The Holy See
back up
Search
riga

CONVEGNO INTERNAZIONALE "CRISTO-CHIESA-UOMO:
IL VATICANO II NEL PONTIFICATO DI GIOVANNI PAOLO II"

DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO DI SUA SANTITÀ

Roma, Seraphicum
Martedì, 28 ottobre 2008

    

 

Signori Cardinali,
cari Confratelli Vescovi e Sacerdoti,
reverendo Padre Rettore e docenti del Seraphicum,
cari studenti,
gentili Signore e Signori!

1. Il Vescovo Wojtyła presente al Concilio Vaticano II

E’ con grande piacere che prendo la parola, all’inizio di questo Convegno internazionale di studio che ha per tema: “Cristo – Chiesa – Uomo: il Vaticano II nel pontificato di Giovanni Paolo II ”. Il 16 ottobre scorso, proprio nel giorno e l’ora in cui 30 anni fa veniva eletto Pontefice il Cardinale Karol Wojtyła, è stato proiettato alla presenza del Papa, nell’Aula Paolo VI, il film: “Testimonianza ”. Un racconto cinematografico che ripercorre la vicenda umana e spirituale di Giovanni Paolo II, narrata dal suo fedele segretario particolare, don Stanislao, oggi Arcivescovo Metropolita di Cracovia. Tra le tante sequenze, mi ha colpito anche quella relativa alla partecipazione al Concilio Vaticano II dell’allora giovane Vicario capitolare (16.9.1962) e poi Arcivescovo di Cracovia (13.01.1964), che dette un apprezzato contributo ai lavori di quell’assise memorabile, e soprattutto trasse da essa la spinta ad impegnarsi per il dialogo della Chiesa con l’uomo e le culture del tempo moderno. Sono pertanto molto grato al reverendo Preside della Facoltà teologica e al Direttore dell’Istituto di Documentazione e di Studio del Pontificato di Giovanni Paolo II, che saluto con affetto, per avermi dato l’opportunità di prendere parte a queste giornate di studio, durante le quali, grazie al contributo di illustri docenti e personalità ecclesiastiche, verrà evidenziato il costante sforzo del grande Pontefice di attuare gli insegnamenti conciliari in modo coerente, non solo secondo lo spirito bensì anche secondo la lettera dei testi conciliari.

2. Una vasta azione rinnovatrice nella Chiesa

Scorrendo i temi delle diverse relazioni non è difficile avere già un panorama della vasta azione rinnovatrice compiuta nella Chiesa da Papa Wojtyła e su quali direttive egli abbia proiettato lo slancio della nuova evangelizzazione. “Cristo – Chiesa – Uomo” formano una trilogia inscindibile nell’ambito del suo insegnamento, arricchito dalla precedente esperienza di professore di filosofia e di Pastore sempre attento all’uomo e alle sue inquietudini esistenziali, arricchito, in modo determinante, dalla sua partecipazione al Concilio dal primo all’ultimo giorno, partecipazione che per lui – lo racconta nel libro  “Varcare la soglia della speranza” - fu “un’occasione singolare per ascoltare gli altri, ma anche per pensare creativamente”, ed ancora “una grande esperienza della Chiesa, oppure, come allora si diceva, il seminario dello Spirito Santo” (pag. 172, 173). Dagli interventi che avrete modo di ascoltare, così ricchi di sfaccettature nelle loro tematiche, emergeranno – ne sono certo – i tratti caratteristici di un Pastore che ha cercato di attuare quanto sulla Chiesa è stato posto in luce nei documenti del Concilio Vaticano II, specialmente, nelle due Costituzioni sulla Chiesa: quella dogmatica, la Lumen gentium e quella che parla della Chiesa in dialogo con il mondo, la Gaudium et spes alla cui redazione il giovane Vescovo Wojtyła collaborò con passione, come riferisce con dovizia di dettagli nel citato libro “Varcare le soglie della speranza” (pag. 172). Il mio intervento si limiterà pertanto a sottolineare il valore e il significato dell’evento che stiamo inaugurando, un’occasione per ribadire che l’intero pontificato di questo grande Papa “respira” l’autentico spirito del Concilio, del quale occorre parlare – nota sempre il Papa nel libro citato -  “per interpretarlo in modo adeguato e difenderlo dalle interpretazioni tendenziose” ( p. 171).

3. Alle fonti del rinnovamento

L’esperienza conciliare segnò dunque profondamente l’allora Pastore dell’Arcidiocesi di Cracovia: egli ritenne una vera grazia di Dio il fatto che le autorità gli permisero di intervenire in tutte le sessioni conciliari. Una volta tornato in Polonia, si mise ad attuare con entusiasmo le direttive conciliari. Che cosa lo mosse e quale spirito lo animasse lo possiamo comprendere dall’interessante volume, che redasse nel 1972, come studio sull’attuazione del Concilio Vaticano II, volume tradotto in italiano e pubblicato nel 2007, con prefazione del Card. Camillo Ruini, con il titolo in italiano: “Alle fonti del rinnovamento”. È “uno studio di lavoro” – così lo definisce l’autore stesso - o un vademecum del Concilio, che intende sistematizzare in qualche modo la grande ricchezza dell’insegnamento conciliare ed è essenziale per capire la “chiave” secondo cui il Cardinale Wojtyła ha svolto il suo lavoro e il fine che ha inteso raggiungere. Un libro che, nelle sue profonde premesse, - notano nell’introduzione il Cardinale Staniław Nagy e il Prof. Adam Kubis - rappresenta una risposta alle seguenti domande legate alla fede e all’intera esistenza dell’uomo credente: “Che cosa significa essere cristiano e vivere nella Chiesa e nel mondo contemporaneo? Sono domande di carattere esistenziale, che non interessano solo la verità della fede, ma l’esistenza concreta del credente. Il volume si presenta come una sorta di sintesi degli aspetti della dottrina conciliare e costituisce indubbiamente uno strumento prezioso per capire quanto appunto l’esperienza del Concilio abbia influito nell’azione pastorale del suo lungo pontificato.

4. Come fu accolto il Concilio?

Quando si parla del Concilio emerge sempre un problema da risolvere circa l’interpretazione e la corretta applicazione delle sue decisioni. Fin dall’immediato dopo-Concilio si è assistito a un fervido movimento di rinnovamento nella Chiesa con frutti certamente positivi, ma anche con non poche esagerazioni talora veramente preoccupanti. E sino ad oggi, i decreti conciliari non sono diventati nella loro integrità patrimonio condiviso di ogni comunità cristiana, ma restano ancora testi riservati a pochi, talvolta – come dicevo - interpretati in maniera fuorviante. E’ ben questa la preoccupazione del Santo Padre Benedetto XVI che nel discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, il 22 dicembre 2005 (a 40 anni dalla chiusura del Concilio), ha affrontato in maniera chiara questo tema, che a lui sta certamente molto a cuore.

Egli è partito da questi interrogativi: “Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Che cosa resta da fare? Tutto dipende, per Benedetto XVI, dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione”. Il discorso del Santo Padre è interessante e chiaro, e vale la pena sintetizzarne i punti essenziali. Inizia con un esempio che non vuole applicare a quanto è avvenuto in questi anni, ma potrebbe presentare una certa analogia: è la descrizione che il grande dottore della Chiesa, san Basilio, fa della situazione della Chiesa dopo il Concilio di Nicea paragonandola ad una battaglia navale nel buio della tempesta. Nota san Basilio: “Il grido rauco di coloro che per la discordia si ergono l’uno contro l’altro, le chiacchiere incomprensibili, il rumore confuso dei clamori ininterrotti ha riempito ormai quasi tutta la Chiesa falsando, per eccesso o per difetto, la retta dottrina della fede …” (De Spiritu Sancto, XXX, 77; PG 32, 213 A; SCh 17bis, pg. 524).

5. Due diverse ermeneutiche del Concilio

Negli anni del dopo-Concilio due interpretazioni, due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto: l’una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. La prima, “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”, che a tratti si è avvalsa della simpatia dei mass-media, e di non pochi esponenti della teologia moderna, la seconda, l'“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità. L'ermeneutica della discontinuità – mette in guardia Benedetto XVI – rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Vale la pena citare qui testualmente le parole di Benedetto XVI: “Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito” (Insegnamenti, vol. I [2005], p. 1024-1025).

6. Il vero spirito del Concilio

Ma in che consiste veramente lo spirito conciliare? Ampio è qui lo spazio d’interpretazione e, di conseguenza, ampia è la possibilità di essere estrosi nell’applicarlo. Il Concilio – è sempre il Papa a dirlo – “viene considerato come una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova. Ma la Costituente ha bisogno di un mandante e poi di una conferma da parte del mandante, cioè del popolo al quale la costituzione deve servire. I Padri non avevano un tale mandato e nessuno lo aveva mai dato loro; nessuno, del resto, poteva darlo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna. I Vescovi, mediante il Sacramento che hanno ricevuto, sono fiduciari del dono del Signore e “amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). (Insegnamenti, vol. I [2005], p. 1024).

All'ermeneutica della discontinuità si oppone invece quella che Sua Santità chiama “l’ermeneutica della riforma”, che ben traduce le intenzioni di Giovanni XXIII espresse nel suo discorso d'apertura del Concilio l'11 ottobre 1962 e poi di Papa Paolo VI manifestate con chiarezza nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965. Giovanni XXIII - proprio oggi ricordiamo il 50° di inizio del suo pontificato - affermava che il Concilio intendeva “trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti”. E continuava: “Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell'antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell'opera, che la nostra età esige… È necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo.” (S. Oec. Conc. Vat. II Constitutiones Decreta Declarationes, 1974, pp. 863-865). Se si vuole esprimere in modo nuovo una determinata verità occorre certo una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; occorre inoltre tener conto che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige – precisa Benedetto XVI – che si viva questa fede. In questo senso il programma proposto da Papa Giovanni XXIII era estremamente esigente, come è esigente la sintesi di fedeltà e dinamismo creativo. Ma ovunque questa interpretazione ha orientato il lavoro di “aggiornamento” secondo il Concilio, si sono registrati tanti frutti di santità e di vita apostolica.

7. Il tema dell’antropologia moderna 

Continua ancora Benedetto XVI: “Nella grande disputa sull'uomo, che contraddistingue il tempo moderno, il Concilio doveva dedicarsi in modo particolare al tema dell'antropologia” (Insegnamenti, vol. I [2005], p. 1026). Esso stesso doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna, un rapporto iniziato in maniera problematica con il processo a Galileo; rapporto spezzatosi in seguito quando Kant definì la “religione entro la sola ragione” e quando, nella fase radicale della rivoluzione francese, venne diffusa un'immagine dello Stato e dell'uomo che in pratica non concedeva più spazio alla Chiesa ed alla fede. Nell’800 si era registrato un duro scontro tra un liberalismo radicale alleato con la pretesa delle scienze naturali di abbracciare tutta la realtà, rendendo superflua l’“ipotesi Dio” e la Chiesa che, sotto Pio IX, condannò lo spirito dell'età moderna. Seguirono anni di reciproca diffidenza e chiusura, ma con il passare degli anni, e siamo al secolo XX,  l’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa e la progressiva apertura a Dio delle scienze naturali, che lavorando con un metodo limitato all'aspetto fenomenico della realtà si rendevano conto sempre più chiaramente che questo metodo non poteva comprendere la totalità della realtà, segnarono un processo di reciproco avvicinamento. Vennero così a chiarirsi tre ambiti di domande a cui il Concilio doveva rispondere: definire in modo nuovo la relazione tra fede e scienze moderne; chiarire il rapporto tra Chiesa e Stato moderno e, collegato con questo tema, approfondire il problema della tolleranza religiosa, questione questa che esigeva una nuova definizione del rapporto tra fede cristiana e religioni del mondo.

8. La visione del Concilio di Karol Wojtyła

Mi chiedo ora: quale era la visione che del Concilio aveva Karol Wojtyła? Da ogni suo intervento sia da Arcivescovo di Cracovia e ancor più da Pontefice si comprende facilmente che per lui i decreti conciliari non segnano una rottura con il passato, ma sono un invito ai Pastori a tradurre il messaggio evangelico in modi comprensibili all’età contemporanea; un lavoro questo che non tocca l’essenza delle verità di fede immutabili, bensì la maniera di presentarle agli uomini di ogni epoca. Che questo sia il modo con cui recepì il Concilio Vaticano II il Servo di Dio Giovanni Paolo II lo si comprende da tanti significativi interventi. Mi limiterò qui a citarne qualcuno.

Nel 1985, per ricordare i 20 anni della chiusura del Concilio, egli convocò un Sinodo straordinario dei Vescovi, ed in quella circostanza i Padri sinodali non mancarono di evidenziare le «luci e ombre» che avevano caratterizzato il periodo post conciliare. Riprese le considerazioni del Sinodo nella Lettera Tertio millennio adveniente, in preparazione al Grande Giubileo del 2000, affermando che “l'esame di coscienza non può non riguardare anche la ricezione del Concilio” (n. 36). La preoccupazione di Papa Wojtyła fu dunque sempre quella di salvaguardare la genuina intenzione dei Padri conciliari, recuperando, anzi superando quelle “interpretazioni prevenute e parziali” che di fatto impedirono di esprimere al meglio la novità del Magistero conciliare.

9. Una sfida raccolta con coraggio

C’è poi il discorso che tenne il 27 febbraio del 2000 al convegno internazionale di studio proprio sull’attuazione del Concilio. In quella circostanza affermò che anzitutto il Concilio fu “un'esperienza di fede per la Chiesa”, anzi – disse testualmente –  “un atto di abbandono a Dio che, da un esame sereno degli Atti, emerge sovrano”. E continuò asserendo che chi volesse avvicinare il Concilio prescindendo da questa chiave di lettura “si priverebbe della possibilità di penetrarne l'anima profonda”. Inoltre – egli proseguì - il Concilio fu una vera sfida per i Padri conciliari, che consisteva – e cito ancora testualmente - “nell'impegno di comprendere più intimamente, in un periodo di rapidi cambiamenti, la natura della Chiesa e il suo rapporto con il mondo per provvedere all'opportuno «aggiornamento». Ed aggiunse, facendo leva su ricordi personali: “Abbiamo raccolto quella sfida – c’ero anch'io tra i Padri conciliari - e vi abbiamo dato risposta cercando un'intelligenza più coerente della fede. Ciò che abbiamo compiuto al Concilio è stato di rendere manifesto che anche l'uomo contemporaneo, se vuole comprendere a fondo se stesso, ha bisogno di Gesù Cristo e della sua Chiesa, la quale permane nel mondo come segno di unità e di comunione” (Insegnamenti, vol. XXIII/1, p. 274). E pertanto, una lettura del Concilio come rottura col passato è decisamente fuorviante.

Sempre in questo memorabile discorso, egli fece sue le parole di Paolo VI che, aprendo la IV sessione, definì il Concilio: “Un grande e triplice atto d'amore”: un atto d'amore “verso Dio, verso la Chiesa, verso l'umanità” (Insegnamenti, vol. III [1965], p. 475). Ed aggiunse Giovanni Paolo II che l'efficacia di quell'atto non si era esaurita, ma continuava ad operare attraverso la ricca dinamica dei suoi insegnamenti.

10. Cristo – Chiesa – Uomo

Torno ora brevemente alla già citata Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi. Aprendola, il 24 novembre del 1985, Giovanni Paolo II affermò: “Il Concilio, che ci ha donato una ricca dottrina ecclesiologica, ha collegato organicamente il suo insegnamento sulla Chiesa con quello sulla vocazione dell'uomo in Cristo” (Insegnamenti, vol. VIII, 2, p. 1371). Cristo - Chiesa - Uomo: ritorna dunque il tema di questo vostro convegno. La Costituzione pastorale Gaudium et spes, molto cara a questo pontefice - ponendo gli interrogativi fondamentali a cui ogni persona è chiamata a rispondere, non cessa di ripetere queste parole sempre attuali: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo” (n. 22), parole che Papa Wojtyła volle riproporre nei passaggi fondamentali del suo magistero perché segnano come la “vera sintesi a cui la Chiesa deve sempre guardare nel momento in cui dialoga con l'uomo di questo come di ogni altro tempo”. Il Vescovo Karol Wojtyła, appena terminato il Concilio, aveva scritto che “prendendo in esame l’insieme del magistero conciliare, ci accorgiamo che i pastori della Chiesa si prefiggevano non tanto e non soltanto di dare un risposta all’interrogativo: in che cosa bisogna credere, quale è il genuino senso di questa o quella verità di fede o simili, ma cercavano piuttosto di rispondere alla domanda più complessa, che cosa vuol dire essere credente, essere cattolico, essere membro della Chiesa?[1]. Per lui, dunque, il Concilio Vaticano II fu il Concilio “della Chiesa”, “di Cristo”, “dell’uomo”, parole che descrivono lo stretto rapporto esistente tra l’ecclesiologia, la cristologia e l’antropologia del Vaticano II. Parlare di Gesù, è parlare della Chiesa e quindi dell’uomo: l’uno richiama necessariamente l’altro perché non si può dividere la storia della redenzione in categorie che non abbiano a che fare con la nostra storia e personale e comunitaria.

11. Il saluto benedicente di Benedetto XVI

Concludendo, rinnovo a voi tutti il benedicente saluto di Sua Santità Benedetto XVI, che Egli vi ha già fatto pervenire nel suo messaggio, in cui esprime compiacimento per la scelta di un tema che unisce insieme due argomenti di un interesse del tutto singolare per Lui: il Concilio Vaticano II, a cui ebbe l’onore di partecipare come esperto, da una parte, e la figura dell’amato suo Predecessore Giovanni Paolo II, dall’altra, che a quel Concilio recò un significativo contributo personale come Padre conciliare, divenendone poi, per volere divino, primario esecutore negli anni di Pontificato. Agli auspici espressi da Sua Santità Benedetto XVI nel suo messaggio, unisco il mio augurio di pieno successo a questo vostro Convegno Internazionale, che aiuta a tener viva non solo la memoria, ma pure l’insegnamento e lo spirito che ha animato l’amato Giovanni Paolo II; aiuta non solo ad approfondire, ma anche a rinnovare la vostra convinta partecipazione alla vita della Chiesa per testimoniare con rinnovato coraggio la nostra fede in Cristo.

Maria, stupenda Icona della Chiesa e Madre dei discepoli di Cristo, alla quale Giovanni Paolo II aveva affidato tutto se stesso, accompagni queste giornate di studio e le renda fruttuose. A tutti voi: buon lavoro!

 
 
[1] Karol Wojtyła, Alle fonti del rinnovamento, pp. 11-12. In corsivo nel testo.

     

top