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DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

 

Conferenza stampa
per la presentazione della Nota dottrinale “Una caro. Elogio della monogamia

 

Presentazione di S.E. Card. Víctor Manuel FERNÁNDEZ

 

Sin dalle prime righe, la Nota che ora presentiamo ricorda che, quando una coppia unita in matrimonio dice “noi due”, intende esprimere quel forte sentimento di reciprocità che lega gli sposi, ovvero quell’alleanza tra i due che condividono la vita nella sua interezza. Questo “noi due” appare, ad esempio, quando raccontano le storie che loro hanno vissuto insieme. Dietro e dentro tutto ciò si colloca una decisione di appartenersi mutuamente, di percorrere insieme il cammino della vita. Loro due hanno forgiato, con il loro libero consenso, un’unione che li pone insieme di fronte al mondo. Ed è proprio questa la prospettiva che la presente Nota dottrinale sulla monogamia vuole approfondire.

Al riguardo vorrei subito ricordare che proprio San Giovanni Paolo II, parlando della monogamia, ha sostenuto che «merita di essere sempre più approfondita». Cosa che qui, nell’orizzonte accennato, abbiamo cercato di fare. Ed è per questo che la Nota non si sofferma sulle sfide della poligamia né sulle diverse forme pubbliche di unione non monogamica – a volte chiamate “poliamore” – che stanno crescendo in Occidente. Vogliamo invece approfondire il valore e la bellezza della monogamia: quel rapporto esclusivo tra una sola donna e un solo uomo.

Il Codice di Diritto Canonico afferma che «le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità». Nel presente testo si è scelto di concentrarsi solo su una: la proprietà dell’unità.

Questo include anche il suo riflesso esistenziale, cioè la comunione intima e totalizzante tra i coniugi. Infatti, guardate come lo spiegava San Giovanni Paolo II: se «in forza del patto d’amore coniugale, l’uomo e la donna “non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19,6; cf. Gen 2,24)», allo stesso tempo «sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione […] affinché ogni giorno progrediscano verso una sempre più ricca unione tra loro a tutti i livelli».

L’unità dei due coniugi è un dato oggettivo fondante e proprietà essenziale di ogni matrimonio, ma è chiamata a un costante sviluppo come “comunione di vita”, cioè come amicizia coniugale, aiuto reciproco, condivisione totale. Con l’aiuto della grazia, quest’unione rappresenta sempre più l’unione tra Cristo e la sua sposa amata, la Chiesa. Per questa ragione, come afferma il Concilio Vaticano II, l’unità coniugale è dinamica: il marito e la moglie «sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono».

In questa Nota, pertanto, si trattano sia l’unità come proprietà essenziale, realtà oggettiva e costitutiva del matrimonio, caratteristica prima e fondante di ogni sua manifestazione, sia pure le differenti espressioni di quella medesima unità che arricchiscono e rafforzano l’alleanza coniugale.

Sotto questa luce, questo lungo testo consegna un materiale ricco per lo studio dei gruppi matrimoniali o degli stessi coniugi che vogliano approfondire questo aspetto centrale della loro vita di sposi. Non sono testi generali sul matrimonio, ma precisamente sull’unità matrimoniale.

È proprio quello che hanno chiesto al nostro Dicastero diversi Vescovi africani: la preparazione cioè di un materiale variegato che fornisca elementi per approfondire il valore della monogamia e in questo modo motivare l’opzione per essa.

Ora vorrei solo esplicitare quali sono i due argomenti principali, i fondamenti che si possono riassumere, accogliendo i testi del Magistero e la letteratura – filosofica e teologica – che abbiamo studiato. Questi due argomenti permettono di capire perché è così importante l’unità matrimoniale. Ci sarebbero altri diversi argomenti a favore della monogamia, come il bene dei figli o la piena umanizzazione della dimensione pulsionale, che sono presenti in questa Nota. Ma ora ci concentriamo soprattutto su questi due che sono basilari:

1) Il fatto di essere un’unione totalizzante.
2) La dignità personale di ognuno dei due coniugi.

Riprenderò allora, attorno a questi due punti, diverse affermazioni che si trovano lungo tutto il documento.


 

1)    Prima di tutto, l’unione matrimoniale dev’essere esclusiva, tra un solo uomo e una sola donna, per il fatto di essere totalizzante.

Il fatto di essere “una sola carne” non esclude nulla, perché la “carne” è tutta la persona. Ed è interpretato dai Padri della Chiesa in modo intensamente realistico, al tal punto che essi non temono di pronunciare affermazioni come le seguenti: «divide la sua carne, divide il suo corpo»; «come la malvagità di tagliare la sua carne»; «Dio non ha voluto che il corpo fosse diviso e disgiunto».

Nel pensiero di San Bonaventura sul matrimonio troviamo queste considerazioni: «attraverso le parole sul futuro si dice che il matrimonio ha avuto inizio, ma è consumato nell’unione carnale, perché allora sono una sola carne e diventano un solo corpo».

È utile ricordare anche il pensiero teologico-pastorale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che presenta l’unione e il mutuo dono degli sposi in un modo integrale (ivi inclusi i rapporti sessuali), presentandoli come fini intrinseci essenziali.

Non si tratta allora di una qualsiasi amicizia, ma di un’unione totalizzante che implica donarsi reciprocamente il tempo, la casa, il progetto personale per la propria storia, e persino il proprio corpo. Essendo in questo modo totalizzante, quest’unione soltanto è possibile tra due. Altrimenti non si condividerebbe tutto ma solo una parte.

Dietrich von Hildebrand distingue due forme di unione che si completano a vicenda: la prima forma di unione si esprime con il pronome “noi”, la seconda con le parole “io-tu”. Nell’“io-tu” i due si trovano faccia a faccia, si danno l’uno all’altra, in modo tale che «l’altra persona agisce interamente come un soggetto, mai come un mero oggetto». Ciò comporta anche il passaggio dalla considerazione dell’altro come un “lui” a riconoscerlo come un “tu”. Invece, quando l’unione è considerata come un “noi”, l’altro è con me, è al mio fianco, camminando insieme motivati dalle cose comuni che ci uniscono. L’unione coniugale vive di entrambe le esperienze, ed è così che si esprime come totalizzante.

Hans Urs von Balthasar assegna un’importanza particolare al consenso matrimoniale che crea quell’unità nuova che trascende i due individui: «Il convenire delle due persone così spossessate di sé è possibile solo in un terzo elemento: il loro voto, la loro solenne promessa, in cui ciascuno dà l’assenso definitivo alla libertà dell’altro e al suo mistero e si consegna a questo mistero».

Secondo il teologo russo Pavel Evdokimov: «l’unità consustanziale del matrimonio costituisce l’unità di due persone che si collocano in Dio, piccola triade della cellula umana […]. Quindi la struttura trinitaria iniziale è: uomo-donna nello Spirito Santo».

Pio XII sottolineava che quest’unione totalizzante diventa un cammino di crescita spirituale: non comprende solo il vicendevole aiuto, ma «una sempre migliore formazione e perfezione interiore, in modo che nella loro vicendevole unione di vita crescano sempre più nelle virtù, massimamente nella sincera carità verso Dio e verso il prossimo […]. Una tale vicendevole formazione interna dei coniugi, con l’assiduo impegno di perfezionarsi a vicenda, in un certo senso verissimo […] si può dire anche primaria causa e motivo del matrimonio».

Il Concilio Vaticano II presenta il matrimonio innanzitutto come un’opera di Dio che consiste in una comunione d’amore e di vita che i due coniugi condividono, comunione che non è orientata solo alla procreazione, ma anche al bene integrale di entrambi. Il matrimonio viene definito come «intima comunione di vita e di amore coniugale». Nel matrimonio «sperimentano il senso della propria unità». Il Concilio spiega che un amore così totalizzante «si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi».

San Paolo VI pensava a questo senso totalizzante quando spiegava che tra il significato unitivo e quello procreativo c’è una «connessione inscindibile»: «l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e l’ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo nella paternità».

L’espressione “totalizzante”, comunque, non si riferisce solo al fatto che arriva sino all’unione sessuale. San Giovanni Paolo II sosteneva con insistenza che «la donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale».

Papa Francesco sottolineava l’appartenenza reciproca ed esclusiva che si crea nel matrimonio perché diventa una forte motivazione per la stabilità dell’unione: «Nel matrimonio si vive anche il senso di appartenere completamente a una sola persona. Gli sposi assumono la sfida e l’anelito di invecchiare e consumarsi insieme e così riflettono la fedeltà di Dio». Questo fa possibile la fedeltà: «La relazione intima e la reciproca appartenenza devono conservarsi per quattro, cinque o sei decenni […] Forse il coniuge non è più attratto da un desiderio sessuale intenso che lo muova verso l’altra persona, però sente ancora il piacere di appartenerle e che essa gli appartenga, di sapere che non è solo, di avere un “complice” che conosce tutto della sua vita e che condivide tutto. È il compagno nel cammino della vita». Poi, «nel corso di tale cammino, il vincolo trova nuove modalità».

Ma per comprendere meglio questo punto, dobbiamo precisare ciò che significa “la carità coniugale”. La carità – compresa la carità coniugale – è un’unione affettiva, intendendo qui per “affettivo” qualcosa di più dei sentimenti e dei desideri. Come insegna san Tommaso, essa «implica un legame affettivo di chi ama con la cosa amata: in quanto chi ama considera la persona amata come un’unica cosa con sé stesso». Anche in questo senso si deve capire l’espressione totalizzante.

Questa carità coniugale si esprime nell’azione della volontà che vuole, sceglie qualcuno, decide di entrare in intima comunione con lui, si unisce a quella persona liberamente. Certo che questo ha degli effetti più o meno intensi nella sensibilità sotto forma di desiderio, di emozioni, di attrazione sessuale, di sensualità.

Ma anche quando questi effetti sulla sensibilità o sul corpo si indeboliscono o si trasformano nelle varie fasi della vita, l’unione affettiva rimane, a volte con grande intensità, nella volontà e con il piacere proprio della volontà che è diverso del piacere della sensualità. È la volontà che vuole rimanere in unione con l’altro essere umano, apprezzandolo come di “grande valore” e costituendo con lui “un’unica cosa con se stesso”. In questo modo l’unione continua ad essere sempre totalizzante ed è possibile sostenere la fedeltà nei momenti avversi o nella tentazione, perché la carità ci tiene aggrappati a un valore più alto del soddisfacimento dei bisogni personali.

Søren Kierkegaard spiegava così quest’aspetto totalizzante dell’amore coniugale che esige l’esclusività: «L’amore è abbandono, ma l’abbandono è possibile solo grazie al fatto che io esca da me stesso», accettando il rischio e l’imprevedibilità. Soltanto così diventa possibile quella decisione di appartenere pienamente a una sola persona: «ci vuole un passo che sia decisivo, e dunque a tal fine ci vuole del coraggio, e nondimeno l’amore matrimoniale precipita in un nulla quando ciò non ha luogo, perché è unicamente grazie a ciò che si mostra di non amare sé stessi ma l’altro… E in che modo si dovrebbe mostrare se non grazie al fatto che si è solo per un altro?». Di conseguenza, sostiene il filosofo danese, «è sgraziato voler amare con un verso dell’anima ma non con tutta, ridurre il proprio amore a momento, e però prendere tutto quanto l’amore di un’altra persona».

Per Jacques Maritain il matrimonio «ha da compiere nei cuori umani ben altra opera: un’infinitamente più profonda e più misteriosa operazione di alchimia». L’ ideale del pieno e totalizzante dono di sé al coniuge implica «l’ardua disciplina dell’autosacrificio ed a forza di rinunce e purificazioni». Lui lo chiama unione radicale, o «l’amore folle», e aggiunge: «una persona umana può darsi ad un’altra o estasiarsi in un’altra al punto di fare di questa il suo Tutto, solo se essa le dà, o è disposta a darle, il suo corpo pur dandole la sua anima». In questo amore supremo tra due esseri umani, l’unità matrimoniale trova la sua più preziosa espressione terrena, ma ogni matrimonio raggiunge questa pienezza a modo suo, secondo le caratteristiche dei coniugi, la storia personale di ognuno dei due, e i diversi doni di Dio.

L’amore totalizzante che condivide tutto implica anche il prendere sul serio la dimensione spirituale e il destino eterno dell’essere umano, la convinzione che il suo cuore troverà la piena pace solo in Dio. Di conseguenza, implica un reciproco aiuto non solo riguardante la felicità di entrambi in questa terra, ma la sua realizzazione piena nel cielo, ed esige un cammino comune verso la santità.

Anche la poesia esprime la radicalità di questo amore totalizzante, che si fa ancora più potente ed unico grazie a una storia condivisa solo con quella persona, non con altre: 

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che
di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Tra parentesi, voglio ribadire che gli autori citati, soprattutto i poeti, non si citano nella Nota perché la loro intera vita sia stata un esempio di perfezione o perché siano coerenti in tutto con la visione cristiana. Si citano solo per far vedere che, quando hanno trovato un vero amore e hanno fatto una scelta ferma e decisa, anche la loro poesia è riuscita ad esprimere il valore di un’unione esclusiva. Allora, questo diventa il segno che la monogamia non è solo un valore soprannaturale rivelato nella Parola di Dio, ma anche una convinzione naturale che appare e riappare come un valore e riesce ad emergere in diverse manifestazioni artistiche e culturali, anche in mezzo a delle storie piene di difetti ed errori.

Credo che resta allora chiaro il primo fondamento: che se l’unione matrimoniale per la sua natura è totalizzante – implica donarsi reciprocamente la propria storia, i progetti per il futuro e persino il proprio corpo – diventando una sola carne, di conseguenza solo può realizzarsi tra due e solo due: un solo uomo e una sola donna.

2)    L’unione matrimoniale dev’essere esclusiva per l’inalienabile dignità delle due persone che si uniscono in questo modo totalizzante.

Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, «l’adulterio è un’ingiustizia […] lede il diritto dell’altro coniuge». Per cogliere bene questo perentorio giudizio del Catechismo, mi piace ricordare l’affermazione ribadita ben due volte nel Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua […]. Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3). Una tale affermazione esprime molto bene questa reciprocità tra gli sposi. Già nel libro della Genesi, con il termine suggestivo di ’iššāh applicato alla donna (cf. Gen 2,23), l’autore sacro poi ha voluto ricordare che queste due persone costituiscono una coppia, uguali nella loro dignità radicale, anche se differenti nella loro identità individuale.

Nell’insegnamento di Leone XIII troviamo che la difesa della monogamia costituisce una difesa della dignità delle donne, che non può essere negata o disonorata nemmeno per il desiderio della procreazione. L’unità del matrimonio implica dunque una scelta libera della donna, che ha il diritto di esigere una reciprocità esclusiva: «Nulla vi era di più miserando della moglie, abbassata a tanta viltà che quasi veniva considerata soltanto come uno strumento destinato a soddisfare alla libidine od a procreare figli. Né arrossì per il fatto che quelle che erano da collocare per mogli fossero comprate e vendute a somiglianza delle cose corporali, essendo stata data talvolta facoltà al padre o al marito di condannare la moglie all’estremo supplizio».

La questione della dignità di ognuno dei coniugi aggiunge pure una sfumatura molto importante al valore dell’unione. Perché aiuta a capire che non si tratta di una fusione. Allo stesso tempo permette di capire adeguatamente in che senso quest’unione è un’appartenenza reciproca (e in che senso non lo è). Si può infatti capire adeguatamente l’unione, solo a condizione che rimanga ferma e chiara la dignità inalienabile dell’altro, la sua sacra identità, la sua libertà, la sua esclusiva verità di fronte a Dio.

Il Concilio Vaticano II si riferisce esplicitamente all’unità matrimoniale per esprimere che essa, «confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all’uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore». La difesa dell’unità matrimoniale nel Concilio sottolinea che un tale amore corrisponde all’uguale dignità di ognuno dei due coniugi, i quali, nel caso di un’unione “plurale”, si troverebbero nella situazione di dover condividere con altri ciò che dev’essere intimo ed esclusivo, diventando quindi come oggetti, in una relazione che svilisce la dignità personale di ognuno.

Nella sua esposizione della concezione cristiana della monogamia, San Giovanni Paolo II sostiene che «appare come l’espressione della relazione interpersonale, quella in cui ciascuno dei due partner è riconosciuto dall’altro in uguale valore e nella totalità della sua persona». Ma questo non accade se l’altra persona diventa solamente un oggetto usato tra altri per appagare i propri desideri: «All’unione o “comunione” personale, cui l’uomo e la donna sono reciprocamente chiamati “dal principio”, non corrisponde, anzi è in contrasto la eventuale circostanza che una delle due persone esista solo come soggetto di appagamento del bisogno sessuale, e l’altra divenga esclusivamente oggetto di tale soddisfazione».

Dietro le note catechesi sull’amore di Papa Giovanni Paolo II, possiamo trovare la riflessione filosofica di Karol Wojtyła, che esige di «trattare la persona in modo corrispondente al suo essere» e non «nella situazione di un oggetto di godimento, a servizio di un’altra persona» come succede nella poligamia.

Il pensiero di Wojtyła consente di capire perché solo la monogamia garantisce che la sessualità si sviluppi in un quadro di riconoscimento dell’altro come soggetto con cui si condivide integralmente la vita, non come un mezzo tra altri per i propri bisogni. Per questa ragione coloro che donano sé stessi pienamente e completamente all’altro possono essere soltanto due. Altrimenti, sarebbe un dono parziale di sé che non rispetta la dignità del partner. Se tale dono totale deve lasciare spazio a terzi, di conseguenza tutti sarebbero trattati come mezzi e non verrebbe rispettata la loro dignità come persone. Per queste ragioni, egli conclude che «la stretta monogamia è una manifestazione dell’ordine personalistico».

San Tommaso d’Aquino, già nel secolo XIII, sviluppava particolarmente questo punto. Egli sostiene che l’unione monogamica consolida l’equilibro reciproco tra l’uomo e la donna, è retta da “una equità naturale”. Non c’è dunque spazio né per qualche forma di poliandria né per la poligamia: «È evidente che è incompatibile con l’equità […] Se uno quindi prendendo una donna nel tempo della giovinezza, quando essa presenta bellezza e fecondità, potesse lasciarla in seguito quando è invecchiata, farebbe un torto alla donna contro l’equità naturale […]. D’altra parte non si avrebbe tra l’uomo e la donna una società tra uguali, ma una schiavitù da parte della donna». Vedete come anche nel secolo XIII si considerava la monogamia in rapporto con la dignità delle donne.

Inoltre, «se alla donna non fosse concesso di avere più mariti, per non compromettere la certezza della prole, mentre al marito fosse lecito avere più mogli, l’amicizia tra l’uomo e la donna non sarebbe liberale ma quasi servile. E l’argomento viene comprovato dall’esperienza: poiché presso gli uomini che hanno più mogli, queste sono tenute quasi come schiave. Un’amicizia intensa non è possibile verso molte persone, come spiega il Filosofo. Se la moglie quindi avesse un unico marito, però il marito avesse più mogli, l’amicizia non sarebbe uguale da entrambe le parti».

Più vicino a noi, Jean Lacroix spiega che nel matrimonio si tratta di riconoscere l’altro “in quanto altro”. In questo modo, la tendenza a lottare contro l’altro «si trasforma in riconoscimento reciproco». Questo ci fa pensare che l’uguale e sacra dignità di ognuno dei due coniugi non solo esige che l’unione sia monogamica, ma anche che il rispetto della dignità dell’altro si manifesti nel quotidiano.

Quando non c’è questa convinzione, propria del vero amore che si arresta di fronte alla dimensione sacra dell’altro, si sviluppano facilmente le malattie di un possesso indebito dell’altro: manipolazioni, gelosie, vessazioni, infedeltà. D’altra parte, la “mutua appartenenza” propria dell’amore reciproco ed esclusivo implica una cura delicata, un santo timore di profanare la libertà dell’altro, che ha la stessa dignità e pertanto gli stessi diritti. Chi ama sa che l’altro non può essere un mezzo per risolvere le proprie insoddisfazioni, sa che il proprio vuoto deve essere colmato in altri modi, mai attraverso il dominio dell’altro. Questo è ciò che non accade in tante forme di desiderio malsano che sfociano in varie manifestazioni di violenza esplicita o sottile, di oppressione, di pressione psicologica, di controllo e infine di soffocamento dell’altro, alle quali spesso si aggiunge l’infedeltà.

Questa mancanza di rispetto e riverenza di fronte alla dignità dell’altro si trova pure in quelle pretese di complementarità dove uno dei due viene obbligato a sviluppare solo alcune delle sue possibilità, mentre l’altro trova ampi spazi di espansione personale. Si deve perciò affermare che, quando appaiano forme di manipolazione o di violenza al posto di una sana appartenenza reciproca, la persona deve far valere la sua dignità, porre i limiti necessari e iniziare un cammino di dialogo sincero, in modo tale da esprimere un chiaro messaggio: “Tu non mi possiedi, tu non mi domini”.

Ciò è confermato dal fatto che esiste una dimensione della persona che, essendo la più profonda, trascende tutte le altre – compresa quella corporea – e dove solo Dio può entrare senza violarla. Pertanto, «nessuno può pretendere di possedere l’intimità più personale e segreta della persona amata». Vale la pena riprendere qui una poesia che esprime questa convinzione:

I tuoi occhi m’interrogano tristi.
Vorrebbero sondare tutti i miei pensieri
mentre la luna scandaglia il mare [...]
Ma è il mio cuore, il mio amore.
Le sue gioie e le sue ansie
sono immense
e infiniti i suoi desideri e le sue ricchezze.
Questo cuore ti è vicino come la tua stessa vita,
ma non puoi conoscerlo del tutto.

In questo senso, il matrimonio non ci libera completamente dalla solitudine, perché il coniuge non può raggiungere uno spazio che può essere solo di Dio, né colmare quel “vuoto di infinito” che abita in ciascuno di noi e che nessun essere umano è in grado di riempire.

Concludendo, abbiamo visto che, per il fatto di essere per la sua natura un’unione totalizzante e per il rispetto alla dignità inalienabile della persona del coniuge, il matrimonio solo può essere tra due.

Al di là di questi argomenti razionali, speriamo che tutta la ricchezza che offrono i diversi testi citati in questa Nota possa veramente motivare l’opzione per un’unione esclusiva. Proprio per questa ragione il documento, raccogliendo tante voci diverse, ha voluto essere un elogio della monogamia. 

+Victor Manuel Fernandez
Prefetto