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DISCORSO DI SUA EMINENZA IL CARDINALE PIETRO PAROLIN,
SEGRETARIO DI STATO E CAPO DELLA DELEGAZIONE DELLA SANTA SEDE,
IN OCCASIONE DEL DIBATTITO GENERALE DELLA SETTIMANA DI ALTO LIVELLO
ALL’APERTURA DELL’81ª SESSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE

New York, 26 settembre 2026

 

“RICOSTRUIRE LA FIDUCIA, GESTIRE LA TRASFORMAZIONE:
UN’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE AL SERVIZIO DI TUTTI”

 

Signor Presidente,

sono onorato di rivolgere a Lei e agli illustri rappresentanti delle Nazioni qui riunite i cordiali saluti di Sua Santità Papa Leone XIV, porgendo al contempo le mie congratulazioni a Vostra Eccellenza per la Sua elezione a Presidente di questa stimata Assemblea.

In un mondo caratterizzato da rapidi cambiamenti tecnologici, minacce ambientali, conflitti che si riaccendono e fratture sempre più profonde nell’ordine internazionale, il tema di quest’anno “Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations that delivers for All”, non è solo un’aspirazione, ma un imperativo morale e politico urgente.

Ogni Istituzione internazionale, al di là del proprio quadro giuridico, necessita della fiducia reciproca tra i propri membri per essere efficace. Inoltre, la fiducia è un processo continuo. Essa si alimenta attraverso il rispetto reciproco e il dialogo e richiede un impegno costante nei confronti dei valori della dignità umana e della giustizia su cui si fondano le istituzioni multilaterali. Purtroppo, le relazioni internazionali odierne sono caratterizzate da una crescente mancanza di fiducia tra gli attori, soprattutto a causa del mancato rispetto del principio pacta sunt servanda. Ciò porta spesso all’isolamento e ad atteggiamenti difensivi, che possono sfociare in ulteriori tensioni. Crea inoltre un circolo vizioso che riduce significativamente le opportunità di costruire relazioni solide e alimenta un sistema di minacce reciproche basato sull’illusione che la forza generi potere.

A questo proposito, gli Stati dovrebbero andare oltre gli interessi nazionali ed economici e avviare un dialogo e un processo decisionale congiunto che dia priorità alla promozione del bene comune, incentrato sulla dignità insita in ogni persona umana, donata da Dio.

Papa Leone XIV individua tre parole fondamentali che devono guidare la diplomazia: pace, giustizia e verità. Sottolineandone l’interconnessione, mette in guardia dal ritorno a una diplomazia della forza e ribadisce il ruolo indispensabile delle Istituzioni multilaterali.[1]Infatti, nella sua prima Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, il Papa ha sottolineato che «è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per risolvere i conflitti. […] Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, “la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare, usando fino allo stremo l’umiltà e la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in conflitto, così da avviare una pacificazione».[2]

Signor Presidente,

in un’epoca che rischia di ridurre ognuno a consumatore, dato o strumento, Papa Leone XIV ribadisce che la persona umana rimane la misura di ogni progresso. Al centro di questa convinzione vi è il riconoscimento della dignità inviolabile, donata da Dio, di ogni persona umana. Questa dignità non è conferita dallo Stato, dalla produttività economica o dalla capacità tecnologica; è intrinseca, radicata nel fatto che ogni persona è voluta e amata da Dio. Da ciò deriva la sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, nonché l’imperativo di salvaguardare la persona umana, che ogni società, che aspiri ad essere considerata civilizzata, ha il dovere di proteggere.

A ciò è strettamente legata la dignità del lavoro. Il lavoro, infatti, non è solo un mezzo di produzione, ma una partecipazione insostituibile all’opera creatrice di Dio e un percorso verso la realizzazione personale e la solidarietà sociale. Condizioni di lavoro indegne, precarietà occupazionale, sfruttamento dei lavoratori ed esclusione dei bisognosi distruggono la speranza, frammentano le società e alimentano i conflitti. In questa prospettiva, la giustizia economica diventa un presupposto indispensabile per la pace.

In nessun altro ambito questa sfida antropologica è più acuta che in quello dell’intelligenza artificiale. Papa Leone XIV ha affrontato nella sua prima Lettera Enciclica questa nuova sfida tecnologica, che Egli non respinge ma per la quale invoca un orientamento etico. Il controllo di questi potenti strumenti non deve rimanere nelle mani di pochi eletti; essi devono essere al servizio dell’umanità, e non il contrario. In particolare, lo sviluppo dei sistemi d’arma letali autonomi (LAWS) solleva profonde questioni morali. In questo ambito difficile, Papa Leone XIV fornisce chiari criteri di discernimento: «Il primo di questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo, la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi decisionali, ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese. Da questi criteri derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato in ambito bellico devono essere garantite tracciabilità e possibilità di ricostruire le decisioni, così che responsabilità ed eventuali colpe non si dissolvano “nella macchina”. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine, è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale, che frenino la corsa agli armamenti tecnologici e assicurino una tutela particolare ai civili e alle infrastrutture essenziali alla loro sopravvivenza» [3]

Ogni volta che entra in gioco l’intelligenza artificiale, non è quindi sufficiente invocare un tipo generico di etica, ma è piuttosto fondamentale liberarla dalle logiche di dominio, esclusione e morte. La tecnologia deve rispettare «il primato della persona, affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti». [4] L’IA può contribuire a ripristinare la fiducia se non le viene conferito il potere di causare danni, ma se ne vengono garantite l’affidabilità, la sicurezza e la supervisione umana. Infatti, i progressi tecnologici, accompagnati da un aumento delle vulnerabilità, sono destinati ad accrescere anche la sfiducia e a portare a un livello inaccettabile di rischio.

Nel quadro della riflessione proposta da Magnifica Humanitas, la Santa Sede guarda con particolare preoccupazione al fenomeno delle dipendenze, che, nelle loro varie forme, possono minare la libertà della persona e favorire dinamiche che sfruttano la vulnerabilità.[5] Come osserva Papa Leone XIV, «quando modelli imprenditoriali prosperano sulla debolezza umana, la persona è trattata come mezzo e non come fine».[6]

Questa preoccupazione è particolarmente acuta per quanto riguarda la droga e altre forme di dipendenza, che rappresentano una grave sfida alla dignità della persona umana, ai giovani, alle famiglie e al tessuto sociale nel suo complesso. [7] La Santa Sede ritiene pertanto importante promuovere «comprensione integrale»,[8] fondata sulla prevenzione a livello comunitario, sull’assistenza scientifica, su una giustizia dal volto umano, e orientata all’assistenza, alla presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario, nonché al recupero e al reinserimento delle persone coinvolte. [9] Allo stesso tempo, è necessario affrontare con determinazione le reti criminali e gli interessi che alimentano questo fenomeno. [10]

In questo senso, la cooperazione internazionale può contribuire a ricostruire la fiducia stabilendo norme e politiche comuni e, soprattutto, fornendo risposte concrete a sostegno dei membri più svantaggiati della società. È necessario «moltiplicare i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione»,[11] affinché nessuna persona possa mai essere considerata perduta.

Signor Presidente,

da alcuni anni ormai il mondo è precipitato in una spirale di violenza che si è progressivamente estesa e intensificata, aprendo continuamente nuovi teatri di guerra. La Santa Sede sottolinea con forza l’urgente necessità di una cessazione immediata e totale delle ostilità come presupposto indispensabile per qualsiasi impegno serio volto a ricostruire e a plasmare il futuro.

Allo stesso tempo, è necessario considerare, come sottolinea Papa Leone XIV, che la pace non è una parola “negativa”, ovvero la semplice assenza di guerra. Egli osserva che troppo spesso la pace viene considerata come una tregua temporanea tra un conflitto e l’altro, mentre si vive in un costante “stato di conflitto” a ogni livello delle relazioni umane. La pace è innanzitutto un dono — il dono di Cristo risorto — ma è un dono attivo ed esigente. Si costruisce nel cuore di ogni persona ed è parte integrante della memoria collettiva di ogni comunità, nonché del patrimonio dell’umanità. Richiede verità e giustizia, rifiutando l’orgoglio e la vendetta e scegliendo parole e azioni che leniscano anziché ferire. [12]

Inoltre, come affermò Papa Paolo VI, «Una pace, che non risulti dal culto verace dell’uomo, non è essa stessa pace verace. E come chiamiamo questo senso sincero dell’uomo? Lo chiamiamo Giustizia».[13] La pace è il frutto della giustizia. Richiede la paziente costruzione di relazioni giuste all’interno delle nazioni e tra di esse. Esige decisioni volte ad affrontare le cause profonde dei conflitti: la disuguaglianza, l’esclusione, la negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e il mancato riconoscimento dell’altro come fratello o sorella anziché come rivale.

Nell’impegno volto a ripristinare la fiducia e la pace, il disarmo non è quindi un ideale facoltativo, ma uno strumento necessario. Nessuna vera pace è possibile senza un’autentica determinazione comune a favore del disarmo; il legittimo diritto di ogni popolo di provvedere alla propria difesa non deve degenerare in una corsa al riarmo massiccio.[14] La concezione prevalente della sicurezza, basata principalmente sulla deterrenza e sul dominio militare, non è né inevitabile né esaustiva. È possibile un altro approccio alla sicurezza: uno che tenga conto dell’impatto delle politiche sulla vita e sulla dignità umana e che si fondi sulla cooperazione multilaterale e sulla responsabilità verso il bene comune e le future generazioni. Questo approccio offre una base di gran lunga più credibile per la stabilità internazionale a lungo termine rispetto a quella fondata sulla minaccia perpetua di annientamento.

Esso richiede inoltre la protezione dei civili nei conflitti armati e la fornitura di assistenza umanitaria. Il diritto internazionale umanitario non è uno strumento flessibile o facoltativo subordinato alle convenienze militari; è un impegno vincolante per gli Stati. Papa Leone XIV ha affermato chiaramente che non è possibile «ignorare che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari».[15]

Signor Presidente,

la dignità della persona trova espressione concreta nei diritti umani fondamentali e nelle libertà che «sono inviolabili, poiché inerenti alla persona umana e alla sua dignità. Di conseguenza, sono universali e inalienabili. Proprio perché fondati nella comune dignità di ogni uomo e di ogni donna».[16] Questi diritti sono universali, interdipendenti e radicati nella legge naturale; non sono una concessione da parte di alcun governo. Occorre prestare particolare attenzione alle categorie di persone più a rischio: i nascituri, gli anziani, i disabili, i malati, i rifugiati e i migranti, i disoccupati, gli emarginati, le persone sole e coloro che vivono in condizioni di estrema povertà, violenza o conflitto.

Tra questi diritti fondamentali, la libertà religiosa occupa un posto privilegiato. Non si tratta di una libertà secondaria, ma di una dimensione essenziale della persona umana. Come ha affermato Papa Benedetto XVI, la libertà religiosa «in realtà è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore».[17]Senza la possibilità di cercare e aderire alla verità su Dio secondo i dettami della coscienza, le altre libertà rimangono incomplete. Il pieno rispetto della libertà religiosa è indispensabile per la purificazione del cuore necessaria alla convivenza pacifica.[18]

Purtroppo, in molte parti del mondo i cristiani continuano a subire discriminazioni, violenze e vere e proprie persecuzioni semplicemente a causa della loro fede. Le chiese vengono attaccate, le comunità sfollate e le persone uccise o imprigionate. Nel condannare ogni forma di discriminazione religiosa, la Santa Sede alza la voce a difesa di questi fratelli e sorelle, non in uno spirito di esclusività, ma perché la difesa della libertà di una qualsiasi comunità rafforza la libertà di tutti. Il silenzio di fronte a tali sofferenze costituirebbe un tradimento della missione della Chiesa e dei diritti umani universali che la comunità internazionale si è impegnata a difendere.

Inoltre, la dignità non dipende dalla posizione geografica né dalla condizione socioeconomica. Chi si sposta, o è costretto a farlo, conserva sempre la propria dignità. È fondamentale continuare ad affrontare le cause alla radice del fenomeno, affinché la migrazione torni ad essere una scelta piuttosto che una necessità imposta dalle circostanze. È importante non ignorare la difficile situazione di chi cerca rifugio, di chi è stato costretto ad abbandonare la propria patria e di chi intraprende viaggi pericolosi.

Signor Presidente,

il passare del tempo non rende una guerra meno intollerabile; al contrario, rende ancora più grave la responsabilità di coloro che possono porvi fine o contribuire a porvi fine. Dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, il bilancio delle vittime continua a salire. Di fronte a questa tragedia, la Santa Sede, pur chiedendo il rigoroso rispetto del diritto umanitario internazionale, sottolinea l’urgente necessità di porre fine alle ostilità e di aprire la strada alla diplomazia. La pace non può essere rimandata; le armi devono tacere e i bombardamenti devono cessare. La Santa Sede incoraggia ogni iniziativa volta a raggiungere un cessate il fuoco immediato, completo ed efficace.

La Santa Sede ribadisce il proprio appello affinché si ponga fine alle violenze in corso contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania, in particolare all’escalation delle ostilità, alla demolizione delle abitazioni e alle restrizioni alla libertà di movimento, che stanno causando lo sfollamento delle comunità palestinesi.

Per quanto riguarda la situazione a Gaza, la Santa Sede continua a nutrire preoccupazione per la grave crisi umanitaria, la distruzione su vasta scala, gli sfollamenti di massa e le gravi carenze che persistono. A questo proposito, la Santa Sede esorta la comunità internazionale ad adoperarsi per promuovere la soluzione dei due Stati, al fine di raggiungere una pace giusta e duratura.

La Santa Sede accoglie con favore la firma dell’Accordo Quadro Trilaterale tra Stati Uniti, Israele e Libano, volto a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura. Questo accordo rappresenta di per sé uno sviluppo significativo. Tuttavia, la Santa Sede esprime serie preoccupazioni riguardo alle difficoltà incontrate nella sua attuazione ed esorta le parti coinvolte a rispettare pienamente e ad applicare i termini dell’accordo attraverso azioni concrete. Il rispetto della sovranità e dei confini costituisce il fondamento essenziale per l’attuazione del piano di pace.

Inoltre, la presenza dei cristiani in Libano e in tutto il Medio Oriente non solo deve essere salvaguardata come legittima continuazione di una presenza storica, ma deve anche essere incoraggiata dalla comunità internazionale, poiché i cristiani aspirano a essere una forza attiva per la pace, la spiritualità e la cultura all’interno del mosaico di popoli che compongono il Levante, dove ha avuto origine la fede cristiana.

La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la situazione nella regione del Golfo, dove il conflitto si è progressivamente esteso e la violenza non accenna a placarsi. In particolare, la Santa Sede non può tacere di fronte al drammatico impatto che questo conflitto sta avendo sulle popolazioni civili vulnerabili, che sono costrette ad affrontare la fame e lo sfollamento forzato e vivono in condizioni a malapena sostenibili. Questo conflitto ha inoltre colpito infrastrutture vitali, rotte di trasporto marittimo e risorse energetiche di importanza strategica per l’intera economia globale, con ripercussioni sui mezzi di sussistenza delle persone in tutto il mondo. La Santa Sede ribadisce con forza il proprio appello affinché le parti coinvolte trovino il coraggio di avviare un dialogo. Solo un rinnovato impegno nei confronti dei negoziati, sostenuto dalla comunità internazionale, potrà restituire alla regione del Golfo la prospettiva di una pace stabile e di uno sviluppo condiviso.

La comunità internazionale non deve dimenticare la tragica situazione in cui versano le centinaia di migliaia di Rohingya che, ormai da oltre nove anni, non solo subiscono la tragedia dell’apolidia, ma sono anche costretti a vivere in condizioni disumane e letali. Queste persone sono private dei diritti intrinseci, in evidente violazione della loro dignità umana. La loro sofferenza deve finire! Occorre creare, nella loro patria, le condizioni che consentano un ritorno sicuro, legale, volontario e senza ostacoli.

La Santa Sede rinnova il suo accorato appello affinché si ponga immediatamente fine al conflitto in Sudan, una terra che da troppo tempo è devastata da una violenza indiscriminata che colpisce i più indifesi, a cominciare dai bambini e dalle donne. Di fronte a una catastrofe umanitaria senza precedenti, si esortano tutte le parti a avviare senza indugio un dialogo sincero e costruttivo, con il sostegno della comunità internazionale, per facilitare l’assistenza alla popolazione e garantire stabilità e pace.

La Santa Sede fa appello a tutte le figure di spicco della scena politica del Sud Sudan affinché antepongano il benessere della nazione a qualsiasi interesse di parte. Ciascuno, in base alle proprie responsabilità, è chiamato a promuovere azioni e parole che contribuiscano alla riconciliazione, alla pace e all’armonia tra tutti i sudsudanesi.

La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la crisi umanitaria che sta attualmente colpendo alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza ed eventi meteorologici estremi stanno aggravando le condizioni di vita già precarie della popolazione. La Santa Sede esorta la comunità internazionale a impegnarsi generosamente per soddisfare i bisogni immediati delle persone più a rischio, in particolare donne e bambini.

La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è fonte di preoccupazione per la Santa Sede, in particolare la crisi che si protrae da tempo nella parte orientale del Paese e l’epidemia di Ebola. La Santa Sede, pur esprimendo pieno sostegno ai processi di pace nel Paese, incoraggia il dialogo nazionale e chiede che venga garantita con urgenza la protezione degli operatori sanitari e umanitari, l’accesso senza ostacoli agli aiuti e il rafforzamento della cooperazione regionale per affrontare queste sfide in modo integrato. Occorre attribuire particolare importanza alla riconciliazione tra le comunità, in quanto condizione indispensabile per una pace veramente duratura. Inoltre, la Santa Sede è preoccupata per gli attacchi terroristici, specialmente nella regione del Nord Kivu e in quella dell’Ituri, che prendono ripetutamente di mira la popolazione civile, comprese le comunità cristiane, causando uccisioni, rapimenti e la distruzione di villaggi e di strutture ecclesiastiche.

La Santa Sede osserva con preoccupazione l’avanzata dei gruppi jihadisti dal Sahel verso i paesi costieri del Golfo di Guinea. La risposta non può essere esclusivamente militare: deve includere la prevenzione della radicalizzazione, lo sviluppo delle zone di confine, l’istruzione dei giovani, la coesione sociale e il dialogo interreligioso, valorizzando appieno il ruolo delle comunità religiose nella prevenzione dell’estremismo.

La provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, continua a essere destabilizzata dopo quasi nove anni di conflitto armato. La Santa Sede, pur chiedendo la fine del conflitto, rimane preoccupata per gli episodi sporadici di violenza che impediscono agli sfollati interni di tornare nei loro luoghi di origine e li costringono a continuare a vivere in una situazione di sofferenza e insicurezza alimentare, senza prospettive di un futuro migliore.

In Venezuela, la Santa Sede incoraggia ogni sforzo volto al pieno ripristino dell’ordine democratico attraverso mezzi pacifici e inclusivi che rispettino la sovranità nazionale, nonché l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale basato sul dialogo, sulla ricerca del bene comune e sul pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà civili.

In questo contesto, la situazione talvolta difficile in cui versano i detenuti in Venezuela, così come le sofferenze subite dalle loro famiglie, continuano a destare preoccupazione dal punto di vista umanitario e non dovrebbero essere trascurate. Lo stesso vale per l’urgente necessità di una rapida ripresa dell’economia nazionale, a beneficio dell’intera popolazione, la maggior parte della quale continua a vivere in condizioni estremamente difficili.

La Santa Sede continua a seguire con grande attenzione la situazione ad Haiti; il Paese sta attualmente attraversando un periodo di grave instabilità politica, istituzionale e sociale, oltre a una drammatica emergenza umanitaria. La Santa Sede incoraggia tutti gli haitiani a dare priorità al dialogo e alla ricerca del bene comune e rinnova il proprio appello alla comunità internazionale affinché accompagni il Paese con determinazione e generosità nel suo arduo cammino verso la pace, la democrazia e una rinnovata fiducia nel proprio futuro.

La Santa Sede segue con attenzione la situazione tra Cuba e gli Stati Uniti ed esorta tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, al fine di evitare qualsiasi azione che possa aggravare le sofferenze dell’amato popolo cubano.

La Santa Sede segue con particolare preoccupazione la situazione in Nicaragua e ribadisce il suo costante appello a intraprendere un percorso di dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità del Paese, per il bene del popolo e della Chiesa in Nicaragua.

La Santa Sede incoraggia l’Azerbaigian e l’Armenia a consolidare il processo volto al raggiungimento di una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale.

Signor Presidente,

torniamo, quindi, al tema di quest’anno. Il multilateralismo è in crisi. Papa Francesco ha scritto che «non giova confondere il multilateralismo con un’autorità mondiale concentrata in una sola persona o in un’élite con eccessivo potere: “Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale”. Parliamo soprattutto di “organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali”». [19]

Come ha osservato Papa Leone XIV nel suo discorso del 9 gennaio 2026 al Corpo Diplomatico: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».[20] La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé, ma come una realtà imposta con le armi. Ciò minaccia gravemente lo Stato di diritto, che è il fondamento di ogni convivenza civile pacifica.

Eppure la crisi del multilateralismo non ne sminuisce l’importanza. Come in ogni crisi, si tratta in ultima analisi di una questione di volontà: la volontà di difendere la giustizia piuttosto che ricorrere alla violenza; la volontà di sostenere lo Stato di diritto piuttosto che sottomettersi al dominio; la volontà di scegliere la pace anziché la distruzione. Le Nazioni Unite sono nate dalle ceneri di una catastrofe globale proprio con quella determinazione a prevenirne di future, a salvaguardare la pace, a difendere i diritti umani fondamentali e a promuovere lo sviluppo sostenibile. Ottant’anni dopo, l’Organizzazione deve adattarsi alle realtà contemporanee pur rimanendo fedele ai propri scopi fondanti. Deve diventare più mirata, più efficiente e più orientata verso l’unità della famiglia umana, anziché lasciare che prevalgano le divisioni ideologiche. [21]

La Santa Sede riconosce le sfide attuali che le Nazioni Unite si trovano ad affrontare. L’Iniziativa UN80, che sta ora entrando nella fase di attuazione, è un segnale importante della volontà dell’Organizzazione di sottoporsi a un’autocritica e di intraprendere i cambiamenti necessari per adempiere ai propri scopi in modo più efficace. La Santa Sede accoglie con favore questo sforzo ed esorta gli Stati membri a svolgere un ruolo attivo e costruttivo per garantire che la riforma sia guidata da un rinnovato senso di responsabilità verso il bene comune e la dignità di ogni essere umano. «La Santa Sede sostiene e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde: non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di valori tocca anche i fondamenti etici delle nazioni e rende più difficile orientare il multilateralismo al vero bene comune».[22]

Un multilateralismo autentico richiede un accordo sul significato delle parole. Quando il linguaggio viene svuotato di contenuto o deliberatamente distorto, il dialogo diventa impossibile. Richiede un impegno condiviso nei confronti del diritto internazionale, compreso il diritto umanitario. Richiede l’umiltà di riconoscere che nessuna nazione, per quanto potente, può affrontare da sola le sfide dell’insicurezza alimentare, della migrazione, dei cambiamenti tecnologici, del degrado climatico e ambientale, o della minaccia delle armi nucleari o autonome. Soprattutto, richiede il ripristino della fiducia: fiducia nel fatto che gli accordi saranno onorati, che i più deboli non saranno abbandonati e che il bene comune avrà la precedenza sulla ricerca di vantaggi unilaterali.

La Santa Sede continua a dedicarsi con impegno a questo lavoro paziente e spesso poco appariscente di costruzione di ponti. Lo fa perché la famiglia umana è una sola, ogni persona possiede una dignità inviolabile donata da Dio e la pace è possibile quando alla verità e alla giustizia viene riconosciuto il posto che spetta loro di diritto.

Signor Presidente,

la trasformazione che il mondo sta affrontando — tecnologica, geopolitica, sociale — non aspetterà l’azione o l’inazione delle Nazioni Unite. Che si tratti di una trasformazione che elevi la persona umana o che la sminuisca, dipenderà dalle scelte compiute insieme in queste sale. È imperativo disarmare non solo le armi, ma anche la logica del dominio; proteggere i più bisognosi; dire la verità con carità; e ricostruire, attraverso il dialogo e la solidarietà, un ordine multilaterale che sia davvero al servizio di tutti.

Possa la comunità internazionale, in quanto famiglia delle nazioni, avere il coraggio di ripristinare la fiducia, la saggezza di gestire la trasformazione in modo equo e la perseveranza di costruire la pace. A questo proposito, la Santa Sede esorta vivamente tutte le parti a impegnarsi in negoziati sinceri per porre fine a tutte le guerre e a tutti i conflitti. La guerra porta solo morte e distruzione, mentre la pace porta sviluppo e prosperità. La Santa Sede continuerà a fare la propria parte nella costruzione di un futuro migliore per tutti.

Grazie.

 


[1] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.

[2] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, 221, 224.

[3] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, 199-200.

[4] Idem. 97.

[5] Cfr. Idem. 170.

[6] Idem.

[7] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni di dipendenza in America Latina, 27 agosto 2026.

[8] Ibid.

[9] Cfr. Ibid.

[10] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso in occasione della Giornata internazionale contro la droga, 26 giugno 2025.

[11] Ibid.

[12] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.

[13] Papa Paolo VI, Messaggio per la celebrazione della V Giornata della Pace, 1° gennaio 1972.

[14] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.

[15] Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.

[16] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, 55.

[17] Papa Benedetto XVI, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10 gennaio 2011.

[18] Cfr. Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025.

[19] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Laudate Deum, 35.

[20] Papa Leone XIV, Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.

[21] Cfr. Ibid.

[22] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, 226.