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15 - 09.10.2009
SOMMARIO
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NONA CONGREGAZIONE GENERALE (VENERDÌ, 9 OTTOBRE 2009 - POMERIDIANO)
NONA CONGREGAZIONE GENERALE (VENERDÌ, 9 OTTOBRE 2009
- POMERIDIANO)
- INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
- AUDITIO
DELEGATORUM FRATERNORUM (II)
- AUDITIO AUDITORUM (II)
-
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE RODOLPHE ADADA, GIÀ RAPPRESENTANTE
SPECIALE CONGIUNTO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE E DEL
PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DELL’UNIONE AFRICANA NEL DARFUR (SUDAN)
Alle ore 16.30 di oggi venerdì 9 ottobre 2009, con la preghiera
dell’Adsumus guidata dal Santo Padre, iniziata la Nona Congregazione
Generale, per la continuazione degli interventi in Aula sul tema
sinodale La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della
giustizia e della pace. “Voi siete il sale della terra ... Voi siete
la luce del mondo” (Mt 5, 13.14).
Presidente Delegato di turno S.Em. Card. Théodore-Adrien SARR,
Arcivescovo di Dakar (SENEGAL).
Alle ore 18.00 il Presidente Delegato ha dato parola all’Invitato
Speciale Rudolphe Adada.
A questa Congregazione Generale che si è conclusa alle ore 19.00 con
la preghiera dell’Angelus Domini erano presenti 215 Padri.
INTERVENTI IN AULA
(CONTINUAZIONE)
Quindi, sono intervenuti i seguenti Padri:
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S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le
Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO)
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S. E. R. Mons. Jean-Pierre BASSÈNE, Vescovo di Kolda, Presidente
della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel (SENEGAL)
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S. E. R. Mons. Henryk HOSER, S.A.C., Arcivescovo-Vescovo di
Warszawa-Praga (POLONIA)
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S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo emerito di Abidjan (COSTA
D'AVORIO)
-
Rev. Pierre Noël NIAVA, Cappellano Nazionale dei Militari (COSTA
D'AVORIO)
-
S. E. R. Mons. Denis Komivi AMUZU-DZAKPAH, Arcivescovo di Lomé
(TOGO)
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S. E. R. Mons. Ignatius CHAMA, Vescovo di Mpika (ZAMBIA)
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S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)
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S. E. R. Mons. Peter J. KAIRO, Arcivescovo di Nyeri (KENYA)
-
S. E. R. Mons. Boniface LELE, Arcivescovo di Mombasa (KENYA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi:
-
S. Em. R. Card. Leonardo SANDRI, Prefetto della Congregazione per le
Chiese Orientali (CITTÀ DEL VATICANO)
Rendo grazie al Signore che ci consente di avvicinare la Chiesa di
Dio che è in Africa. Nella sua singolare varietà ecclesiale l'Africa
annovera la Chiesa patriarcale di Alessandria dei Copti cattolici e
la Chiesa Alessandrina Cattolica di rito ge'ez dell'Etiopia e
dell'Eritrea. L'Egitto, insieme alla Chiesa latina, vanta la
presenza delle comunità armena, caldea, greco-melchita, maronita e
sira. Porgo il mio saluto ai confratelli orientali qui presenti, e
lo estendo a tutti i pastori latini e orientali dell'Africa,
spiritualmente uniti a questa assemblea a cominciare da Sua
Beatitudine Antonios Naguib, Patriarca di Alessandria dei Copti
Cattolici: li ringrazio tutti per le innumerevoli fatiche
apostoliche. È una Chiesa in espansione. La valenza sociale della
sua missione religiosa si misura sulla fedeltà a ciò che le è
peculiare: salvare l'uomo integrale, la cui vocazione è
ultraterrena. Il primo impulso da parte dei Vescovi, sacerdoti,
religiosi e religiose e fedeli è quello di promuovere la
riconciliazione grazie alla personale conversione perché Dio
continui a compiere anche in Africa quella "divinizzazione" di tutti
e di tutto messa in luce dai Padri Greci. Il Sinodo intende
riproporre il "servizio della riconciliazione, della giustizia e
della pace". La proposta è urgente. La sua efficacia, però, si
misurerà sempre dall'irrinunciabile visione teologica e pastorale
che la accompagnerà. Senza alcun timore le Chiese in Africa,
sentendosi in comunione col Successore di Pietro e con la Chiesa
universale, continuino a confessare il nome santo di Cristo Dio,
l'opera di salvezza che egli ha compiuto una volta per tutte e la
cui grazia rifluisce su di noi perennemente, testimoniando che il
vero nome della riconciliazione, della giustizia e della pace
coincide con il nome di Gesù Cristo, il Crocifisso Risorto, datore
di Spirito, Pietra angolare e Sposo della Chiesa. Solo in una forte
coscienza cristologica ed ecclesiologica potrà procedere
proficuamente la riflessione sinodale. Senza mai rinunciare ad essa
dovranno essere compiuti i passi possibili per ridisegnare le
strategie ecumeniche ed interreligiose più consone al progresso
spirituale e sociale dell'Africa. Diversa è la situazione rispetto a
quella del Sinodo del 1994, ma permangono gravi problemi del
passato. È importantissimo che i cristiani d'Africa, pastori e
fedeli, abbiano coscienza certa che l'Africa ha dato molto in
sangue, sudore e lacrime, in testimonianza di fede, speranza e
amore, che è quanto dire in risposta alla santità. Vorrei rilevare
una particolarità etiope/eritreo: fra i Santi annoverati nel § 36
dell'Instrumentum Laboris non figura, infatti, Giustino De Jacobis
(1800-1860), il Lazzarista che aveva capito l'importanza della
liturgia ge'ez per il cristianesimo del Corno d'Africa e si era
"inculturato" (cfr. § 73). L'Africa, infatti, non si deve stancare
di lavorare per un'adeguata inculturazione del messaggio cristiano.
E’ l'esortazione apostolica Orientale lumen a presentare le Chiese
Orientali come "esempio autorevole" di "riuscita inculturazione"
(O.L. cfr n. 7). Una sana ed equilibrata relazione tra la "Religione
e Tradizione Africana" consentirà alla Chiesa di curare con la
comunità civile le piaghe dell' Africa. Salute, educazione, sviluppo
socio-economico, tutela dei diritti umani, guarigione della ferita
del tribalismo, lotta all'emigrazione con programmi economici in
loco che limitino la fuga dei giovani(§ 25; § 65); sfruttamento e
neo-colonialismo (§§ 12, 64, 72, 140), analfabetismo (§ 31),
corruzione (§ 57), situazione di soggezione delle donne, chiedono
risposte di carità operosa e formazione a tutto campo (cfr. §§ 54,
60, 85,93,97, 111, 116, 123, 126-128, 129, 133-136). Si impongono la
convivenza e la collaborazione sincera tra tutti i cattolici dei
vari riti. Senza questa intesa si preclude il dialogo ecumenico, che
dà forza ai cristiani nella difesa della libertà personale e
comunitaria e nella professione pubblica della fede, permettendo
alla Chiesa di essere libera e missionaria e all' Africa di essere
una "società plurale". Lungi del costituire un ostacolo all'unità,
inserite come sono nella situazione e nella mentalità locali, le
Chiese orientali cattoliche possono “costruire ponti” (cfr. § 90) in
vista della riconciliazione, della giustizia e della pace e
dell'incontro con l'Islam già in atto in diversi Paesi. Questo è
anche il mio augurio, mentre con le comunità di Etiopia ed Eritrea
considero la portata simbolica di quel "lembo di terra africana" che
possono vantare entro le mura vaticane: la Chiesa di Santo Stefano
degli Abissini e il Pontificio Collegio Etiopico. Vedrei in essi
un'immagine della Chiesa che, finito il Sinodo, si lancia con forza
e speranza sulle strade della riconciliazione, della speranza e
della pace in Africa, sentendosi con gioia "sub umbra Petri".
[00159-01.03] [IN126] [Testo originale: italiano]
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S. E. R. Mons. Jean-Pierre BASSÈNE, Vescovo di Kolda, Presidente
della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel (SENEGAL)
Neuf pays sont membres de la Fondation Jean-Paul Il pour le Sahel:
le Burkina Faso, le Cap-Vert, la Gambie, la Guinée-Bissau, le Mali,
la Mauritanie, le Niger, le Sénégal et le Tchad.
Cette Fondation, créée en 1984, a 25 ans d'existence aujourd'hui.
Elle a pour but de favoriser la formation de personnes qui se
mettent au service leur pays et de leurs frères, sans aucune
discrimination, dans un esprit de promotion humaine intégrale et
solidaire, pour lutter contre la désertification ses conséquences.
Née du souci du bien-être et du développement des populations
sahéliennes, la Fondation Jean-Paul Il a très tôt inscrit ses
actions dans l'intervention en faveur de l'écologie et la sauvegarde
de l'environnement. Ce faisant, elle apporte sa contribution à
l'émergence de modes de gestion plus rationnelle des ressources
naturelles, et participe à la lutte contre la pauvreté.
Œuvre d'Église, la Fondation Jean-Paull II appuie, par le
financement de projets, les États, les associations, les groupements
ou coopératives, quelque soit l'appartenance religieuse ou
confessionnelle des promoteurs dans l'espace sahélien. À ce titre,
elle contribue efficacement à la culture de la paix et de la
réconciliation entre les peuples.
La Fondation Jean-Paul II compte toujours sur l'aide fraternelle de
l'extérieur pour poursuivre sa mission. Cependant, elle s'est
désormais résolument engagée à susciter chez les sahéliens, l'esprit
de coresponsabilité et de solidarité.
Les réponses positives, déjà enregistrées dans ce sens, autorisent à
espérer que, parallèlement à la lutte contre la désertification, une
véritable civilisation de l'amour inspiré de l'Évangile prenne dans
les cœurs des sahéliens.
[00140-03.04] [IN101] [Texte original: français]
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S. E. R. Mons. Henryk HOSER, S.A.C., Arcivescovo-Vescovo di
Warszawa-Praga (POLONIA)
L'éducation aux valeurs familiales est d'une urgente nécessité dans
le monde et particulièrement en Afrique, à l 'heure où des pressions
extérieures croissantes renvoient l'exercice de la paternité et de
la maternité responsables au domaine purement sanitaire et
hospitalier, niant en cela la double nature, spirituelle et
sensible, de l’amour conjugal. La pastorale familiale et plus
particulièrement la transmission de la vie ont été quasi abandonnées
au monde médical et technicien.
Or des programmes existent déjà : ving six pays africains
bénéficient des programmes d'éducation à la vie familiale et de
planification naturelle (EVF et PFN) au stade embryonnaire ou
structuré. Mais on est trop faible pour se permettre d' avancer en
ordre dispersé. La Fédération Africaine d'Action familiale créée à
Cotonou en 2001 offre, à la demande des évêques, des sessions de
formation pour les éducateurs et pour les couples.
Le Synode précédent "considère l' évangélisation de la famille
africaine comme une des priorités majeures, si l' on veut qu'elle
assume à son tour le rôle de sujet actif dans la perspective de
l'évangélisation des familles par les familles.
[00141-03.04] [IN102] [Texte original: français]
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S.Em.R. Card. Bernard AGRÉ, Arcivescovo emerito di Abidjan (COSTA
D'AVORIO)
Comme tout pays organisé, les jeunes nations d'Afrique, d'Amérique
du sud, etc .. ont dû faire appel à des banques internationales et
autres organismes financiers pour réaliser les nombreux projets en
vue de leur développement. Très souvent on ne se méfie pas assez des
dirigeants mal habiles. Ils sont tombés dans les pièges de ceux et
celles que les initiés appellent “les assassins financiers”, les
chacals commandités par des organismes rompus dans les marchés de
dupes destinés à enrichir les organisations financières
internationales soutenues habilement par leurs états, ou d'autres
instances noyées dans le complot du silence et du mensonge.
Les profits faramineux vont aux assassins financiers, aux
multinationales ainsi qu'à quelques nationaux puissants qui servent
de paravent aux négociants étrangers. Ainsi la majorité des
nationaux continue de croupir dans la pauvreté et les frustrations
qu'elle engendre.
Les “assassins financiers” porteurs de financements pléthoriques
s'arrangent avec leurs partenaires locaux pour que les gros montants
prêtés avec le système des intérêts composés ne puissent jamais se
rembourser vite et entièrement. Les contrats d'exécution et
d'entretien sont dévolus d'ordinaire, sous forme de monopole, aux
ressortissants des prêteurs. Les pays bénéficiaires hypothèquent
leurs ressources naturelles. Les habitants, de génération en
génération, sont cadenassés, prisonniers pour de longues années.
Pour rembourser ces dettes inépuisables toujours menaçantes, comme
l'épée de Damoclès sur la tête des états, le “service de la dette”
pèse lourdement sur le budget national, dans l'ordre de 40 à 50% du
Produit national brut.
Ainsi ficelé, le pays respire mal, il doit serrer la ceinture devant
les investissement, les dépenses nécessaires d'éducation, de santé,
du développement en général.
La dette devient même un paravent politique pour ne pas satisfaire
les revendications légitimes, avec leur cortège de frustrations, de
troubles sociaux, etc .... La dette nationale apparaît comme une
maladie programmée par des spécialistes dignes des tribunaux qui
jugent les crimes contre l'humanité, la conspiration dans le mal
pour étouffer des populations entières. John Perkins, (Éditions Al
Terre) a bien décrit les dessous d'une aide internationale jamais
efficace en terme de développement durable.Le problème clef de nos
jours, c'est le désir, la volonté d'abolir tout esclavage.
Les générations montantes, jeunes gens et jeunes filles dans
certains pays développés et du Tiers-monde, prend conscience que
changer le monde, ses mythes et ses fantasmes, est un projet
réaliste et possible. Des Ong naissent pour protéger l'environnement
matériel et défendre les droits des peuples opprimés.
Lumière du monde, l'Église, pour jouer son rôle prophétique devrait
s'engager concrètement dans cette lutte en vue de faire la vérité.
Les spécialistes savent que depuis des années la plupart des dettes
ont été effectivement remboursées. Les supprimer purement et
simplement n'est plus un acte de charité, mais de justice. Ainsi le
Synode actuel devrait-il pouvoir prendre en compte ce problème de
l'annulation des dettes, qui pèsent trop lourdement sur des peuples.
Pour que tout ceci ne soit pas une simple bouffée sentimentale, ma
proposition serait qu'une commission internationale composée de
spécialistes de la haute finance, de pasteurs avisés, hommes et
femmes du Nord et du Sud ,se saisissent du dossier. À cette
Commission serait confier la triple mission:
- d'étudier la faisabilité de l'opération car il est évident que
tout n'est pas uniforme partout
- de prendre toutes sortes de dispositions pour éviter de retomber
dans les mêmes situations
- de veiller concrètement à l'utilisation transparente des sommes
ainsi économisées pour qu'elles servent effectivement les éléments
de toute la pyramide sociale: ruraux et citadins. Éviter que les
retombées de cette juteuse manne du siècle profitent toujours aux
mêmes locaux et étrangers.
[00142-03.03] [IN103] [Texte original: français]
-
Rev. Pierre Noël NIAVA, Cappellano Nazionale dei Militari (COSTA
D'AVORIO)
Dans le cadre de la recherche de solution à la crise en Côte
d’Ivoire plusieurs rencontres ont été organisées sous l'égide de la
communauté économique de l’Afrique de l'Ouest et de la communauté
internationale. Des rencontres ont été aussi organisées à
l'initiative des forces belligérantes.
Le 4 mars 2007 de nouveaux accords sont signés à Ouagadougou
(Burkina Faso). Un dialogue direct s'est établi entre les deux
forces belligérantes. Depuis lors le processus a connu une très
grande avancée avec beaucoup d'effets positifs: désarmement,
démobilisation des ex-combattants, l'intégration des rebelles dans
l'armée, la suppression de la zone de confiance, etc. notamment la
fixation de la date des prochaines élections présidentielles le 29
novembre prochain.
La Conférence épiscopale a œuvré énormément pour la réconciliation.
Les évêques ont eu plusieurs rencontres avec les leaders politiques
et les forces belligérantes pour les ramener à la raison. Ils ont
adressé aussi depuis le début de la crise plusieurs messages aux
populations. Nous en indiquons ici seulement quatre (4) avec leurs
grandes idées:
- ler message: l'appel au calme: c'est un appel à cesser les
protestations populaires et les actes de vandalisme, à mettre fin à
la paralysie des services publics et les marches interminables.
Chacun doit donc garder son calme et œuvrer au retour de la paix.
- 2e message: l'appel à la conscience: les évêques invitent ici
chaque Ivoirien à prendre conscience que le pays reste à construire;
il faut par conséquent éviter de tomber dans l'erreur et le mensonge
pour éviter la catastrophe au pays.
- 3e message: Exhortation aux habitants de la Côte d'lvoire et à la
Communauté Internationale, les évêques exhortent les ivoiriens à
éviter la haine, la vengeance et le mensonge et de s'efforcer de
vivre dans l'amour, la justice, la vérité et la confiance
réciproque. Ils exhortent également la communauté internationale à
jouer franc jeu dans sa participation à la recherche de la paix.
- 4e message: message de réconciliation et de paix: les évêques
disent ceci et je cite: Aujourd'hui, la paix est possible et à notre
portée ... l'heure n'est plus aux accusations et aux condamnations.
En souillant ce pays de sang humain, nous avons tous failli, mal
agi. Nous devons en demander sincèrement et humblement pardon à Dieu
et pardon les uns aux autres, publiquement; et pour cela nous
proposons que soit organisée une journée nationale de deuil, de
jeûne, de prière pour tous, sans distinction de religions et de
croyances. Tous nous devons, dans la pure tradition africaine et
religieuse de la crainte de Dieu et du respect de la vie, demander
pardon pour le sang humain versé."
[00143-03.04] [IN104] [Texte original: français]
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S. E. R. Mons. Denis Komivi AMUZU-DZAKPAH, Arcivescovo di Lomé
(TOGO)
Le chapitre II de l'Instrumentum Laboris nous situe au cœur même de
la problématique de la réconciliation, de la justice et de la paix
qui constituent un véritable besoin urgent pour l' Afrique. Il va
sans dire qu'il s'impose d'ajouter la vérité à cet impérieux
trinôme.
L'exigence de la fidélité au Seigneur appelle ses disciples que nous
sommes à être ambassadeurs de la réconciliation, entendue comme don
de Dieu et annonce du salut qu'il nous accorde dès maintenant (cf. 2
Co 5, 11-21). L'accomplissement d'une telle mission s'inscrit dans
la durée et exige un certain nombre de conditions qu'il nous
faudrait garder présente à l'esprit tout au long de nos travaux:
1. L'élaboration d'un projet réaliste d'éducation à la culture de la
paix pour toutes nos structures d'éducation et de formation en
Afrique.
2. La création d'une banque de données socioculturelles et
économiques susceptibles d'aider à la promotion de la
réconciliation, de la justice et de la paix dans l' amour et la
vérité.
3. La mise en pIace d'un observatoire pour la prévention, la gestion
et la résolution des conflits, en impliquant davantage l'Église
famille de Dieu en Afrique.
4. L'assurance d'une très large et judicieuse diffusion de la
Doctrine sociale de l'Église, gage de la création d'un nouvel ordre
socioculturel, économique et politique plus juste, plus humain et
plus fraternel; propice à l'instauration en Afrique du Règne de
Dieu; Règne de justice, de réeonciliation, de vérité d'amour et de
paix.
5. Bien évidemment la Bible, Parole de Dieu, dans ce sens est à
présenter partout chez nous eomme source inépuisable de
réconciliation, de justice et de paix; accueillie et vécue avec
cohérence, elle peut devenir le moyen le plus sûr et le plus
efficace pour l'instauration du Règne de Dieu en Afrique et dans le
monde.
Dans cette optique, la Conférence des Évêques du Togo aurait bien
aimé que le thème de notre deuxième Assemblée Spéciale pour
l'Afrique du Synode des Évêques fut formulé comme suit: "
L'Église-Famille de Dieu en Afrique, au service de la
réconciliation, de la justice et de la paix”.
Néanmoins, cela n'a rien de grave, puisque aussi bien nous nous
comprenons et nous nous entendons parfaitement, même avec des
"sous-entendus".
[00150-03.06] [IN105] [Texte original: français]
-
S. E. R. Mons. Ignatius CHAMA, Vescovo di Mpika (ZAMBIA)
I want to emphasise here the local economic crisis that I and my
people experience in our rural diocese in northeastern Zambia. This
is the crisis when crops our local hardworking farmers have grown
fail to reach markets or fail to get just prices. It is the crisis
felt when foreign investors supply their commercial supermarkets
with crops imported from outside Zambia. It is the crisis caused by
trade practices, both domestic and international, that mean
subsidised goods brought in from Europe curtail fair competition
with local goods.
Moreover, in Zambia today our rural areas also face the campaign to
move toward a genetically engineered model of farming, something
rightly criticised in # 58 of the Instrumentum Laboris.
These unfair dynamics are signs of the deeper urban-rural split that
threatens overall integral and sustainable development in Zambia
today. Our own Government tells us that while urban poverty has
declined in recent years, rural poverty has significantly increased.
But what can a Synod do about all this? I want simply to remind my
brother Bishops that it was the 1994 Synod which heard a similar
plea for economic justice in the call for the Synod to support the
Jubilee Campaign to cancel the debts of struggling African
countries. The Church heeded the call and spoke for debt
cancellation, which became a significant step in Zambia and
elsewhere toward the humanisation of the economic order. We need
some similar call for justice today, for example, in addressing
issues of trade policies such as the Economic Partnership Agreements
(EPAs) between Africa and Europe and environmental concerns such as
global warming.
So I ask that our Assembly support the calls for a more just
economic order that protects the rights and future of our rural
populations.
[00152-02.02] [IN107] [Original text: English]
-
S. E. R. Mons. Benedito Beni DOS SANTOS, Vescovo di Lorena (BRASILE)
O tema desta Assembleia Sinodal “A Igreja na África ao Serviço da
Reconciliação, da Justiça e da Paz” diz respeito, de certo modo, ao
Brasil. Por causa de um passado marcado pela injustiça com relação
aos que viram da Africa para o Brasil.
Precisamos de uma "purificação da memoria" expressa por atos
concretos sobretudo no campo da educação, do trabalho e da política.
Algumas medidas governamentais têm sido tomadas nesse sentido. Elas
precisam ser aprofundadas e ampliadas.
No campo eclesial, temos a pastoral afro, organizada em nível
nacional pela Conferência Nacional dos Bispos do Brasil.
Ainda no campo eclesial, existe uma sensibilidade especial para com
a imagem da Igreja "Família de Deus". Isso nos aproxima da
experiência eclesial da Igreja na África. Essa imagem da Igreja fala
não só à nossa inteligência, mas também à nossa afectividade, ao
nosso coração e à nossa imaginação.
Essa compreensão da Igreja possui uma centralidade eucarística e uma
dimensão trinitaria. De fato, a Eucaristia e a Ceia que o Pai
preparou para a sua Família, que é a Igreja. É na celebração da
Eucaristia sobretudo que a Igreja se percebe como "Família de Deus".
Por sua vez, o pão e o vinho se tornam o alimento eucarístico pelo
poder do Espírito Santo, invocado na epiclese.
Por todos esses fatos que acabei de citar, creio que os frutos desta
Assembleia Sinodal alimentarão a vida e a missão da Igreja não só na
África, mas também no Brasil. Este Sínodo ajudará a dar novo impulso
à colaboração missionária que a Igreja no Brasil vem prestando a
diversas dioceses da África.
[00153-06.03] [IN108] [Texto original: português]
-
S. E. R. Mons. Peter J. KAIRO, Arcivescovo di Nyeri (KENYA)
Nomads have been alive and active for centuries in 52 dioceses
within AMECEA countries; they are also present in both West and
North Africa.Sometimes they provoke and start armed conflict because
of water and grazing pasture shortage especially during drought.
The Church has to promote dialogue between these different tribes
where the role of elders is very important because the warriors
cannot go to raid without the blessings of the elders.
The government should also be involved in providing boreholes, dams
in arid areas. Health facilities and education should also be
provided and promoted within pastoralist. The justice and peace
commission should provide education on human rights to the Nomadic
people. Parents should be encouraged to educate the girl child.
Within these parishes it becomes extremely difficult for a priest to
give the people proper pastoral attention. Hence the nomads who are
moving about often remain beyond the ordinary, traditional parish
activities. There is needed for the church to put in place new forms
of evangelization and of pastoral attention to the nomadic
population. This should include appointing nomadic priests, nomadic
pastoral coordinators, nomadic catechists, mobile schools, clinics
herdsmen and mobile church centers.
It is also proposed that in our Catholic Church there can also be
engagement in supra diocesan structures and cross border
relationships in order to implement peace initiatives from both
sides of the borders and beyond the limit of the dioceses. Regular
meetings of pastoral coordinators for the nomadic apostolate from
the neighboring dioceses and countries can also help, as well as
putting common strategies and showing human solidarity and Christian
unity.
[00154-02.02] [IN109] [Original text: English]
-
S. E. R. Mons. Boniface LELE, Arcivescovo di Mombasa (KENYA)
The stigma associated with AIDS is too heavy for people as
individuals or as communities to carry alone. I have seen fear and
despair in the eyes of our people. They should find courage and hope
from us. They hear from religious leaders, their families that in
one way or another, that they are responsible for their illness.
We need to help our people to know that HIV AIDS is a sickness and
that it is wrong to blame themselves. They may have not been prudent
with their lifestyles but illness calls us to have compassion.
I have seen where families send away their daughters -in law and
children because of their suspicion. Family rejection of children is
an abomination. It is a grave sin in the eyes of God. It is a
distortion of the Gospel message of Jesus which is love,
forgiveness, reconciliation, the return to the family of God.
We should be with our young and old people to help them avoid being
infected by HIV/AIDS. We should help families to know that children
who are left without parental love and guidance will be much more
vulnerable to infection than those who have family support.
HIV AIDS is a Kairos to challenge us to reveal how deep some of our
sins are. There was a man who was dying from AIDS and I was honoured
to be with him during his last days. I watched him struggle with his
life decisions and with the shame of his illness; the stigma that
society had given him. I began to understand my own humanness and
sinfulness when he reached up to touch the Cross I was wearing. I
felt his acceptance of himself and God’s forgiveness and healing. It
was at this moment that he asked me to take care of his children
that he could no longer do. I felt his trust in me, as his brother
and shepherd. God challenged me to accept myself, to be reconciled
to myself.
[00155-02.02] [IN110] [Original text: English]
AUDITIO DELEGATORUM
FRATERNORUM (II)
Successivamente, è intervenuto il seguente Delegato fraterno:
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Sua Eccellenza Barnaba EL SORYANY, Vescovo dellaChiesa Copta
Ortodossa in Italia
Diamo qui di seguito i riassunti dell’intervento del Delegato
fraterno:
-
Sua Eccellenza Barnaba EL SORYANY, Vescovo dellaChiesa Copta
Ortodossa in Italia
L'Africa per noi ha portato dei cari ricordi dal momento in cui vi è
arrivato il nostro padre Abramo e successivamente Giacobbe ed i suoi
figli per vivere in Egitto, la terra in cui è nato e cresciuto Mosè
e dalla quale egli, per mano di Dio, ha liberato il popolo
d'Israele. La cara terra che ha accolto la Sacra Famiglia in fuga
dalla persecuzione. L'Egitto di San Marco e della sua
evangelizzazione delle genti. II paese dove è nato il monachesimo
per opera di Sant'Antonio Abate. Sant'Attanasio e San Cirillo il
grande e tanti Santi e Martiri che hanno sacrificato le loro vite in
difesa della nostra fede cristiana.
Noi tutti sappiamo che questo continente ha sofferto molto dal
colonialismo che ha sfruttato le risorse naturali e non si è
occupato delle popolazioni, che sono state lasciate nella povertà,
nella malattia, nella fame, nel degrado totale. Per non parlare poi
delle guerre che hanno insanguinato e tuttora continuano a devastare
la nostra amata Africa; lo sfruttamento dei bambini soldato, le
persecuzioni e le violenze quotidiane dei cristiani nell'ambito
sociale, la distruzione dei valori familiari.
Qui viene il compito della Chiesa nell'evangelizzare attraverso la
cultura della carità, la promozione della pace e dell'amore che si
concretizza nel curare i malati, aiutare i poveri, difendere gli
oppressi, risollevare insomma l'essere umano. Di fondamentale
importanza è la cura del culto, la catechesi ai bambini ed alle loro
famiglie che si possano sentire accolte in una unica famiglia in
Cristo.
Andiamo fratelli! Completiamo il cammino degli apostoli, quelli che
sono andati nel mondo ad evangelizzare senza possedere nulla ma
pieni di fede nell'opera dello Spirito Santo. Andiamo a portare il
messaggio vivo di Gesù per tutti questi paesi che vivono nel bisogno
e nella povertà ma sono ricchi spiritualmente con la grazia di Gesù.
Uniamoci tutti in preghiera per il compimento dell'opera di Dio nel
servizio a questi paesi, forti nella pazienza e nella speranza che
domani sarà migliore di oggi e che il mondo senta la voce di coloro
che soffrono affinché la Provvidenza Divina porga loro la mano.
Andiamo! lasciamo le tante difficoltà da parte e guardiamo alla cosa
più importante che è la costruzione del regno di Dio in questo
continente, portare la parola di Dio ad ognuno, questo è il nostro
fine.
Il mio augurio è per un buon risultato di questo Santo Sinodo che
possa avere una grande risonanza nel mondo in modo che i lavori in
esso prodotti si possano realizzare.
[00160-01.03] [DF003] [Testo originale: italiano]
AUDITIO AUDITORUM (II)
Infine, sono intervenuti i seguenti Uditori e Uditrici:
-
Sig. Laurien NTEZIMANA, Licenziato in Teologia, Diocesi di Butare
(RWANDA)
-
Fr. Armand GARIN, Piccolo Fratello di Gesù (Francia), Responsabile
regionale dei Piccoli Fratelli di Gesù per l’Africa del Nord
(Algeria e Marocco), Annaba (ALGERIA)
-
Prof. Raymond RANJEVA, Già Vice-Presidente della Corte
Internazionale di Giustizia (Paesi Bassi), Membro del Pontificio
Consiglio Giustizia e Pace (Città del Vaticano) (MADAGASCAR)
-
Dott.ssa Elena GIACCHI, Ginecologa del Centro Studi e Ricerche per
la Regolazione Naturale della Fertilità, Università Cattolica Sacro
Cuore, Roma; Presidente di WOOMB-Italia (Coordinamento nazionale del
Metodo dell’Ovulazione Billings-Italia) (ITALIA)
Diamo qui di seguito i riassunti degli interventi degli Uditori e
Uditrici:
-
Sig. Laurien NTEZIMANA, Licenziato in Teologia, Diocesi di Butare
(RWANDA)
Je raconte ici brièvement mon aventure de théologien laïc en quête
d’une spiritualité qui fasse justice à l’“indoles saecularis”, cette
“marque de la sécularité” qui fait du laïc un enfant de l'Église
vivant au cœur du monde pour le transformer du dedans comme ferment,
sel, souffle et lumière.
En 1990, à la fin de mes études de troisième cycle en théologie à la
Katholieke Universiteit te Leuven, j’ai écrit un livre publié 8 ans
après par les éditions Karthala sous le titre de “Libres paroles
d’un théologien rwandais: joyeux propos de bonne puissance”. La
bonne puissance dont je parle dans ce livre, c’est celle du Christ,
les autres étant de fausses puissances, c’est-à-dire des leurres qui
égarent les malheureux qui s’y fient. La bonne puissance est un
trinôme dont le premier aspect est assurance ou non-peur, le second
force de vivre ou non-résignation et le troisième accueil absolu
d’autrui ou non-exclusion. Ce que j’appelle “le principe de bonne
puissance” est ainsi une traduction en termes pratiques des vertus
théologales.
Entre 1990 et 1994, j’ai utilisé le principe de bonne puissance au
sein du Service d’animation théologique confié à ma responsabilité
par l’évêque du Diocèse de Butare, Mgr Jean Baptiste Gahamanyi
d’heureuse mémoire, pour former les responsables des communautés
chrétiennes à la dimension publique de la foi; entre avril et
juillet 1994, le principe de bonne puissance m’a permis de résister
pour ma part au génocide et d’aider au maximum de mes forces mes
frères et sœurs tutsi; entre septembre 1994 et septembre 1999, j’ai
usé du principe bonne puissance pour former des animatrices et des
animateurs qui ont su porter la bonne nouvelle sur les collines de
Butare dans le terrible contexte de l’immédiat après-génocide; le
Prix de la Paix de Pax Christi International de 1998 est venu
reconnaître la valeur universelle de ce travail; lorsque, en 1999,
arriva entre le clergé et moi ce qui est arrivé entre Paul et
Barnabé (Actes 15, 39), le principe bonne puissance m’a permis de
fonder l'association Modeste et Innocent (www.ami-ubuntu.org) qui,
depuis février 2000, malgré la prison et d’autres tribulations,
travaille avec succès à la réconciliation des Rwandais. Le “Theodor
Haecker Preis für Politischen Mut und Aufrichtigkeit” de la ville
allemande d’Esslingen am Neckar est venu reconnaître en février 2003
le bien fondé d’un tel engagement.
[00133-03.03] [UD005] [Texte original: français]
-
Fr. Armand GARIN, Piccolo Fratello di Gesù (Francia), Responsabile
regionale dei Piccoli Fratelli di Gesù per l’Africa del Nord
(Algeria e Marocco), Annaba (ALGERIA)
Dans les pays du Maghreb à quasi totalité musulmane, à l’exemple de
Jésus de Nazareth et à la suite de Charles de Foucauld, en fidélité
à l’évangile, des chrétien(ne)s s’efforcent de vivre en frères avec
leurs voisins et amis musulmans. Il croient qu’i1 est possible de
vivre une authentique vie de partage, d’écoute, d’accueil et de
service en se faisant proches des musulmans, surtout des petits et
des pauvres. Cela suppose de connaître l’autre comme de l’intérieur
dans ses traditions culturelles et religieuses. L’étranger, sans le
savoir, nous amène à approfondir notre foi et à vivre l’ évangile de
manière plus vraie, plus radicale. Les paraboles ou les exemples de
la vie de Jésus nous apparaissent sous un jour nouveau. Et peut
naître alors avec les amis musulmans, croyants au Dieu unique, une
véritable solidarité spirituelle, à travers des gestes qui ont
parfois saveur d’éternité et sont le signe d’une véritable
communion.
Cela est possible parce que chrétiens et musulmans, nous croyons
fortement en la fraternité adamique (nous sommes tous créatures de
Dieu) et en la fraternité abrahamique. Mais, depuis la venue de
Jésus, pour nous la fraternité entre tous les hommes prend sa source
dans notre foi en Jésus mort et ressuscité pour que tous aient la
vie. Nous croyons que Jésus est mystérieusement présent dans nos
rencontres.
[00134-03.03] [UD006] [Texte original: français]
-
Prof. Raymond RANJEVA, Già Vice-Presidente della Corte
Internazionale di Giustizia (Paesi Bassi), Membro del Pontificio
Consiglio Giustizia e Pace (Città del Vaticano) (MADAGASCAR)
Aspects de la Vérité
- vérité des faits - prévention contre les révélations
malveillantes, une réalité matériel1e et sensible
- Vérité des engagements - pacta sunt servanda
- Vérité dans l' exercice des responsabilités - témoignage actif
Vérité et ses fonctions dans la réconciliation
- refus de l'instrumentalisation au profit de la haine et de la
manipulation cf. Justice politique
- connaissance et mesure des situations d'injustice et de rupture de
la paix
- mise en oeuvre : de la correction et cessation de la situation
d'injustice; de l' éradication des causes créatrices de fausse
justice en fausses vérités
Caractère insuffisant d'une approche purement humaine de la Vérité :
- absence de garantie vis-à-vis du relativisme: rapport de force,
calcul, ruse
- prise en compte nécessaire des considérations religieuses de la
foi: écarter le placage du fait religieux; interpellation permanente
sur la base de la Parole de Dieu
Doctrine sociale de l'Eglise
- cadre intel1ectuel et doctrinal de l'analyse des aspects de la
réconciliation, justice et paix: au triple plan éthique, normatif,
institutionnel; dans le cadre de la modification des mentalités et
des structures
- affaire de toute l’Eglise - interaction permanente horizontale et
verticale.
[00135-03.03] [UD007] [Texte original: français]
-
Dott.ssa Elena GIACCHI, Ginecologa del Centro Studi e Ricerche per
la Regolazione Naturale della Fertilità, Università Cattolica Sacro
Cuore, Roma; Presidente di WOOMB-Italia (Coordinamento nazionale del
Metodo dell’Ovulazione Billings-Italia) (ITALIA)
Spreading and teaching the Billings Ovulation Method (BOM) all over
the world, has always been joined to the proposal of a lifestyle
that promotes conjugal love, unity of the family, respect for women
and generous opening to acceptance of new life. Because of its
effectiveness and simplicity the BOM can be used by all couples in
different contexts, regardless of culture, religion or social
status; the method has been well accepted not only by Catholic
people but also by Muslims, Hindus, and people of other faiths and
beliefs. The couple can manage their fertility naturally, whether it
is their desire to achieve or avoid a pregnancy, in every situation
of a woman's fertile life: including irregular cycles, breast
feeding, pre-menopause, etc. The BOM contributes to: l) family
promotion and responsible procreation in regard to life, conjugal
love and fidelity; 2) promotion of a woman' s dignity; 3) prevention
of abortion; 4) prevention from recourse to assisted reproductive
technologies, allowing sub-fertile couples to achieve a pregnancy
naturally, according to ethical values; 5) prevention of STD's by
teens and youth education to mature sexuality integrating spiritua1,
physica1 and psychological dimensions. Teaching the BOM can
contribute to promote and spread human and Christian values
supporting evangelization and pastoral care.
[00144-02.02] [UD008] [Original text: Italian]
INTERVENTO DELL’INVITATO SPECIALE RODOLPHE ADADA, GIÀ RAPPRESENTANTE
SPECIALE CONGIUNTO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE E DEL
PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DELL’UNIONE AFRICANA NEL DARFUR (SUDAN)
Introduction
C’est un immense honneur pour moi de pouvoir m’adresser, en présence
de Votre Sainteté, à cet aréopage de Princes de l’Église, rassemblés
dans cette enceinte sacrée.
Comme vous le savez, je ne suis plus en charge de la MINUAD et les
vues que j’exprime n’engagent, maintenant, que moi. Le débat sur le
Darfour est devenu si polarisé qu’il est difficile de maintenir une
position objective. Cela est d’autant plus regrettable que seule une
approche neutre peut garantir des solutions durables.
Devant Votre Sainteté, je voudrais porter un témoignage le moins
partial possible. Je sais pouvoir parler en toute sérénité car
l’Église est une force de paix et que la paix exige la vérité.
Fin 2005, le Congo est élu comme membre non permanent du Conseil de
sécurité des Nations unies pour la période 2006-2007 et en janvier
2006, le Président Denis Sassou-Nguesso est élu Président en
exercice de l’Union africaine. Ces deux décisions ont fait du
Ministre des Affaires étrangères du Congo que j’étais alors, un
observateur privilégié des grands problèmes qui secouaient
l’Afrique, au premier rang desquels se trouvait la crise du Darfour.
J’ai ainsi pu suivre l’évolution de ce dossier de plus près. Lorsque
le Secrétaire général des Nations unies, Monsieur BAN Ki-Moon et le
Président de la Commission de l’Union africaine Monsieur Alpha Oumar
Konaré ont porté leur choix sur ma personne pour diriger la première
Mission hybride Nations unies/Union africaine et que le Président
Denis Sassou-Nguesso a donné son accord, je me suis considéré comme
honoré d’une triple confiance. Il m’appartenait de la mériter.
Le conflit
Il est généralement admis que le conflit du Darfour a éclaté en
février 2003 lorsqu’un groupe rebelle, la “Sudan Liberation Army” -
SLA - conduit par Abdulwahid Mohammed Al Nur attaque Gulu, le
chef-lieu du Jebel Marra. Plus tard, en avril, ce groupe attaque
l’aéroport d’EI Fasher, capitale du Darfour. Un deuxième groupe
connu sous le nom de “Justice and Equality Movement” - JEM - dirigé
par Khalil lbrahim est créé par la suite.
La réponse du Gouvernement soudanais prend alors la forme de ce que
d’aucuns ont qualifié de “contre-insurrection au rabais”, d’une
extrême violence, exploitant les rivalités ethno-sociologiques, avec
l’emploi des ce “Janjaweeds” à l’infâme réputation.
Les conséquences sont épouvantables: des centaines de milliers de
morts, des millions de personnes déplacées (IDP et réfugiés),
d’innombrables violations des Droits de l’homme. Une crise
humanitaire sans précédent.
Survenant moins de 10 ans après le génocide au Rwanda, la crise du
Darfour a tout de suite posé la question du “génocide”. Vous
connaissez la controverse sur ce point sensible.
Tel pourrait être un résumé rapide de la situation.
Pourtant, une analyse plus profonde montrerait que le conflit du
Darfour plonge ses racines dans l’histoire du Soudan. L’histoire, la
marginalisation des régions périphériques et leur
sous-développement, la dégradation de l’écosystème sont à prendre en
compte. C’est une “crise du Soudan au Darfour”. Cette crise est
aussi liée à l’histoire du Tchad voisin. Par exemple, le FROLINAT
créé dans les années 60 pour combattre le Président François
Tombalbaye du Tchad a été fondé à Nyala, au Darfour, et ce n’est pas
un hasard si le premier médiateur dans ce conflit a été le Président
Tchadien, Idriss Deby. Le long conflit du Tchad a aussi contribué au
flux d’armes légères au Darfour.
Il a été dit que “le Darfour des années 1990 manquait d’eau, mais
était en revanche inondé de fusils”.
Bien avant 2003, la crise actuelle commence en réalité par une
guerre civile entre les Fours et les Arabes, dans laquelle chaque
camp accusait l’autre de tentative de génocide.
Voici deux citations:
1. “La sale guerre qui nous a été imposée a commencé comme une
guerre économique mais a très vite pris un caractère génocidaire
ayant pour but de nous chasser de notre terre ancestrale (...). Le
but en est un holocauste total et (...) l’annihilation complète du
peuple Four et de tout ce qui est Four”.
2. “Notre tribu arabe et les Fours ont coexisté pacifiquement durant
toute l’Histoire connue du Darfour. Mais la situation a été
déstabilisée vers la fin des années 70 lorsque les Fours ont lancé
le slogan “le Darfour aux Fours” .... Les Arabes étaient dépeints
comme étrangers qui devaient être expulsés du Darfour .... Ce sont
les Fours qui, dans leur quête d’expansion de la prétendue “ceinture
africaine” veulent chasser tous les Arabes de cette terre”.
Ces paroles pleines de haine ont été prononcées à la Conférence de
Réconciliation tenue à El Fasher, du 29 mai au 8 juillet 1989.
Pour autant, cette dimension ethnique n’est que la partie émergée de
l’iceberg. Ce conflit est bien plus complexe que la description
manichéenne qui est communément répandue.
Le réponse de la Communauté internationale
En dehors des organisations humanitaires qui continuent de faire un
travail admirable au service du peuple soudanais du Darfour, l’Union
africaine fut la première à réagir. En avril 2004, elle organise les
pourparlers qui aboutissent à la signature de l’Accord de
cessez-le-feu humanitaire de N’Djamena entre le gouvernement du
Soudan et les deux mouvements rebelles, à savoir, le SLA
d’Abdulwahid EI Nur et le JEM de Khalil Ibrahim. C’est cet accord
qui permettra l’établissement de la MUAS, (Mission de l’Union
africaine au Soudan), avec l’appui de nombreux donateurs dont il est
juste de citer au moins l’Union européenne, les États-unis
d’Amérique et le Canada.
La MUAS a commencé avec 60 observateurs et une force de protection
de 300 soldats qui fut par la suite portée, à 7.000 hommes. C’était
la première Mission de maintien de la paix organisée par l’Union
africaine et ce n’était pas la plus facile.
La MUAS a été l’objet de nombreuses critiques de la part des médias
occidentaux. Ces critiques sont injustifiées et injustes.
Le travail abattu par cette mission a été énorme et mérite tous les
éloges. Dans des conditions que personne d’autre ne voulait assumer,
ces Africains ont assuré avec abnégation et dévouement, la présence
de la Communauté internationale au Darfour.Ils ont porté témoignage
de la compassion humaine. Ils ont posé les bases de ce qui est
aujourd’hui la MINUAD. Soixante et un (61) d’entre eux ont fait le
sacrifice suprême.
Nous leur devons le respect.
De la MUAS à la MINUAD
Dès la fin de 2005, il est apparu difficile pour l’Union africaine,
devant la complexité des problèmes de toute nature posés par la
gestion de la MUAS, de continuer à assumer cette responsabilité.
L’Union africaine prend alors la décision de transférer le fardeau à
1'Onu dont c’est la mission. Le gouvernement du Soudan s’oppose
fermement à cette décision. Toute l’année 2006 se passe à convaincre
le gouvernement soudanais de la nécessité de ce transfert de
responsabilité.
Ce n’est que le 16 novembre 2006 que le Secrétaire général de l’Onu,
Monsieur Kofi ANNAN, alors sur le départ, fait la proposition d’une
Mission hybride. Le gouvernement soudanais accepte alors et c’est
l’acte de naissance de la MINUAD, la Mission des Nations unies et de
l’Union africaine au Darfour.
La MINUAD a été formellement créée par la Résolution 1769 du Conseil
de sécurité des Nations unies, sur le Rapport conjoint du Secrétaire
général des Nations unies et du Président de la Commission de
l’Union africaine. Elle est prévue pour comprendre 20.000
militaires, 6.000 policiers et autant de civils, devenant ainsi la
plus grande force de maintien de la paix au monde. Elle devait être
dotée de tous les équipements nécessaires à l’accomplissement de son
mandat sous le chapitre 7 de la Charte des Nations unies. Et de
fait, elle devait être précédée de deux “modules de soutien” (“light
support package” et “heavy support package”) à la MUAS pour la
renforcer avant le transfert d’autorité.
La MINUAD a pour mandat:
- de contribuer au rétablissement des conditions de sécurité
nécessaires à l’apport de l’aide humanitaire,
- d’assurer la protection de la population civile,
- de suivre et vérifier l’application des divers accords de
cessez-le feu et
- de contribuer à la mise en oeuvre de l’Accord de paix d’Abuja et
de tout accord ultérieur.
Le déploiement de la MINUAD a constitué un grand défi. Il s’agit de
la plus grande mission au monde dans la région la plus enclavée du
plus grand pays d’Afrique. E n Afrique, le point le plus éloigné de
la mer se trouve au Darfour. Les infrastructures de transport sont
inexistantes. La MINUAD succède à la MUAS qui n’a pas pu bénéficier
des “modules de soutien” promis. Tout cela a constitué une série
d’obstacles qu’i1 a fallu surmonter.
La réticence, sinon la résistance du gouvernement soudanais à la
présence d’une mission des Nations unies au Darfour a été également
un problème à gérer. Les conditions du débat international sur le
Darfour avaient stigmatisé le gouvernement du Soudan qui, de son
côté, ne voyait dans la “communauté internationale” qu’une force
dont le but était le renversement du régime. Mais, avec l’aide de
l’Union africaine, il a été possible de diminuer la suspicion envers
la MINUAD. Il a fallu pour cela, travailler étroitement avec le
gouvernement. Je crois qu’aujourd’hui, le gouvernement soudanais est
convaincu que la MINUAD est une force de paix et non l’avant-garde
d’une force d’invasion. Une Commission tripartite (ONU-UA et
gouvernement du Soudan) a été mise en place pour résoudre tout
problème concernant le déploiement de la MINUAD.
Cet engagement de ma part auprès du gouvernement soudanais n’a pas
toujours été bien vu ni compris.
La plupart des missions de maintien de la paix sont déployées dans
des “états en faillite”, où le gouvernement est soit inexistant,
soit impuissant (Bosnie, Kosovo, Timor,etc...). Dans ces cas-là, la
Mission de l’Onu devient un véritable gouvernement et le
Représentant spécial, quasiment le chef du gouvernement. Ce n’est
pas le cas au Soudan. Les Nations unies doivent sur ce point
effectuer une véritable “révolution culturelle”.
Aujourd’hui, on peut considérer que l’essentiel des troupes sera sur
le terrain vers la fin de l’année. Il faut cependant noter que
certains moyens techniques promis depuis les “ modules de soutien”
n’ont toujours pas été fournis et en particulier les hélicoptères
militaires qui permettraient une mobilité accrue dans un territoire
de la taille de la France. C’est l’une des inconséquences des
décisions de la “communauté internationale”.
La MINUAD a également eu à faire face à la méfiance voir à
l’hostilité des déplacés. Faire accepter la MINUAD aux déplacés et
aux mouvements armés a été plus difficile. Beaucoup d’entre eux
rejetaient son “caractère africain”.
D’autre part, leur hostilité à l’Accord d’Abuja dont la MINUAD
devait assurer la mise en oeuvre compliquait encore plus la
situation. Mais notre action sur le terrain, et surtout lors de la
crise du camp de Kalma où une “opération de police” a conduit à la
mort de 38 déplacés, l’expulsion de treize Ong internationales et
les combats de Muhajeriya et Umm Baru entre le JEM et les forces
gouvernementales. La MINUAD a porté assistance aux blessés des deux
camps, tout en protégeant les milliers de civils qui avaient trouvé
refuge auprès d’elle, notre action sur le terrain disais-je, a pu
convaincre les déplacés de l’impartialité de la MINUAD dans la mise
en oeuvre de son mandat. Ils l’ont déclaré dans une lettre émouvante
que nous avons considérée comme une véritable décoration.
Aujourd’hui, la MINUAD est partout présente au Darfour. Toutes les
composantes de la mission, les militaires, la police, les civils
(affaires politiques, affaires civiles, droits de l’homme et du DDDC
- “Darfur-Darfur Dialogue and Consultations”), maintiennent des
rapports réguliers avec toutes les parties et la société civile,
ainsi que la population en général. Ils observent la situation au
jour le jour et peuvent en rendre fidèlement compte. Ils participent
avec succès à la résolution des querelles locales.
La situation actuelle au Darfour
Durant les 26 mois que je viens de passer au Darfour à la tête de la
MINUAD, j’ai pu observer une amélioration progressive de la
situation de sécurité au Darfour, et ce malgré la persistance de
deux risques majeurs: la poursuite des opérations militaires entre
le JEM et les forces gouvernementales d’une part, et la dégradation
des relations entre le Tchad et le Soudan d’autre part. À cela, il
convient d’ajouter les affrontements inter-tribaux et la montée du
banditisme, causé pour l’essentiel par l’effondrement de la loi et
de l’ordre.
La criminalité et le banditisme sont aujourd’hui le souci principal
en matière de sécurité. Nous observons en plus une nouvelle tendance
à l’enlèvement de personnes pour des rançons. La stratégie de la
MINUAD pour la protection des civils vise à s’attaquer à toutes ces
causes de danger pour les civils innocents. Il s’agit pour la MINUAD
de renforcer sa présence dans les camps de déplacés (elle est
désormais présente 24 heures sur 24 dans 15 camps) et de multiplier
le nombre de patrouilles policières et militaires dans les villes et
les villages.
Mais, cela dit, la situation a radicalement changé depuis la période
intense de 2003-2004 quand des dizaines de milliers de personnes
étaient tuées. Aujourd’hui, en termes purement numériques, nous
pouvons dire que le conflit du Darfour est un conflit de basse
intensité. Je ne voudrais pas insister sur cette comptabilité
macabre qui passionne les médias; un mort est un mort de trop et les
chiffres que j’avais cités au Conseil de sécurité ne l’avaient été
que pour soutenir l’analyse.
Cela ne veut en aucun cas dire que le conflit du Darfour est réglé!
En effet, le conflit se poursuit au Darfour. Les civils continuent
de courir des risques inacceptables. Des millions de personnes sont
encore dans les camps de déplacés ou sont des réfugiés. Du fait de
l’insécurité, elles ne peuvent rentrer chez elles et reprendre une
vie normale. Aucune solution n’a encore été portée aux graves
injustices et crimes commis, en particulier au plus fort des
hostilités en 2003-2004.
Les progrès que nous observons sur le terrain doivent être
consolidés par un accord de paix qui doit être inclusif. Il devrait
comprendre non seulement les mouvements armés, mais aussi l’ensemble
des composantes de la société du Darfour, y compris la société
civile, les déplacés, les réfugiés, sans oublier les Arabes qui sont
trop souvent assimilés aux “Janjaweeds”. En effet, seul un accord
politique accepté et partagé par tous est à même de ramener une paix
durable au Darfour.
En réalité, c’est ce qui manque le plus à la MINUAD aujourd’hui : un
accord de paix. En effet, cette mission de maintien de la paix n’a
pas de paix à maintenir.
Il n’y a pas de solution militaire au problème du Darfour, cela
n’est tout simplement pas possible. Personne n’a les moyens de
gagner militairement. La seule option est donc un accord politique
et cet accord doit prendre en compte tous les aspects du problème:
locaux, régionaux, politiques, socio-économiques, sans oublier la
grave question humanitaire.
Les différentes tentatives de négociation depuis 2003 n’ont pas
réussi à trouver une solution. L’accord d’Abuja, signé le 5 mai
2006, n’a pas été inclusif et a été rejeté par une grande partie des
Darfouriens. L’actuelle Médiation UA-Onu doit en tenir compte et
rechercher la participation de tous.
Les deux prochaines années seront cruciales pour le Soudan. Des
élections générales sont prévues en avril 2010 et en 2011, il y aura
le referendum d’autodétermination du Sud-Soudan. Il est nécessaire
que le Darfour participe à des élections justes et transparentes et
pour que l’exercice d’autodétermination du Sud se déroule dans de
bonnes conditions, il faudrait que le problème du Darfour soit
résolu. C’est peu de dire que le temps presse.
Paix, Justice et Réconciliation
De terribles violations des droits de l’homme ont été commises au
Darfour, particulièrement en 2003-2004.Ces problèmes n’ont pas été
traités. La Paix et la Justice sont les deux faces d’une même
médaille. La question n’est pas de savoir si la Justice doit passer,
mais comment.
Le Procureur de la Cour pénale internationale (CPI) a demandé et
obtenu la délivrance d’un mandat d’arrêt contre le Président du
Soudan.
La MINUAD a toujours insisté sur le fait que cette question était en
dehors de son mandat et n’a jamais commenté cette décision de
justice. Mais cette question domine le débat et tout le processus de
traitement du problème du Darfour. L’Union africaine, tout en
précisant qu’elle ne tolère en aucun cas l’impunité, a demandé que
ce mandat d’arrêt soit différé pour donner plus de chances à la
paix, mais le Conseil de sécurité des Nations Unies n’est pas
parvenu à un accord sur l’application de l’article 16 du Statut de
Rome. Cela a conduit l’Union africaine à demander à ses membres de
ne pas exécuter le mandat d’arrêt.
M’exprimant à titre strictement personnel, je considère que nous
sommes aujourd’hui dans une impasse. L’exécution d’un mandat d’arrêt
contre un chef d’état en exercice n’est pas chose aisée, de même on
peut comprendre la réticence à négocier, exprimée par certains
mouvements armés. “Pourquoi négocier avec un criminel en instance
d’être arrêté?”.
L’Union africaine a mis en place une Commission de Haut Niveau (“AU
High-Level Panel on Darfur”), présidée par le Président Thabo Mbeki
(ancien président de l’Afrique du Sud) et comprenant entre autres
les présidents Abdusalami Aboubakar (ancien président du Nigéria) et
Pierre Buyoya (ancien président du Burundi), pour étudier cette
question de la Paix, de la Justice et de la Réconciliation et faire
des recommandations. La Commission est composée d’éminents
spécialistes et connaisseurs des problèmes du Darfour, du Soudan et
de la Justice. J’ai été entendu par cette Commission comme plus de
3.000 autres personnes. La MINUAD et plus particulièrement sa
composante DDDC (“Darfur-Darfur-Dialogue and Consultations”), a
accordé tout son soutien à cette Commission.
La Commission a dû présenter son rapport hier 8 octobre. Ce rapport
devrait comprendre des voies pour sortir de l’impasse. La communauté
internationale devrait considérer ce rapport avec objectivité et
esprit constructif. L’Église, force de Paix, autorité morale
majeure, pourrait s’intéresser au travail de cette Commission.
Peut-être pourrait-on y trouver une voie de sortie de cette impasse.
Conclusion
La MINUAD, est un formidable instrument de Paix, unique en son genre
en ce qu’elle est née de la volonté des deux Organisations, Union
Africaine et Nations unies. Il appartient à la “communauté
internationale” de bien l’employer. Il fut un temps où l’hybridité
était synonyme de bâtardise et de tare, mais aujourd’hui, quand on
parle de voiture hybride, on est à la pointe du progrès.
La MINUAD représente la communauté internationale dans son ensemble
et non tel ou tel pays membre.
Il faut donc renforcer la MINUAD, lui donner tous les moyens dont
elle a besoin, et surtout cet accord de Paix. Les hommes et les
femmes qui servent la communauté internationale sur ce front ne
cessent de montrer leur dévouement et leur abnégation.
Le plus important est que la coopération entre les promoteurs de la
MINUAD, l’Union africaine et les Nations unies, reste sincère. Le
caractère hybride de la MINUAD, qui a été le véritable visa d’entrée
des Nations unies au Darfour, ne doit pas apparaître comme une
simple ruse, comme un “cheval de Troie”. L’Union africaine ne doit
pas être un simple “sleeping partner” , mais doit jouer tout son
rôle. Autrement, c’est l’échec assuré.
Le Soudan est le plus grand pays d’Afrique. Il est à la charnière de
deux mondes, l’Afrique et le Monde arabe; il a des frontières avec
neuf (9) pays africains. Depuis son indépendance, le 1er janvier
1956, on peut dire qu’i1 n’a que sporadiquement connu la paix.
L’Accord global de paix (CPA), qui a mis fin à plus de 20 ans de
guerre civile entre le Nord et le Sud a suscité tous les espoirs.
Pour la première fois, un Soudan démocratique était entrevu.
Au moment où la violence semble diminuer au Darfour, il est
inquiétant de noter que c’est maintenant dans le Sud que les tueries
reprennent, la Paix serait-elle le “rocher de Sisyphe” qui, pour le
plus grand malheur des Soudanais, retombe dès qu’on croit atteindre
le sommet de la montagne?
Le Soudan est un. Il faut que la communauté internationale pense
“Soudan” et non plus “Darfour et Sud “. Dans cette vision
holistique, l’Église a un rôle majeur à jouer dans un Soudan
pluriel, entre le Sud chrétien et animiste et le Nord musulman, dont
le Darfour.
C’était le rêve d’un grand Soudanais, John GARANG, le rêve d’un
nouveau Soudan, en paix, dans une Afrique en paix.
[00112-03.08] [RE000] [Texte original: français]
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