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  PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

RIFLESSIONE DI S.E. MONS. MICHAEL L. FITZGERALD
SUL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

 

Si è fatto vicino a tutti
per portare il mondo e gli uomini a Cristo

 

Karol Wojtyla fu eletto Papa nell'ottobre del 1978 e scelse, in segno di continuità, il nome di Giovanni Paolo II. Nell'aprile dell'anno seguente, ricevendo in Udienza i Membri e i Consultori del Segretariato per i non-cristiani (che in seguito prese il nome di Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso), disse loro: "Lo scomparso Paolo VI, fondatore di questo Segretariato, che tanto amore, interesse ed ispirazione ha prodigato per i non Cristiani, non è ora più visibile in mezzo a noi, ed io sono convinto che alcuni di voi si chiederanno se il nuovo Papa dedicherà una simile cura e attenzione al mondo delle religioni non cristiane".

Nel rispondere alla sua stessa domanda, Giovanni Paolo II fece riferimento alla sua prima Enciclica, Redemptor hominis, pubblicata il mese precedente, nella quale aveva sottolineato come il Concilio Vaticano II aveva offerto "la visione dell'orbe terrestre come di una mappa di varie religioni". Parlò della stima che il Concilio aveva mostrato per i valori racchiusi nelle altre religioni e concluse con una forte assicurazione: "Il mondo non cristiano è infatti costantemente sotto lo sguardo della Chiesa e del Papa. Siamo sinceramente impegnati a servirlo con generosità".

Giovanni Paolo II fece certamente onore a questo impegno. Non esitò ad accettare l'invito del re del Marocco, Hassan II, a rivolgersi ai giovani musulmani che, nell'agosto del 1985, lo ascoltarono in circa 80.000 allo stadio di Casablanca. Nel gennaio dell'anno seguente, a Nuova Delhi, visitò il monumento al Mahatma Gandhi. Per lunghi istanti egli rimase inginocchiato in silenziosa preghiera per poi alzarsi e lodare "l'apostolo della non-violenza". Il 13 aprile 1986 ci fu la storica visita alla Sinagoga di Roma. Il 27 ottobre del medesimo anno egli accolse in Assisi i leaders religiosi, sia cristiani che di altre religioni, da lui invitati ad incontrarsi per pregare per la pace nel mondo. Questa giornata fu importante sia per i contenuti che per lo stile. I leaders religiosi si riunirono in amicizia attorno al Papa, uniti nel digiuno ed anche, al termine, in un pasto fraterno. Si offrirono preghiere ma si fece attenzione che le distinzioni di fede non fossero confuse. Il Papa stesso, traendo una lezione dagli eventi di quella giornata, disse: "Cerchiamo di vedere in essa un'anticipazione di ciò che Dio vorrebbe che fosse lo sviluppo storico dell'umanità: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso la meta trascendente che egli stabilisce per noi".

Questa Giornata di Preghiera in Assisi, vista da tanti grazie alla televisione, catturò veramente l'immaginazione e fece crescere in persone di diverse religioni il desiderio di incontrarsi. Più le persone divenivano consapevoli della crescente pluralità religiosa del mondo, più si riconosceva la necessità di impegnarsi in relazioni che varcassero le frontiere religiose. Giovanni Paolo II rinnovò l'invito ad Assisi nel gennaio 1993, per pregare per la pace in Europa e particolarmente nei Balcani, e poi nel 2002 come risposta agli eventi dell'11 settembre 2001.

Nel suo insegnamento Giovanni Paolo II rifletté sull'impatto della pluralità religiosa. Egli considerò come sua missione quella di porre in atto la visione del Concilio Vaticano II. Molto spesso egli ritornava sull'insegnamento della Nostra Aetate, la Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

Una volta, parlando ai Vescovi dell'Iran, affermò: "La Dichiarazione conciliare Nostra Aetate dà chiare indicazioni che ispirano la Chiesa nel suo dialogo interreligioso. Esse sono principalmente: il rispetto per la coscienza personale di ciascuno, il rifiuto di qualsiasi forma di coercizione o discriminazione nei confronti della fede, la libertà di praticare la propria religione e di testimoniarla, come pure l'apprezzamento e la stima per tutte le genuine tradizioni religiose".

Per Giovanni Paolo II la visione del Concilio era incentrata su Cristo. Già nella sua prima Enciclica, Redemptor hominis, egli sottolineò una frase del documento sulla Chiesa nel mondo moderno:  "Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo" (Gaudium et spes, 22).

Si riferì spesso a questa verità per mostrare che la Chiesa, e quindi anche il Papa, deve interessarsi a tutti gli esseri umani, e non esserne trattenuto a motivo delle differenze religiose. Allo stesso modo menzionò un'altra affermazione che si trova nello stesso paragrafo della Gaudium et spes: "Cristo infatti è morto per tutti (cfr Rm 8, 23) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale" (GS, 22).

Così le persone non devono essere condannate solo perché non sono cristiane. Riconoscendo che Dio, attraverso lo Spirito Santo, opera in esse, è possibile impegnarsi in un dialogo che non è semplice buona educazione ma è una forma per entrare nel mistero pasquale, la morte dell'egoismo al fine di vivere per gli altri. Questo è veramente un dialogo di salvezza.

Non si deve pensare che l'insistere sul dialogo significhi la fine della missionarietà della Chiesa. Il decreto conciliare sull'attività missionaria della Chiesa, Ad gentes afferma chiaramente che "la Chiesa pellegrina è per sua stessa natura missionaria" (AG, 2). Giovanni Paolo II, per stimolare la fedele applicazione del Concilio, scrisse un'importante Enciclica missionaria, la Redemptoris missio. È da notare che in questa lettera si adotta un concetto ampio di missione, che non si limita solo all'esplicito annuncio del nome di Gesù Cristo, ma comprende altre attività della Chiesa, incluso il dialogo interreligioso. La lettera afferma molto chiaramente: "Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa" (RM, 55). Essa spiega inoltre: "Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è un'attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità:  è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell'uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole". Due elementi, in questo passaggio, sono degni di nota. Il primo è il valore intrinseco del dialogo interreligioso. Esso non deve essere considerato come una mera preparazione al compito di proclamare o annunciare Gesù Cristo e di invitare le persone a divenire membri della Chiesa attraverso il battesimo. Esso ha il suo fine precipuo nel far sì che le persone di diverse religioni possano vivere in armonia e pace, possano comprendersi meglio fra loro, lavorare insieme a favore dell'umanità ed aiutarsi gli uni gli altri a rispondere alla chiamata di Dio. Il dialogo e l'annuncio non si contrappongono. Il dialogo in sé contiene un elemento dell'annuncio nella misura in cui comprende la testimonianza della propria fede, mentre l'annuncio non può mai essere un'imposizione della verità ma deve essere condotto sempre in uno spirito di dialogo. Sono entrambe attività della Chiesa da portare avanti in obbedienza alle indicazione dello Spirito Santo.

Ciò porta ad una seconda osservazione, l'importanza dello Spirito. Lo Spirito era già stato menzionato prima nella citazione della Redemptoris missio. Il passo continua: "Con il dialogo la Chiesa intende scoprire i "germi del Verbo" (AG, 11.15) i "raggi della verità che illumina tutti gli uomini" (NA, 2), germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell'umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e la carità e porterà frutti nello Spirito. Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa. La stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l'integrità della Rivelazione, di cui è depositaria per il bene di tutti".

In una precedente sezione dell'Enciclica, basandosi su un anteriore insegnamento che egli aveva dato nella Dominum et vivificantem, un'Enciclica esplicitamente dedicata allo Spirito Santo, Giovanni Paolo II faceva riferimento all'azione universale dello Spirito, che tocca "non solo gli individui, ma anche la società e la storia, i popoli, le culture e le religioni". È stata questa fiducia nell'opera dello Spirito, disse, ad averlo guidato nei suoi incontri con così tante persone. Così fu condotto a riaffermare la convinzione che aveva espresso in occasione della Giornata di preghiera per la Pace in Assisi:  "Ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito Santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo".

Per Giovanni Paolo II il Concilio Vaticano II è stata una provvidenziale preparazione al terzo millennio. Nella sua lettera Tertio Millennio adveniente, invitando la Chiesa a prepararsi al Grande Giubileo che doveva introdurre in questo millennio, egli rifletteva sulla riscoperta della Chiesa della propria identità e sulla chiamata alla conversione e al rinnovamento che questo implicava. "Sulla base di questo profondo rinnovamento" egli affermava "il Concilio si è aperto ai cristiani di altre denominazioni, ai seguaci di altre religioni e a tutti i popoli del nostro tempo". In preparazione al Giubileo, il Papa invitò la Chiesa ad impegnarsi in una riflessione triennale, incentrata ciascun anno su una delle Persone della Santissima Trinità. L'anno finale era dedicato al Padre. Il Papa suggerì che questo fosse un tempo opportuno per riflettere sull'unità della famiglia umana, nonostante tutte le divisioni esistenti al suo interno, comprese quelle di natura religiosa. Egli pertanto incoraggiò il dialogo interreligioso, dicendo: "In questo dialogo gli ebrei ed i musulmani devono avere un posto preminente".

Giovanni Paolo II fu in grado, almeno in parte, di realizzare il suo desiderio di compiere il proprio pellegrinaggio giubilare nei luoghi significativi della storia della salvezza. Sebbene a causa delle circostanze egli non poté compiere la tappa abramitica del suo pellegrinaggio, che lo avrebbe dovuto condurre ad Ur dei Caldei nell'Iraq del sud (una commemorazione speciale di Abramo, che si tenne in Vaticano ed alla quale erano presenti alcuni ebrei e musulmani, sostituì questa parte del pellegrinaggio) egli potè seguire le orme di Mosè in Egitto e compiere il proprio pellegrinaggio in Terra Santa. Non vi fu sul Monte Sinai un incontro interreligioso, come si era sperato, ma il Papa ebbe un significativo, memorabile e cordiale incontro con i leader musulmani di al-Azhar, al Cairo.

A Gerusalemme, dove l'immagine simbolica del Papa che inserisce la sua richiesta di preghiera nel Muro del Pianto ancora parla agli ebrei, ebbe luogo un incontro con ebrei, cristiani e musulmani, anche se con alcune tensioni sorte a causa delle diverse rivendicazioni sulla Città Santa. Vi furono anche incontri separati sia con i capi religiosi ebrei che con i musulmani. L'anno seguente, il pellegrinaggio sulle orme di san Paolo portò il Papa in Grecia e quindi a Damasco dove si ebbe il famoso incontro alla moschea Omayyad.

Giovanni Paolo II non si preoccupò solo delle cosiddette grandi religioni del mondo. Mostrò apprezzamento anche per le Religioni tradizionali africane. Per esempio, nel febbraio del 1993 a Cotonou nel Benin, rivolgendosi ai rappresentanti del Voudu, li lodò per il loro attaccamento ai valori tradizionali pur riferendosi, allo stesso tempo, alla novità del Vangelo. È opportuno citare tutte le sue parole: "Siete fortemente attaccati alle tradizioni che vi hanno tramandato i vostri antenati. È legittimo essere riconoscenti verso i più anziani che vi hanno trasmesso il senso del sacro, la fede in un Dio unico e buono, il gusto della celebrazione, la considerazione per la vita morale e l'armonia nella società. I vostri fratelli cristiani apprezzano, come voi, tutto ciò che è bello in queste tradizioni, poiché sono, come voi, figli del Benin. Ma essi sono altrettanto riconoscenti ai loro "avi nella fede", a partire dagli apostoli fino ai missionari, per aver portato loro il Vangelo. Questi missionari hanno fatto conoscere loro la "Buona Novella" che Dio è Padre e che è sceso fra gli uomini attraverso suo Figlio, Gesù Cristo, portatore di un gioioso messaggio di liberazione".

È altrettanto necessario ricordare come l'azione di Giovanni Paolo II a favore della pace si attirò le simpatie di molti, in particolare dei musulmani. Egli condannò la prima guerra del Golfo. Si oppose alle sanzioni contro l'Iraq e la Libia. Non cessò mai di parlare chiaramente a favore del Libano, che definì "un messaggio" per l'umanità, e già nel 1989 compì l'insolito passo di scrivere una lettera su quest'argomento a tutti i musulmani. Egli fece un appello perché si ponesse termine al conflitto israelo-palestinese, scrivendo sia a Netanyahu che ad Arafat. Cercò di impedire l'invasione dell'Iraq, inviando Cardinali, allo scopo di perorare tale causa, presso Saddam Hussein e George Bush. Di certo fu questa azione che ha spinto tanti leader musulmani a partecipare ai suoi funerali e tanti altri ad inviare lettere di condoglianze.

Vista l'attuale situazione mondiale, segnata dalla pluralità religiosa, resta urgente l'ulteriore sviluppo delle relazioni interreligiose. Vorrei concludere citando alcune parole che Giovanni Paolo II disse nel novembre del 1992. Al termine del suo discorso rivolto ai membri dell'Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, disse: "Infine esprimo la mia gratitudine a tutti voi per la generosa condivisione del mio servizio apostolico nel mondo da parte del vostro Consiglio. La vostra opera contribuisce all'adempimento di ciò che ho sempre considerato una parte molto importante del mio ministero: la promozione di relazioni più amichevoli con i seguaci di altre tradizioni religiose".

       

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