Asia e in America Latina.
Queste risorse erano necessarie per costruire i sistemi di irrigazione,
le strade rurali, i mezzi di stoccaggio come pure i sistemi di
produzione delle sementi, le fabbriche di fertilizzanti e di alimenti
per il bestiame che hanno costituito la base della Rivoluzione verde.
Le risorse per sviluppare l’agricoltura africana dovranno innanzitutto
provenire dai bilanci nazionali. A Maputo, nel luglio del 2003, i capi
di stato e di governo africani si sono impegnati ad aumentare la parte
del loro bilancio nazionale destinato all’agricoltura almeno fino al 10%
entro i prossimi cinque anni. Solo 5 paesi finora hanno rispettato
questo impegno, anche se in altri 16 paesi sono stati osservati dei
progressi.
In futuro, l’Aiuto pubblico allo sviluppo dovrebbe aumentare in
conformità con gli impegni di Monterrey del 2002 e di Doha del 2008. La
tendenza alla diminuzione degli aiuti allo sviluppo destinati
all’agricoltura, scesi dal 17% nel 1980 al 3,8% nel 2006, deve essere
invertita. Oggi il livello è del 5%, nonostante il 70% dei poveri del
mondo abbia come mezzo di sostentamento l’agricoltura, che dà cibo,
reddito e lavoro. Gli stessi obiettivi di crescita devono essere
adottati per i finanziamenti delle banche regionali e sub-regionali,
come pure delle agenzie di aiuti bilaterali.
Infine, gli investimenti del settore privato nel settore agricolo e
alimentare devono essere incoraggiati da quadri giuridici stabili. La
collaborazione fra settore privato e pubblico deve essere potenziata nel
quadro di un partenariato che eviti le trappole dello scambio diseguale.
Per questo, dunque, è necessario adottare e applicare un codice
internazionale di buona condotta sugli investimenti stranieri diretti
all’agricoltura.
Eppure, in questo difficile contesto di cristi economica, la Fao ha
mobilitato, negli ultimi due anni, tutti i mezzi tecnici e finanziari a
disposizione per far fronte alla crisi alimentare.
Oltre all’assistenza fornita nel quadro di programmi nazionali e
regionali di sicurezza alimentare e dei progetti di urgenza lanciati per
far fronte agli effetti degli uragani e di altre catastrofi naturali, la
Fao ha lanciato il 17 dicembre 2007 la sua “Iniziativa di lotta contro
il rialzo dei prezzi delle derrate alimentari”. L’obiettivo è di
facilitare l’accesso dei piccoli agricoltori alle sementi, ai
fertilizzanti, agli attrezzi agricoli e all’equipaggiamento per la
pesca. Il budget attuale dei diversi progetti che rientrano in questa
iniziativa ammonta a 52 milioni di dollari Usa in Africa. Inoltre, in 16
paesi africani, sono attuati dalla Fao, grazie al sostegno dell’Unione
Europea, nel quadro della sua “Agevolazione di un miliardo di euro”,
progetti per un budget di 163,4 milioni di dollari Usa. Tali risorse
sono messe a disposizione dei paesi in via di sviluppo per aiutarli a
far fronte alla crisi alimentare. Si tratta ora di estendere,
approfondire e accrescere tali programmi e progetti.
Oggi l’ondata di migranti clandestini che fuggono la fame e la povertà
porta sulle sponde dell’Europa australe il triste spettacolo dei sogni
spezzati di uomini, donne e bambini in cerca di una condizione migliore
di vita, molti dei quali trovano una fine tragica lontano dagli
orizzonti e dalle persone che sono loro cari.
Da ottimista per natura quale sono, credo vivamente che domani, grazie
agli investimenti e alla formazione, il reflusso della marea di figlie e
figli dell’Africa verso le terre fertili e l’acqua abbondante del
continente produrrà le condizioni per un futuro radioso di lavoro e di
prosperità che coloro che sono stati troppo a lungo emarginati e che, le
donne in particolare, hanno tutto per essere serbatoio del mondo.
Una pianta liberata dalla fame è ciò che può fare il miracolo di una
fede incrollabile nell’onniscienza di Dio e la fiducia indefettibile
nell’umanità. Ho dunque preso atto con grande soddisfazione
dell’iniziativa di sicurezza alimentare del G8 dell’Aquila, nel luglio
scorso, al quale ho partecipato, e che ha messo l’accento, per la prima
volta, sullo sviluppo agricolo a medio e lungo termine, a favore di
piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo. Si tratta, infatti, di
non contare solamente sull’aiuto alimentare a breve termine, certamente
indispensabile nelle numerose crisi, generate dalle catastrofi naturali
e dai diversi conflitti, ma che non può assicurare l’alimentazione
quotidiana al miliardo di persone che soffrono la fame nel mondo.
L’impegno assunto in quella occasione, di mobilitare 21 miliardi di
dollari Usa in tre anni per la sicurezza alimentare, è un segno
incoraggiante; basta che, questa volta, venga attuato concretamente e
rapidamente.
Ho parlato per molti anni, senza grandi risultati, a favore
dell’investimento nella piccola agricoltura dei paesi poveri per trovare
una soluzione duratura al problema dell’insicurezza alimentare. Sono
dunque particolarmente lieto che oggi i responsabili del G8 aderiscano a
questo tipo di approccio.
Forte di questa prospettiva di poter mobilitare maggiormente dei mezzi
all’altezza delle poste in gioco, il Consiglio della Fao ha deciso di
convocare un vertice mondiale sulla sicurezza alimentare a livello di
capi di stato e di governo presso la sede della Fao a Roma, dal 16 al 18
novembre 2009. È opportuno, infatti, creare un ampio consenso sullo
sradicamento definitivo della fame nel mondo, per permettere a tutti i
popoli della terra di beneficiare del “diritto all’alimentazione” che è
il diritto fondamentale dell’uomo. Da parte mia, sono convinto, perché
so che è tecnicamente possibile, che dobbiamo fissarci questo obiettivo
per il 2025, come già hanno fatto i dirigenti ispano-americani per
l’America Latina e i Caraibi.
Di tutte le lacerazioni che il continente africano vive, la fame rimane
quella più drammatica e intollerabile. Qualsiasi impegno per la
giustizia e la pace in Africa è inscindibile da una esigenza di
progresso nella realizzazione del diritto all’alimentazione per tutti.
Ricorderò a questo proposito il messaggio di Sua Santità Benedetto XVI,
nel giugno 2008, alla Conferenza di alto livello sulla sicurezza
alimentare mondiale promossa dalla Fao, dove in particolare dichiarava:
“occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono
inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di
produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a
tali drammi ed alle loro conseguenze”.Queste parole mostrano, se ce ne
fosse bisogno, la coincidenza dei punti di vista della Chiesa cattolica
e della Fao su questo problema fondamentale. La Chiesa si è sempre
prefissa come compito quello di alleviare la miseria dei più bisognosi e
il motto della Fao è “Fiat Panis”, “pane per tutti”.
Santo Padre, nella sua ultima enciclica “Caritas in Veritate” Lei
sottolinea che qualsiasi decisione economica ha una conseguenza di
carattere morale. Ed è proprio a questo livello che dobbiamo elevarci,
poiché, come lei scrive, “L’economia infatti ha bisogno dell’etica per
il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di
un’etica amica della persona”.
Léopold Sédar Senghor - consentitemi di citarlo qui - ha detto: “Bisogna
accendere la lampada dello spirito perché non marcisca il legno, non
ammuffisca la carne...”.
La Fao si sforza, con i mezzi di cui dispone e nonostante le limitazioni
e gli ostacoli che può incontrare, di mobilitare tutti gli attori e i
coloro che prendono decisioni per la lotta contro la fame e di
sviluppare programmi volti a migliorare la sicurezza alimentare,
prioritariamente nei paesi più vulnerabili.
Ciò che ci anima è il volto di quest’uomo, di questa donna, di questo
bambino che ci guardano negli occhi, con la pancia vuota, in attesa del
loro pane quotidiano e la cui tristezza e disperazione ossessionano i
nostri sonni agitati. È il principio della “centralità della persona
umana” che Lei, Santo Padre, ha così opportunamente ricordato nella sua
enciclica.
La visione di un mondo liberato dalla fame è possibile, se c’è una
volontà politica al livello più alto. Infatti, numerosi paesi in Africa
sono riusciti a ridurre la fame. Sono il Camerun, il Congo, l’Etiopia,
il Ghana, la Nigeria, il Malawi, il Mozambico e l’Uganda.
Le grandi forze spirituali e morali sono, per la nostra azione, un
sostegno inestimabile. Poiché il compito è in effetti immenso e le
nostre capacità d’azione non sempre sono all’altezza della volontà che
ci anima. Non avremo mai mezzi abbastanza per soddisfare il “diritto
all’alimentazione” per tutti.
Desidero anche rendere omaggio all’azione della Chiesa sul campo, a
fianco dei poveri. I missionari, le religiose e molte comunità svolgono
spesso un lavoro difficile, a volte ingrato, ma sempre utile, accanto
alle organizzazioni intergovernative, alle Ong e alla società civile.
Desidero salutare questi uomini e queste donne che ho visto agire in
molti paesi con discrezione ed efficienza.
Vorrei soprattutto sottolineare la convergenza degli insegnamenti
religiosi, in particolare quelli della Chiesa cattolica e dell’Islam,
sulla necessità di vegliare sulla gestione razionale delle risorse sulla
base di una strategia d’azione rispettosa delle persone e dei beni di
questo mondo, lungi dagli eccessi e dallo spreco. Tutti questi
insegnamenti sottolineano il ruolo fondamentale della responsabilità
sociale, raccomandando la sollecitudine verso i più bisognosi. La
Dottrina Sociale della Chiesa è, da questo punto di vista, un contributo
essenziale.
Permettetemi di concludere questo intervento, citando questo versetto
del Corano: “Quando vogliamo distruggere una città, ordiniamo (il bene)
ai suoi ricchi” (Surat Al-Isra, versetto 16).
Possa, il nostro mondo, evitare questo naufragio!
[00224-01.02] [RE000] [Testo originale: francese]
CONFERENZE STAMPA
La seconda Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si terrà
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede mercoledì
14 ottobre 2009 (dopo la Relatio post disceptationem), alle ore 12.45
orientativamente. Interverranno:
- S.Em.R. Card. Wilfrid Fox NAPIER, O.F.M., Arcivescovo di Durban
(SUDAFRICA), Presidente Delegato
- S. Em. R. Card. Théodore-Adrien SARR, Arcivescovo di Dakar, Primo Vice
Presidente del Simposio di Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar
(S.E.C.A.M.) (SENEGAL), Presidente Delegato
- S.Em.R. Card. John NJUE, Arcivescovo di Nairobi, Presidente della
Conferenza Episcopale (KENYA), Presidente della Commissione per
l’Informazione
- S. E. R. Mons. Manuel António MENDES DOS SANTOS, C.M.F., Vescovo di
São Tomé e Príncipe (SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE), Membro della Commissione per
l’Informazione
- Rev. P. Federico LOMBARDI, S.I., Direttore della Sala Stampa della
Santa Sede (CITTÀ DEL VATICANO)
La terza Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si terrà
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede venerdì
23 ottobre 2009 (dopo il Nuntius), alle ore 12.45 orientativamente.
Interverranno:
- S. E. R. Mons. John Olorunfemi ONAIYEKAN, Arcivescovo di Abuja
(NIGERIA), Presidente della Commissione per il Messaggio
- S. E. R. Mons. Youssef Ibrahim SARRAF, Vescovo di Le Caire dei Caldei
(EGITTO), Vice-Presidente della Commissione per il Messaggio
- S. E. R. Mons. Francisco João SILOTA, M. Afr., Vescovo di Chimoio,
Secondo Vice Presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali
d'Africa e Madagascar (S.E.C.A.M.) (MOZAMBICO), Membro della Commissione
per il Messaggio
- Rev. P. Federico LOMBARDI, S.I., Direttore della Sala Stampa della
Santa Sede (CITTÀ DEL VATICANO)
La quarta Conferenza Stampa sui lavori sinodali (con la traduzione
simultanea in italiano, inglese, francese e portoghese) si terrà
nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede Sabato 24
ottobre 2009 (dopo l’Elenchus finalis propositionem), alle ore 12.45
orientativamente. Interverranno:
- S. Em. R. Card. Peter Kodwo Appiah TURKSON, Arcivescovo di Cape Coast,
Presidente dell'Associazione delle Conferenze Episcopali dell'Africa
Occidentale (A.C.E.A.O./A.E.C.W.A.) (GHANA), Relatore Generale
- S. E. R. Mons. Damião António FRANKLIN, Arcivescovo di Luanda,
Presidente della Conferenza Episcopale (ANGOLA), Segretario Speciale
- S. E. R. Mons. Edmond DJITANGAR, Vescovo di Sarh (CIAD), Segretario
Speciale
- Rev. P. Federico LOMBARDI, S.I., Direttore della Sala Stampa della
Santa Sede (CITTÀ DEL VATICANO)
I Signori operatori audiovisivi (cameramen e tecnici) e fotoreporter
sono pregati di rivolgersi per il permesso di accesso al Pontificio
Consiglio per le Comunicazioni Sociali. |