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PONTIFICIA
COMMISSIONE BIBLICA
DOCUMENTO
L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa
INTRODUZIONE L'interpretazione dei testi biblici continua
a suscitare ai nostri giorni un vivo interesse provocando vivaci
discussioni, che, in questi ultimi anni, hanno anche assunto
dimensioni nuove. Data l'importanza fondamentale della Bibbia per la
fede cristiana, per la vita della Chiesa e per i rapporti dei
cristiani con i fedeli delle altre religioni, la Pontificia
Commissione Biblica è stata sollecitata a esprimersi su questo
argomento. A. Problematica attuale
Il problema dell'interpretazione della Bibbia non è un'invenzione
moderna, come talvolta si vorrebbe far credere. La Bibbia stessa
attesta che la sua interpretazione presenta varie difficoltà.
Accanto a testi limpidi contiene passi oscuri. Leggendo certi passi
di Geremia, Daniele s'interrogava a lungo sul loro significato (Dn
9, 2). Secondo gli Atti degli Apostoli, un etiope del I secolo si
trovava nella stessa situazione a proposito di un passo del libro di
Isaia (Is 53 7-8), riconoscendo di aver bisogno di un interprete (At
8, 30-35). La seconda lettera di Pietro dichiara che «nessuna
scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1, 20) e
osserva, d'altra parte, che le lettere dell'apostolo Paolo
contengono «alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e
gli instabili le travisano al pari delle altre Scritture, per loro
propria rovina» (2Pt 3, 16). Il problema è perciò antico, ma
col passar del tempo si è accentuato: venti o trenta secoli separano
ormai il lettore dai fatti e detti riferiti nella Bibbia, e questo
non manca di sollevare varie difficoltà. D'altra parte, a causa del
progresso delle scienze umane, i problemi concernenti
l'interpretazione sono divenuti nei tempi moderni più complessi.
Sono stati messi a punto metodi scientifici per lo studio di testi
dell'antichità. In che misura questi metodi si possono considerare
appropriati all'interpretazione della Sacra Scrittura? A questo
interrogativo, la prudenza pastorale della Chiesa ha per molto tempo
risposto in modo molto reticente, perché spesso i metodi, nonostante
i loro elementi positivi, si trovavano legati a opinioni opposte
alla fede cristiana. Ma si è prodotta un'evoluzione positiva,
segnata da tutta una serie di documenti pontifici, dall'enciclica
Providentissimus di Leone XIII (18 novembre 1893) fino
all'enciclica
Divino afflante Spiritu di Pio XII (30 settembre 1943), ed è
stata confermata dalla dichiarazione Sancta Mater Ecclesia
(21 aprile 1964) della Pontificia Commissione Biblica e soprattutto
dalla Costituzione dogmatica
Dei Verbum del concilio Vaticano II (18 novembre 1965). La
fecondità di questo atteggiamento costruttivo si è manifestata in
una maniera innegabile. Gli studi biblici hanno preso uno slancio
notevole nella Chiesa cattolica e il loro valore scientifico è stato
sempre più riconosciuto tra gli studiosi e tra i fedeli. Il dialogo
ecumenico ne è stato considerevolmente facilitato. L'influenza della
Bibbia sulla teologia si è approfondita e ha contribuito al
rinnovamento teologico. È aumentato l'interesse per la Bibbia tra i
cattolici, favorendo il progresso della vita cristiana. Tutti quelli
che hanno acquisito una seria formazione in questo campo ritengono
ormai impossibile il ritorno a uno stadio di interpretazione
precritica, che considerano, non senza ragione, nettamente
insufficiente. Ma, nel momento stesso in cui il metodo scientifico
più diffuso, il metodo “storico-critico”, viene applicato in modo
corrente in esegesi, ivi compresa l'esegesi cattolica, questo metodo
viene rimesso in discussione: da una parte, nello stesso mondo
scientifico, per l'apparizione di altri metodi e approcci, e,
dall'altra, per le critiche di molti cristiani che lo giudicano
insufficiente dal punto di vista della fede. Il metodo
storico-critico, particolarmente attento, come indica il suo nome,
all'evoluzione storica dei testi o delle tradizioni nel corso del
tempo-diacronia, si trova attualmente in concorrenza, in certi
ambienti, con i metodi che insistono su una comprensione sincronica
dei testi, sia che si tratti della loro lingua, della loro
composizione, della loro trama narrativa o del loro sforzo di
persuasione. D'altro canto, alla preoccupazione che hanno i metodi
diacronici di ricostruire il passato si sostituisce in molti una
tendenza a interrogare i testi collocandoli nelle prospettive del
tempo presente, di ordine filosofico, psicanalitico, sociologico,
politico, ecc. Questo pluralismo di metodi e di approcci è
apprezzato dagli uni come un indizio di ricchezza, ma ad altri dà
l'impressione di una grande confusione. Reale o apparente che sia,
questa confusione offre nuovi argomenti agli avversari dell'esegesi
scientifica. Il conflitto delle interpretazioni manifesta, secondo
loro, che non c'è alcun vantaggio ne sottoporre i testi biblici alle
esigenze dei metodi scientifici, ma che al contrario, vi si perde
molto. Essi sottolineano che l'esegesi scientifica ha il risultato
di provocare perplessità e dubbi su innumerevoli punti, fino allora
pacificamente ammessi e che spinge alcuni esegeti a prendere
posizioni contrarie alla fede della Chiesa su questioni di grande
importanza, come la concezione verginale di Gesù e i suoi miracoli,
e perfino la sua risurrezione e la sua divinità Anche quando non
porta a tali negazioni, l'esegesi scientifica si caratterizza,
secondo loro, per la sua sterilità in ciò che concerne il progresso
della vita cristiana. Invece di permettere un accesso più facile e
più sicuro alle fonti vive della Parola di Dio, fa della Bibbia un
libro chiuso, la cui interpretazione sempre problematica richiede
una competenza tecnica che ne fa un campo riservato a pochi
specialisti. A costoro alcuni applicano la frase del vangelo: «Avete
tolto la chiave della conoscenza. Voi non siete entrati, e a quelli
che volevano entrare l'avete impedito» (Lc 11, 52, cf. Mt 23, 13).
Di conseguenza, alla paziente fatica dell'esegesi scientifica si
ritiene necessario sostituire approcci più semplici, come l'una o
l'al tra delle pratiche di lettura sincronica, ritenuta sufficiente,
o addirittura, rinunciando a ogni tipo di studio, si raccomanda una
lettura della Bibbia cosiddetta “spirituale”, intendendo con essa
una lettura guidata unicamente dall'ispirazione personale soggettiva
e destinata a nutrire tale ispirazione. Alcuni cercano nella Bibbia
soprattutto il Cristo della loro personale concezione e la
soddisfazione della loro religiosità spontanea. Altri pretendono di
trovarvi risposte dirette a ogni tipo di domanda, personale o
collettiva. Numerose sono le sette che propongono come vera soltanto
un'interpretazione, di cui affermano di aver avuto la rivelazione.
B. Scopo di questo documento È perciò
opportuno considerare seriamente i diversi aspetti della situazione
attuale in materia di interpretazione biblica, essere attenti alle
critiche, alle proteste e alle aspirazioni che al riguardo vengono
espresse, valutare le possibilità aperte dai nuovi metodi e approcci
e cercare, infine, di precisare l'orientamento che meglio
corrisponde alla missione dell'esegesi nella Chiesa cattolica. Tale
è lo scopo di questo documento. La Pontificia Commissione Biblica
vuole indicare le strade da percorrere per arrivare a
un'interpretazione della Bibbia la più fedele possibile al suo
carattere insieme umano e divino. Non si ha qui la pretesa di
prendere posizione su tutte le questioni che riguardano la Bibbia,
come ad esempio, la teologia dell'ispirazione. Si propone di
esaminare quei metodi che possono contribuire efficacemente a
valorizzare tutte le ricchezze contenute nei testi biblici, affinché
la Parola di Dio possa diventare sempre di più il nutrimento
spirituale dei membri del suo popolo, la fonte, per essi, di una
vita di fede, di speranza e d'amore, come pure una luce per tutta
l'umanità (cf.
Dei Verbum, 21). Per raggiungere questo
scopo, il presente documento: 1. farà una breve descrizione
dei diversi metodi e approcci,[1]indicando
le loro possibilità e i loro limiti; 2. esaminerà alcune
questioni di ermeneutica; 3. proporrà una riflessione sulle
dimensioni caratteristiche dell'interpretazione cattolica della
Bibbia e sui suoi rapporti con le altre discipline teologiche;
4. considererà infine il posto che occupa l'interpretazione della
Bibbia nella vita della Chiesa.
I METODI E APPROCCI PER
L'INTERPRETAZIONE A. Metodo storico-critico
Il metodo storico-critico è il metodo indispensabile per lo studio
scientifico del significato dei testi antichi. Poiché la Sacra
Scrittura, in quanto «Parola di Dio in linguaggio umano», è stata
composta da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le sue
fonti, la sua giusta comprensione non solo ammette come legittima,
ma richiede, l'utilizzazione di questo metodo. 1.
Storia del metodo Per valutare in modo corretto questo
metodo nel suo stato attuale, conviene gettare uno sguardo sulla sua
storia. Alcuni elementi di questo metodo di interpretazione sono
molto antichi. Furono usati nell'antichità da commentatori greci
della letteratura classica e, più tardi, nel corso del periodo
patristico, da autori come Origene, Girolamo e Agostino. Il metodo
era allora meno elaborato. Le sue forme moderne sono il risultato di
perfezionamenti, apportati soprattutto a partire dagli umanisti del
Rinascimento e dal loro recursus ad fontes. Mentre la critica
testuale del Nuovo Testamento si è sviluppata come disciplina
scientifica solo a partire dal 1800, quando cioè ci si staccò dal
Textus receptus, gli inizi della critica letteraria invece
risalgono al XVII secolo, ad opera di Richard Simon, che attirò
l'attenzione sui doppioni, sulle divergenze nel contenuto e le
differenze di stile osservabili nel Pentateuco, constatazioni
difficilmente conciliabili con l'attribuzione di tutto il testo ad
un unico autore, Mosè. Nel secolo XVIII, Jean Astruc si limitava
ancora a dare per spiegazione che Mosè si era servito di parecchie
fonti (soprattutto di due fonti principali) per comporre il libro
della Genesi, ma, in seguito, la critica contestò con sempre maggior
risolutezza l'attribuzione a Mosè stesso della composizione de
Pentateuco. La critica letteraria si identificò a lungo con lo
sforzo per discernere le varie fonti dei testi. Si sviluppò così,
nel XIX se colo, l'ipotesi “documentaria”, che cercava di spiegare
la redazione del Pentateuco. In esso sarebbero stati fusi quattro
documenti in parte paralleli tra loro: lo yahvista (J), l'elohista
(E), il deuteronomista (D) e il sacerdotale (P: dal tedesco
“Priester”); di quest'ultimo si sarebbe servito il redattore finale
per strutturare l'insieme. In modo analogo, per spiegare al tempo
stesso le convergenze e le divergenze costatate tra i tre vangeli
sinottici, si è fatto ricorso all'ipotesi delle “due fonti”, secondo
la quale i vangeli di Matteo e di Luca sarebbero stati composti a
partire da due fonti principali: il vangelo di Marco, da una parte,
e, dall'altra, una raccolta di parole di Gesù (chiamata Q, dal
tedesco Quelle, “fonte”) Quanto alla sostanza, queste due
ipotesi sono ancora correnti nel l'esegesi scientifica, anche se
oggetto di contestazioni. Nel desiderio di stabilire la
cronologia dei testi biblici, questo genere di critica letteraria si
limitava a un lavoro di ritaglio e d analisi per distinguere le
diverse fonti e non accordava una sufficiente attenzione alla
struttura finale del testo biblico e al messaggio che esso esprime
nel suo stato attuale (si mostrava poca stima per l'opera dei
redattori). Per questo fatto l'esegesi storico-critica poteva
apparire sovversiva e distruttrice, tanto più che alcuni esegeti,
sotto l'influenza della storia comparata delle religioni, così come
si praticava allora, o partendo da concezioni filosofiche,
pronunciavano giudizi negativi nei confronti della Bibbia.
Hermann Gunkel fece uscire il metodo dal ghetto della critica
letteraria intesa in questo modo. Sebbene egli continuasse a
considerare i libri del Pentateuco delle compilazioni, fermò la sua
attenzione sulla tessitura particolare dei diversi brani, cercando
di definire il genere di ciascuno (per es. “leggenda” o “inno”) e il
loro ambiente di origine o Sitz im Leben (per es. situazione
giuridica, liturgica, ecc.). A questa ricerca dei generi letterari
si collega lo «studio critico delle forme» (Formgeschichte)
inaugurata nell'esegesi dei sinottici da Martin Dibelius e Rudolf
Bultmann. Quest'ultimo mescolò agli studi di Formgeschichte
un'ermeneutica biblica ispirata alla filosofia esistenzialista di
Martin Heidegger. La conseguenza fu che la Formgeschichte ha
suscitato spesso serie riserve. Ma questo metodo, in se stesso, ha
avuto il risultato di manifestare più chiaramente che la tradizione
neotestamentaria ha avuto la sua origine e ha preso la sua forma
nella comunità cristiana, o Chiesa primitiva, passando dalla
predicazione di Gesù stesso alla predicazione che proclama che Gesù
è il Cristo Alla Formgeschichte si è aggiunta la
Redaktionsgeschichte, «studio critico della redazione», che
cerca di mettere in luce contributo personale di ogni evangelista e
gli orientamenti teologici che hanno guidato il loro lavoro di
redazione. Con l'utilizzazione di quest'ultimo metodo la serie delle
diverse tappe del metodo storico-critico è diventata più completa:
dalla critica testuale si passa a una critica letteraria che
scompone (ricerca delle fonti), poi a uno studio critico delle forme
e infine a un'analisi della redazione, che è attenta al testo nella
sua composizione. Così è diventata possibile una comprensione più
chiara dell'intenzione degli autori e redattori della Bibbia, come
pure del messaggio da essi rivolto ai primi destinatari. Il metodo
storico-critico ha acquistato perciò un importanza di primo
piano. 2. Principi I principi fondamentali
del metodo storico-critico nella sua forma classica sono i
seguenti: Si tratta di un metodo storico, non soltanto
perché si applica a testi antichi, nel nostro caso a quelli della
Bibbia, e ne studia la portata storica, ma anche e soprattutto
perché cerca di chiarire i processi storici di produzione dei testi
biblici, processi diacronici talvolta complicati e di lunga durata.
Nelle diverse tappe della loro produzione, i testi della Bibbia si
rivolgevano a diverse categorie di ascoltatori o di lettori, che si
trovavano in situazioni spazio-temporali differenti. Si
tratta di un metodo critico, perché opera con l'aiuto di criteri
scientifici il più possibile obiettivi in ciascuna delle sue tappe
(dalla critica testuale allo studio critico della redazione), in
modo da rendere accessibile al lettore moderno il significato dei
testi biblici, spesso difficile da cogliere. Come metodo
analitico, esso studia il testo biblico allo stesso modo di
qualsiasi altro testo dell'antichità e lo commenta in quanto
linguaggio umano. Tuttavia permette all'esegeta, soprattutto nello
studio critico della redazione dei testi, di meglio comprendere il
contenuto della rivelazione divina. 3. Descrizione
Allo stadio attuale del suo sviluppo, il metodo storico-critico
percorre le tappe seguenti: La critica testuale, praticata
da più lungo tempo, apre la serie delle operazioni scientifiche.
Basandosi sulla testimonianza dei manoscritti più antichi e
migliori, così come su quella dei papiri, delle traduzioni antiche e
della patristica, essa cerca, secondo determinate regole, di
stabilire un testo biblico che sia il più vicino possibile al testo
originale. Il testo viene poi sottomesso a un'analisi
linguistica (morfologia e sintassi) e semantica, che utilizza le
conoscenze ottenute grazie agli studi di filologia storica. La
critica letteraria si sforza allora di individuare l'inizio e la
fine delle unità testuali, grandi e piccole, e di verificare la
coerenza interna dei testi. L'esistenza di doppioni, di divergenze
inconciliabili e di altri indizi manifesta il carattere composito di
certi testi, che vengono allora divisi in piccole unità, di cui si
studia la possibile appartenenza a fonti diverse. La critica dei
generi cerca di determinare i generi letterari, il loro ambiente di
origine, i loro tratti specifici e la loro evoluzione. La critica
delle tradizioni situa i testi nelle correnti di tradizione, di cui
essa cerca di precisare l'evoluzione nel corso della storia. Infine,
la critica della redazione studia le modifiche subite dai testi
prima di essere fissati nel loro stato finale e analizza questo
stato finale, sforzandosi di discernere gli orientamenti che gli
sono propri. Mentre le tappe precedenti hanno cercato di spiegare il
testo con la sua genesi, in una prospettiva diacronica, quest'ultima
tappa termina con uno studio sincronico: vi si spiega il testo in se
stesso, grazie alle mutue relazioni dei suoi diversi elementi e
considerandolo sotto il suo aspetto di messaggio comunicato
dall'autore ai suoi contemporanei. Può allora essere presa in
considerazione la funzione pragmatica del testo. Quando i
testi studiati appartengono a un genere letterario storico o sono in
rapporto con degli eventi della storia, la critica storica completa
la critica letteraria, per precisare la loro portata storica, nel
senso moderno dell'espressione. In questo modo vengono messe
in luce le diverse tappe dello svolgimento concreto della
rivelazione biblica. 4. Valutazione Quale
valore accordare al metodo storico-critico, in particolare allo
stadio attuale della sua evoluzione? È un metodo che,
utilizzato in modo obiettivo, non implica per sé alcun a priori.
Se il suo uso è accompagnato da tali a priori, ciò non è
dovuto al metodo in se stesso, ma a opzioni ermeneutiche che
orientano l'interpretazione e possono essere tendenziose.
Orientato, ai suoi inizi, nel senso della critica delle fonti e
della storia delle religioni, il metodo ha avuto il risultato di
aprire un nuovo accesso alla Bibbia, mostrando che questa è una
collezione di scritti che, il più delle volte, soprattutto per
l'Antico Testamento, non sono creazione di un unico autore, ma hanno
avuto un lunga preistoria, inestricabilmente legata alla storia di
Israele o quella della Chiesa primitiva. Prima, l'interpretazione
giudaica cristiana della Bibbia non aveva una coscienza chiara delle
condizioni storiche concrete e diverse nelle quali la Parola di Dio
si è radicata. Ne aveva una conoscenza globale e lontana. Il
confronto dell'esegesi tradizionale con un approccio scientifico
che, ai suoi inizi, faceva volutamente astrazione dalla fede e
talvolta addirittura vi si opponeva, fu certamente doloroso; in
seguito, però, si rivela salutare: una volta liberato dai pregiudizi
estrinseci, portò a un comprensione più esatta della verità della
Sacra Scrittura (cf.
Dei Verbum, 12). Secondo la
Divino afflante Spiritu, la ricerca del senso letterale
della Scrittura è un compito essenziale dell'esegesi e, per
adempiere tale compito, è necessario determinare il genere
letterario dei testi (cf. Enchiridion Biblicum [=EB] 560);
orbene questo si effettua con metodo storico-critico.
Certo, l'uso classico del metodo storico-critico rivela certi limiti
poiché si restringe alla ricerca del senso del testo biblico nelle
circostanze storiche della sua produzione e non si interessa alle
alt potenzialità di significato che si sono manifestate nel corso
delle epoche posteriori della rivelazione biblica e della storia
della Chiesa. Tuttavia questo metodo ha contribuito alla produzione
di opere di esegesi e di teologia biblica di grande valore.
Da molto tempo si è rinunciato a un amalgama di tale metodi con un
sistema filosofico. Recentemente una tendenza esegetica ha
indirizzato il metodo nel senso di un'insistenza predominante sulla
forma del testo con minore attenzione al suo contenuto, ma questa
tendenza è stata corretta grazie all'apporto di una semantica
differenziata (semantica delle parole, delle frasi, del testo) e
allo studio dell'aspetto pragmatico dei testi. Circa
l'inclusione, nel metodo, di un'analisi sincronica dei testi bisogna
riconoscere che si tratta di un'operazione legittima perché è il
testo nel suo stato finale, che è espressione della Parola di Dio, e
non una redazione anteriore. Ma lo studio diacronico rimane in
dispensabile per far comprendere il dinamismo storico che anima la
Sacra Scrittura e per manifestare la sua ricca complessità: per
esempio, il codice dell'Alleanza (Es 21-23) riflette uno stato
politico, sociale e religioso della società israelitica diverso da
quello che riflettono le altre legislazioni conservate nel
Deuteronomio (D 12-26) e nel Levitico (codice di santità, Lv 17-26).
Bisogna evitare che alla tendenza storicizzante che si rimproverava
all'antica esegesi storico-critica succeda l'eccesso inverso, la
dimenticanza della storia, da parte di un'esegesi esclusivamente
sincronica. In definitiva, lo scopo del metodo
storico-critico è quello di mettere in luce, in modo soprattutto
diacronico, il senso espresso dagli autori e redattori. Con l'aiuto
di altri metodi e approcci, essa apre al lettore moderno l'accesso
al significato del testo della Bibbia, così come l'abbiamo.
B. Nuovi metodi di analisi letteraria
Nessun metodo scientifico per lo studio della Bibbia è in grado di
far emergere tutta la ricchezza dei testi biblici. Qualunque sia la
sua validità, il metodo storico-critico non può avere la pretesa di
essere sufficiente per tutto. Esso lascia necessariamente nell'ombra
numerosi aspetti degli scritti che studia. Non ci si meraviglierà
allora di costatare come attualmente vengano proposti altri metodi e
approcci, per approfondire l'uno o l'altro aspetto degni di
attenzione. In questo paragrafo B presenteremo alcuni
metodi di analisi letteraria che si sono sviluppati recentemente.
Nei paragrafi seguenti (C, D, E) esamineremo brevemente diversi
approcci, di cui alcun sono in rapporto con lo studio della
tradizione, altri con le “scienze umane”, altri ancora con
situazioni contemporanee particolari. Considereremo infine (F) la
lettura fondamentalista della Bibbia, che rifiuta ogni sforzo
metodico di interpretazione. Mettendo a profitto i
progressi fatti nel nostro tempo dagli studi linguistici e
letterari, l'esegesi biblica utilizza sempre di più nuovi metodi di
analisi letteraria, in particolare l'analisi retorica, l'analisi
narrativa e l'analisi semiotica. 1. Analisi retorica
A dire il vero, l'analisi retorica non è in se stessa un metodo
nuovo. Nuova è, da una parte, la sua utilizzazione sistematica per
l'interpretazione della Bibbia e, dall'altra, la nascita e lo
sviluppo di una “nuova retorica”. La retorica è l'arte di
comporre discorsi persuasivi. Dato che tutti i testi biblici sono in
qualche misura dei testi persuasivi, una certa conoscenza della
retorica fa parte del bagaglio normale degli esegeti. L'analisi
retorica deve essere condotta in modo critico, perché l'esegesi
scientifica è un lavoro che si sottomette necessariamente alle
esigenze dello spirito critico. Molti studi recenti hanno
prestato una grande attenzione alla presenza della retorica nella
Scrittura. Si possono distinguere tre approcci diversi. Il primo si
basa sulla retorica classica greco-latina; il secondo è attento ai
procedimenti di composizione semitici; il terzo si ispira alle
ricerche moderne, chiamate “nuova retorica”. Ogni
situazione di discorso comporta la presenza di tre elementi:
l'oratore (o autore), il discorso (o testo) e l'uditorio (o
destinatari). La retorica classica distingue, di conseguenza, tre
fattori di persuasione che contribuiscono alla qualità di un
discorso: l'autorità dell'oratore, l'argomentazione del discorso e
le emozioni che esso suscita nell'uditorio. La diversità delle
situazioni e dei destinatari influisce enormemente sul modo di
parlare. La retorica classica, a partire da Aristotele, ammette la
distinzione di tre generi di eloquenza: il genere giudiziario
(davanti ai tribunali), il genere deliberativo (nelle assemblee
politiche) e il genere dimostrativo (nelle celebrazioni).
Constatando l'enorme influenza della retorica nella cultura
ellenistica, un numero crescente di esegeti utilizza i trattati di
retorica classica per meglio analizzare alcuni aspetti degli scritti
biblici, soprattutto quelli del Nuovo Testamento. Altri
esegeti concentrano la loro attenzione sui tratti specifici della
tradizione letteraria biblica. Radicata nella cultura semitica,
questa manifesta un gusto spiccato per le composizioni simmetriche,
grazie alle quali vengono stabiliti dei rapporti tra i diversi
elementi del testo. Lo studio delle molteplici forme di parallelismo
e di altri procedimenti di composizione semitici deve permettere di
meglio discernere la struttura letteraria dei testi e di pervenire
così a una migliore comprensione del loro messaggio.
Mettendosi da un punto di vista più generale, la “nuova retorica”
vuole essere qualcosa di diverso da un inventario delle figure di
stile, degli artifici oratori e dei tipi di discorsi. Essa ricerca
perché un certo uso del linguaggio è efficace e arriva a comunicare
una convinzione; cerca di essere “realista”, rifiutando di limitarsi
alla semplice analisi formale; dà alla situazione del dibattito
l'attenzione che le è dovuta; studia lo stile e la composizione in
quanto strumenti per esercitare un'azione sull'uditorio. A questo
scopo mette a profitto i contributi recenti di discipline come la
linguistica, la semiotica, l'antropologia e la sociologia.
Applicata alla Bibbia, la “nuova retorica” cerca di penetrare nel
cuore del linguaggio della rivelazione in quanto linguaggio
religioso persuasivo e valutare il suo impatto nel contesto sociale
della comunicazione. Le analisi retoriche, per
l'arricchimento che apportano allo studio critico dei testi,
meritano molta stima, soprattutto nei loro approfondimenti recenti.
Esse rimediano a una negligenza durata a lungo e fanno scoprire o
mettono maggiormente in luce prospettive originali. La
“nuova retorica” ha ragione di attirare l'attenzione sulla capacità
persuasiva e convincente del linguaggio. La Bibbia non è
semplicemente enunciazione di verità. È un messaggio dotato una
funzione di comunicazione in un certo contesto, un messaggio che
comporta un dinamismo di argomentazione e una strategia retorica.
Le analisi retoriche hanno tuttavia i loro limiti. Quando si
limitano a essere descrittive, i loro risultati hanno spesso un
interesse solo stilistico. Fondamentalmente sincroniche, esse non
possono pretendere di costituire un metodo indipendente che sarebbe
sufficiente a se stesso. La loro applicazione ai testi biblici
solleva più di un interrogativo: gli autori di questi testi
appartenevano agli ambienti più colti? Fino a che punto hanno
seguito le regole della retorica per comporre i loro scritti? Quale
retorica è più pertinente per l'analisi di un determinato scritto:
quella greco-latina o quel semitica? Non si rischia forse di
attribuire a certi testi biblici una struttura retorica troppo
elaborata? Questi interrogativi, ed altri ancora, non devono
tuttavia dissuadere dall'usare questo gene di analisi; invitano
soltanto a farvi ricorso con discernimento. 2. Analisi
narrativa L'esegesi narrativa propone un metodo di
comprensione e di comunicazione del messaggio biblico che
corrisponde alla forma del racconto e della testimonianza, modalità
fondamentale della comunicazione tra persone umane, caratteristica
anche della Sacra Scrittura. L'Antico Testamento, infatti, presenta
una storia della salvezza il cui racconto efficace diventa sostanza
della professione di fede, della liturgia e della catechesi (cf. Sal
78, 3-4; Es 12, 24-27; Dt 6, 20-25; 26, 5-10). Da parte sua, la
proclamazione del kerigma cristiano comprende la sequenza narrativa
della vita, della morte della risurrezione di Gesù Cristo, eventi di
cui i vangeli ci offrono il racconto dettagliato. La catechesi si
presenta, anch'essa, sotto forma narrativa (cf. 1Cor 11, 23-25).
Riguardo all'approccio narrativo, è opportuno distinguere metodi di
analisi e riflessione teologica. Attualmente vengono
proposti numerosi metodi di analisi. Alcuni partono dallo studio dei
modelli narrativi antichi. Altri si basano sull'una o l'altra
“narratologia” attuale, che può avere dei punti in comune con la
semiotica. Particolarmente attenta agli elementi del testo che
riguardano l'intreccio, i personaggi e il punto di vista del
narratore, l'analisi narrativa studia il modo in cui la storia viene
raccontata così da coinvolgere il lettore nel “mondo del racconto” e
nel suo sistema di valori. Parecchi metodi introducono una
distinzione tra “autore reale” e “autore implicito”, “lettore reale”
e “lettore implicito”. L'“autore reale” è la persona che ha composto
il racconto. Con “autore implicito” si indica l'immagine di autore
che il testo genera progressivamente nel corso della lettura (con la
sua cultura, il suo temperamento, le sue tendenze, la sua fede,
ecc.). Si chiama “lettore reale” ogni persona che ha accesso al
testo, dai primi destinatari che l'hanno letto o sentito leggere
fino ai lettori o ascoltatori di oggi. Per “lettore implicito” si
intende colui che il testo presuppone e produce, colui che è capace
di effettuare le operazioni mentali e affettive richieste per
entrare nel mondo del racconto e rispondervi nel modo voluto
dall'autore reale attraverso l'autore implicito. Un testo
continua a esercitare la sua influenza nella misura in cui i lettori
reali (per esempio noi stessi, alla fine del XX secolo) possono
identificarsi con il lettore implicito. Uno dei compiti principali
dell'esegesi è quello di facilitare questa identificazione.
All'analisi narrativa si collega un modo nuovo di valutare la
portata dei testi. Mentre il metodo storico-critico considera
piuttosto il testo come una “finestra”, che permette di dedicarsi a
varie osservazioni su una determinata epoca (non soltanto sui fatti
raccontati, ma anche sulla situazione della comunità per la quale
sono stati raccontati), si sottolinea che il testo funziona anche
come “specchio”, nel senso che presenta una certa immagine di mondo,
il “mondo del racconto”, che esercita la sua influenza sui modi di
vedere del lettore e lo porta ad adottare certi valori piuttosto che
altri. A questo genere di studio, tipicamente letterario,
si è associata la riflessione teologica, considerando le conseguenze
che comporta, per l'adesione di fede, la natura di racconto, e
quindi di testimonianza, della Sacra Scrittura e deducendo da esso
un'ermeneutica di tipo pratico e pastorale. Si reagisce in questo
modo contro la riduzione del testo ispirato a una serie di tesi
teologiche formulate spesso secondo delle categorie e un linguaggio
non scritturistici. Si richiede all'esegesi narrativa di
riabilitare, in contesti storici nuovi, i modi di comunicazione e di
significazione propri del racconto biblico, allo scopo di aprire
meglio la strada alla sua efficacia per la salvezza. Si insiste
sulla necessità di «raccontare la salvezza» (aspetto “informativo”
del racconto) e di «raccontare in vista della salvezza» (aspetto
“performativo”). Il racconto biblico, infatti, contiene,
esplicitamente o implicitamente, secondo i casi, un appello
esistenziale rivolto al lettore. Per l'esegesi della
Bibbia, l'analisi narrativa presenta un'evidente utilità, perché
corrisponde alla natura narrativa di un gran numero di testi
biblici. Può contribuire a facilitare il passaggio, spesso
difficile, dal senso del testo nel suo contesto storico, così come
il metodo storico-critico cerca di definirlo, al senso che ha per il
lettore di oggi. D'altra parte, però, la distinzione tra “autore
reale” e “autore implicito” aumenta la complessità dei problemi di
interpretazione. L'analisi narrativa dei testi biblici non
può limitarsi ad applicare su di essi dei modelli prestabiliti, ma
deve piuttosto sforzarsi di corrispondere alla loro specificità. Il
suo approccio sincronico richiede di essere completato da studi
diacronici. Deve d'altra parte guardarsi da una possibile tendenza a
escludere ogni elaborazione dottrinale dei dati contenuti nei
racconti della Bibbia, nel quale caso si troverebbe in disaccordo
con la stessa tradizione biblica, che pratica questo genere di
elaborazione, e con la tradizione ecclesiale, che ha continuato in
questa strada. È opportuno, infine, notare che non è possibile
considerare l'efficacia esistenziale soggettiva della Parola di Dio
trasmessa narrativamente come un criterio sufficiente della verità
della sua comprensione. 3. Analisi semiotica
Tra i metodi detti sincronici, che si concentrano cioè sullo studio
del testo biblico così come si presenta nel suo stato finale, si
colloca l'analisi semiotica, che, da una ventina d'anni, ha
conosciuto in certi ambienti un enorme sviluppo. Dapprima chiamato
col termine generico di “strutturalismo”, questo metodo può vantare
come antenato il linguista svizzero Ferdinand de Saussure che,
all'inizio di questo secolo, ha elaborato la teoria secondo la quale
ogni lingua è un sistema di relazioni che obbedisce a regole
determinate. Molti linguisti e studiosi di materie letterarie hanno
avuto un'influenza notevole nell'evoluzione del metodo. La maggior
parte dei biblisti che utilizzano la semiotica per lo studio della
Bibbia fanno riferimento a Algirdas J. Greimas e alla Scuola di
Parigi di cui egli è il fondatore. Altri approcci o metodi analoghi,
fondati sulla linguistica moderna, si sviluppano altrove. Qui
presenteremo e analizzeremo brevemente il metodo di Greimas.
La semiotica si basa su tre principi o presupposti principali:
Principio di immanenza: ogni testo forma un tutto di significazione;
l'analisi considera tutto il testo, ma soltanto il testo; non fa
appello a dati “esterni”, quali l'autore, i destinatari, gli eventi
raccontati, la storia della redazione. Principio di
struttura del senso: non c'è significato che per la relazione e
nella relazione, specialmente quella di differenza; l'analisi di un
testo consiste quindi nello stabilire la rete di relazioni (di
opposizione, di omologazione...) tra gli elementi, a partire dalla
quale costruisce il significato del testo. Principio della
grammatica del testo: ogni testo rispetta una grammatica, cioè un
certo numero di regole o strutture; in un insieme di frasi chiamate
discorso ci sono diversi livelli aventi ciascuno la loro grammatica.
Il contenuto globale di un testo può essere analizzato a
tre livelli differenti: Livello narrativo. Si studiano,
nel racconto, le trasformazione che fanno passare dallo stato
iniziale allo stato terminale. All'interno di un percorso narrativo,
l'analisi cerca di tracciare le diverse fasi, logicamente legate tra
loro, che segnano la trasformazione di uno stato in un altro. In
ciascuna di queste fasi vengono precisati rapporti tra i “ruoli” che
hanno alcuni “attanti” che determinano gli stati e producono le
trasformazioni. Livello discorsivo. L'analisi consiste in
tre operazioni: (a) individuazione e classificazione delle figure,
cioè degli elementi di significazione di un testo (attori, tempi e
luoghi); (b) determinazione dei percorsi di ogni figura in un testo
per stabilire il modo in cui testo l'utilizza; (c) ricerca dei
valori tematici delle figure. Quest'ultima operazione consiste
nell'individuare «in nome di che cosa» (= valore) le figure seguono,
in un testo determinato, un certo percorso. Livello
logico-semantico. È il livello detto profondo. È anche il più
astratto. Esso procede dal postulato che alle organizzazioni
narrative e discorsive di ogni discorso sono soggiacenti forme
logiche e significanti. L'analisi a questo livello consiste nel
precisare la logica che regola le articolazioni fondamentali dei
percorsi narrativi e figurativi di un testo. Per fare ciò, si usa
spesso uno strumento, chiamato il “quadrato semiotico”, figura che
utilizza i rapporti tra due termini “contrari” e due termini
“contraddittori” (per es. bianco e nero; bianco e non bianco; nero e
non nero). I teorici del metodo semiotico non cessano di
apportarvi nuovi sviluppi. Le ricerche attuali vertono soprattutto
sull'enunciazione e sull'intertestualità. Applicato dapprima ai
testi narrativi della Scrittura, che vi si prestano più facilmente,
il metodo viene sempre più utilizzato per altri tipi di discorsi
biblici. Questa descrizione della semiotica e soprattutto
l'enunciato dei suoi presupposti lasciano già percepire i contributi
e i limiti di questo metodo. Attirando maggiormente l'attenzione sul
fatto che ogni testo biblico è un tutto coerente, che obbedisce a
meccanismi linguistici precisi, la semiotica contribuisce alla
nostra comprensione della Bibbia, Parola di Dio espressa in
linguaggio umano. La semiotica può essere utilizzata per
lo studio della Bibbia solo a condizione che si separi questo metodo
di analisi da alcuni presupposti sviluppati nella filosofia
strutturalista, cioè la negazione dei soggetti e del riferimento
extra testuale. La Bibbia è una Parola sul reale, che Dio ha
pronunciato in una storia, e che ci rivolge oggi attraverso autori
umani. L'approccio semiotico dev'essere aperto alla storia: dapprima
a quella degli attori dei testi, e poi a quella dei loro autori e
dei loro lettori. Grande è il rischio, in quelli che utilizzano
l'analisi semiotica, di fermarsi a uno studio formale del contenuto
e di non cogliere il messaggio dei testi. L'analisi
semiotica, se non si perde negli arcani di un linguaggio complicato
e viene insegnata in termini semplici nei suoi elementi principali,
può risvegliare nei cristiani il gusto di studiare il testo biblico
e di scoprire alcune delle sue dimensioni di significato senza
possedere tutte le conoscenze storiche che si riferiscono alla
produzione del testo e al suo mondo socio-culturale. Può così
rivelarsi utile nella stessa pastorale, per una certa appropriazione
della Scrittura in ambienti non specializzati.
C. Approcci basati sulla Tradizione I metodi letterari
che abbiamo presentato, anche se si differenziano dal metodo
storico-critico per una maggiore attenzione all'unità interna dei
testi studiati, rimangono insufficienti per l'interpretazione della
Bibbia in quanto considerano ogni scritto isolatamente. Ora, la
Bibbia non si presenta come una collezione di testi privi di
qualsiasi relazione tra loro, ma come un insieme di testimonianze di
una stessa grande Tradizione. Per corrispondere pienamente
all'oggetto del suo studio, l'esegesi biblica deve tener conto di
questo fatto. Tale è la prospettiva adottata da vari approcci che si
sono sviluppati recentemente. 1. Approccio canonico
Partendo dalla constatazione che il metodo storico-critico incontra
talvolta delle difficoltà a raggiungere, nelle sue conclusioni, il
livello teologico, l'approccio “canonico”, nato una ventina d'anni
fa negli Stati Uniti, intende portare proprio al compito teologico
dell'interpretazione, partendo dalla cornice esplicita della fede:
la Bibbia nel suo insieme. Per fare ciò interpreta ogni
testo biblico alla luce del canone delle Scritture, cioè della
Bibbia ricevuta come norma di fede da una comunità di credenti.
Cerca di situare ogni testo all'interno dell'unico disegno di Dio,
allo scopo di arrivare a un'attualizzazione della Scrittura per il
nostro tempo. Non ha la pretesa di sostituirsi al metodo
storico-critico, ma si prefigge di completarlo. Sono stati
proposti due punti di vista differenti: Brevard S. Childs
centra il suo interesse sul testo nella sua forma canonica finale
(libro o collezione), accettata dalla comunità come un'autorità per
esprimere la propria fede e orientare la propria vita. Più
che sulla forma finale e stabilita del testo, James A. Sanders porta
la sua attenzione sul “processo canonico” o sviluppo progressivo
delle Scritture alle quali la comunità credente ha riconosciuto
un'autorità normativa. Lo studio critico di questo processo esamina
come le antiche tradizioni sono state riutilizzate in nuovi
contesti, prima di costituire un tutto al tempo stesso stabile e
adattabile, coerente e unificatore di dati divergenti, nel quale la
comunità di fede attinge la sua identità. Nel corso di questo
processo sono stati messi in opera certi procedimenti ermeneutici e
lo sono ancora dopo la fissazione del canone; sono spesso di genere
midrashico, tendenti ad attualizzare il testo biblico, e favoriscono
una costante interazione tra la comunità e le sue Scritture, facendo
appello a un'interpretazione che mira a rendere contemporanea la
tradizione. L'approccio canonico reagisce giustamente
contro la valorizzazione esagerata di ciò che si suppone essere
originale e primitivo, come se solo questo fosse autentico. La
Scrittura ispirata è quella che la Chiesa ha riconosciuta come
regola della propria fede. Si può insistere, a questo proposito, o
sulla forma finale in cui si trova attualmente ciascuno dei libri, o
sull'insieme che essi costituiscono come canone. Un libro diventa
biblico solo alla luce dell'intero canone. La comunità
credente è effettivamente il contesto adeguato per l'interpretazione
dei testi canonici. La fede e lo Spirito Santo arricchiscono in essa
l'esegesi; l'autorità ecclesiale, esercitata a servizio della
comunità, deve vegliare che l'interpretazione resti fedele alla
grande Tradizione che ha prodotto i testi (cf.
Dei Verbum, 10). L'approccio canonico si trova
alle prese con più di un problema, soprattutto quando cerca di
definire il “processo canonico”. A partire da che cosa si può dire
che un testo è canonico? Sembra ammissibile dirlo appena la comunità
attribuisce a un testo un'autorità normativa, anche prima della
fissazione definitiva di questo testo. Si può parlare di
un'ermeneutica “canonica” dal momento che la ripetizione delle
tradizioni, che si effettua tenendo conto de gli aspetti nuovi della
situazione (religiosa, culturale, teologica) mantiene l'identità del
messaggio. Ma nasce un interrogativo: il processo d'interpretazione
che ha portato alla formazione del canone dev'essere riconosciuto
come regola d'interpretazione della Scrittura fino ai nostri giorni?
D'altra parte, i complessi rapporti tra il canone ebraico
delle Scritture e il canone cristiano suscitano numerosi problemi
per l'interpretazione. La Chiesa cristiana ha ricevuto come “Antico
Testamento” gli scritti che avevano autorità nella comunità giudaico
ellenistica, ma alcuni di questi sono assenti nella Bibbia ebraica o
si presentano in forma diversa. Il corpus è quindi diverso.
Perciò l'interpretazione canonica non può essere identica, dal
momento che ogni testo dev'essere letto in relazione con l'insieme
del corpo, ma, soprattutto, la Chiesa legge l'Antico Testamento alla
luce dell'evento pasquale, morte e risurrezione del Cristo Gesù, che
apporta una radicale novità e dà, con un'autorità sovrana, un senso
decisivo e definitivo alle Scritture (cf.
Dei Verbum, 4). Questa nuova determinazione di senso fa
parte integrante della fede cristiana. Non deve tuttavia privare di
ogni consistenza l'interpretazione canonica anteriore, quella che ha
preceduto la Pasqua cristiana, perché è necessario rispettare ogni
tappa della storia della salvezza. Svuotare della sua sostanza
l'Antico Testamento significherebbe privare il Nuovo Testamento del
suo radicamento nella storia. 2. Approccio mediante il
ricorso alle tradizioni interpretative giudaiche
L'Antico Testamento ha assunto la sua forma finale nel giudaismo
degli ultimi quattro o cinque secoli che hanno preceduto l'era
cristiana. Questo giudaismo è stato anche l'ambiente di origine del
Nuovo Testamento e della Chiesa nascente. Numerosi studi di storia
giudaica antica, e in particolare le ricerche suscitate dalle
scoperte di Qumran, hanno messo in rilievo la complessità del mondo
giudaico, in terra d'Israele e nella diaspora, nel corso di questo
periodo. L'interpretazione della Bibbia ha avuto origine
in questo mondo. Una delle testimonianze più antiche
dell'interpretazione giudaica della Bibbia è la traduzione greca dei
Settanta. I targumim aramaici costituiscono un'altra
testimonianza dello stesso sforzo, proseguito fino ai nostri giorni,
accumulando un insieme prodigioso di procedimenti eruditi per la
conservazione del testo dell'Antico Testamento e per la spiegazione
del senso dei testi biblici. Da sempre i migliori esegeti cristiani,
fin da Origene e san Girolamo, hanno cercato di trarre profitto
dall'erudizione biblica giudaica pel una migliore comprensione della
Scrittura. Numerosi esegeti moderni seguono il loro esempio.
Le tradizioni giudaiche antiche permettono, in particolare, di
meglio conoscere i Settanta, Bibbia giudaica, divenuta poi la prima
parte della Bibbia cristiana almeno durante i primi quattro secoli
della Chiesa e in Oriente fino ai nostri giorni. La letteratura
giudaica extra canonica, chiamata apocrifa o intertestamentaria,
abbondante e diversificata, è una fonte importante per
l'interpretazione del Nuovo Testamento. I vari procedimenti
esegetici praticati dal giudaismo delle diverse tendenze si
ritrovano nello stesso Antico Testamento, per esempio nei libri
delle Cronache in rapporto ai libri dei Re, e nel Nuovo Testamento,
per esempio in certi ragionamenti scritturistici di san Paolo. La
diversità delle forme (parabole, allegorie, antologie e centoni,
riletture, pesher, accostamenti tra testi lontani salmi e
inni, visioni, rivelazioni e sogni, composizioni sapienziali) è
comune all'Antico e al Nuovo Testamento, come pure alla letteratura
di tutti gli ambienti giudaici prima e dopo il tempo di Gesù. I
targumim e i midrashim rappresentano l'omiletica e
l'interpretazione biblica di ampi settori del giudaismo dei primi
secoli. Numerosi esegeti dell'Antico Testamento fanno
ricorso ai commentatori, grammatici e lessicografi ebrei medievali e
più recenti per la comprensione di passi oscuri o di parole rare e
uniche. Più numerosi di prima appaiono oggi nella discussione
esegetica i riferimenti a queste opere giudaiche. La
ricchezza dell'erudizione giudaica messa a servizio della Bibbia,
dalle sue origini nell'antichità fino ai nostri giorni, è un aiuto
di primaria importanza per l'esegesi dei due Testamenti, a
condizione però di usarla con discernimento. Il giudaismo antico era
molto vario. La forma farisaica, che ha poi prevalso nel rabbinismo,
non era la sola. I testi giudaici antichi abbracciano un periodo di
vari secoli; è quindi importante situarli cronologicamente prima di
procedere a confronti. Soprattutto è fondamentalmente diverso il
contesto d'insieme delle due comunità, ebraica e cristiana: in forme
molto varie, la religione ebraica definisce un popolo e una pratica
di vita a partire da uno scritto rivelato e da una tradizione orale,
mentre a radunare la comunità cristiana è la fede nel Signore Gesù,
morto, risorto e ora vivo, Messia e Figlio di Dio. Questi due punti
di partenza creano, per l'interpretazione delle Scritture, due
contesti che, nonostante molti contatti e similitudini, sono
radicalmente diversi. 3. Approccio attraverso la storia
degli effetti del testo Questo approccio si basa su due
principi: a) un testo diventa un'opera letteraria solo quando
incontra dei lettori che gli danno vita appropriandosene; b)
l'appropriazione del testo, che può essere individuale o comunitaria
e prendere forma in campi diversi (letterario, artistico, teologico,
ascetico e mistico), contribuisce a far meglio comprendere il testo
stesso. Pur senza essere completamente sconosciuto
nell'antichità, questo tipo di approccio si è sviluppato tra il 1960
e 1970 negli studi letterari, quando la critica si è interessata ai
rapporti tra il testo e i suoi lettori. L'esegesi biblica non poteva
che trarre beneficio da questa ricerca, tanto più che l'ermeneutica
filosofica affermava da parte sua la necessaria distanza tra l'opera
e il suo autore, come pure tra l'opera e i suoi lettori. In questa
prospettiva si è cominciato a far entrare nel lavoro di
interpretazione la storia dell'effetto provocato da un libro o da un
passo della Scrittura (Wirkungsgeschichte). Ci si sforza di
misurare l'evoluzione dell'interpretazione nel corso del tempo in
funzione delle preoccupazioni dei lettori e di valutare l'importanza
del ruolo della tradizione per chiarire il senso dei testi biblici.
Dal confronto di un testo con i suoi lettori scaturisce
una dinamica, poiché il testo esercita un'influenza e provoca delle
reazioni; fa risuonare un appello, che è sentito dai lettori
individualmente o in gruppi. Il lettore non è del resto mai un
soggetto isolato, ma appartiene a uno spazio sociale e si situa in
una tradizione. Accosta il testo con le sue domande, opera una
selezione, propone un'interpretazione e, finalmente, può creare
un'altra opera o prendere delle iniziative che si ispirano
direttamente alla sua lettura della Scrittura. Gli esempi
di un tale approccio sono già numerosi. La storia della lettura del
Cantico dei Cantici ne offre un'eccellente testimonianza; essa
mostra come questo libro fu accolto all'epoca dei Padri della
Chiesa, nell'ambiente monastico latino nel medioevo o ancora presso
un mistico come san Giovanni della Croce, permettendo così di
scoprire meglio tutte le dimensioni di significato di questo
scritto. Similmente per il Nuovo Testamento, è possibile e utile
illuminare il significato di una pericope (per esempio, quella del
giovane ricco di Mt 19, 16-26) mostrando la sua fecondità nel corso
della storia della Chiesa. Ma la storia attesta anche
l'esistenza di correnti interpretative tendenziose e false, dagli
effetti nefasti, che hanno portato, per esempio, all'antisemitismo o
ad altre discriminazioni razziali o ad illusioni millenaristiche. Si
vede allora come questo approccio non può essere una disciplina
autonoma, ma richiede un discernimento. Occorre guardarsi dal
privilegiare l'uno o l'altro momento della storia degli effetti di
un testo per farne l'unica regola della sua interpretazione.
D. Approcci attraverso le scienze umane
Per comunicarsi, la Parola di Dio ha posto le sue radici nella vita
di gruppi umani (cf. Sir 24, 12) e si è aperta una strada attraverso
i condizionamenti psicologici delle diverse persone che hanno
composto gli scritti biblici. Ne consegue che le scienze umane, in
particolare la sociologia, l'antropologia e la psicologia, possono
contribuire a una migliore comprensione di certi aspetti dei testi.
È opportuno tuttavia notare che esistono varie scuole, con notevoli
divergenze sulla natura stessa di queste scienze. Detto ciò un buon
numero di esegeti ha recentemente tratto profitto da questo genere
di ricerche. 1. Approccio sociologico I
testi religiosi sono legati da un rapporto di reciproca relazione
alle società nella quali hanno origine. Questa constatazione vale
evidentemente anche per i testi biblici. Di conseguenza lo studio
critico della Bibbia richiede la conoscenza più esatta possibile dei
comportamenti sociali che caratterizzavano i diversi ambienti nei
qual si formarono le tradizioni bibliche. Questo genere di
informazione socio-storica va completato con una corretta
spiegazione sociologica, che interpreti scientificamente, in ogni
caso, la portata delle condizioni sociali di vita. Nella
storia dell'esegesi, già da molto tempo il punto di vista
sociologico ha trovato un certo posto; ne è una testimonianza
l'attenzione che la Formgeschichte ha accordato all'ambiente
di origine dei testi (Sitz im Leben): si riconosce che le
tradizioni bibliche portano il segno degli ambienti socio-culturali
che li hanno trasmessi. Nei primi trent'anni del XX secolo, la
Scuola di Chicago ha studiato la situazione socio-storica del
cristianesimo primitivo, dando così alla critica storica un impulso
apprezzabile in questa direzione. Nel corso degli ultimi venti anni
(1970-1990), l'approccio sociologico dei testi biblici è diventato
parte integrante dell'esegesi. Numerosi sono gli
interrogativi che si pongono in questo campo per l'esegesi
dell'Antico Testamento. Bisogna domandarsi, ad esempio, quali sono
le diverse forme di organizzazione sociale e religiosa conosciute da
Israele nel corso della sua storia. Per il periodo anteriore alla
formazione di uno stato, è possibile che il modello, etnologico di
una società acefala segmentaria fornisca una base di partenza
soddisfacente? Come si è passati da una lega di tribù, senza grande
coesione, a uno stato organizzato in monarchia e, da lì, a una
comunità basata semplicemente su dei legami religiosi e genealogici?
Quali trasformazioni economiche, militari e di altro genere furono
provocate nella struttura della società dal movimento di
centralizzazione politica e religiosa che portò alla monarchia? Lo
studio delle norme di comportamento nell'Antico Oriente e in Israele
non contribuisce alla comprensione del Decalogo più efficacemente
dei tentativi puramente letterari di ricostruzione di un testo
primitivo? Per l'esegesi del Nuovo Testamento gli
interrogativi sono evidentemente differenti. Ne citiamo alcuni: per
spiegare il genere di vita adottato prima della Pasqua da Gesù e i
suoi discepoli, quale valore si può accordare alla teoria di un
movimento carismatico itinerante, che viveva senza un domicilio, né
famiglia, né beni? Si è mantenuta una relazione di continuità,
basata sull'appello di Gesù a seguirlo, tra l'atteggiamento di
radicale distacco adottato da Gesù, e quello del movimento cristiano
dopo la Pasqua, negli ambienti più diversi del cristianesimo
primitivo? Cosa sappiamo della struttura sociale delle comunità
paoline, tenuto conto, in ogni caso, della cultura urbana
corrispondente? In genere, l'approccio sociologico offre
una più grande apertura al lavoro esegetico e comporta molti aspetti
positivi. La conoscenza dei dati sociologici che contribuiscono a
far comprendere il funzionamento economico, culturale e religioso
del mondo biblico è indispensabile alla critica storica. Il compito,
che incombe all'esegesi, di prestare molta attenzione alla
testimonianza di fede della Chiesa apostolica non può essere portato
a buon fine in modo rigoroso senza una ricerca scientifica che studi
gli stretti rapporti di testi del Nuovo Testamento con il “vissuto”
sociale della Chiesa primitiva. L'utilizzazione dei modelli forniti
dalla scienza sociologica assicura alle ricerche degli storici sulle
epoche bibliche una notevole capacità di rinnovamento, ma è
necessario, naturalmente, che i modelli siano modificati in funzione
della realtà studiata. È il caso di segnalare alcuni
rischi che l'approccio sociologico fa correre all'esegesi. In
effetti, se il lavoro della sociologia consiste nello studiare le
società viventi, bisogna aspettarsi certe difficoltà quando si
vogliono applicare i suoi metodi ad ambienti storici che
appartengono a un passato lontano. I testi biblici ed extra biblici
non forniscono necessariamente una documentazione sufficiente per
dare una visione d'insieme della società dell'epoca. Inoltre, il
metodo sociologico tende ad accordare più attenzione agli aspetti
economici e istituzionali dell'esistenza umana che alle sue
dimensioni personali e religiose. 2. Approccio
attraverso l'antropologia culturale L'approccio ai
testi biblici che utilizza le ricerche di antropologia culturale è
in stretto rapporto con quello sociologico. La distinzione dei due
si situa al tempo stesso al livello della sensibilità, a quello del
metodo e a quello degli aspetti della realtà che attirano
l'attenzione. Mentre l'approccio sociologico, come abbiamo appena
detto, studia soprattutto gli aspetti economici e istituzionali,
quello antropologico si interessa a un vasto insieme di altri
aspetti che si riflettono nella lingua, nell'arte, nella religione,
ma anche nei vestiti, negli ornamenti, nelle feste, nelle danze, nei
miti, nelle leggende e in tutto ciò che concerne l'etnografia.
In genere, l'antropologia culturale cerca di definire le
caratteristiche dei diversi tipi di uomini nel loro ambiente
sociale, come, per esempio, l'uomo mediterraneo, con tutto ciò che
questo implica di studio dell'ambiente rurale o urbano e di
attenzione ai valori riconosciuti dalla società (onore e disonore,
segreto, fedeltà, tradizione, tipo di educazione e di scuole), al
modo in cui si esercita il controllo sociale, alle idee che si ha
della famiglia, della casa, della parentela, alla situazione della
donna, ai binomi istituzionali (capo-dipendente,
proprietario-locatario, benefattore-beneficiario, libero-schiavo),
senza dimenticare la concezione del sacro e del profano, i tabù, il
rituale del passaggio da una situazione a un'altra, la magia,
l'origine delle risorse, del potere, dell'informazione, ecc.
Sulla base di questi diversi elementi si costituiscono delle
tipologie e dei modelli, comuni a parecchie culture.
Questo genere di studi può evidentemente essere utile per
l'interpretazione dei testi biblici ed è effettivamente utilizzato
per lo studio delle concezioni della parentela nell'Antico
Testamento, della posizione della donna nella società israelitica,
dell'influenza dei riti agrari, ecc. Nei testi che riferiscono
l'insegnamento di Gesù, per esempio le parabole, molti dettagli
possono essere illuminati grazie a questo approccio. Lo stesso
avviene per certe concezioni fondamentali, come quella del Regno di
Dio, o per il modo di concepire il tempo nella storia della
salvezza, come pure per il processo di agglutinazione delle comunità
primitive. Questo approccio permette di distinguere meglio gli
elementi permanenti del messaggio biblico che hanno il loro
fondamento nella natura umana, e le determinazioni contingenti,
dovute a culture particolari. Tuttavia, come altri approcci
particolari, anche questo è incapace, in se stesso, di rendere conto
dei contributi specifici della Rivelazione. È opportuno esserne
consapevoli al momento di valutare la portata dei suoi risultati.
3. Approcci psicologici e psicanalitici Psicologia e
teologia non hanno mai cessato di essere in dialogo tra loro.
L'estensione moderna delle ricerche psicologiche allo studio delle
strutture dinamiche dell'inconscio ha suscitato nuovi tentativi di
interpretazione dei testi antichi, e quindi anche della Bibbia.
Intere opere sono state dedicate all'interpretazione psicanalitica
di testi biblici. Ne sono seguite vivaci discussioni: in che misura
e a quali condizioni le ricerche psicologiche e psicanalitiche
possono contribuire a una più profonda comprensione della Sacra
Scrittura? Gli studi di psicologia e di psicanalisi
apportano all'esegesi biblica un arricchimento, poiché, grazie ad
essi, i testi della Bibbia possono essere meglio compresi in quanto
esperienze di vita e regole di comportamento. La religione, come è
noto, è sempre in una situazione di dibattito con l'inconscio.
Partecipa, in misura molto ampia, al corretto orientamento delle
pulsioni umane. Le tappe che la critica storica percorre
metodicamente hanno bisogno di essere completate da una studio dei
diversi livelli della realtà espressa nei testi. La psicologia e la
psicanalisi si sforzano di avanzare in questa direzione. Aprono la
strada a una comprensione pluridimensionale della Scrittura e
aiutano a decifrare il linguaggio umano della Rivelazione.
La psicologia e, in altro modo, la psicanalisi hanno portato, in
particolare, una nuova comprensione del simbolo. Il linguaggio
simbolico permette di esprimere zone dell'esperienza religiosa che
non sono accessibili al ragionamento puramente concettuale, ma hanno
nondimeno un valore per il problema della verità. Perciò uno studio
interdisciplinare, condotto in comune da esegeti e psicologi o
psicanalisti, presenta indubbi vantaggi, fondati oggettivamente e
confermati nella pastorale. Si potrebbero citare numerosi
esempi che mostrano la necessità di uno sforzo comune degli esegeti
e degli psicologi: per comprendere meglio il significato dei riti
del culto, dei sacrifici, dei divieti, per spiegare il linguaggio
immaginoso della Bibbia, la portata metaforica dei racconti di
miracoli, la forza drammatica delle visioni o dei messaggi
apocalittici. Non si tratta semplicemente di descrivere il
linguaggio simbolico della Bibbia, ma di comprendere la sua funzione
di rivelazione e di interpellazione: la realtà “numinosa” di Dio
entra lì in contatto con l'uomo. Il dialogo tra esegesi e
psicologia o psicanalisi in vista di una migliore comprensione
della Bibbia deve evidentemente essere critico e rispettare le
frontiere di ogni disciplina. In ogni caso, una psicologia o una
psicanalisi che fosse atea sarebbe incapace di rendere conto dei
dati della fede. Psicologia e psicanalisi, utili per precisare
l'estensione della responsabilità umana, non devono eliminare la
realtà del peccato e della salvezza. Bisogna d'altra parte guardarsi
dal confondere religiosità spontanea e rivelazione biblica o dal
dimenticare il carattere storico del messaggio della Bibbia, che
assicura ad esso valore di evento unico. Osserviamo,
inoltre, che non si può parlare di “esegesi psicanalitica” come se
non ce ne fosse che una sola. Esiste in realtà, proveniente da
diversi campi della psicologia e da diverse scuole, una moltitudine
di conoscenze che possono fornire contributi preziosi per
l'interpretazione umana e teologica della Bibbia. Assolutizzare
l'una o l'altra posizione di una data scuola non favorisce la
fecondità dello sforzo comune, ma piuttosto la danneggia.
Le scienze umane non si riducono alla sociologia, all'antropologia
culturale e alla psicologia. Altre discipline possono essere
ugualmente utili per l'interpretazione della Bibbia. In tutti questi
campi è necessario rispettare le competenze e riconoscere che è poco
frequente che una stessa persona sia al tempo stesso qualificata in
esegesi e in una o l'altra delle scienze umane.
E. Approcci contestuali L'interpretazione di un testo è
sempre dipendente dalla mentalità e dalle preoccupazioni dei suoi
lettori. Questi accordano un'attenzione privilegiata ad alcuni
aspetti e, senza nemmeno rendersene conto, ne trascurano altri. È
perciò inevitabile che vari esegeti adottino, nei loro lavori, punti
di vista nuovi corrispondenti a certe correnti di pensiero
contemporanee che non hanno avuto, finora, un posto sufficiente. È
opportuno che lo facciano con discernimento critico. Attualmente
attirano particolarmente l'attenzione i movimenti di liberazione e
il femminismo. 1. Approccio liberazionista
La teologia della liberazione è un fenomeno complesso che non va
indebitamente semplificato. Come movimento teologico, esso si
consolida verso gli inizi degli anni settanta. Suo punto di
partenza, oltre alle circostanze economiche, sociali e politiche dei
paesi dell'America Latina, si trova in due grandi avvenimenti
ecclesiali: il concilio Vaticano II, con la sua dichiarata volontà
di aggiornamento e di orientazione del lavoro pastorale della Chiesa
verso i bisogni del mondo attuale, e la II Conferenza Generale
dell'Episcopato Latino-Americano a Medellin nel 1968, che ha
applicato gli insegnamenti del Concilio ai bisogni dell'America
Latina. Il movimento si è propagato anche in altre parti del mondo
(Africa, Asia, popolazione nera degli Stati Uniti). È
difficile discernere se esista “una” teologia della liberazione e
definirne il metodo. Altrettanto difficile è determinare in maniera
adeguata il suo modo di leggere la Bibbia per indicarne poi gli
apporti e i limiti. Si può dire che essa non adotta un metodo
speciale, ma, partendo da punti di vista socio-culturali e politici
propri, pratica una lettura biblica orientata in funzione dei
bisogni del popolo, che cerca nella Bibbia il nutrimento per la
propria fede e la propria vita. Invece di limitarsi a
un'interpretazione oggettivante, che si concentri su ciò che dice il
testo situato nel suo contesto di origine, si cerca una lettura che
nasca dalla situazione vissuta dal popolo. Se questo vive in
circostanze di oppressione, si ricorre alla Bibbia per cercarvi il
nutrimento capace di sostenerlo nelle sue lotte e nelle sue
speranze. La realtà presente non dev'essere ignorata, ma al
contrario affrontata, allo scopo di illuminarla alla luce della
Parola. Da questa lotta scaturirà la prassi cristiana autentica,
tendente alla trasformazione della società per mezzo della giustizia
e dell'amore. Nella fede, la Scrittura si trasforma in fattore di
dinamismo di liberazione integrale. I principi sono i
seguenti: Dio è presente nella storia del suo popolo per
salvarlo. Egli è il Dio dei poveri, che non può tollerare
l'oppressione né l'ingiustizia. Questa è la ragione per cui
l'esegesi non può essere neutra, ma deve schierarsi, al seguito di
Dio, dalla parte dei poveri e impegnarsi nella lotta per la
liberazione degli oppressi. La partecipazione a questa lotta
permette di far apparire dei significati che si scoprono solo quando
i testi biblici vengono letti in un contesto di solidarietà
effettiva con gli oppressi. Poiché la liberazione degli
oppressi è un processo collettivo, la comunità dei poveri è il
migliore destinatario per ricevere la Bibbia come parola di
liberazione. Inoltre, poiché i testi biblici sono stati scritti per
comunità, la lettura della Bibbia è affidata in primo luogo proprio
a comunità. La Parola di Dio è pienamente attuale, grazie
soprattutto alla capacità che possiedono alcuni “eventi fondatori”
(l'uscita dall'Egitto, la passione e la risurrezione di Gesù) di
suscitare nuove realizzazioni nel corso della storia. La
teologia della liberazione comprende elementi il cui valore è
indiscusso: il senso profondo della presenza di Dio che salva;
l'insistenza sulla dimensione comunitaria della fede; l'urgenza di
una prassi liberatrice radicata nella giustizia e nell'amore; una
rilettura della Bibbia che cerca di fare della Parola di Dio la luce
e il nutrimento del popolo di Dio in mezzo alle sue lotte e alle sue
speranze. Viene così sottolineata la piena attualità del testo
ispirato. Ma una lettura così impegnata della Bibbia
comporta certi rischi. Essendo legata a un movimento in piena
evoluzione, le osservazioni che seguono non possono che essere
provvisorie. Questo tipo di lettura si concentra su testi
narrativi e profetici che illuminano situazioni di oppressione e
ispirano una prassi che tende a un cambiamento sociale; è possibile
che sia, qua o là, parziale, non prestando altrettanta attenzione ad
altri testi della Bibbia. È esatto che l'esegesi non può essere
neutra, ma deve anche guardarsi dall'essere unilaterale. D'altra
parte, l'impegno sociale e politico non è compito diretto
dell'esegeta. Alcuni teologi ed esegeti, volendo inserire
il messaggio biblico nel contesto socio-politico, sono stati portati
a ricorrere a vari strumenti di analisi della realtà sociale. In
questa prospettiva alcune correnti della teologia della liberazione
hanno fatto un'analisi ispirata a dottrine materialiste e hanno
letto la Bibbia anche in questa cornice, il che non ha mancato di
suscitare problemi, specialmente per ciò che concerne il principio
marxista della lotta di classe. Sotto la spinta di enormi
problemi sociali, l'accento è stato messo di più su un'escatologia
terrena, talvolta a detrimento della dimensione escatologica
trascendente della Scrittura. I cambiamenti sociali e politici
conducono questo approccio a porsi nuovi interrogativi e a cercare
nuovi orientamenti. Per il suo sviluppo ulteriore e la sua fecondità
nella Chiesa, un fattore decisivo sarà la precisazione dei suoi
presupposti ermeneutici, dei suoi metodi e della sua coerenza con la
fede e la Tradizione di tutta la Chiesa. 2. Approccio
femminista L'ermeneutica biblica femminista è nata
verso la fine del XIX secolo negli Stati Uniti, nel contesto
socio-culturale della lotta per diritti della donna, con il comitato
di revisione della Bibbia, che produsse The Woman's Bible in
due volumi (New York 1885, 1898). Questa corrente si è manifestata
con un nuovo vigore ed ha avuto un enorme sviluppo a partire dagli
anni settanta, in stretto legame con il movimento della liberazione
della donna, soprattutto nell'America del nord. Propriamente
parlando, è necessario distinguere diverse ermeneutiche bibliche
femministe, perché gli approcci utilizzati sono molto differenti. La
loro unità proviene dal tema comune, la donna, e dallo scopo
perseguito: la liberazione della donna e la conquista di diritti
uguali a quelli dell'uomo. È il caso di menzionare qui tre
forme principali dell'ermeneutica biblica femminista: la forma
radicale, la forma neo-ortodossa e la forma critica. La forma
radicale rifiuta completamente l'autorità della Bibbia, sostenendo
che essa è stata prodotta da uomini allo scopo di assicurare il
dominio dell'uomo sulla donna (androcentrismo). La forma
neo-ortodossa accetta la Bibbia come profetica e suscettibile di
essere utile, nella misura in cui essa si schiera dalla parte dei
deboli e quindi anche della donna; questo orientamento è adottato
come «canone nel canone», per mettere in luce tutto ciò che è in
favore della liberazione della donna e dei suoi diritti.
La forma critica utilizza una metodologia sottile e cerca di
riscoprire la posizione e il ruolo della donna cristiana nel
movimento di Gesù e nelle chiese paoline. In quell'epoca si sarebbe
adottato l'egualitarismo. Ma questa situazione sarebbe stata
mascherata, in gran parte, negli scritti del Nuovo Testamento e
ancora di più in seguito, essendo progressivamente prevalso il
patriarcato e l'androcentrismo. L'ermeneutica femminista
non ha elaborato un metodo nuovo. Si serve dei metodi correnti in
esegesi, specialmente di quello storico-critico. Ma aggiunge due
criteri di ricerca. Il primo è il criterio femminista, che
si ispira al movimento di liberazione della donna, sulla scia del
più generale movimento della teologia della liberazione. Esso
utilizza un'ermeneutica del sospetto: siccome la storia è stata
regolarmente scritta dai vincitori, è opportuno, per scoprire la
verità, non fidarsi dei testi ma cercare in essi degli indizi che
rivelino qualcosa di diverso. Il secondo criterio è
sociologico; si basa sullo studio delle società dei tempi biblici,
della loro stratificazione sociale e della posizione che occupava in
esse la donna. Per quanto concerne gli scritti
neotestamentari, l'oggetto dello studio non è, in definitiva, la
concezione della donna espressa nel Nuovo Testamento, ma la
ricostruzione storica di due situazioni diverse della donna nel I
secolo: quella abituale nella società ebraica e greco-romana e
quella, innovatrice, istituita nel movimento di Gesù e nelle chiese
paoline, dove si sarebbe formata «una comunità di discepoli di Gesù,
tutti uguali». Uno dei testi invocati a fondamento di questa visione
delle cose è Gal 3, 28. L'obiettivo è quello di riscoprire per il
presente la storia dimenticata del ruolo della donna nella Chiesa
delle origini. Numerosi sono i contributi positivi
provenienti dall'esegesi femminista. Le donne hanno preso così una
parte più attiva nella ricerca esegetica; sono riuscite a percepire,
spesso meglio degli uomini, la presenza, il significato e il ruolo
della donna nella Bibbia, nella storia delle origini cristiane e
nella Chiesa. L'orizzonte culturale moderno, grazie alla sua più
grande attenzione alla dignità della donna e al suo ruolo nella
società e nella Chiesa, fa sì che si pongano al testo biblico nuovi
interrogativi, occasioni di nuove scoperte. La sensibilità femminile
porta a svelare e a correggere alcune interpretazioni correnti, che
erano tendenziose e miravano a giustificare il dominio dell'uomo
sulla donna. Per quanto concerne l'Antico Testamento,
molti studi si sono sforzati di arrivare a una migliore comprensione
dell'immagine di Dio. Il Dio della Bibbia non è la proiezione di una
mentalità patriarcale. È Padre, ma è anche Dio di tenerezza e di
amore materni. Nella misura in cui l'esegesi femminista si
basa su un partito preso, corre il rischio di interpretare i testi
biblici in modo tendenzioso e quindi impugnabile. Per provare le sue
tesi deve ricorrere spesso, in mancanza di meglio, ad argomenti
ex silentio. Questi, com'è noto, sono poco attendibili e non
possono mai essere sufficienti a stabilire solidamente una
conclusione. D'altra parte, il tentativo fatto per ricostruire,
grazie a labili indizi individuati nei testi, una situazione storica
che si ritiene questi stessi testi abbiano voluto nascondere, non
corrisponde più a un lavoro di esegesi propriamente detto, poiché
porta al rifiuto del contenuto dei testi ispirati per preferire loro
una ricostruzione ipotetica diversa. L'esegesi femminista
solleva spesso il problema del potere nella Chiesa, che, com'è noto,
è oggetto di discussioni e anche di scontri. In questo campo,
l'esegesi femminista potrà essere utile alla Chiesa solo nella
misura in cui non cadrà nelle stesse trappole che essa denuncia e
non perderà di vista l'insegnamento evangelico sul potere come
servizio, insegnamento rivolto da Gesù a tutti i discepoli, uomini e
donne.[2]
F. Lettura fondamentalista La lettura fondamentalista
parte dal principio che la Bibbia, essendo Parola di Dio ispirata ed
esente da errore, dev'essere letta e interpretata letteralmente in
tutti i suoi dettagli. Ma per “interpretazione letterale” essa
intende un'interpretazione primaria, letteralista, che esclude cioè
ogni sforzo di comprensione della Bibbia che tenga conto della sua
crescita nel corso della storia e de suo sviluppo. Si oppone perciò
all'utilizzazione del metodo storico-critico per l'interpretazione
della Scrittura, così come ad ogni altro metodo scientifico.
La lettura fondamentalista ha avuto la sua origine, all'epoca della
Riforma, da una preoccupazione di fedeltà al senso letterale della
Scrittura. Dopo il secolo dei lumi, essa si è presentata, nel
protestantesimo, come una salvaguardia contro l'esegesi liberale. Il
termine “fondamentalista” si ricollega direttamente al Congresso
Biblico Americano tenutosi a Niagara, nello stato di New York ne
1895. Gli esegeti protestanti conservatori definirono allora «cinque
punti del fondamentalismo»: l'inerranza verbale della Scrittura, la
divinità di Cristo, la sua nascita verginale, la dottrina
dell'espiazione vicaria e la risurrezione corporale in occasione
della seconda venuta di Cristo. Quando la lettura fondamentalista si
propagò in altre parti del mondo, diede vita ad altri tipi di
lettura ugualmente “letteralisti”, in Europa, Asia, Africa e America
Latina. Questo genere di lettura trova sempre più numerosi aderenti
nel corso dell'ultima parte del XX secolo, in alcuni gruppi
religiosi e sette e anche tra i cattolici. Benché il
fondamentalismo abbia ragione di insistere sull'ispirazione divina
della Bibbia, sull'inerranza della Parola di Dio e sulle altre
verità bibliche incluse nei cinque punti fondamentali, il suo modo
di presentare queste verità si radica in una ideologia che non è
biblica, checché ne dicano i suoi rappresentanti. Infatti essa esige
una adesione ferma e sicura ad atteggiamenti dottrinali rigidi e
impone, come fonte unica d'insegnamento riguardo alla vita cristiana
e alla salvezza, una lettura della Bibbia che rifiuti ogni tipo di
atteggiamento o ricerca critici. Il problema di base di
questa lettura fondamentalista è che rifiutando di tener conto del
carattere storico della rivelazione biblica, si rende incapace di
accettare pienamente la verità della stessa Incarnazione. Il
fondamentalismo evita la stretta relazione del divino e dell'umano
nei rapporti con Dio. Rifiuta di ammettere che la Parola di Dio
ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta,
sotto l'ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e
risorse erano limitate. Per questa ragione, tende a trattare il
testo biblico come se fosse stato dettato parola per parola dallo
Spirito e non arriva a riconoscere che la Parola di Dio è stata
formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una
data epoca. Non accorda nessuna attenzione alle forme letterarie e
ai modi umani di pensare presenti nei testi biblici, molti dei quali
sono frutto di una elaborazione che si è estesa su lunghi periodi di
tempo e porta il segno di situazioni storiche molto diverse.
Il fondamentalismo insiste anche in modo indebito sull'inerranza dei
dettagli nei testi biblici, specialmente in materia di fatti storici
o di pretese verità scientifiche. Spesso storicizza ciò che non
aveva alcuna pretesa di storicità, poiché considera come storico
tutto ciò che è riferito o raccontato con verbi al passato, senza la
necessaria attenzione alla possibilità di un significato simbolico o
figurativo. Il fondamentalismo tende spesso a ignorare o a
negare i problemi che il testo biblico comporta nella sua
formulazione ebraica aramaica o greca. È spesso strettamente legato
a una determinata traduzione, antica o moderna. Omette ugualmente di
considerare le “riletture” di alcuni passi all'interno stesso della
Bibbia. Per ciò che concerne i vangeli, il fondamentalismo
non tiene conto della crescita della tradizione evangelica, ma
confonde ingenuamente lo stadio finale di questa tradizione (ciò che
gli evangelisti hanno scritto) con lo stadio iniziale (le azioni e
le parole del Gesù della storia). Viene trascurato nello stesso
tempo un dato importante: il modo in cui le stesse prime comunità
cristiane compresero l'impatto prodotto da Gesù di Nazaret e dal suo
messaggio. Invece abbiamo lì una testimonianza dell'origine
apostolica della fede cristiana e la sua diretta espressione.
Il fondamentalismo snatura così l'appello lanciato dal vangelo
stesso. Il fondamentalismo porta inoltre a una grande ristrettezza
di vedute: ritiene infatti come conforme alla realtà, perché la si
trova espressa nella Bibbia, una cosmologia antica superata, il che
impedisce il dialogo con una concezione più aperta dei rapporti tra
cultura e fede. Si basa su una lettura non critica di alcuni testi
della Bibbia per confermare idee politiche e atteggiamenti sociali
segnati da pregiudizi, per esempio razzisti, del tutto contrari al
vangelo cristiano. Infine, nel suo attaccamento al
principio del “sola Scrittura”, il fondamentalismo separa
l'interpretazione della Bibbia dalla Tradizione guidata dallo
Spirito, che si sviluppa in modo autentico in unione con la
Scrittura in seno alla comunità di fede. Gli manca la consapevolezza
che il Nuovo Testamento si è formato all'interno della Chiesa
cristiana e che è Sacra Scrittura di questa Chiesa, la cui esistenza
ha preceduto la composizione dei suoi testi. Per questa ragione, il
fondamentalismo è spesso antiecclesiale, ritenendo come trascurabili
i credo, i dogmi e le pratiche liturgiche che sono diventate parte
della tradizione ecclesiastica, così come la funzione di
insegnamento della Chiesa stessa. Si presenta come una forma di
interpretazione privata, la quale non riconosce che la Chiesa è
fondata sulla Bibbia e attinge la sua vita e la sua ispirazione
nelle Scritture. L'approccio fondamentalista è pericoloso,
perché attira le persone che cercano risposte bibliche ai loro
problemi di vita. Tale approccio può includerle offrendo
interpretazioni pie ma illusorie, invece di dire loro che la Bibbia
non contiene necessariamente una risposta immediata a ciascuno di
questi problemi. Il fondamentalismo invita, senza dirlo, a una forma
di suicidio del pensiero. Mette nella vita una falsa certezza,
poiché confonde inconsciamente i limiti umani del messaggio biblico
con la sostanza divina dello stesso messaggio.
II QUESTIONI DI ERMENEUTICA
A. Ermeneutiche filosofiche Il cammino
dell'esegesi è chiamato a essere ripensato tenendo conto
dell'ermeneutica filosofica contemporanea, che ha messo in evidenza
l'implicazione della soggettività nella conoscenza, specialmente
nella conoscenza storica. La riflessione ermeneutica ha acquistato
nuovo slancio con la pubblicazione dei lavori di Friedrich
Schleiermacher, Wilhelm Dilthey e, soprattutto, Martin Heidegger.
Sulla scia di queste filosofie, ma anche allontanandosi da esse,
diversi autori hanno approfondito la teoria ermeneutica
contemporanea e le sue applicazioni alla Scrittura. Tra essi
menzioneremo in particolare Rudolf Bultmann, Hans Georg Gadamer e
Paul Ricoeur. Non è possibile riassumere qui il loro pensiero; sarà
sufficiente indicare alcune idee centrali della loro filosofia che
hanno un'incidenza sull'interpretazione dei testi biblici.[3]
1. Prospettive moderne Costatando la distanza culturale
tra il mondo del I secolo e quello del ventesimo, e preoccupato di
far sì che la realtà di cui parla la Scrittura parli all'uomo
contemporaneo, Bultmann ha insistito sulla precomprensione
necessaria a ogni comprensione e ha elaborato la teoria
dell'interpretazione esistenziale degli scritti del Nuovo
Testamento. Basandosi sul pensiero di Heidegger, egli afferma che
l'esegesi di un testo biblico non è possibile senza alcuni
presupposti che ne guidino la comprensione. La precomprensione (Vorverstandnis)
è fondata su un rapporto vitale (Leben verhaltnis)
dell'interprete con la cosa di cui parla il testo. Per evitare il
soggettivismo, è tuttavia necessario che la precomprensione si lasci
approfondire e arricchire, e perfino modificare e correggere, da ciò
di cui parla il testo. Interrogandosi sulla corretta
concettualità che definirebbe le domande a partire dalle quali i
testi della Scrittura potrebbero essere compresi dall'uomo di oggi,
Bultmann pretende di trovare la risposta nell'analitica esistenziale
di Heidegger. Gli esistenziali heideggeriani avrebbero una portata
universale e offrirebbero le strutture e i concetti più appropriati
per la comprensione dell'esistenza umana rivelata nel messaggio del
Nuovo Testamento. Gadamer sottolinea ugualmente la
distanza storica tra il testo e il suo interprete. Egli riprende e
sviluppa la teoria del circolo ermeneutico. Le anticipazioni e i
preconcetti che segnano la nostra comprensione provengono dalla
tradizione che ci sostiene. Questo consiste in un insieme di dati
storici e culturali, che costituiscono il nostro contesto vitale, il
nostro orizzonte di comprensione. L'interprete ha il dovere di
entrare in dialogo con la realtà di cui si parla nel testo. La
comprensione si opera nella fusione degli orizzonti differenti del
testo e del suo lettore (Horizontverschmelzung) ed è
possibile solo se c'è un'appartenenza (Zugehörigkeit) cioè
un'affinità fondamentale tra l'interprete e il suo oggetto.
L'ermeneutica è un processo dialettico: la comprensione di un testo
sempre una comprensione più ampia di sé. Del pensiero
ermeneutico di Ricoeur, bisogna innanzi tutto sottolineare il
risalto dato alla funzione di distanziamento come preliminare
necessario a una giusta appropriazione del testo. Una prima distanza
esiste tra il testo e il suo autore, poiché, una volta prodotto, il
testo acquista una certa autonomia in rapporto al suo autore; inizia
un percorso di significato. Un'altra distanza esiste tra il testo e
i suoi lettori successivi; questi devono rispettare il mondo del
testo nella sua alterità. I metodi di analisi letteraria e storica
sono perciò necessari all'interpretazione. Tuttavia il significato
di un testo può essere dato pienamente solo se viene attualizzato
nel vissuto dei lettori che se ne appropriano. A partire dalla loro
situazione, questi sono chiamati a far emergere significati nuovi,
in linea con il senso fondamentale indicato dal testo. La conoscenza
biblica non deve fermarsi al linguaggio, ma cerca di raggiungere la
realtà di cui parla il testo. Il linguaggio religioso della Bibbia è
un linguaggio che “fa pensare”, un linguaggio di cui non si cessa di
scoprire le ricchezze di significato, un linguaggio che ha di mira
una realtà trascendente e che, nello stesso tempo, rende la persona
umana conscia della dimensione profonda del suo essere.
2. Utilità per l'esegesi Che dire di queste teorie
contemporanee dell'interpretazione dei testi? La Bibbia è Parola di
Dio per tutte le epoche che si succedono nella storia. Di
conseguenza non si può ignorare una teoria ermeneutica che permette
di incorporare i metodi di critica letteraria e storica in un
modello di interpretazione più ampia. Si tratta di superare la
distanza tra il tempo degli autori e dei primi destinatari dei testi
biblici e la nostra epoca contemporanea, in modo da attualizzare
correttamente il messaggio dei testi per nutrire la vita di fede dei
cristiani. Ogni esegesi dei testi è chiamata a essere completata da
un'“ermeneutica”, nel senso recente del termine. La
necessità di un'ermeneutica, cioè di un'interpretazione nell'oggi
del nostro mondo, trova un fondamento nella Bibbia stessa e nella
storia della sua interpretazione. L'insieme degli scritti
dell'Antico e del Nuovo Testamento si presenta come il prodotto di
un lungo processo di reinterpretazione degli eventi fondatori, in
stretto legame con la vita delle comunità dei credenti. Nella
tradizione ecclesiale, i primi interpreti della Scrittura, i padri
della Chiesa, pensavano che la loro esegesi dei testi fosse completa
solo se ne facevano emergere il significato per i cristiani del loro
tempo nella loro situazione. Si è fedeli all'intenzionalità dei
testi biblici solo nella misura in cui si cerca di ritrovare, nel
cuore della loro formulazione, la realtà di fede che essi esprimono
e se si collega questa realtà con l'esperienza credente del nostro
mondo. L'ermeneutica contemporanea è una sana reazione al
positivismo storico e alla tentazione di applicare allo studio della
Bibbia i criteri di oggettività utilizzati nelle scienze naturali.
Da una parte, gli eventi riportati nella Bibbia sono eventi
interpretati; dall'altra, ogni esegesi dei racconti di questi eventi
implica necessariamente la soggettività dell'esegeta. La giusta
conoscenza del testo biblico è accessibile solo a colui che ha
un'affinità vissuta con ciò di cui parla il testo. La domanda che si
pone a ogni interprete è la seguente: quale teoria ermeneutica rende
possibile una corretta comprensione della realtà profonda di cui
parla la Scrittura e una sua espressione che abbia significato per
l'uomo di oggi? Bisogna riconoscere, in effetti, che
alcune teorie ermeneutiche sono inadeguate per interpretare la
Scrittura. Per esempio, l'interpretazione esistenziale di Bultmann
porta a racchiudere il messaggio cristiano nei limiti di una
filosofia particolare. Inoltre, in virtù dei presupposti che sono
alla base di questa ermeneutica, il messaggio religioso della Bibbia
è svuotato in gran parte della sua realtà oggettiva (a causa di una
eccessiva “demitizzazione”) e tende a subordinarsi a un messaggio
antropologico. La filosofia diventa norma di interpretazione
piuttosto che strumento di comprensione di ciò che è l'oggetto
centrale di ogni interpretazione: la persona di Gesù Cristo e gli
eventi di salvezza compiuti nella nostra storia. Un'autentica
interpretazione della Scrittura è quindi prima di tutto accoglienza
di un significato dato in alcuni eventi e, in modo eminente, nella
persona di Gesù Cristo. Tale significato è espresso nei
testi. Per evitare il soggettivismo, è perciò necessario che una
buona attualizzazione sia fondata sullo studio del testo e i
presupposti di lettura siano costantemente verificati sul testo.
L'ermeneutica biblica, anche se fa parte dell'ermeneutica generale
di ogni testo letterario e storico, è al contempo un caso unico di
questa ermeneutica. I suoi caratteri specifici le vengono dal suo
oggetto. Gli eventi di salvezza e il loro compimento nella persona
di Gesù Cristo danno senso a tutta la storia umana. Le
interpretazioni storiche nuove potranno essere solo uno svelamento o
una esposizione di queste ricchezze di significato. Il racconto
biblico di questi eventi non può essere compreso pienamente dalla
sola ragione. La sua interpretazione dev'essere guidata da alcuni
presupposti particolari, quali la fede vissuta in comunità
ecclesiale e la luce dello Spirito. Con la crescita della vita nello
Spirito cresce anche, nel lettore, la comprensione delle realtà di
cui parla il testo biblico. B. Sensi della
Scrittura ispirata Il contributo moderno delle
ermeneutiche filosofiche e gli sviluppi recenti dello studio
scientifico delle letterature permettono all'esegesi biblica di
approfondire la comprensione del suo compito, la cui complessità è
diventata più evidente. L'esegesi antica, che non poteva
evidentemente prendere in considerazione le esigenze scientifiche
moderne, attribuiva a ogni testo della Scrittura diversi livelli di
significato. La distinzione più corrente era quella tra senso
letterale e senso spirituale. L'esegesi medievale distinse nel senso
spirituale tre aspetti differenti, in rapporto, rispettivamente, con
la verità rivelata, il comportamento da seguire e il compimento
finale. Da lì il celebre distico di Agostino di Danimarca (XIII
sec.): «Littera gesta docet, quid credas allegoria, moralis quid
agas, quid speres anagogia». Come reazione contro
questa molteplicità di significati, l'esegesi storico-critica ha
adottato, più o meno apertamente, la tesi dell'unicità di
significato, secondo la quale un testo non può avere simultaneamente
diversi significati. Tutto lo sforzo dell'esegesi storico-critica è
quello di definire il significato preciso di un dato testo
biblico nelle circostanze in cui fu composto. Ma questa tesi si
scontra ora con le conclusioni delle scienze del linguaggio e delle
ermeneutiche filosofiche, che affermano la polisemia dei testi
scritti. Il problema non è semplice e non si pone allo
stesso modo per tutti i generi di testi: racconti storici, parabole,
oracoli, leggi, proverbi, preghiere, inni, ecc. È tuttavia possibile
presentare alcun principi, sempre tenendo conto della diversità
delle opinioni. 1. Senso letterale Non è
solo legittimo, ma indispensabile cercare di definire il significato
preciso dei testi come sono stati composti dai loro autori
significato che è chiamato “letterale”. Già san Tommaso d'Aquino ne
affermava l'importanza fondamentale (S. Th., I, q. 1, a. 10, ad 1).
Il senso letterale non è da confondere col senso
“letteralistico”, sul quale si basano i fondamentalisti. Non è
sufficiente tradurre il testo parola per parola per ottenere il suo
senso letterale. È necessario comprenderlo secondo le convenzioni
letterarie del tempo. Quando un testo è metaforico, il suo senso
letterale non è quello che risulta dal significato immediato delle
parole (per esempio: «Abbiate la cintura ai fianchi», Lc 12, 35), ma
quello che corrisponde all'uso metaforico dei termini («Abbiate un
atteggiamento di disponibilità»). Quando si tratta di un racconto,
il senso letterale non comporta necessariamente l'affermazione che i
fatti raccontati siano effettivamente accaduti; infatti un racconto
può non appartenere al genere storico, ma essere frutto di
immaginazione. Il senso letterale della Scrittura è quello
espresso direttamente dagli autori umani ispirati. Essendo frutto
dell'ispirazione, questo senso è voluto anche da Dio, autore
principale. Lo si discerne grazie a un'analisi precisa del testo,
situato nel suo contesto letterario e storico. Il compito principale
dell'esegesi è proprio quello di condurre a questa analisi,
utilizzando tutte le possibilità delle ricerche letterarie e
storiche, al fine di definire il senso, letterale dei testi biblici
con la maggiore esattezza possibile (Divino
afflante Spiritu, EB 550). Per tale scopo, lo studio dei
generi letterari antichi è particolarmente necessario (ibid.
560). Il senso letterale di un testo è unico? In generale,
sì; ma non si tratta di un principio assoluto, e questo per due
ragioni. Da una parte, un autore umano può voler riferirsi nello
stesso tempo a più livelli di realtà. Il caso è corrente in poesia.
L'ispirazione biblica non disdegna questa possibilità della
psicologia e del linguaggio umani; il quarto vangelo ne fornisce
numerosi esempi. D'altra parte, anche quando un'espressione umana
sembra avere un solo significato, l'ispirazione divina può guidare
l'espressione in modo da produrre un'ambivalenza. Tale è il caso
dell'espressione di Caifa in Gv 11, 50. Essa esprime al tempo stesso
un calcolo politico immorale e una rivelazione divina. Questi due
aspetti appartengono l'uno e l'altro al senso letterale, perché sono
entrambi messi in evidenza dal contesto. Anche se estremo, questo
caso è significativo e deve mettere in guardia contro una concezione
troppo ristretta del senso letterale dei testi ispirati.
Conviene, in particolare, essere attenti all'aspetto dinamico di
molti testi. Il senso dei salmi regali, per esempio, non dev'essere
limitato strettamente alle circostanze storiche della loro
produzione Parlando del re, il salmista evocava al tempo stesso
un'istituzione reale e una visione ideale della monarchia, conforme
al disegno di Dio, in modo che il suo testo andava al di là
dell'istituzione monarchica come si era manifestata nella storia.
L'esegesi storico-critica ha avuto troppo spesso la tendenza a
limitare il senso de testi, collegandolo esclusivamente a precise
circostanze storiche. Essa deve piuttosto cercare di precisare la
direzione di pensiero espressa dal testo, direzione che, invece di
invitare l'esegeta a limitare il senso, gli suggerisce al contrario
di percepirne i prolungamenti più o meno prevedibili. Una
corrente dell'ermeneutica moderna ha sottolineato la differenza di
situazione che colpisce la parola umana quando viene messa per
iscritto. Un testo scritto ha la capacità di essere collocato in
nuove circostanze, che lo illuminano in modi diversi, aggiungendo al
suo significato nuove determinazioni. Questa capacità del testo
scritto è effettiva specialmente nel caso dei testi biblici,
riconosciuti come Parola di Dio. In effetti, ciò che ha spinto la
comunità credente a conservarli è stata la convinzione che avrebbero
continuato a essere portatori di luce e di vita per le generazioni
future. Il senso letterale è, fin dall'inizio, aperto a sviluppi
ulteriori, che si producono grazie a “riletture” in contesti nuovi.
Non ne consegue che è possibile attribuire a un testo biblico
qualsiasi significato, interpretandolo in modo soggettivo. Al
contrario, è necessario respingere come inautentica ogni
interpretazione che fosse eterogenea rispetto al senso espresso
dagli autori umani nel loro testo scritto. Ammettere dei significati
eterogenei equivarrebbe a togliere al messaggio biblico le sue
radici, che sono la Parola di Dio comunicata storicamente, e ad
aprire la porta a un soggettivismo incontrollabile. 2.
Senso spirituale Non è il caso, tuttavia, di prendere
“eterogeneo” nel senso stretto, contrario a ogni possibilità di
compimento superiore. L'evento pasquale, morte e risurrezione di
Gesù, ha fissato un contesto storico radicalmente nuovo, che
illumina in modo nuovo i testi antichi e fa subire loro un
cambiamento di significato. In particolare, alcuni testi che, nelle
circostanze antiche, dovevano essere considerati come delle iperbole
(per es., l'oracolo in cui Dio, parlando di un figlio di Davide,
prometteva di rendere stabile per sempre il suo trono: 2Sam 7,
12-13; 1Cr 17, 11-14), questi testi devono ora essere presi alla
lettera, perché «il Cristo, essendo risorto dai morti, non muore
più» (Rm 6, 9). Gli esegeti che hanno una nozione limitata,
“storicistica”, del senso letterale riterranno che ci sia qui
eterogeneità. Quelli che sono aperti all'aspetto dinamico dei testi
riconosceranno una continuità profonda e nello stesso tempo il
passaggio a un livello differente: il Cristo regna per sempre, ma
non sul trono terreno di Davide (cf. anche Sal 2, 7-8; 110, 1.4).
In casi di questo genere si parla di “senso spirituale”. Come regola
generale, possiamo definire il senso spirituale, compreso secondo la
fede cristiana, il senso espresso dai testi biblici quando vengono
letti sotto l'influsso dello Spirito Santo nel contesto del mistero
pasquale di Cristo e della vita nuova che ne risulta. Questo
contesto esiste effettivamente. Il Nuovo Testamento riconosce in
esso il compimento delle Scritture. È perciò normale rileggere le
Scritture alla luce di questo nuovo contesto, quello della vita
nello Spirito. Dalla definizione data si possono trarre
parecchie precisazioni utili sul rapporto tra senso spirituale e
senso letterale. Contrariamente a un'opinione corrente, non c'è
necessariamente distinzione tra questi due sensi. Quando un testo
biblico si riferisce direttamente al mistero pasquale di Cristo o
alla vita nuova che ne risulta, il suo senso letterale è un senso
spirituale. Ed è il caso abituale nel Nuovo Testamento. Ne consegue
che l'esegesi cristiana parla il più delle volte di senso spirituale
a proposito dell'Antico Testamento. Ma già nell'Antico Testamento i
testi hanno in molti casi come senso letterale un senso religioso e
spirituale. La fede cristiana vi riconosce un rapporto anticipato
con la vita nuova apportata da Cristo. Quando c'è una
distinzione, il senso spirituale non può mai essere privato dei
rapporti con il senso letterale che ne rimane la base
indispensabile; diversamente, non si potrebbe parlare di
“compimento” della Scrittura. In effetti, perché si possa parlare di
compimento è essenziale un rapporto di continuità e di conformità.
Ma è anche necessario che ci sia un passaggio a un livello superiore
di realtà. Il senso spirituale non è da confondere con le
interpretazioni soggettive dettate dall'immaginazione o dalla
speculazione intellettuale. Esso scaturisce dalla relazione del
testo con certi dati reali che non gli sono estranei, l'evento
pasquale e la sua inesauribile fecondità, che costituiscono il
vertice dell'intervento divino nella storia di Israele, a vantaggio
di tutta l'umanità. La lettura spirituale, fatta
comunitariamente o individualmente, scopre un senso spirituale
autentico solo se si mantiene in queste prospettive. Vengono allora
messi in relazione tre livelli di realtà: il testo biblico, il
mistero pasquale e le circostanze presenti di vita nello Spirito.
L'esegesi antica, persuasa che il mistero del Cristo costituisca la
chiave interpretativa di tutte le Scritture, si è sforzata di
trovare un senso spirituale nei più piccoli dettagli dei testi
biblici, per esempio, in ogni prescrizione delle leggi rituali,
servendosi di metodi rabbinici o ispirandosi all'allegorismo
ellenistico. L'esegesi moderna non può accordare un vero valore
d'interpretazione a questo genere di tentativi, qualunque possa
essere stata, nel passato, la loro utilità pastorale (cf.
Divino afflante Spiritu, EB 553). Uno degli aspetti
possibili del senso spirituale è quello tipologico, di cui si dice
abitualmente che non appartiene alla Scrittura stessa, ma alle
realtà espresse dalla Scrittura: Adamo figura del Cristo (cf. Rm 5,
14), il diluvio figura del battesimo (1 Pt 3, 20-21), ecc. In
effetti, il rapporto di tipologia è ordinariamente basato sul modo
in cui la Scrittura descrive la realtà antica (cf. la voce di Abele:
Gn 4, 10; Eb 11, 4; 12, 24) e non semplicemente su questa realtà. Di
conseguenza, si tratta allora proprio di un senso della Scrittura.
3. Senso pieno Relativamente recente, l'appellativo
“senso pieno” (sensus plenior) suscita delle discussioni. Si
definisce il senso pieno come un senso più profondo del testo,
voluto da Dio, ma non chiaramente espresso dall'autore umano. Se ne
scopre l'esistenza in un test biblico quando viene studiato alla
luce di altri testi biblici che lo utilizzano o nel suo rapporto con
lo sviluppo interno della rivelazione. Si tratta allora o del
significato che un autore biblico attribuisce a un testo biblico a
lui anteriore, quando lo riprende in un contesto che gli conferisce
un senso letterale nuovo, o del significato che una tradizione
dottrinale autentica o una definizione conciliare da a un testo
della Bibbia. Per esempio, il contesto di Mt 1, 23 dà il senso pieno
all'oracolo di Is 7, 14 sulla almah che concepirà un figlio,
utilizzando la traduzione dei Settanta (parthenos): «La
vergine concepirà». L'insegnamento patristico e conciliare sulla
Trinità esprime il senso pieno dell'insegnamento del Nuovo
Testamento su Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito. La definizione
del peccato originale da parte del Concilio di Trento fornisce il
senso pieno, dell'insegnamento di Paolo in Rm 5, 12-21 circa le
conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità. Ma quando manca un
controllo di questo genere, da parte di un testo biblico esplicito o
di una tradizione dottrinale autentica, il ricorso a un preteso
senso pieno potrebbe portare a interpretazioni soggettive prive di
ogni validità. In definitiva, si potrebbe considerare il
“senso pieno” come un altro modo di designare il senso spirituale di
un testo biblico, nel caso in cui il senso spirituale si distingua
dal senso letterale. Suo fondamento è il fatto che lo Spirito Santo,
autore principale della Bibbia, può guidare l'autore umano nella
scelta delle sue espressioni in modo tale che queste esprimano una
verità di cui egli non percepisce tutta la profondità. Questa viene
rivelata in modo più completo nel corso del tempo, grazie, da una
parte, a ulteriori realizzazioni divine che manifestano meglio la
portata dei testi, e grazie anche, d'altra parte, all'inserimento
dei testi nel canone delle Scritture. In questo modo viene creato un
nuovo contesto, che fa apparire delle potenzialità di significato
che il contesto primitivo lasciava nell'ombra.
III DIMENSIONI CARATTERISTICHE
DELL'INTERPRETAZIONE CATTOLICA
L'esegesi cattolica non cerca di distinguersi usando un metodo
scientifico particolare. Essa riconosce che uno degli aspetti dei
testi biblici è di essere opera di autori umani, che si sono serviti
delle proprie capacità e degli strumenti che il loro tempo e il loro
ambiente mettevano a loro disposizione. Di conseguenza, utilizza
senza secondo fine, tutti i metodi e approcci scientifici che
permettono di meglio comprendere il significato dei testi nel loro
contesto linguistico, letterario, socio-culturale, religioso e
storico, illuminandoli anche con lo studio delle loro fonti e
tenendo conto della personalità di ogni autore (cf.
Divino afflante Spiritu, EB 557). In tal modo essa
contribuisce attivamente allo sviluppo dei metodi e al progresso
della ricerca. Ciò che la caratterizza è il suo situarsi
consapevolmente nella tradizione vivente della Chiesa, la cui prima
preoccupazione è la fedeltà alla rivelazione attestata dalla Bibbia.
Le ermeneutiche moderne hanno messo in luce, come abbiamo ricordato,
l'impossibilità di interpretare un testo senza partire da una
“precomprensione” di un genere o dell'altro. L'esegesi cattolica si
avvicina agli scritti biblici con una precomprensione che unisce
strettamente la moderna cultura scientifica e la tradizione
religiosa proveniente da Israele e dalla comunità cristiana
primitiva. La sua interpretazione si trova così in continuità con il
dinamismo ermeneutico che si manifesta all'interno stesso della
Bibbia e che si prolunga poi nella vita della Chiesa. Corrisponde
all'esigenza di affinità vitale tra l'interprete e il suo oggetto,
affinità che costituisce una delle condizioni di possibilità del
lavoro esegetico. Ogni precomprensione comporta tuttavia i
suoi pericoli. Nel caso dell'esegesi cattolica, esiste il rischio di
attribuire ad alcuni testi biblici un significato che non esprimono,
ma che è frutto di uno sviluppo ulteriore della tradizione.
L'esegeta deve guardarsi da questo pericolo. A.
Interpretazione nella Tradizione biblica I testi della
Bibbia sono l'espressione di tradizioni religiose che esistevano
prima di essi. Il modo in cui si collegano a queste tradizioni è
differente secondo i casi, dato che la creatività degli autori si
manifesta in gradi diversi. Nel corso del tempo tradizioni
molteplici sono confluite per formare una grande tradizione comune.
La Bibbia è una manifestazione privilegiata di questo processo, che
essa ha contribuito a realizzare e di cui continua a essere
regolatrice. «L'interpretazione nella Tradizione biblica»
comporta una grande varietà di aspetti. Con questa espressione si
può intendere il modo in cui la Bibbia interpreta le esperienze
umane fondamentali o gli avvenimenti particolari della storia di
Israele, o ancora il modo in cui i testi biblici utilizzano varie
fonti, scritte od orali, alcune delle quali possono provenire anche
da altre religioni o culture, interpretandole. Ma essendo il nostro
soggetto l'interpretazione della Bibbia, non vogliamo trattare qui
queste grandi problematiche, ma semplicemente proporre alcune
osservazioni sull'interpretazione dei testi biblici all'interno
della Bibbia stessa. 1. Riletture Ciò che
contribuisce a dare alla Bibbia la sua unità interna, unica nel suo
genere, è il fatto che gli scritti biblici posteriori si basano
spesso sugli scritti anteriori. Fanno allusione ad essi, ne
propongono delle “riletture” che sviluppano nuovi aspetti di
significato, talvolta molto diversi dal senso primitivo, o ancora vi
si riferiscono esplicitamente, o per approfondirne il significato o
per affermarne il compimento. Così l'eredità di una terra,
promessa da Dio ad Abramo per la sua discendenza (Gn 15, 7.18),
diventa l'entrata nel santuario di Dio (Es 15, 17), una
partecipazione al riposo di Dio (Sal 132, 7-8) riservato ai veri
credenti (Sal 95, 8-11; Eb 3, 7-4, 11) e, infine, l'ingresso nel
santuario celeste (Eb 6, 12.18-20), «eredità eterna» (Eb 9, 15).
L'oracolo del profeta Natan, che promette a Davide una «casa», cioè
una successione dinastica, «stabile per sempre» (2San 7, 12-16),
viene ricordato a più riprese (2Sam 23, 5; 1Re 2, 4; 3, 6; 1Cr 17,
11-14), specialmente nei tempi difficili (Sal 89, 20-38), non senza
variazioni significative, ed è prolungato da altri oracoli (Sal 2,
7-8; 110, 1.4; Am 9, 11; Is 7, 13-14; Ger 23, 5-6; ecc.), alcuni dei
quali annunciano il ritorno del regno di Davide stesso (Os 3, 5; Ger
30, 9; Ez 34, 24; 37, 24-25; cf. Mc 11, 10). Il regno promesso
diventa universale (Sal 2, 8; Dn 2, 25.44; 7, 14; cf. Mt 28, 18).
Realizza in pienezza la vocazione dell'uomo (Gn 1, 28; Sal 8, 6-9;
Sap 9, 2-3; 10, 2). L'oracolo di Geremia sui settant'anni di
castigo meritati da Gerusalemme e Giuda (Ger 25, 11-12; 29, 10) è
ricordato in 2Cr 25, 20-23, che ne verifica la realizzazione, ma
riceve un'ulteriore elaborazione, dopo molto tempo, dall'autore di
Daniele, nella convinzione che questa parola di Dio custodisca
ancora un significato nascosto, che deve gettare la sua luce sulla
situazione presente (Dn 9, 24-27). L'affermazione
fondamentale della giustizia retributiva di Dio, che ricompensa i
buoni e punisce i malvagi (Sal 1, 1-6; 112, 1-10; Lc 26, 3-33;
ecc.), si scontra con l'esperienza immediata che spesso non
corrisponde ad essa. La Scrittura lascia allora che si esprima con
vigore la protesta e la contestazione (Sal 44; Gb 10, 1-7; 13, 3-28;
23-24) e approfondisce progressivamente il mistero (Sal 37; Gb
38-42; Is 53; Sap 3-5). 2. Rapporti tra Antico Testamento
e Nuovo Testamento I rapporti intertestuali acquistano
una densità estrema negli scritti del Nuovo Testamento, pieni di
allusioni all'Antico Testamento e di citazioni esplicite. Gli autori
del Nuovo Testamento riconoscono all'Antico Testamento valore di
rivelazione divina. Essi proclamano che questa rivelazione ha
trovato il suo compimento nella vita, nell'insegnamento e
soprattutto nella morte e risurrezione di Gesù, fonte di perdono e
di vita eterna. «Cristo morì per i nostri peccati secondo le
Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le
Scritture, e apparve…» (1Cor 15, 3-5): questo è il nucleo centrale
della predicazione apostolica (1Cor 15, 11). Come sempre,
tra le Scritture e gli eventi che le compiono, i rapporti non sono
di semplice corrispondenza materiale, ma di reciproca illuminazione
e di progresso dialettico: ci si accorge al tempo stesso che le
Scritture rivelano il senso degli eventi e che gli eventi rivelano
il senso delle Scritture, obbligano cioè a rinunciare a certi
aspetti dell'interpretazione ricevuta, per adottare
un'interpretazione nuova. Fin dal tempo del suo ministero
pubblico, Gesù aveva preso una posizione personale originale,
diversa dall'interpretazione ricevuta al suo tempo, che era quella
«degli scribi e dei farisei» (Mt 5, 20). Numerose ne sono le
testimonianze: le antitesi del discorso della montagna (Mt 5,
21-48), la libertà sovrana di Gesù nell'osservanza del sabato (Mc 2,
27-28 e par.), il suo modo di relativizzare i precetti di purezza
rituale (Mc 7, 1-23 e par.), la sua esigenza radicale, al contrario,
in altri campi (Mt 10, 2-12; 10, 17-27 e par.) e soprattutto il suo
atteggiamento di accoglienza verso «i pubblicani e i peccatori» (Mc
2, 15-17 e par.). Non si trattava da parte sua di capriccio da
contestatore, ma, al contrario, di fedeltà più profonda alla volontà
di Dio espressa nelle Scritture (cf. Mt 5, 17; 9, 13; Mc 7, 8-13 e
par.; 10, 5-9 e par.). La morte e la risurrezione di Gesù
spinsero all'estremo l'evoluzione cominciata, provocando, su certi
punti, una completa rottura e nello stesso tempo un'apertura
inattesa. La morte del Messia, «re dei Giudei» (Mc 15, 26 e par.),
provocò una trasformazione dell'interpretazione terrena dei salmi
regali e degli oracoli messianici. La sua risurrezione e la sua
glorificazione celeste come Figlio di Dio diedero a questi stessi
testi una pienezza di significato prima inconcepibile. Alcune
espressioni che sembravano iperboliche dovevano d'ora in poi essere
prese alla lettera. Apparivano come preparate da Dio per esprimere
la gloria del Cristo Gesù, perché Gesù è veramente «Signore» (Sal
110, 1) nel senso più forte del termine (At 2, 36; Fil 2, 10-11; Eb
1, 10-12); è il Figlio di Dio (Sal 2, 7; Mc 14, 62; Rm 1, 3-4), Dio
con Dio (Sal 45, 7; Eb 1, 8; Gv 1, 1; 20, 28); «il suo regno non
avrà fine» (Lc 1, 32-33; cf. 1Cr 17, 11-14; Sal 45, 7; Eb 1, 8);
egli è nello stesso tempo «sacerdote in eterno» (Sal 110, 2; Eb 5,
6-10; 7, 23-24). Alla luce degli eventi della Pasqua gli
autori del Nuovo Testamento rilessero l'Antico Testamento. Lo
Spirito Santo inviato dal Cristo glorificato (cf. Gv 15, 26; 16, 7)
ne fece scoprire loro il senso spirituale. Essi furono così portati
ad affermare più che mai il valore profetico dell'Antico Testamento,
ma anche a relativizzare fortemente il suo valore di istituzione
salvifica. Questo secondo punto di vista, che appare già nei vangeli
(cf. Mt 11, 11-13 e par.; 12, 41-42 e par.; Gv 4, 12-14; 5, 37; 6,
32), si manifesta con tutta la sua forza in alcune lettere paoline e
nella lettera agli Ebrei. Paolo e l'autore della lettera agli Ebrei
dimostrano che la Torah, in quanto rivelazione, annuncia essa stessa
la sua fine come sistema legislativo (cf. Gal 2, 15-5, 1; Rm 3,
20-21; 6, 14; Eb 7, 11-19; 10, 8-9). Ne consegue che i pagani che
aderiscono alla fede in Cristo non devono essere sottomessi a tutti
i precetti della legislazione biblica, ormai ridotta, nel suo
insieme, allo statuto di istituzione legale di un popolo
particolare, ma devono nutrirsi all'Antico Testamento come Parola di
Dio, che permette loro di scoprire meglio tutte le dimensioni del
mistero pasquale di cui essi vivono (cf. Lc 24, 25-27.44-45; Rm 1,
1-2). All'interno della Bibbia cristiana, i rapporti tra
Nuovo Testamento e Antico Testamento non sono quindi privi di
complessità. Quando si tratta dell'uso di testi particolari, gli
autori del Nuovo Testamento fanno naturalmente ricorso alle
conoscenze e ai procedimenti di interpretazione del loro tempo.
Esigere da essi che si conformino ai metodi scientifici moderni
sarebbe un anacronismo L'esegeta deve piuttosto acquisire la
conoscenza dei procedimenti antichi per poter interpretare
correttamente l'uso che ne viene fatto. Rimane vero, d'altra parte,
che egli non deve accordare un valore assoluto a ciò che è
conoscenza umana limitata. Infine conviene aggiungere che
all'interno del Nuovo Testamento, come già all'interno dell'Antico
Testamento, si scopre la giustapposizione di prospettive differenti
e talvolta in tensione le une con le altre, per esempio sulla
situazione di Gesù (Gv 8, 29; 16, 32 e Mc 15, 34) o sul valore della
legge mosaica (Mt 5, 17-19 e Rm 6, 14) o sulla necessità delle opere
per essere giustificati (Gc 2, 24 e Rm 3, 28; Ef 2, 8-9). Una delle
caratteristiche della Bibbia è proprio l'assenza di spirito di
sistematizzazione e la presenza al contrario, di tensioni dinamiche.
La Bibbia ha accolto parecchi modi di interpretare gli stessi
avvenimenti o di considerare gli stessi problemi, invitando così a
rifiutare il semplicismo e la ristrettezza di spirito. 3.
Alcune conclusioni Da quanto abbiamo detto si può
concludere che la Bibbia contiene numerose indicazioni e
suggerimenti sull'arte di interpretarla. La Bibbia è infatti, fin
dall'inizio, essa stessa interpretazione. I suoi testi sono stati
riconosciuti dalle comunità dell'antica Alleanza e del tempo
apostolico come valida espressione della loro fede. È secondo
l'interpretazione delle comunità e in relazione con essa che questi
testi sono stati riconosciuti come Sacra Scrittura (così, per es.,
il Cantico dei Cantici fu riconosciuto come Scrittura Sacra in
quanto applicato alla relazione tra Dio e Israele). Nel corso della
formazione della Bibbia, gli scritti che la compongono sono stati,
in molti casi, rielaborati e reinterpretati, per rispondere a
situazioni nuove, prima sconosciute. Il modo di interpretare
i testi che si manifesta nella Sacra Scrittura suggerisce le
seguenti osservazioni: Dato che la Sacra Scrittura è venuta
alla luce sulla base di un consenso di comunità credenti che hanno
riconosciuto nel suo testo l'espressione della fede rivelata, la sua
stessa interpretazione dev'essere, per la fede viva delle comunità
ecclesiali, fonte di consenso sui punti essenziali. Dato che
l'espressione della fede, come la si trovava nella Sacra Scrittura
riconosciuta di tutti, dovette essere continuamente rinnovata per
far fronte a situazioni nuove, il che spiega le “riletture” di molti
testi biblici, l'interpretazione della Bibbia deve ugualmente avere
un aspetto di creatività e affrontare le questioni nuove, per
rispondervi partendo dalla Bibbia. Dato che i testi della
Scrittura hanno talvolta rapporti di tensione tra loro,
l'interpretazione deve necessariamente essere pluralistica. Nessuna
interpretazione particolare può esaurire il significato
dell'insieme, che è una sinfonia a più voci. L'interpretazione di un
testo particolare deve quindi evitare di essere esclusivista.
La Sacra Scrittura è in dialogo con le comunità credenti: è
scaturita dalle loro tradizioni di fede. I suoi testi si sono
sviluppati in rapporto con queste tradizioni e hanno contribuito,
reciprocamente, al loro sviluppo. Ne consegue che l'interpretazione
della Scrittura si fa in seno alla Chiesa nella sua pluralità e
nella sua unità e nella sua tradizione di fede. Le
tradizioni di fede formavano l'ambiente vitale in cui si è inserita
l'attività letteraria degli autori della Sacra Scrittura. Questo
inserimento comprendeva anche la partecipazione alla vita liturgica
e all'attività esterna delle comunità, al loro mondo spirituale,
alla loro cultura e alle peripezie del loro destino storico.
L'interpretazione della Sacra Scrittura esige perciò, in modo
simile, la partecipazione degli esegeti a tutta la vita e a tutta
la fede della comunità credente del loro tempo. Il dialogo
con la Sacra Scrittura nel suo insieme, e quindi con la comprensione
della fede propria delle epoche anteriori, dev'essere
necessariamente accompagnato da un dialogo con la generazione
presente. Questo comporta l'allacciamento di un rapporto di
continuità, ma anche la constatazione di differenze. Ne consegue che
l'interpretazione della Scrittura comporta un lavoro di verifica e
di selezione; essa rimane in continuità con le tradizioni esegetiche
anteriori, di cui conserva e fa propri molti elementi, ma su altri
punti se ne stacca, per poter progredire. B.
Interpretazione nella Tradizione della Chiesa La
Chiesa, popolo di Dio, è cosciente di essere aiutata dallo Spirito
Santo nella sua comprensione e interpretazione della Scrittura. I
primi discepoli di Gesù sapevano di non essere in grado di
comprendere immediatamente in tutti i suoi aspetti la pienezza che
avevano ricevuto. Essi facevano l'esperienza, nella loro vita di
comunità condotta con perseveranza, di un approfondimento e di una
progressiva esplicitazione della rivelazione ricevuta. Riconoscevano
in questo l'influenza e l'azione dello «Spirito di verità», che il
Cristo aveva loro promesso per guidarli verso la pienezza della
verità (Gv 16, 12-13). È così anche che la Chiesa continua il suo
cammino, sostenuta dalla promessa del Cristo: «Il Paraclito, lo
Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà
ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14, 26).
1. Formazione del Canone Guidata dallo Spirito Santo e
alla luce della Tradizione vivente che ha ricevuto, la Chiesa ha
identificato gli scritti che devono essere considerati come Sacra
Scrittura nel senso che, «scritti sotto l'ispirazione dello Spirito
Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla
Chiesa» (Dei
Verbum, 11) e contengono «la verità che Dio per la nostra
salvezza volle fosse consegnata nelle sacre lettere» (ibid.).
La fissazione di un “canone” delle Sacre Scritture fu la conclusione
di un lungo processo. Le comunità dell'antica Alleanza (da gruppi
particolari, come i circoli profetici o l'ambiente sacerdotale, fino
all'insieme del popolo) riconobbero in un certo numero di testi la
Parola di Dio che suscitava la loro fede e le guidava nella vita;
essi ricevettero questi testi come un patrimonio da custodire e da
trasmettere. Così questi testi cessavano di essere semplicemente
l'espressione dell'ispirazione di autori particolari, diventando
proprietà comune del popolo di Dio. Il Nuovo Testamento attesta la
sua venerazione per questi testi sacri, che riceve come una preziosa
eredità trasmessa dal popolo ebraico. Li considera come «Sacre
Scritture» (Rm 1, 2), «ispirate» dallo Spirito di Dio (2 Tm 3, 16;
cf. 2Pt 1, 20-21), che «non possono essere abolite» (Gv 10, 35).
A questi testi che formano l'“Antico Testamento” (cf. 2Cor 3, 14),
la Chiesa ha unito strettamente gli scritti in cui ha riconosciuto,
da una parte, la testimonianza autentica, proveniente dagli apostoli
(cf. Lc 1, 2; 1 Gv 1, 1-3) e garantita dallo Spirito Santo (cf. 1Pt
1, 12), su «tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio» (At
1, 1) e, dall'altra, le istruzioni date dagli stessi apostoli e da
altri discepoli per costituire la comunità dei credenti. Questa
duplice serie di scritti ha ricevuto, in seguito, il nome di “Nuovo
Testamento”. In questo processo hanno influito numerosi
fattori: la certezza che Gesù, e gli apostoli con lui, avevano
riconosciuto l'Antico Testamento come Scrittura ispirata e che il
suo mistero pasquale ne costituiva il compimento; la convinzione che
gli scritti del Nuovo Testamento provengono in modo autentico dalla
predicazione apostolica (il che non implica che siano stati composti
tutti dagli apostoli stessi); la constatazione del loro uso nella
liturgia cristiana e della loro conformità con la regola della fede;
l'esperienza, infine, del loro accordo con la vita ecclesiale delle
comunità e della loro capacità di nutrire questa vita.
Fissando il canone delle Scritture, la Chiesa fissava anche e de
finiva la sua stessa identità, cosicché le Scritture sono ormai uno
specchio nel quale la Chiesa può costantemente riscoprire la su
identità e verificare, secolo dopo secolo, il modo in cui essa
risponde continuamente al vangelo e dispone se stessa a esserne lo
strumento di trasmissione (cf.
Dei Verbum, 7). Questo conferisce agli scritti canonici un
valore salvifico e teologico completamente diverso da quello di
altri testi antichi. Se questi ultimi possono gettare molta luce
sulle origini della fede, non possono mai sostituirsi all'autorità
degli scritti considerati canonici e quindi fondamentali per la
comprensione della fede cristiana. 2. Esegesi patristica
Fin dai primi tempi è stata forte la convinzione che lo stesso
Spirito Santo, che ha spinto gli autori del Nuovo Testamento a
mettere per iscritto il messaggio della salvezza (cf.
Dei Verbum 7; 18),offre ugualmente alla Chiesa un'assistenza
continua per l'interpretazione dei suoi scritti ispirati (cf.
Ireneo, Adv. Haer. 3.24.1; cf. 3.1.1; 4.33.8; Origene, De
Princ., 2.7.2; Tertulliano De Praescr., 22). I
padri della Chiesa, che hanno avuto un ruolo particolare ne processo
di formazione del canone, hanno similmente un ruolo fondatore in
rapporto alla tradizione vivente che accompagna senza interruzione e
guida la lettura e l'interpretazione che la Chiesa fa delle
Scritture (cf. Providentissimus, EB 110-111;
Divino afflante Spiritu, 28-30, EB 554;
Dei Verbum, 23; PCB, Instr. de Evang histor., 1).
Nella corrente della grande tradizione, il contributo particolare
dell'esegesi patristica consiste in questo: essa ha tratto dal
l'insieme della Scrittura gli orientamenti di base che hanno dato
forma alla tradizione dottrinale della Chiesa e ha fornito un ricco
insegnamento teologico per l'istruzione e il nutrimento spirituali
dei fedeli. Presso i padri della Chiesa, la lettura della
Scrittura e la sua interpretazione occupano un posto considerevole.
Ne sono una testimonianza innanzi tutto le opere direttamente legate
alla comprensione delle Scritture, cioè le omelie e i commentari, ma
anche le opere di controversia e di teologia, in cui il riferimento
alla Scrittura serve da argomento principale. Il luogo
abituale della lettura biblica è la chiesa, durante la liturgia.
Questa è la ragione per cui l'interpretazione proposta è sempre di
natura teologica, pastorale e teologale, a servizio delle comunità e
dei singoli credenti. I padri considerano la Bibbia innanzi
tutto come il Libro di Dio, opera unica di un autore unico; ma non
per questo riducono gli autori umani al ruolo di meri strumenti
passivi; sanno attribuire all'uno o all'altro libro, preso
individualmente, uno scopo particolare. Ma il loro tipo di approccio
presta scarsa attenzione allo sviluppo storico della rivelazione.
Numerosi padri della Chiesa presentano il Logos, Verbo di Dio, come
l'autore dell'Antico Testamento e affermano così che tutta la
Scrittura ha una portata cristologica. Fatta eccezione di
alcuni esegeti della scuola antiochena (in particolare Teodoro di
Mopsuestia), i padri si sentono autorizzati prendere una frase al di
fuori del suo contesto per riconoscervi una verità rivelata da Dio.
Nelle controversie con i Giudei o in quelle dogmatiche con altri
teologi, non esitano ad appoggiarsi su interpretazioni di questo
genere. Spinti soprattutto dalla preoccupazione di vivere
della Bibbia il comunione con i loro fratelli, i padri si limitano
spesso a usare il testo biblico corrente nel loro ambiente.
Interessandosi metodicamente alla Bibbia ebraica, Origene era
animato soprattutto dalla preoccupazione di trovare argomenti da
opporre ai Giudei a partire da testi per essi accettabili. Esaltando
la veritas hebraica, san Girolamo prende una posizione
marginale. I padri applicano in modo più o meno frequente il
metodo allegorico, allo scopo di dissipare lo scandalo che
potrebbero provare alcuni cristiani e gli avversari pagani del
cristianesimo nel leggere certi passi della Bibbia. Ma molto
raramente vengono annullate la letteralità e la storicità dei testi.
Il ricorso dei padri all'allegoria va generalmente al di là del
fenomeno dell'adattamento al metodo allegorico usato dagli autori
pagani. Il ricorso all'allegoria deriva anche dalla convinzione che
la Bibbia, libro di Dio, è stata da Lui data al suo popolo, la
Chiesa. In linea di massima niente dev'essere lasciato da parte come
desueto o definitivamente caduco. Nelle loro spiegazioni della
Bibbia i padri mescolano e intrecciano le interpretazioni
tipologiche e allegoriche in un modo quasi inestricabile, sempre con
una finalità pastorale e pedagogica. Tutto quanto è scritto, è stato
scritto per la nostra istruzione (cf. 1Cor 10, 11). Persuasi
che si tratti del libro di Dio, quindi inesauribile, i padri credono
di poter interpretare un determinato passo secondo un determinato
schema allegorico, ma ritengono che ognuno è libero di proporre
qualcosa di diverso, purché si rispetti l'analogia della fede.
L'interpretazione allegorica delle Scritture che caratterizza
l'esegesi patristica rischia di disorientare l'uomo moderno, ma
l'esperienza di Chiesa che questa esegesi esprime offre un
contributo sempre utile (cf.
Divino afflante Spiritu, 31-32;
Dei Verbum, 23). I padri insegnano a leggere teologicamente
la Bibbia in seno a una Tradizione vivente con un autentico spirito
cristiano. 3. Ruolo dei diversi membri della Chiesa
nell'interpretazione In quanto date alla Chiesa, le
Scritture sono il tesoro comune di tutto il corpo dei credenti: «La
Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un unico
deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso
tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, resta assiduamente
fedele all'insegnamento degli apostoli…» (Dei
Verbum, 10; cf. anche 21). È vero che la familiarità con il
testo delle Scritture è stato, tra i fedeli, più marcato in certe
epoche della storia della Chiesa che in altre. Ma le Scritture hanno
occupato un posto di primo piano in tutti i momenti importanti del
rinnovamento nella vita della Chiesa, dal movimento monastico dei
primi secoli fino all'epoca recente del concilio Vaticano II.
Questo stesso concilio insegna che tutti i battezzati, quando
partecipano, nella fede in Cristo, alla celebrazione
dell'eucaristia, riconoscono la presenza di Cristo anche nella sua
parola, «giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la
Sacra Scrittura» (Sacrosanctum Concilium, 7). A questo
ascolto della parola essi vengono con a il senso della fede (sensus
fidei) che caratterizza tutto il popolo di Dio. «Grazie a questo
senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di
verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero, al
quale fedelmente si conforma, accoglie non una parola umana ma, qual
è in realtà, la parola di Dio (cf. 1Ts 2, 13); aderisce
indefettibilmente alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi
(cf. Gd 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più
pienamente l'applica nella vita» (Lumen
Gentium, 12). Così, dunque, tutti i membri della
Chiesa hanno un ruolo nell'interpretazione delle Scritture.
Nell'esercizio del loro ministero pastorale, i vescovi, in quanto
successori degli apostoli, sono i primi testimoni e garanti della
tradizione vivente nella quale le Scritture sono interpretate in
ogni epoca. «Questi, illuminati dallo Spirito di verità, devono
custodire fedelmente la Parola di Dio, spiegarla e diffonderla con
la loro predicazione» (Dei
Verbum 9; cf.
Lumen Gentium, 25). In quanto collaboratori dei vescovi, i
sacerdoti hanno come primo dovere la proclamazione della Parola (Presbyterorum
ordinis, 4). Essi sono dotati di un carisma particolare per
l'interpretazione della Scrittura quando, trasmettendo, non le loro
idee personali, ma la parola di Dio, applicano la verità eterna del
vangelo alle circostanze concrete della vita (ibid.). È
compito dei sacerdoti e dei diaconi, soprattutto quando amministrano
i sacramenti, mettere in luce l'unità che Parola e Sacramento
formano nel ministero della Chiesa. In quanto presidenti
della comunità eucaristica ed educatore della fede, i ministri della
Parola hanno come compito principale non semplicemente quello di
fornire un insegnamento, ma di aiutare i fedeli a comprendere e
discernere ciò che la Parola di Dio dice nei loro cuori quando
ascoltano e meditano le Scritture. Così tutta la chiesa locale,
secondo il modello di Israele, popolo di Dio (Es 19, 5-6), diventa
una comunità che sa che Dio le parla (cf. G 6, 45) e fa di tutto per
ascoltarlo con fede, amore e docilità verso la Parola (Dt 6, 4-6).
Tali comunità, che ascoltano veramente, diventano nel loro ambiente,
purché restino sempre unite a tutta la Chiesa nella fede e
nell'amore, ardenti focolai di evangelizzazione e di dialogo, e
anche agenti di trasformazione sociale (Evangelii
Nuntiandi, 57-58; CDF, Istruzione sulla libertà cristiana
e la liberazione, 69-70). Lo Spirito è anche dato,
certamente, ai cristiani individualmente cosicché i loro cuori
possano diventare «ardenti» (cf. Lc 24, 32: quando pregano e fanno
uno studio orante delle Scritture nel contesto della loro vita
personale. Questa è la ragione per cui il concilio Vaticano II ha
chiesto con insistenza che l'accesso alle Scritture sia facilitato
in tutti i modi possibili (Dei
Verbum, 22; 25). Questo genere di lettura, conviene notarlo,
non è mai completamente privato, perché il credente legge e
interpreta sempre la Scrittura nella fede della Chiesa e porta poi
alla comunità il frutto della sua lettura, allo scopo di arricchire
la fede comune. Tutta la tradizione biblica e, in modo più
considerevole, l'insegnamento di Gesù nei vangeli indicano come
ascoltatori privilegiati della Parola di Dio quelli che il mondo
considera gente di umile condizione. Gesù ha riconosciuto che certe
cose tenute nascoste ai sapienti e agli intelligenti sono state
rivelate ai semplici (Mt 11, 25; Lc 10, 21) e che il Regno di Dio
appartiene a quelli che sono come bambini (Mc 10, 14 e par.).
Nella stessa linea, Gesù ha proclamato: «Beati voi, poveri, perché
vostro è il Regno di Dio» (Lc 6, 21; cf. Mt 5, 3). Tra i segni dei
tempi messianici si trova la proclamazione della buona novella ai
poveri (Lc 4, 18; 7, 22; Mt 11, 5; cf. CDF, Istruzione sulla
libertà cristiana e la liberazione, 47-48). Quelli che, nella
loro impotenza nella loro privazione di risorse umane, si trovano
spinti a porre la loro unica speranza in Dio e nella sua giustizia,
hanno una capacità di ascoltare e di interpretare la Parola di Dio,
che dev'essere presa in considerazione da tutta la Chiesa e richiede
anche una risposta livello sociale. Riconoscendo la
diversità dei doni e delle funzioni che lo Spirito mette a servizio
della comunità, in particolare il dono di insegnare (1Cor 12, 28-30;
Rm 12, 6-7; Ef 4, 11-16), la Chiesa accorda la sua stima a coloro
che manifestano una particolare capacità di contribuire alla
costruzione del Corpo di Cristo per la loro competenza
nell'interpretazione della Scrittura (Divino
afflante Spiritu, 46-4, EB 564-565;
Dei Verbum, 23; PCB, Istruzione sulla storicità dei
vangeli; Introd.). Benché i loro studi possano non aver sempre
ricevuto gli incoraggiamenti che ottengono ora, gli esegeti che
mettono il loro sapere al servizio della Chiesa si trovano situati
in una ricca tradizione che si estende dai primi secoli, con Origene
e Girolamo fino ai tempi più recenti, con Padre Lagrange e altri, e
si prolunga fino ai nostri giorni. In particolare, la ricerca del
senso letterale della Scrittura, sul quale ora si insiste tanto,
richiede gli sforzi congiunti di coloro che hanno competenza nel
campo delle lingue antiche, della storia e della cultura, della
critica testuale e dell'analisi delle forme letterarie, e che sanno
usare i metodi della critica scientifica. Oltre a questa attenzione
al testo nel suo contesto storico originale, la Chiesa conta su
esegeti animati dallo stesso Spirito che ha ispirato la Scrittura,
per assicurare che «il più gran numero possibile di ministri della
Parola di Dio siano in grado di procurare effettivamente al popolo
di Dio l'alimento delle Scritture» (Divino
afflante Spiritu, 24; 53-55; EB 551, 567;
Dei Verbum, 23; Paolo VI, Sedula Cura [1971]). Un
motivo di soddisfazione è fornito nel nostro tempo dal numero
crescente di donne esegete, che offrono spesso, nell'interpretazione
della Scrittura, nuovi e penetranti punti di vista e mettono in luce
aspetti che erano stati dimenticati. Se le Scritture, come
abbiamo ricordato sopra, sono un bene di tutta la Chiesa e fanno
parte dell'«eredità della fede» che tutti, pastori e fedeli,
«conservano, professano e mettono in pratica in uno sforzo comune»,
rimane tuttavia vero che «l'ufficio di interpretare autenticamente
la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo
magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome
di Gesù Cristo» (Dei
Verbum, 10). Pertanto, in ultima istanza, è il magistero ad
avere il compito di garantire l'autenticità dell'interpretazione e
di indicare, se il caso lo richiede, che l'una o l'altra
interpretazione particolare è incompatibile con l'autenticità del
vangelo. Adempie questo compito all'interno della koinonia del
Corpo, esprimendo ufficialmente la fede della Chiesa per servire la
Chiesa; consulta a questo scopo teologi, esegeti e altri esperti, di
cui riconosce la legittima libertà e con i quali resta legato da una
relazione reciproca nello scopo comune di «conservare il popolo di
Dio nella verità che rende liberi» (CDF, Istruzione sulla
vocazione ecclesiale del teologo, 21). C.
Compito dell'esegeta Il compito dell'esegeta cattolico ha
molteplici aspetti. È un compito di Chiesa, perché consiste nello
studiare e spiegare la Sacra Scrittura in modo da metterne tutta la
ricchezza a disposizione dei pastori e dei fedeli. Ma è nello stesso
tempo un compito scientifico, che mette l'esegeta cattolico in
rapporto con i suoi colleghi non cattolici e con molti settori della
ricerca scientifica. D'altra parte, questo compito comprende al
tempo stesso il lavoro di ricerca e quello di insegnamento. Sia
l'uno che l'altro portano normalmente alla produzione di
pubblicazioni. 1. Orientamenti principali
Impegnandosi nel loro compito, gli esegeti cattolici devono prendere
in seria considerazione il carattere storico della rivelazione
biblica. Infatti i due Testamenti esprimono in parole umane, che
portano il segno del loro tempo, la rivelazione storica che Dio ha
fatto, in diversi modi, di se stesso e del suo disegno di salvezza.
Di conseguenza, gli esegeti devono far uso del metodo
storico-critico senza però attribuire ad esso l'esclusività. Tutti i
metodi pertinenti di interpretazione dei testi sono abilitati ad
apportare il loro contributo all'esegesi della Bibbia. Nel
loro lavoro di interpretazione, gli esegeti cattolici non devono mai
dimenticare che ciò che interpretano è la Parola di Dio. Il loro
compito non finisce una volta che hanno distinto le fonti, definito
le forme o spiegato i procedimenti letterari. Lo scopo del loro
lavoro è raggiunto solo quando hanno chiarito il significato del
testo biblico come Parola attuale di Dio. A tale scopo, devono
prendere in considerazione le diverse prospettive ermeneutiche che
aiutano a cogliere l'attualità del messaggio biblico e gli
permettono di rispondere ai bisogni dei lettori moderni delle
Scritture. Compito degli esegeti è anche spiegare la portata
cristologica canonica ed ecclesiale degli scritti biblici.
La portata cristologica dei testi biblici non è sempre evidente;
deve essere messa in luce ogni qualvolta sia possibile. Anche se il
Cristo ha stabilito la Nuova Alleanza nel suo sangue, i libri della
Prima Alleanza non hanno perso il loro valore. Assunti nella
proclamazione del vangelo, essi acquistano e manifestano il loro
pieno significato nel «mistero del Cristo» (Ef 3, 4), di cui
illuminano i molteplici aspetti, venendo nello stesso tempo
illuminati da esso. Questi libri, infatti, preparavano il popolo di
Dio alla sua venuta (cf.
Dei Verbum, 14-16). Ogni libro della Bibbia, sebbene
sia stato scritto con uno scopo distinto e abbia un suo specifico
significato, si manifesta portatore di un significato ulteriore
quando diventa parte dell'insieme canonico. Il compito degli esegeti
include perciò la spiegazione dell'affermazione agostiniana: «Novum
Testamentum in Vetere latet, et in Novo Vetus patet» (cf. S.
Agostino, Quaest. in Hept., 2, 73, CSEL 28, III, 3, p. 141).
Gli esegeti devono anche spiegare la relazione che esiste tra la
Bibbia e la Chiesa. La Bibbia ha visto la luce in comunità credenti.
Esprime la fede d'Israele, e poi quella delle comunità cristiane
primitive. Unita alla Tradizione vivente che l'ha preceduta,
l'accompagna ed è da essa nutrita (cf.
Dei Verbum, 21), la Bibbia è lo strumento privilegiato di
cui Dio si serve per guidare, anche ora, la costruzione e la
crescita della Chiesa in quanto popolo di Dio. Inseparabile dalla
dimensione ecclesiale è l'apertura ecumenica. Giacché la Bibbia
esprime un'offerta di salvezza presentata da Dio a tutti gli uomini,
il compito degli esegeti comporta una dimensione universale che
richiede un'attenzione alle altre religioni e alle aspettative del
mondo attuale. 2. Ricerca Il compito esegetico
è troppo vasto per poter essere portato a buon fine nella sua
interezza da un solo individuo. È necessaria una divisione del
lavoro, specialmente per la ricerca, che richiede specialisti in
diversi campi. I possibili inconvenienti della specializzazione
saranno evitati grazie agli sforzi interdisciplinari. È
molto importante per il bene di tutta la Chiesa e per la sua
influenza nel mondo moderno che un numero sufficiente di persone ben
preparate si dedichino alla ricerca nei vari settori della scienza
esegetica. Preoccupati dei bisogni più immediati del ministero, i
vescovi e i superiori religiosi sono spesso tentati di non prendere
abbastanza sul serio la responsabilità che incombe loro di
provvedere a questa necessità fondamentale. Ma una carenza su questo
punto espone la Chiesa a gravi inconvenienti, perché pastori e
fedeli rischiano allora di essere soggetti a una scienza esegetica
estranea alla Chiesa e priva di rapporti con la vita della fede.
Affermando che «lo studio della Sacra Scrittura» dev'essere «come
l'anima della teologia» (Dei
Verbum, 24), il concilio Vaticano II ha mostrato tutta
l'importanza della ricerca esegetica e, nello stessa tempo, ha
ricordato implicitamente agli esegeti cattolici che le loro ricerche
hanno con la teologia un rapporto essenziale, di cui devo no
mostrarsi consapevoli. 3. Insegnamento
L'affermazione del concilio fa anche comprendere il ruolo
fondamentale che assume l'insegnamento dell'esegesi nelle facoltà di
teologia, nei seminari e negli studentati. È ovvio che il livello
degli studi non sarà uniforme in questi diversi istituti. È
auspicabile che l'insegnamento dell'esegesi sia impartito da uomini
e donne. Sarà più tecnico nelle facoltà, mentre conserverà un
orientamento più direttamente pastorale nei seminari; ma non potrà
mai essere privato di una seria dimensione intellettuale. Procedere
diversamente significherebbe mancare di rispetto verso la Parola di
Dio. I professori di esegesi devono comunicare agli studenti
una stima profonda per la Sacra Scrittura, mostrando come essa
meriti uno studio attento e oggettivo, che permetta di apprezzare
meglio il suo valore letterario, storico, sociale e teologico. Non
possono limitarsi a trasmettere una serie di conoscenze da
registrare passivamente ma devono fornire un'iniziazione ai metodi
esegetici, spiegandone le principali operazioni per rendere gli
studenti capaci di giudizio personale. Dato il tempo limitato di cui
si dispone, è opportuno utilizzare alternativamente due modi di
insegnare: da una parte, mediante esposizioni sintetiche che
introducano allo studio di interi libri biblici e non lascino da
parte alcun settore importante dell'Antico Testamento né del Nuovo;
dall'altra, mediante analisi approfondite di testi accuratamente
scelti, che siano nello stesso tempo un'iniziazione alla pratica
esegetica. In entrambi i casi bisogna stare attenti a non essere
unilaterali, cioè a non limitarsi né a un commento spirituale privo
di base storico-critica, né a un commento storico-critico privo di
contenuto dottrinale e spirituale (cf.
Divino afflante Spiritu, EB 551-552; PCB, De Sacra
Scrittura recte docenda, EB 598). L'insegnamento deve mostrare
al tempo stesso il radicamento storico degli scritti biblici, il
loro aspetto di parola personale del Padre celeste che si rivolge
con amore ai suoi figli (cf.
Dei Verbum, 21) e il loro ruolo indispensabile nel ministero
pastorale (cf. 2Tm 3, 16). 4. Pubblicazioni
Come frutto della ricerca e complemento dell'insegnamento, le
pubblicazioni hanno una funzione di grande importanza per il
progresso e la diffusione dell'esegesi. Ai nostri giorni la
pubblicazione non avviene solo attraverso i testi stampati, ma anche
con altri mezzi, più rapidi e più potenti (radio, televisione,
strumenti elettronici), di cui è opportuno imparare a servirsi.
Le pubblicazioni di alto livello scientifico sono lo strumento
principale di dialogo, di discussione e di cooperazione tra i
ricercatori. Grazie ad esse, l'esegesi cattolica può mantenersi in
relazione reciproca con gli altri ambienti della ricerca esegetica,
come con il mondo scientifico in generale. Ci sono poi altre
pubblicazioni che rendono un grandissimo servizio adattandosi a
diverse categorie di lettori, dal pubblico colto fino ai ragazzi del
catechismo, passando per i gruppi biblici, i movimenti apostolici e
le congregazioni religiose. Gli esegeti capaci di compiere una
corretta divulgazione fanno un'opera estremamente utile e feconda,
indispensabile per assicurare agli studi esegetici l'influsso che
devono avere. In questo settore la necessità dell'attualizzazione
del messaggio biblico si fa sentire in modo più pressante. Questo
implica che gli esegeti prendano in considerazione le legittime
esigenze delle persone istruite e colte del nostro tempo e
distinguano chiaramente per loro ciò che dev'essere considerato come
dettaglio secondario condizionato dal tempo, ciò che va interpretato
come linguaggio mitico e ciò che bisogna valutare come senso
proprio, storico e ispirato. Gli scritti biblici non sono stati
composti in una lingua moderna, né nello stile del XX secolo. Le
forme di espressione e i generi letterari che usano nel loro testo
ebraico, aramaico o greco devono essere resi intelligibili agli
uomini e alle donne di oggi, che, diversamente, sarebbero tentati o
di disinteressarsi della Bibbia, o di interpretarla in maniera
semplicistica: letteralistica o fantasiosa. In tutta la
diversità dei suoi compiti, l'esegeta cattolico non ha altro scopo
che il servizio della Parola di Dio. La sua ambizione non è quella
di sostituire ai testi biblici i risultati del suo lavoro, sia che
si tratti della ricostruzione di documenti antichi usati dagli
autori ispirati oppure della presentazione moderna delle ultime
conclusioni della scienza esegetica. Al contrario, la sua ambizione
è di mettere maggiormente in luce gli stessi testi biblici, aiutando
ad apprezzarli meglio e a comprenderli con sempre maggior esattezza
storica e profondità spirituale. D. Rapporti con
le altre discipline teologiche L'esegesi, essendo essa
stessa una disciplina teologica, «fides quaerens intellectum»,
intrattiene con le altre discipline teologiche relazioni strette e
complesse. Da una parte, infatti, la teologia sistematica ha un
influsso sulla precomprensione con la quale gli esegeti affrontano i
testi biblici. Ma, d'altra parte, l'esegesi offre alle altre
discipline teologiche dati che sono per esse fondamentali. Pertanto
tra l'esegesi e le altre discipline si stabiliscono rapporti di
dialogo nel mutuo rispetto della loro specificità. 1.
Teologia e precomprensione dei testi biblici Quando
affrontano i testi biblici, gli esegeti hanno necessariamente una
precomprensione. Nel caso dell'esegesi cattolica, si tratta di una
precomprensione basata su certezze di fede: la Bibbia è un testo
ispirato da Dio e affidato alla Chiesa per suscitare la fede e
guidare la vita cristiana. Queste certezze di fede non arrivano agli
esegeti allo stato bruto, ma dopo essere state elaborate nella
comunità ecclesiale dalla riflessione teologica. Gli esegeti sono
quindi orientati nella loro ricerca dalla riflessione dei teologi
dogmatici sull'ispirazione della Scrittura e sulla funzione di
questa nella vita ecclesiale. Ma, reciprocamente, il lavoro
degli esegeti sui testi ispirati apporta loro un'esperienza di cui i
teologi dogmatici devono tenere conto per meglio chiarire la
teologia dell'ispirazione scritturistica dell'interpretazione
ecclesiale della Bibbia. L'esegesi suscita, in particolare, una
coscienza più viva e più precisa del carattere storico
dell'ispirazione biblica. Essa mostra che il processo
dell'ispirazione è storico, non soltanto perché ha avuto luogo nel
corso della storia d'Israele e della Chiesa primitiva, ma anche
perché si è realizzata con la mediazione di persone umane segnate
ciascuna dalla sua epoca e che, sotto la guida dello Spirito, hanno
avuto una funzione attiva nella vita del popolo di Dio.
D'altronde, l'affermazione teologica dello stretto rapporto tra
Scrittura ispirata e Tradizione della Chiesa è stata confermata e
precisata grazie allo sviluppo degli studi esegetici, che ha portato
gli esegeti a prestare un'attenzione crescente all'influsso del
contesto vitale in cui i testi si sono formati (Sitz im Leben).
2. Esegesi e teologia dogmatica La Sacra Scrittura, senza
essere l'unico locus theologicus, costituisce la base
privilegiata degli studi teologici. Per interpretare la Scrittura
con esattezza scientifica e precisione, i teologi hanno bisogno del
lavoro degli esegeti. Da parte loro, gli esegeti devono orientare le
loro ricerche in modo tale che «lo studio della Sacra Scrittura»
possa effettivamente essere «come l'anima della teologia» (Dei
Verbum, 24). A tale scopo è necessario accordare
un'attenzione particolare al contenuto religioso degli scritti
biblici. Gli esegeti possono aiutare i teologi dogmatici a
evitare due estremi: da una parte, il dualismo, che separa
completamente una verità dottrinale dalla sua espressione
linguistica, considerata priva di importanza; dall'altra, il
fondamentalismo, che, confondendo l'umano col divino, considera come
verità rivelata anche gli aspetti contingenti delle espressioni
umane. Per evitare questi due estremi, è necessario
distinguere senza separare, e accettare perciò una tensione
persistente. La Parola di Dio si è espressa nell'opera di autori
umani. Pensiero e parole sono nello stesso tempo di Dio e dell'uomo,
così che tutto nella Bibbia proviene contemporaneamente da Dio e
dall'autore ispirato. Non ne consegue, tuttavia, che Dio abbia dato
un valore assoluto al condizionamento storico del suo messaggio.
Questo è suscettibile di essere interpretato e attualizzato, cioè di
essere staccato, almeno parzialmente, dal suo condizionamento
storico passato per essere trapiantato nel condizionamento storico
presente. L'esegeta stabilisce le basi di questa operazione, che il
teologo dogmatico continua, prendendo in considerazione gli altri
loci theologici che contribuiscono allo sviluppo del dogma.
3. Esegesi e teologia morale Osservazioni analoghe
possono essere fatte sui rapporti tra esegesi e teologia morale. Ai
racconti concernenti la storia della salvezza la Bibbia unisce
strettamente molteplici istruzioni sulla condotta da tenere:
comandamenti, divieti, prescrizioni giuridiche, esortazioni e
invettive profetiche, consigli dei sapienti. Uno dei compiti
dell'esegesi consiste nel precisare la portata di questo abbondante
materiale e preparare così il lavoro dei teologi moralisti.
Questo compito non è semplice perché spesso i testi biblici non si
preoccupano di distinguere precetti morali universali, prescrizioni
di purità rituale e ordinamenti giuridici particolari. Tutto viene
messo insieme. D'altra parte, la Bibbia riflette un'evoluzione
morale considerevole, che trova il suo compimento nel Nuovo
Testamento. Non basta perciò che una certa posizione in materia di
morale sia attestata nell'Antico Testamento (per es. la pratica
della schiavitù o del divorzio, o quello dello sterminio in caso di
guerra) perché essa continui a essere valida. È necessario un
discernimento che tenga conto del necessario progresso della
coscienza morale. Gli scritti dell'Antico Testamento contengono
elementi «imperfetti e caduchi» (Dei
Verbum, 15), che la pedagogia divina non poteva eliminare
subito. Lo stesso Nuovo Testamento non è di facile interpretazione
nel campo della morale in quanto si esprime spesso in modo
immaginifico o paradossale, o perfino provocatorio, e il rapporto
dei cristiani con la legge giudaica è oggetto di aspre controversie.
I moralisti hanno quindi buone ragioni di porre agli esegeti molti e
importanti interrogativi, che stimoleranno la loro ricerca. In più
di un caso è possibile che la risposta sia che nessun testo biblico
tratta esplicitamente il problema posto. Ma anche allora la
testimonianza della Bibbia, compresa nel suo vigoroso dinamismo
d'insieme, non può mancare di aiutare a definire un orientamento
profondo. Sui punti più importanti resta fondamentale la morale del
decalogo. L'Antico Testamento contiene già i principi e i valori che
guidano un agire pienamente conforme alla dignità della persona
umana, creata «a immagine di Dio» (Gn 1, 27). Il Nuovo Testamento dà
maggior luce a questi principi e valori, grazie alla rivelazione
dell'amore di Dio nel Cristo. 4. Punti di vista diversi e
necessaria interazione Nel suo documento del 1988
sull'interpretazione dei dogmi, la Commissione Teologica
Internazionale ha ricordato che, nei tempi moderni, è scoppiato un
conflitto tra esegesi e teologia dogmatica; essa considera poi i
contributi positivi dell'esegesi moderna per la teologia sistematica
(L'interpretazione dei dogmi; 1988, C. I, 2). Per maggiore
precisione è utile aggiungere che il conflitto è stato causato
dall'esegesi liberale. Tra l'esegesi cattolica e la teologia
dogmatica non c'è stato un conflitto generalizzato, ma soltanto dei
momenti di forte tensione. È vero però che la tensione può
degenerare in conflitto se, da una parte o dall'altra, si
inaspriscono legittime differenze di punti di vista, fino a
trasformarle in irriducibili opposizioni. Infatti, i punti
di vista sono differenti, e devono esserlo. Il compito primario
dell'esegesi è quello di discernere con precisione il significato
dei testi biblici nel loro contesto proprio, cioè nel loro contesto
letterario e storico particolare e poi nel contesto del canone delle
Scritture. Adempiendo questo compito, l'esegeta mette in luce il
senso teologico dei testi, quando essi hanno una portata di questa
natura. Una relazione di continuità è così resa possibile tra
l'esegesi e la riflessione teologica posteriore. Ma il punto di
vista non è lo stesso, perché il compito dell'esegeta è
fondamentalmente storico e descrittivo e si limita
all'interpretazione della Bibbia. Il teologo dogmatico,
invece, compie un'opera speculativa e più sistematica. Per questa
ragione egli si interessa veramente solo ad alcuni testi e ad alcuni
aspetti della Bibbia e, inoltre, prende in considerazione molti
altri dati che non sono biblici, scritti patristici, definizioni
conciliari, altri documenti del magistero, liturgia, come pure i
sistemi filosofici e la situazione culturale, sociale e politica
contemporanea. Il suo compito non è semplicemente quello di
interpretare la Bibbia, ma di tendere a una comprensione pienamente
ponderata della fede cristiana in tutte le sue dimensioni
specialmente nei suoi rapporti decisivi con l'esistenza umana.
A causa del suo orientamento speculativo e sistematico, la teologia
ha spesso ceduto alla tentazione di considerare la Bibbia una
riserva di dicta probantia destinati a confermare tesi
dottrinali. Ai nostri giorni i teologi dogmatici hanno acquisito una
coscienza più viva dell'importanza del contesto letterario e storico
per l'interpretazione corretta dei testi antichi e ricorrono con più
frequenza alla collaborazione degli esegeti. In quanto Parola
di Dio messa per iscritto, la Bibbia ha una ricchezza di significato
che non può essere pienamente colta né imprigionata in nessuna
teologia sistematica. Una delle funzioni principali della Bibbia è
quella di lanciare serie sfide ai sistemi teologi e di ricordare
continuamente l'esistenza di importanti aspetti del rivelazione
divina e della realtà umana che sono stati talora dimenticati o
trascurati negli sforzi della riflessione sistematica. Il
rinnovamento della metodologia esegetica può contribuire a questa
presa di coscienza. Reciprocamente, l'esegesi deve lasciarsi
illuminare dalla ricerca teologica. Questa la stimolerà a porre ai
testi importanti interrogativi e a meglio scoprire tutta la loro
portata e la loro fecondità. Lo studio scientifico della Bibbia non
può prescindere dalla ricerca teologica, né dall'esperienza
spirituale e dal discernimento della Chiesa. L'esegesi produce i
suoi migliori frutti quando si effettua nel contesto della fede viva
della comunità cristiana, orientata verso la salvezza del mondo
intero. IV INTERPRETAZIONE
DELLA BIBBIA NELLA VITA DELLA CHIESA
L'interpretazione della Bibbia, anche se compito particolare degli
esegeti, non è tuttavia loro monopolio poiché essa comporta nella
Chiesa, degli aspetti che vanno al di là dell'analisi scientifica
dei testi. La Chiesa, infatti, non considera la Bibbia semplicemente
un insieme di documenti storici concernenti le sue origini;
l'accoglie come Parola di Dio che si rivolge ad essa, e al mondo
intero nel tempo presente. Questa convinzione di fede ha come
conseguenza uno sforzo di attualizzazione e di inculturazione del
messaggio biblico, come pure l'elaborazione di diversi modi di uso
di testi ispirati, nella liturgia, nella lectio divina, nel
ministero pastorale e nel movimento ecumenico.
A. Attualizzazione Già all'interno stesso della Bibbia,
come abbiamo osservato nel capitolo precedente, si può notare la
pratica dell'attualizzazione: i testi più antichi sono stati riletti
alla luce di circostanze nuove e applicati alla situazione presente
del popolo di Dio. L'attualizzazione, basata sulle stesse
convinzioni, continua necessariamente a essere praticata nelle
comunità credenti. 1. Principi I principi che
fondano la pratica dell'attualizzazione sono i seguenti:
L'attualizzazione è possibile, perché il testo biblico, per la su
pienezza di significato, ha valore per tutte le epoche e tutte le
culture (cf. Is 40, 8; 66, 18-21; Mt 28, 19-20). Il messaggio
biblico può al tempo stesso relativizzare e fecondare i sistemi di
valori e le norme di comportamento di ogni generazione.
L'attualizzazione è necessaria, perché, anche se il loro messaggio
ha valore duraturo, i testi della Bibbia sono stati redatti in
funzione di circostanze passate e in un linguaggio condizionato da
epoche diverse. Per manifestare la portata che hanno per gli uomini
e le donne di oggi, è necessario applicare il loro messaggio alle
circostanze presenti ed esprimerlo in un linguaggio adattato al
tempo attuale. Ciò presuppone uno sforzo ermeneutico che miri a
discernere attraverso il condizionamento storico i punti essenziali
del messaggio. L'attualizzazione deve costantemente tener
conto dei complessi rapporti che esistono, nella Bibbia cristiana,
tra il Nuovo Testamento e l'Antico, per il fatto che il Nuovo si
presenta al tempo stesso come compimento e superamento dell'Antico.
L'attualizzazione si effettua in conformità con l'unità dinamica
così costituita. L'attualizzazione si realizza grazie al
dinamismo della tradizione vivente della comunità di fede. Questa si
situa esplicitamente nel prolungamento delle comunità in cui la
Scrittura è nata, è stata conservata e trasmessa.
Nell'attualizzazione la tradizione adempie un duplice ruolo:
procura, da una parte, una protezione contro le interpretazioni
aberranti e assicura, dall'altra, la trasmissione del dinamismo
originale. Attualizzazione non significa dunque
manipolazione dei testi. Non si tratta di proiettare sugli scritti
biblici opinioni o ideologie nuove, ma di ricercare con sincerità la
luce che essi contengono per il tempo presente. Il testo della
Bibbia ha autorità in tutti i tempi sulla Chiesa cristiana e, anche
se sono passati parecchi secoli dal tempo della sua composizione,
conserva il suo ruolo di guida privilegiata che non può essere
manipolata. Il magistero della Chiesa «non è al di sopra della
Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato
trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello
Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e
fedelmente la espone» (Dei
Verbum, 10). 2. Metodi Partendo da
questi principi, si possono utilizzare diversi metodi di
attualizzazione. L'attualizzazione, praticata già
all'interno della Bibbia, è proseguita poi nella Tradizione giudaica
per mezzo di procedimenti che si possono osservare nei targumim
e nei midrashim: ricerca di passi paralleli (gezerah
shawah), modifiche nella lettura del testo (‘al tiqrey),
adozione di un secondo significato (tartey mishma'), ecc.
Da parte loro, i Padri della Chiesa hanno fatto ricorso alla
tipologia e all'allegoria per attualizzare i testi biblici in modo
adatto alla situazione dei cristiani del loro tempo. Nel nostro
tempo l'attualizzazione deve tener conto dell'evoluzione della
mentalità e dello sviluppo dei metodi di interpretazione.
L'attualizzazione presuppone una corretta esegesi del testo, che ne
determini il senso letterale. Se la persona che attualizza non ha
personalmente una formazione esegetica, deve ricorrere a buone guide
di lettura che permettano di ben orientare l'interpretazione.
Per portare a buon fine l'attualizzazione, l'interpretazione della
Scrittura mediante la Scrittura è il metodo più sicuro e più
fecondo, specialmente nel caso dei testi dell'Antico Testamento che
sono stati riletti nell'Antico Testamento stesso (per es. la manna
di Es 16 in Sap 16, 20-29) e/o nel Nuovo Testamento (Gv 6).
L'attualizzazione di un testo biblico nell'esistenza cristiana non
può realizzarsi correttamente se manca la relazione con il mistero
di Cristo e della Chiesa. Non sarebbe normale, per esempio, proporre
ai cristiani, come modelli per una lotta di liberazione, unicamente
episodi dell'Antico Testamento (Esodo, 1-2; Maccabei).
L'operazione ermeneutica, ispirata da filosofie ermeneutiche,
comporta quindi tre tappe: 1) ascoltare la Parola a partire dalla
situazione presente; 2) discernere gli aspetti della situazione
presente che il testo biblico illumina o mette in discussione; 3)
trarre dalla pienezza di significato del testo biblico gli elementi
suscettibili di far evolvere la situazione presente in maniera
feconda, conforme alla volontà salvifica di Dio in Cristo.
Grazie all'attualizzazione, la Bibbia chiarisce molti problemi
attuali, per esempio: la questione dei ministeri, la dimensione
comunitaria della Chiesa, l'opzione preferenziale per i poveri, la
teologi della liberazione, la condizione della donna.
L'attualizzazione può anche essere attenta ai valori sempre più
sentiti dalla coscienza moderna, come i diritti della persona, la
protezione della vita umana la preservazione dell'ambiente naturale,
l'aspirazione alla pace universale. 3. Limiti
Per restare in accordo con la verità salvifica espressa nella
Bibbia, l'attualizzazione deve rispettare certi limiti e guardarsi
da possibili deviazioni. Benché ogni lettura della Bibbia
sia necessariamente selettive sono da evitare le letture
tendenziose, cioè quelle che, invece di essere docili al testo, non
fanno che utilizzarlo per i loro fini limitati (come nel caso
dell'attualizzazione fatta da alcune sette, per esempio i Testimoni
di Geova). L'attualizzazione perde ogni validità se si basa
su principi teorici che sono in disaccordo con gli orientamenti
fondamentali della Bibbia, come, ad esempio, il razionalismo opposto
alla fede o materialismo ateo. Va evidentemente condannata
anche ogni attualizzazione orientata in senso contrario alla
giustizia e alla carità evangelica; ad esempio quelle che vorrebbero
basare sui testi biblici la segregazione razziale, l'antisemitismo o
il sessismo, sia esso maschile o femminile. Un'attenzione
particolare è necessaria, secondo lo spirito del concilio Vaticano
II (Nostra
aetate, 4), per evitare assolutamente attualizzare alcuni
testi del Nuovo Testamento in un senso che potrebbe provocare o
rafforzare atteggiamenti ostili nei riguardi de ebrei. Gli eventi
tragici del passato devono, al contrario, spingere a ricordare senza
posa che, secondo il Nuovo Testamento, gli ebrei restano «amati» da
Dio, «perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,
28-29). Le deviazioni saranno evitate se l'attualizzazione
parte da una corretta interpretazione del testo e si effettua nella
corrente Tradizione vivente, sotto la guida del magistero della
Chiesa. Ad ogni modo, i rischi di deviazione non possono
costituire un'obiezione valida contro l'adempimento di un compito
necessario, quello di far pervenire il messaggio della Bibbia fino
alle chiese al cuore delle nostre generazioni.
B. Inculturazione Allo sforzo di attualizzazione, che
consente alla Bibbia di conservare la sua fecondità anche attraverso
i mutamenti dei tempi corrisponde, per la diversità dei luoghi, lo
sforzo di inculturazione che assicura il radicamento del messaggio
biblico nei terreni più diversi. Questa diversità non è del resto
mai totale. Ogni autentica cultura, infatti, è portatrice, a suo
modo, di valori universali fondati da Dio. Il fondamento
teologico dell'inculturazione è la convinzione fede che la Parola di
Dio trascende le culture nelle quali è stata espressa e ha la
capacità di propagarsi nelle altre culture, in modo da raggiungere
tutte le persone umane nel contesto culturale cui vivono. Questa
convinzione deriva dalla Bibbia stessa, che, fin dal libro della
Genesi, assume un orientamento universale (Gn 1, 27-28), lo mantiene
poi nella benedizione promessa a tutti i popoli grazie ad Abramo e
alla sua discendenza (Gn 12.3; Gv 18, 18) e lo conferma
definitivamente estendendo a «tutte le nazioni» l'evangelizzazione
cristiana (Mt 28, 18-20; Rm 4, 16-17; Ef 3, 6). La prima
tappa dell'inculturazione consiste nel tradurre in un'altra lingua
la Scrittura ispirata. Questa tappa ha avuto inizio fin dai tempi
dell'Antico Testamento quando il testo ebraico della Bibbia fu
tradotto oralmente in aramaico (Ne 8, 8.12) e, più tardi, per
iscritto in greco. Una traduzione infatti è sempre qualcosa di più
di una semplice trascrizione del testo originale. Il passaggio da
una lingua a un'altra comporta necessariamente un cambiamento di
contesto culturale: i concetti non sono identici e la portata dei
simboli è differente, perché mettono in rapporto con altre
tradizioni di pensiero e altri modi di vivere. Il Nuovo
Testamento, scritto in greco, è segnato tutto quanto da un dinamismo
di inculturazione, perché traspone nella cultura
giudaico-ellenistica il messaggio palestinese di Gesù, manifestando
con ciò una chiara volontà di superare i limiti di un ambiente
culturale unico. La traduzione dei testi biblici, tappa
fondamentale, non può però essere sufficiente ad assicurare una vera
inculturazione. Questa deve costituirsi grazie a un'interpretazione
che metta il messaggio biblico in rapporto più esplicito con i modi
di sentire, di pensare, di vivere e di esprimersi propri della
cultura locale. Dall'interpretazione si passa poi ad altre tappe
dell'inculturazione, che portano alla formazione di una cultura
locale cristiana, che si estende a tutte le dimensioni
dell'esistenza (preghiera, lavoro, vita sociale, costumi,
legislazione, scienza e arte, riflessione filosofica e teologica).
La Parola di Dio è infatti un seme che trae dalla terra in cui si
trova gli elementi utili alla sua crescita e alla sua fecondità (cf.
Ad Gentes, 22). Di conseguenza, i cristiani devono cercare
di discernere «quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai
popoli; ma nello stesso tempo devono tentare di illuminare queste
ricchezze alla luce del vangelo, di liberarle e di riferirle al
dominio di Dio salvatore» (Ad
Gentes, 11). Non si tratta, come si vede, di un
processo a senso unico, ma di una «reciproca fecondazione». Da una
parte le ricchezze contenute nelle diverse culture permettono alla
Parola di Dio di produrre nuovi frutti e, dall'altra, la luce della
Parola di Dio permette di operare una scelta in ciò che le culture
apportano, per rigettare gli elementi nocivi e favorire lo sviluppo
di quelli validi. La piena fedeltà alla persona di Cristo, al
dinamismo del suo mistero pasquale e al suo amore per la Chiesa fa
evitare due false soluzioni: quella dell'“adattamento” superficiale
del messaggio e quella della confusione sincretista (cf.
Ad Gentes, 22). Nell'Oriente e nell'Occidente
cristiano l'inculturazione della Bibbia si è effettuata fin dai
primi secoli e ha manifestato una grande fecondità. Non può,
tuttavia, mai essere considerata conclusa; al contrario, deve essere
ripresa costantemente, in rapporto con la continua evoluzione delle
culture. Nei paesi di più recente evangelizzazione il problema si
pone in termini diversi. I missionari, infatti, portano
inevitabilmente la Parola di Dio nella forma in cui si è inculturata
nel loro paese di origine. È necessario che le nuove chiese locali
compiano sforzi enormi per passare da questa forma straniera di
inculturazione della Bibbia a un'altra forma, che corrisponda alla
cultura del proprio paese. C. Uso della Bibbia
1. Nella liturgia Fin dagli inizi della Chiesa, la
lettura delle Scritture è stata considerata parte integrante della
liturgia cristiana, erede in parte della liturgia sinagogale. Ancora
oggi i cristiani entrano in contatto con le Scritture soprattutto
attraverso la liturgia, in particolare in occasione della
celebrazione eucaristica della domenica. In linea di
massima, la liturgia, e specialmente la liturgia sacramentale, di
cui la celebrazione eucaristica è il vertice, realizza
l'attualizzazione perfetta dei testi biblici, perché ne situa la
proclamazione in seno alla comunità dei credenti riuniti intorno a
Cristo per avvicinarsi a Dio. Cristo è allora «presente nella sua
Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la
Sacra Scrittura» (Sacrosanctum
Concilium, 7). Il testo scritto diventa così nuovamente
parola viva. La riforma liturgica decisa dal concilio
Vaticano II si è sforzata di presentare ai cattolici un più ricco
nutrimento biblico. I tre cicli di letture delle messe domenicali
accordano un posto privilegiato ai vangeli, in modo da mettere bene
in evidenza il mistero del Cristo come principio della nostra
salvezza. Mettendo regolarmente un testo dell'Antico Testamento in
rapporto con il testo del vangelo, questo ciclo suggerisce spesso
per l'interpretazione scritturistica le vie della tipologia. Questa,
si sa, non è la sola lettura possibile. L'omelia, che
attualizza più esplicitamente la Parola di Dio, fa parte integrante
della liturgia. Ne riparleremo più avanti, a proposito del ministero
pastorale. Il lezionario, nato dalle direttive del concilio (Sacrosanctum
Concilium, 35), doveva permettere una lettura della Sacra
Scritture «più abbondante, più varia e più adatta». Nel suo stato
attuale esso risponde solo in parte a questo orientamento. Tuttavia
la sua esistenza ha avuto felici effetti ecumenici. In alcuni paesi
ha fatto anche misurare la mancanza di familiarità dei cattolici con
la Scrittura. La liturgia della Parola è un elemento
decisivo nella celebrazione di ciascun sacramento della Chiesa. Non
consiste solo in un semplice successione di letture, ma deve
comportare anche dei tempi di silenzio e di preghiera. Questa
liturgia, in particolare la liturgia delle ore, attinge dal libro
dei Salmi per far pregare la comunità cristiana. Inni e preghiere
sono tutte impregnate del linguaggio biblico e del suo simbolismo.
Ciò dimostra quanto sia necessario che la partecipazione alla
liturgia sia preparata e accompagnata da una pratica della lettura
della Bibbia. Se nelle letture «Dio rivolge la parola al suo
popolo» (Missale Romanum, n. 35), la liturgia della Parola
esige una grande cura sia per la proclamazione delle letture che per
la loro interpretazione. È quindi auspicabile che la formazione dei
futuri presidenti di assemblee e dei loro collaboratori tenga conto
delle esigenze di una liturgia della Parola di Dio fortemente
rinnovata. Così, grazie agli sforzi di tutti, la Chiesa proseguirà
la missione che le è stata affidata «di nutrirsi del pane di vita
dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di
porgerlo ai fedeli» (Dei
Verbum, 21). 2. Lectio divina La
lectio divina è una lettura, individuale o comunitaria, di un
passo più o meno lungo della Scrittura accolta come Parola di Dio e
che si sviluppa sotto lo stimolo dello Spirito in meditazione,
preghiera e contemplazione. La preoccupazione di una lettura
regolare, anche quotidiana, della Scrittura corrisponde a una
pratica antica della Chiesa. Come pratica collettiva, è attestata
nel III secolo, all'epoca di Origene; questi faceva l'omelia a
partire da un testo della Scrittura letto in modo continuato durante
la settimana. Esistevano allora assemblee quotidiane dedicate alla
lettura e alla spiegazione della Scrittura. Questa pratica, in
seguito abbandonata, non incontrava sempre un grande successo presso
i cristiani (cf. Origene, Hom. Gen., X, 1). La
lectio divina come pratica soprattutto individuale è attestata
nell'ambiente monastico dei primi tempi. Nel nostro tempo
un'Istruzione della Commissione Biblica approvata dal papa Pio XII
l'ha raccomandata a tutti i chierici, secolari e religiosi (De
Scriptura Sacra, 1950; EB 592). L'insistenza sulla lectio
divina sotto il suo duplice aspetto, comunitario e individuale,
è quindi diventata nuovamente attuale. Lo scopo inteso è quello di
suscitare e alimentare «un amore effettivo e costante» per la Sacra
Scrittura, fonte di vita interiore e di fecondità apostolica (EB 591
e 567), di favorire anche una migliore comprensione della liturgia e
di assicurare alla Bibbia un posto più importante negli studi
teologici e nella preghiera. La costituzione conciliare
Dei Verbum (n. 25) insiste ugualmente su una lettura assidua
delle Scritture per i sacerdoti e i religiosi. Inoltre, ed è questa
una novità, invita tutti «i fedeli di Cristo» ad apprendere «la
sublime conoscenza di Gesù Cristo» (Fil 3, 8). Vengono proposti
diversi mezzi. Accanto a una lettura individuale, viene suggerita
una lettura in gruppo. Il testo conciliare sottolinea che la lettura
della Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, poiché
questa è la risposta alla Parola di Dio incontrata nella Scrittura
sotto l'ispirazione dello Spirito. Nel popolo cristiano sono state
intraprese numerose iniziative per una lettura comunitaria e non si
può che incoraggiare questo desiderio di una migliore conoscenza di
Dio e del suo disegno di salvezza in Gesù Cristo attraverso le
Scritture. 3. Nel ministero pastorale Il
ricorso frequente alla Bibbia nel ministero pastorale, raccomandato
dalla
Dei Verbum (n. 24), assume forme diverse a seconda del tipo
di ermeneutica di cui si servono i pastori e che i fedeli possono
comprendere. Si possono distinguere tre situazioni principali: la
catechesi, la predicazione e l'apostolato biblico. Intervengono
numerosi fattori, in rapporto con il livello generale di vita
cristiana. La spiegazione della Parola di Dio nella
catechesi –Sacrosanctum
Concilium, 35;
Direttorio Generale della Catechesi, 1971, 16– ha come fonte
primaria la Sacra Scrittura, che, spiegata nel contesto della
Tradizione, fornisce il punto di partenza, il fondamento e la norma
dell'insegnamento catechetico. Uno degli scopi della catechesi
dovrebbe essere quello di introdurre a una retta comprensione della
Bibbia e alla sua lettura fruttuosa, che permetta di scoprire la
verità divina che essa contiene e che susciti una risposta, la più
generosa possibile, al messaggio che Dio rivolge attraverso la sua
Parola all'umanità. La catechesi deve partire dal contesto
storico della rivelazione divina per presentare personaggi e
avvenimenti dell'Antico Testamento e del Nuovo alla luce del disegno
di Dio. Per passare dal testo biblico al suo significato di
salvezza per il tempo presente, si utilizzano procedimenti
ermeneutici diversi, che producono vari tipi di commenti. La
fecondità della catechesi dipende dal valore dell'ermeneutica usata.
C'è il pericolo di limitarsi a un commento superficiale, che si
fermi a una considerazione cronologica della successione degli
eventi e dei personaggi. La catechesi, evidentemente, non
può sfruttare che una piccola parte dei testi biblici. In generale,
usa soprattutto i racconti, sia del Nuovo che dell'Antico
Testamento. Insiste sul decalogo. Dev'essere attenta a usare
ugualmente gli oracoli dei profeti, l'insegnamento sapienziale e i
grandi discorsi evangelici come quello della montagna. La
presentazione dei vangeli deve avvenire in modo da provocare un
incontro con Cristo, che dà la chiave di tutta la rivelazione
biblica e trasmette l'appello di Dio, al quale ciascuno deve
rispondere. La parola dei profeti e quella dei «ministri della
parola» (Lc 1, 2) deve apparire come rivolta ora ai cristiani.
Osservazioni analoghe si applicano al ministero della predicazione,
che deve trarre dai testi antichi un nutrimento spirituale adatto ai
bisogni attuali della comunità cristiana. Attualmente,
questo ministero si esercita soprattutto alla fine della prima parte
della celebrazione eucaristica, con l'omelia che segue la
proclamazione della Parola di Dio. La spiegazione che viene
data dei testi biblici nel corso dell'omelia non può entrare in
molti dettagli. Conviene perciò mettere in luce i contributi
principali di questi testi, quelli che sono più illuminanti per la
fede e i più stimolanti per il progresso della vita cristiana,
comunitaria o personale. Presentando questi contributi, bisogna fare
opera di attualizzazione e di inculturazione, come è stato detto
sopra. A questo scopo sono necessari validi principi ermeneutici.
Una mancanza di preparazione in questo campo ha come conseguenza la
tentazione a rinunciare ad approfondire le letture bibliche e che ci
si limiti a moraleggiare o a parlare di questioni attuali, senza
illuminarle con la luce della Parola di Dio. In diversi
paesi sono state realizzate pubblicazioni, con l'aiuto di esegeti,
per aiutare i responsabili pastorali a interpretare correttamente le
letture bibliche della liturgia e ad attualizzarle in mo valido. È
auspicabile che simili sforzi abbiano una sempre maggiore
diffusione. Va certamente evitata un'insistenza unilaterale
sugli obblighi che si impongono ai credenti. Il messaggio biblico
deve conservare il suo carattere principale di buona novella della
salvezza offerta Dio. La predicazione farà opera più utile e più
conforme alla bibbia se aiuta prima di tutto i fedeli a «conoscere
il dono di Dio» (Gv 4, 10), così com'è rivelato nella Scrittura, e a
comprendere modo positivo le esigenze che ne derivano.
L'apostolato biblico ha l'obiettivo di far conoscere la Bibbia come
Parola di Dio e fonte di vita. In primo luogo, favorisce la
traduzione della Bibbia nelle lingue più diverse e la diffusione di
queste traduzioni. Suscita e sostiene numerose iniziative:
formazione di gruppi biblici, conferenze sulla Bibbia, settimane
bibliche, pubblicazione di riviste e di libri, ecc. Un
importante contributo viene offerto dalle associazioni e movimenti
ecclesiali che mettono al primo posto la lettura d Bibbia in una
prospettiva di fede e di impegno cristiano. Numerose “comunità di
base” centrano le loro riunioni sulla Bibbia e propongono un
triplice obiettivo: conoscere la Bibbia, costruire la comunità e
servire il popolo. Anche qui l'aiuto degli esegeti è utile per
evitare attualizzazioni poco fondate. Ma è motivo di gioia vedere la
Bibbia presa in mano da gente umile e povera, che può fornire alla
sua interpretazione e alla sua attualizzazione una luce più
penetrante, dal punto di vista spirituale ed esistenziale, di quelli
che viene da una scienza sicura di se stessa (cf. Mt 11, 25).
L'importanza sempre crescente dei mezzi di comunicazione di massa (mass-media),
stampa, radio, televisione, esige che l'annuncio della Parola di Dio
e la conoscenza della Bibbia siano propagati attivamente con questi
strumenti. Gli aspetti molto particolari di questi ultimi e, d'altra
parte, la loro influenza su un pubblico vasto richiedono per la loro
utilizzazione una preparazione specifica che permetta di evitare
pietose improvvisazioni, nonché effetti spettacolari di cattivo
gusto. Che si tratti di catechesi, di predicazione o di
apostolato biblico, il testo della Bibbia dev'essere presentato
sempre con il rispetto che merita. 4. Nell'ecumenismo
Se l'ecumenismo, in quanto movimento specifico e organizzato è
relativamente recente, l'idea dell'unità del popolo di Dio, che
questo movimento si propone di restaurare, è profondamente radicata
nella Scrittura. Un tale obiettivo era la preoccupazione costante
del Signore (Gv 10, 16; 17, 11.20-33). Esso suppone l'unione dei
cristiani nella fede, nella speranza e nella carità (Ef 4, 2-5), nel
rispetto reciproco (Fil 2, 1-5) e nella solidarietà (1Cor 12, 14-27;
Rm 12, 4-5), ma anche e soprattutto l'unione organica a Cristo, come
tralcio alla vite (Gv 15, 4-5), o le membra al capo (Ef 1, 22-23; 4,
12-16). Questa unione dev'essere perfetta, a immagine di quella del
Padre e del Figlio (Gv 17, 11-22). La Scrittura ne definisce il
fondamento teologico (Ef 4, 4-6; Gal 3, 27-28). La prima comunità
apostolica ne è un modello concreto e vivo (At 2, 44; 4, 32).
La maggior parte dei problemi che affronta il dialogo ecumenico ha
un rapporto con l'interpretazione dei testi biblici. Alcuni di
questi problemi sono di ordine teologico: l'escatologia, la
struttura della Chiesa, il primato e la collegialità, il matrimonio
e il divorzio, l'attribuzione del sacerdozio ministeriale alle
donne, ecc. Altri sono di ordine canonico e giurisdizionale;
riguardano l'amministrazione della Chiesa universale e delle chiese
locali. Altri, infine, sono di ordine strettamente biblico: la lista
dei libri canonici, alcuni problemi ermeneutici, ecc.
L'esegesi biblica, anche se non può avere la pretesa di risolvere da
sola tutti questi problemi, è chiamata a dare all'ecumenismo un
contributo importante. Progressi notevoli si sono già registrati.
Grazie all'adozione degli stessi metodi e di analoghe finalità
ermeneutiche, gli esegeti di diverse confessioni cristiane sono
arrivati a una grande convergenza nell'interpretazione delle
Scritture, come mostrano i testi e le note di molte traduzioni
ecumeniche della Bibbia, nonché altre pubblicazioni. È
opportuno, d'altra parte, riconoscere che, su alcuni punti
particolari, le divergenze nell'interpretazione delle Scritture sono
spesso stimolanti e possono rivelarsi complementari e fruttuose.
Tale è il caso quando esse esprimono i valori delle tradizioni
particolari di diverse comunità cristiane e traducono così i
molteplici aspetti del mistero di Cristo. Poiché la Bibbia è
la base comune della regola di fede, l'imperativo ecumenico
comporta, per tutti i cristiani, un pressante appello a rileggere i
testi ispirati, nella docilità allo Spirito Santo, nella carità,
nella sincerità e nell'umiltà, a meditare questi testi e a viverli,
in modo da giungere alla conversione del cuore e alla santità di
vita, che, insieme alla preghiera per l'unità dei cristiani, sono
l'anima di tutto il movimento ecumenico (cf.
Unitatis Redintegratio, 8). Bisognerebbe perciò rendere
accessibile al maggior numero possibile di cristiani l'acquisizione
della Bibbia, incoraggiare le traduzioni ecumeniche, un testo
comune, infatti, aiuta a una lettura e a una comprensione comuni,
promuovere gruppi di preghiera ecumenici al fine di contribuire,
attraverso una testimonianza autentica e vivente, alla realizzazione
dell'unità nella diversità (cf. Rm 12, 4-5).
CONCLUSIONE Da quanto è stato detto nel corso di questa
lunga esposizione, che tuttavia rimane troppo breve su molti punti,
la prima conclusione che emerge è che l'esegesi biblica adempie,
nella chiesa e nel mondo, a un compito indispensabile. Voler fare a
meno di essa per comprendere la Bibbia sarebbe un'illusione e
dimostrerebbe una mancanza di rispetto per la Scrittura ispirata.
I fondamentalisti, pretendendo di ridurre gli esegeti al ruolo di
traduttori (ignorando che tradurre la Bibbia significa già fare
opera di esegesi) e rifiutando di seguirli più avanti nei loro
studi, si rendono conto che, per un'encomiabile preoccupazione di
piena fedeltà alla Parola di Dio, si incamminano in realtà su strade
che li allontanano dal senso esatto dei testi biblici, come anche
dalla piena accettazione delle conseguenze dell'Incarnazione. La
Parola eterna si è incarnata in un momento preciso della storia, in
un ambiente sociale e culturale ben determinato. Chi desidera
ascolta deve umilmente cercarla là dove essa si è resa percettibile,
accettando il necessario aiuto del sapere umano. Per parlare agli
uomini e alle donne, fin dal tempo dell'Antico Testamento, Dio ha
sfruttato tutte le possibilità del linguaggio umano, ma nello stesso
tempo ha dovuto sottomettere la sua Parola a tutti i condizionamenti
di questo linguaggio. Il vero rispetto per la Scrittura ispirata
esige che si compiano tutti gli sforzi necessari perché si possa
cogliere bene il suo significato. Certo, non è possibile che ogni
cristiano faccia personalmente le ricerche di ogni tipo che
consentano di meglio comprendere i testi biblici. Questo compito è
affidato agli esegeti, responsabili, in questo settore, del bene di
tutti. Una seconda conclusione è che la natura stessa dei
testi biblici esige che, per interpretarli, si continui a usare il
metodo storico-critico, almeno nella sue operazioni principali. La
Bibbia, infatti, non si presenta come una rivelazione diretta di
verità atemporali, bensì come l'attestazione scritta di una serie di
interventi attraverso i quali Dio si rivela nella storia umana.
Diversamente da molte dottrine sacre di altre religioni, il
messaggio biblico è solidamente radicato nella storia. Ne consegue
che gli scritti biblici non possono essere compresi correttamente
senza un esame del loro condizionamento storico. Le ricerche
“diacroniche” saranno sempre indispensabili all'esegesi. Gli
approcci “sincronici”, qualunque sia il loro interesse, non sono in
grado di sostituirle. Per funzionare in modo fecondo, devono prima
accettarne le conclusioni, almeno nelle loro grandi linee.
Ma, una volta adempiuta questa condizione, gli approcci sincronici
(retorico, narrativo, semiotico e altri) possono rinnovare in parte
l'esegesi e fornire un contributo molto utile. Il metodo
storico-critico, infatti, non può pretendere di avere il monopolio,
ma deve prendere coscienza dei suoi limiti, come pure dei pericoli
cui può andare incontro. I recenti sviluppi delle ermeneutiche
filosofiche e, d'altra parte, le osservazioni che abbiamo potuto
fare sull'interpretazione nella tradizione biblica e nella
tradizione della Chiesa hanno messo in luce vari aspetti del
problema dell'interpretazione che il metodo storico-critico tendeva
a ignorare. Preoccupato infatti di fissare bene il significato dei
testi situandoli nel loro contesto storico di origine, questo metodo
si mostra talvolta insufficientemente attento all'aspetto dinamico
del significato e alle sue possibilità di sviluppo. Quando non
arriva fino allo studio della redazione, ma si concentra unicamente
sui problemi delle fonti e della stratificazione dei testi, esso non
adempie completamente al compito esegetico. Per fedeltà alla
grande Tradizione, di cui la Bibbia stessa è testimone, l'esegesi
cattolica deve evitare per quanto possibile questo genere di
deformazione professionale e mantenere la sua identità di disciplina
teologica, il cui scopo principale è l'approfondimento della fede.
Questo non significa un minore impegno nella ricerca scientifica più
rigorosa, né la deformazione dei metodi a causa di preoccupazioni
apologetiche. Ogni settore della ricerca (critica testuale, studi
linguistici, analisi letterarie, ecc.) ha le sue proprie regole, che
deve seguire in piena autonomia. Ma nessuna di queste specialità è
fine a se stessa. Nell'organizzazione d'insieme del compito
esegetico, l'orientamento verso lo scopo principale deve restare
effettivo e fare evitare dispersioni di energie. L'esegesi cattolica
non ha il diritto di somigliare a un corso d'acqua che si perde
nelle sabbie di un'analisi ipercritica. Adempie, nella Chiesa e nel
mondo, una funzione vitale: quella di contribuire a una trasmissione
più autentica del contenuto della Scrittura ispirata.
Proprio a questo scopo tendono gli sforzi dell'esegesi cattolica, in
stretta connessione col rinnovamento delle altre discipline
teologiche e col lavoro pastorale di attualizzazione e di
inculturazione della Parola di Dio. Esaminando la problematica
attuale ed esprimendo alcune riflessioni in proposito, la presente
esposizione spera di aver facilitato, da parte di tutti, una presa
di coscienza più chiara del ruolo degli esegeti cattolici.
Roma, 15 aprile 1993.
NOTE
[1] Per «metodo» esegetico intendiamo un insieme di procedimenti
scientifici messi in opera per spiegare i testi Parliamo di «approccio»
quando si tratta di una ricerca orientata secondo un punto di vista
particolare.
[2] Il testo di
quest'ultimo capoverso ha ricevuto 11 voti favorevoli su 19 votanti; 4
hanno votato contro e 4 si sono astenuti. Quelli che hanno votato contro
hanno chiesto che il risultato della votazione fosse pubblicato con il
testo. La Commissione si è impegnata a farlo.
[3] L'ermeneutica della
parola sviluppata da Gerhard Ebeling ed Ernst Fuchs parte da un altro
approccio e appartiene a un altro campo di pensiero. Si tratta di una
teologia ermeneutica più che di una filosofia ermeneutica. Ebeling
concorda tuttavia con autori come Bultmann e Ricoeur nell'affermare che
la Parola di Dio trova il suo pieno significato solo congiungendosi con
coloro ai quali essa si rivolge.
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