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DISCORSO DI SUA EMINENZA IL CARDINALE PIETRO PAROLIN,
SEGRETARIO DI STATO E CAPO
DELLA DELEGAZIONE DELLA SANTA SEDE,
IN OCCASIONE DEL DIBATTITO GENERALE DELLA
SETTIMANA DI ALTO LIVELLO
ALL’APERTURA DELL’81ª SESSIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE
DELLE NAZIONI UNITE
New York, 26 settembre 2026
“RICOSTRUIRE LA FIDUCIA, GESTIRE LA TRASFORMAZIONE:
UN’ORGANIZZAZIONE DELLE
NAZIONI UNITE AL SERVIZIO DI TUTTI”
Signor Presidente,
sono onorato di rivolgere a Lei e agli illustri rappresentanti delle Nazioni qui
riunite i cordiali saluti di Sua Santità Papa Leone XIV, porgendo al contempo le
mie congratulazioni a Vostra Eccellenza per la Sua elezione a Presidente di
questa stimata Assemblea.
In un mondo caratterizzato da rapidi cambiamenti tecnologici, minacce
ambientali, conflitti che si riaccendono e fratture sempre più profonde
nell’ordine internazionale, il tema di quest’anno “Restoring Trust, Managing
Transformation: A United Nations that delivers for All”, non è solo
un’aspirazione, ma un imperativo morale e politico urgente.
Ogni Istituzione internazionale, al di là del proprio quadro giuridico,
necessita della fiducia reciproca tra i propri membri per essere efficace.
Inoltre, la fiducia è un processo continuo. Essa si alimenta attraverso il
rispetto reciproco e il dialogo e richiede un impegno costante nei confronti dei
valori della dignità umana e della giustizia su cui si fondano le istituzioni
multilaterali. Purtroppo, le relazioni internazionali odierne sono
caratterizzate da una crescente mancanza di fiducia tra gli attori, soprattutto
a causa del mancato rispetto del principio pacta sunt servanda. Ciò porta
spesso all’isolamento e ad atteggiamenti difensivi, che possono sfociare in
ulteriori tensioni. Crea inoltre un circolo vizioso che riduce
significativamente le opportunità di costruire relazioni solide e alimenta un
sistema di minacce reciproche basato sull’illusione che la forza generi potere.
A questo proposito, gli Stati dovrebbero andare oltre gli interessi nazionali ed
economici e avviare un dialogo e un processo decisionale congiunto che dia
priorità alla promozione del bene comune, incentrato sulla dignità insita in
ogni persona umana, donata da Dio.
Papa Leone XIV individua tre parole fondamentali che devono guidare la
diplomazia: pace, giustizia e verità. Sottolineandone l’interconnessione, mette
in guardia dal ritorno a una diplomazia della forza e ribadisce il ruolo
indispensabile delle Istituzioni multilaterali.[1]Infatti, nella sua prima Lettera Enciclica
Magnifica Humanitas, il Papa
ha sottolineato che «è urgente passare dalla “cultura della potenza” a
un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni
diplomatiche diventino via ordinaria per risolvere i conflitti. […] Nelle
relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della
diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le
comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che
segnano il nostro tempo, “la vocazione della diplomazia è quella di favorire il
dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che
non si riterrebbero legittimati a negoziare, usando fino allo stremo l’umiltà e
la pazienza per ricucire i più tenui segni di buona volontà delle parti in
conflitto, così da avviare una pacificazione».[2]
Signor Presidente,
in un’epoca che rischia di ridurre ognuno a consumatore, dato o strumento, Papa
Leone XIV ribadisce che la persona umana rimane la misura di ogni progresso. Al
centro di questa convinzione vi è il riconoscimento della dignità inviolabile,
donata da Dio, di ogni persona umana. Questa dignità non è conferita dallo
Stato, dalla produttività economica o dalla capacità tecnologica; è intrinseca,
radicata nel fatto che ogni persona è voluta e amata da Dio. Da ciò deriva la
sacralità della vita, dal concepimento alla morte naturale, nonché l’imperativo
di salvaguardare la persona umana, che ogni società, che aspiri ad essere
considerata civilizzata, ha il dovere di proteggere.
A ciò è strettamente legata la dignità del lavoro. Il lavoro, infatti, non è
solo un mezzo di produzione, ma una partecipazione insostituibile all’opera
creatrice di Dio e un percorso verso la realizzazione personale e la solidarietà
sociale. Condizioni di lavoro indegne, precarietà occupazionale, sfruttamento
dei lavoratori ed esclusione dei bisognosi distruggono la speranza, frammentano
le società e alimentano i conflitti. In questa prospettiva, la giustizia
economica diventa un presupposto indispensabile per la pace.
In nessun altro ambito questa sfida antropologica è più acuta che in quello
dell’intelligenza artificiale. Papa Leone XIV ha affrontato nella sua
prima
Lettera Enciclica questa nuova sfida tecnologica, che Egli non respinge ma per
la quale invoca un orientamento etico. Il controllo di questi potenti strumenti
non deve rimanere nelle mani di pochi eletti; essi devono essere al servizio
dell’umanità, e non il contrario. In particolare, lo sviluppo dei sistemi d’arma
letali autonomi (LAWS) solleva profonde questioni morali. In questo ambito
difficile, Papa Leone XIV fornisce chiari criteri di discernimento: «Il primo di
questi criteri riguarda la responsabilità personale. Quando la decisione di
colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di
deresponsabilizzazione. Per questo, la catena delle responsabilità deve restare
identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi
impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. Il secondo criterio
riguarda il tempo del giudizio morale. L’IA tende a comprimere i tempi
decisionali, ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come
criteri supremi rapidità ed efficienza. Il terzo criterio è la distinzione e la
protezione dei civili. Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere
il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei
bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non
combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese. Da questi criteri
derivano alcune esigenze irrinunciabili. Anzitutto, per ogni sistema impiegato
in ambito bellico devono essere garantite tracciabilità e possibilità di
ricostruire le decisioni, così che responsabilità ed eventuali colpe non si
dissolvano “nella macchina”. In secondo luogo, la scelta di impiegare la forza
letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve
restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile. Infine,
è necessario stabilire regole condivise, anche a livello internazionale, che
frenino la corsa agli armamenti tecnologici e assicurino una tutela particolare
ai civili e alle infrastrutture essenziali alla loro sopravvivenza» [3]
Ogni volta che entra in gioco l’intelligenza artificiale, non è quindi
sufficiente invocare un tipo generico di etica, ma è piuttosto fondamentale
liberarla dalle logiche di dominio, esclusione e morte. La tecnologia deve
rispettare «il primato della persona, affinché sia sempre l’intelligenza umana,
con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a
stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti».
[4] L’IA può contribuire a ripristinare la fiducia se non le viene conferito
il potere di causare danni, ma se ne vengono garantite l’affidabilità, la
sicurezza e la supervisione umana. Infatti, i progressi tecnologici,
accompagnati da un aumento delle vulnerabilità, sono destinati ad accrescere
anche la sfiducia e a portare a un livello inaccettabile di rischio.
Nel quadro della riflessione proposta da
Magnifica Humanitas, la Santa
Sede guarda con particolare preoccupazione al fenomeno delle dipendenze, che,
nelle loro varie forme, possono minare la libertà della persona e favorire
dinamiche che sfruttano la vulnerabilità.[5] Come osserva Papa Leone XIV, «quando modelli imprenditoriali prosperano
sulla debolezza umana, la persona è trattata come mezzo e non come fine».[6]
Questa preoccupazione è particolarmente acuta per quanto riguarda la droga e
altre forme di dipendenza, che rappresentano una grave sfida alla dignità della
persona umana, ai giovani, alle famiglie e al tessuto sociale nel suo complesso. [7] La Santa Sede ritiene pertanto importante promuovere «comprensione
integrale»,[8] fondata sulla prevenzione a livello comunitario, sull’assistenza
scientifica, su una giustizia dal volto umano, e orientata all’assistenza, alla
presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario, nonché al recupero e al
reinserimento delle persone coinvolte. [9] Allo stesso tempo, è necessario affrontare con determinazione le reti
criminali e gli interessi che alimentano questo fenomeno. [10]
In questo senso, la cooperazione internazionale può contribuire a ricostruire la
fiducia stabilendo norme e politiche comuni e, soprattutto, fornendo risposte
concrete a sostegno dei membri più svantaggiati della società. È necessario
«moltiplicare i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione»,[11] affinché nessuna persona possa mai essere considerata perduta.
Signor Presidente,
da alcuni anni ormai il mondo è precipitato in una spirale di violenza che si è
progressivamente estesa e intensificata, aprendo continuamente nuovi teatri di
guerra. La Santa Sede sottolinea con forza l’urgente necessità di una cessazione
immediata e totale delle ostilità come presupposto indispensabile per qualsiasi
impegno serio volto a ricostruire e a plasmare il futuro.
Allo stesso tempo, è necessario considerare, come sottolinea Papa Leone XIV, che
la pace non è una parola “negativa”, ovvero la semplice assenza di guerra. Egli
osserva che troppo spesso la pace viene considerata come una tregua temporanea
tra un conflitto e l’altro, mentre si vive in un costante “stato di conflitto” a
ogni livello delle relazioni umane. La pace è innanzitutto un dono — il dono di
Cristo risorto — ma è un dono attivo ed esigente. Si costruisce nel cuore di
ogni persona ed è parte integrante della memoria collettiva di ogni comunità,
nonché del patrimonio dell’umanità. Richiede verità e giustizia, rifiutando
l’orgoglio e la vendetta e scegliendo parole e azioni che leniscano anziché
ferire. [12]
Inoltre, come affermò Papa Paolo VI, «Una pace, che non risulti dal culto verace
dell’uomo, non è essa stessa pace verace. E come chiamiamo questo senso sincero
dell’uomo? Lo chiamiamo Giustizia».[13] La pace è il frutto della giustizia. Richiede la paziente costruzione di
relazioni giuste all’interno delle nazioni e tra di esse. Esige decisioni volte
ad affrontare le cause profonde dei conflitti: la disuguaglianza, l’esclusione,
la negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, e il mancato
riconoscimento dell’altro come fratello o sorella anziché come rivale.
Nell’impegno volto a ripristinare la fiducia e la pace, il disarmo non è quindi
un ideale facoltativo, ma uno strumento necessario. Nessuna vera pace è
possibile senza un’autentica determinazione comune a favore del disarmo; il
legittimo diritto di ogni popolo di provvedere alla propria difesa non deve
degenerare in una corsa al riarmo massiccio.[14] La concezione prevalente della sicurezza, basata principalmente sulla
deterrenza e sul dominio militare, non è né inevitabile né esaustiva. È
possibile un altro approccio alla sicurezza: uno che tenga conto dell’impatto
delle politiche sulla vita e sulla dignità umana e che si fondi sulla
cooperazione multilaterale e sulla responsabilità verso il bene comune e le
future generazioni. Questo approccio offre una base di gran lunga più credibile
per la stabilità internazionale a lungo termine rispetto a quella fondata sulla
minaccia perpetua di annientamento.
Esso richiede inoltre la protezione dei civili nei conflitti armati e la
fornitura di assistenza umanitaria. Il diritto internazionale umanitario non è
uno strumento flessibile o facoltativo subordinato alle convenienze militari; è
un impegno vincolante per gli Stati. Papa Leone XIV ha affermato chiaramente che
non è possibile «ignorare che la distruzione di ospedali, di infrastrutture
energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana
costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa
Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento
dei civili nelle operazioni militari».[15]
Signor Presidente,
la dignità della persona trova espressione concreta nei diritti umani
fondamentali e nelle libertà che «sono inviolabili, poiché inerenti alla persona
umana e alla sua dignità. Di conseguenza, sono universali e inalienabili.
Proprio perché fondati nella comune dignità di ogni uomo e di ogni donna».[16] Questi diritti sono universali, interdipendenti e radicati nella legge
naturale; non sono una concessione da parte di alcun governo. Occorre prestare
particolare attenzione alle categorie di persone più a rischio: i nascituri, gli
anziani, i disabili, i malati, i rifugiati e i migranti, i disoccupati, gli
emarginati, le persone sole e coloro che vivono in condizioni di estrema
povertà, violenza o conflitto.
Tra questi diritti fondamentali, la libertà religiosa occupa un posto
privilegiato. Non si tratta di una libertà secondaria, ma di una dimensione
essenziale della persona umana. Come ha affermato Papa Benedetto XVI, la libertà
religiosa «in realtà è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato
affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva
dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore».[17]Senza la possibilità di cercare e aderire alla verità su Dio secondo i dettami
della coscienza, le altre libertà rimangono incomplete. Il pieno rispetto della
libertà religiosa è indispensabile per la purificazione del cuore necessaria
alla convivenza pacifica.[18]
Purtroppo, in molte parti del mondo i cristiani continuano a subire
discriminazioni, violenze e vere e proprie persecuzioni semplicemente a causa
della loro fede. Le chiese vengono attaccate, le comunità sfollate e le persone
uccise o imprigionate. Nel condannare ogni forma di discriminazione religiosa,
la Santa Sede alza la voce a difesa di questi fratelli e sorelle, non in uno
spirito di esclusività, ma perché la difesa della libertà di una qualsiasi
comunità rafforza la libertà di tutti. Il silenzio di fronte a tali sofferenze
costituirebbe un tradimento della missione della Chiesa e dei diritti umani
universali che la comunità internazionale si è impegnata a difendere.
Inoltre, la dignità non dipende dalla posizione geografica né dalla condizione
socioeconomica. Chi si sposta, o è costretto a farlo, conserva sempre la propria
dignità. È fondamentale continuare ad affrontare le cause alla radice del
fenomeno, affinché la migrazione torni ad essere una scelta piuttosto che una
necessità imposta dalle circostanze. È importante non ignorare la difficile
situazione di chi cerca rifugio, di chi è stato costretto ad abbandonare la
propria patria e di chi intraprende viaggi pericolosi.
Signor Presidente,
il passare del tempo non rende una guerra meno intollerabile; al contrario,
rende ancora più grave la responsabilità di coloro che possono porvi fine o
contribuire a porvi fine. Dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, il
bilancio delle vittime continua a salire. Di fronte a questa tragedia, la Santa
Sede, pur chiedendo il rigoroso rispetto del diritto umanitario internazionale,
sottolinea l’urgente necessità di porre fine alle ostilità e di aprire la strada
alla diplomazia. La pace non può essere rimandata; le armi devono tacere e i
bombardamenti devono cessare. La Santa Sede incoraggia ogni iniziativa volta a
raggiungere un cessate il fuoco immediato, completo ed efficace.
La Santa Sede ribadisce il proprio appello affinché si ponga fine alle violenze
in corso contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania, in
particolare all’escalation delle ostilità, alla demolizione delle abitazioni e
alle restrizioni alla libertà di movimento, che stanno causando lo sfollamento
delle comunità palestinesi.
Per quanto riguarda la situazione a Gaza, la Santa Sede continua a nutrire
preoccupazione per la grave crisi umanitaria, la distruzione su vasta scala, gli
sfollamenti di massa e le gravi carenze che persistono. A questo proposito, la
Santa Sede esorta la comunità internazionale ad adoperarsi per promuovere la
soluzione dei due Stati, al fine di raggiungere una pace giusta e duratura.
La Santa Sede accoglie con favore la firma dell’Accordo Quadro Trilaterale tra
Stati Uniti, Israele e Libano, volto a stabilizzare i confini meridionali della
Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura. Questo accordo
rappresenta di per sé uno sviluppo significativo. Tuttavia, la Santa Sede
esprime serie preoccupazioni riguardo alle difficoltà incontrate nella sua
attuazione ed esorta le parti coinvolte a rispettare pienamente e ad applicare i
termini dell’accordo attraverso azioni concrete. Il rispetto della sovranità e
dei confini costituisce il fondamento essenziale per l’attuazione del piano di
pace.
Inoltre, la presenza dei cristiani in Libano e in tutto il Medio Oriente non
solo deve essere salvaguardata come legittima continuazione di una presenza
storica, ma deve anche essere incoraggiata dalla comunità internazionale, poiché
i cristiani aspirano a essere una forza attiva per la pace, la spiritualità e la
cultura all’interno del mosaico di popoli che compongono il Levante, dove ha
avuto origine la fede cristiana.
La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la situazione nella regione del
Golfo, dove il conflitto si è progressivamente esteso e la violenza non accenna
a placarsi. In particolare, la Santa Sede non può tacere di fronte al drammatico
impatto che questo conflitto sta avendo sulle popolazioni civili vulnerabili,
che sono costrette ad affrontare la fame e lo sfollamento forzato e vivono in
condizioni a malapena sostenibili. Questo conflitto ha inoltre colpito
infrastrutture vitali, rotte di trasporto marittimo e risorse energetiche di
importanza strategica per l’intera economia globale, con ripercussioni sui mezzi
di sussistenza delle persone in tutto il mondo. La Santa Sede ribadisce con
forza il proprio appello affinché le parti coinvolte trovino il coraggio di
avviare un dialogo. Solo un rinnovato impegno nei confronti dei negoziati,
sostenuto dalla comunità internazionale, potrà restituire alla regione del Golfo
la prospettiva di una pace stabile e di uno sviluppo condiviso.
La comunità internazionale non deve dimenticare la tragica situazione in cui
versano le centinaia di migliaia di Rohingya che, ormai da oltre nove anni, non
solo subiscono la tragedia dell’apolidia, ma sono anche costretti a vivere in
condizioni disumane e letali. Queste persone sono private dei diritti
intrinseci, in evidente violazione della loro dignità umana. La loro sofferenza
deve finire! Occorre creare, nella loro patria, le condizioni che consentano un
ritorno sicuro, legale, volontario e senza ostacoli.
La Santa Sede rinnova il suo accorato appello affinché si ponga immediatamente
fine al conflitto in Sudan, una terra che da troppo tempo è devastata da una
violenza indiscriminata che colpisce i più indifesi, a cominciare dai bambini e
dalle donne. Di fronte a una catastrofe umanitaria senza precedenti, si esortano
tutte le parti a avviare senza indugio un dialogo sincero e costruttivo, con il
sostegno della comunità internazionale, per facilitare l’assistenza alla
popolazione e garantire stabilità e pace.
La Santa Sede fa appello a tutte le figure di spicco della scena politica del
Sud Sudan affinché antepongano il benessere della nazione a qualsiasi interesse
di parte. Ciascuno, in base alle proprie responsabilità, è chiamato a promuovere
azioni e parole che contribuiscano alla riconciliazione, alla pace e all’armonia
tra tutti i sudsudanesi.
La Santa Sede segue con profonda preoccupazione la crisi umanitaria che sta
attualmente colpendo alcune zone della Somalia, dove episodi di violenza ed
eventi meteorologici estremi stanno aggravando le condizioni di vita già
precarie della popolazione. La Santa Sede esorta la comunità internazionale a
impegnarsi generosamente per soddisfare i bisogni immediati delle persone più a
rischio, in particolare donne e bambini.
La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è fonte di preoccupazione
per la Santa Sede, in particolare la crisi che si protrae da tempo nella parte
orientale del Paese e l’epidemia di Ebola. La Santa Sede, pur esprimendo pieno
sostegno ai processi di pace nel Paese, incoraggia il dialogo nazionale e chiede
che venga garantita con urgenza la protezione degli operatori sanitari e
umanitari, l’accesso senza ostacoli agli aiuti e il rafforzamento della
cooperazione regionale per affrontare queste sfide in modo integrato. Occorre
attribuire particolare importanza alla riconciliazione tra le comunità, in
quanto condizione indispensabile per una pace veramente duratura. Inoltre, la
Santa Sede è preoccupata per gli attacchi terroristici, specialmente nella
regione del Nord Kivu e in quella dell’Ituri, che prendono ripetutamente di mira
la popolazione civile, comprese le comunità cristiane, causando uccisioni,
rapimenti e la distruzione di villaggi e di strutture ecclesiastiche.
La Santa Sede osserva con preoccupazione l’avanzata dei gruppi jihadisti dal
Sahel verso i paesi costieri del Golfo di Guinea. La risposta non può essere
esclusivamente militare: deve includere la prevenzione della radicalizzazione,
lo sviluppo delle zone di confine, l’istruzione dei giovani, la coesione sociale
e il dialogo interreligioso, valorizzando appieno il ruolo delle comunità
religiose nella prevenzione dell’estremismo.
La provincia di Cabo Delgado, in Mozambico, continua a essere destabilizzata
dopo quasi nove anni di conflitto armato. La Santa Sede, pur chiedendo la fine
del conflitto, rimane preoccupata per gli episodi sporadici di violenza che
impediscono agli sfollati interni di tornare nei loro luoghi di origine e li
costringono a continuare a vivere in una situazione di sofferenza e insicurezza
alimentare, senza prospettive di un futuro migliore.
In Venezuela, la Santa Sede incoraggia ogni sforzo volto al pieno ripristino
dell’ordine democratico attraverso mezzi pacifici e inclusivi che rispettino la
sovranità nazionale, nonché l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale
basato sul dialogo, sulla ricerca del bene comune e sul pieno rispetto dei
diritti umani e delle libertà civili.
In questo contesto, la situazione talvolta difficile in cui versano i detenuti
in Venezuela, così come le sofferenze subite dalle loro famiglie, continuano a
destare preoccupazione dal punto di vista umanitario e non dovrebbero essere
trascurate. Lo stesso vale per l’urgente necessità di una rapida ripresa
dell’economia nazionale, a beneficio dell’intera popolazione, la maggior parte
della quale continua a vivere in condizioni estremamente difficili.
La Santa Sede continua a seguire con grande attenzione la situazione ad Haiti;
il Paese sta attualmente attraversando un periodo di grave instabilità politica,
istituzionale e sociale, oltre a una drammatica emergenza umanitaria. La Santa
Sede incoraggia tutti gli haitiani a dare priorità al dialogo e alla ricerca del
bene comune e rinnova il proprio appello alla comunità internazionale affinché
accompagni il Paese con determinazione e generosità nel suo arduo cammino verso
la pace, la democrazia e una rinnovata fiducia nel proprio futuro.
La Santa Sede segue con attenzione la situazione tra Cuba e gli Stati Uniti ed
esorta tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, al fine
di evitare qualsiasi azione che possa aggravare le sofferenze dell’amato popolo
cubano.
La Santa Sede segue con particolare preoccupazione la situazione in Nicaragua e
ribadisce il suo costante appello a intraprendere un percorso di dialogo
rispettoso e costruttivo con le autorità del Paese, per il bene del popolo e
della Chiesa in Nicaragua.
La Santa Sede incoraggia l’Azerbaigian e l’Armenia a consolidare il processo
volto al raggiungimento di una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale.
Signor Presidente,
torniamo, quindi, al tema di quest’anno. Il multilateralismo è in crisi. Papa
Francesco ha scritto che «non giova confondere il multilateralismo con
un’autorità mondiale concentrata in una sola persona o in un’élite con
eccessivo potere: “Quando si parla della possibilità di qualche forma di
autorità mondiale regolata dal diritto, non necessariamente si deve pensare a
un’autorità personale”. Parliamo soprattutto di “organizzazioni mondiali più
efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo
sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani
fondamentali”». [19]
Come ha osservato Papa Leone XIV nel suo
discorso del 9 gennaio 2026 al Corpo
Diplomatico: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di
tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi
alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato
infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva
ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».[20] La pace non è più ricercata come un dono e un bene desiderabile in sé, ma
come una realtà imposta con le armi. Ciò minaccia gravemente lo Stato di
diritto, che è il fondamento di ogni convivenza civile pacifica.
Eppure la crisi del multilateralismo non ne sminuisce l’importanza. Come in ogni
crisi, si tratta in ultima analisi di una questione di volontà: la volontà di
difendere la giustizia piuttosto che ricorrere alla violenza; la volontà di
sostenere lo Stato di diritto piuttosto che sottomettersi al dominio; la volontà
di scegliere la pace anziché la distruzione. Le Nazioni Unite sono nate dalle
ceneri di una catastrofe globale proprio con quella determinazione a prevenirne
di future, a salvaguardare la pace, a difendere i diritti umani fondamentali e a
promuovere lo sviluppo sostenibile. Ottant’anni dopo, l’Organizzazione deve
adattarsi alle realtà contemporanee pur rimanendo fedele ai propri scopi
fondanti. Deve diventare più mirata, più efficiente e più orientata verso
l’unità della famiglia umana, anziché lasciare che prevalgano le divisioni
ideologiche. [21]
La Santa Sede riconosce le sfide attuali che le Nazioni Unite si trovano ad
affrontare. L’Iniziativa UN80, che sta ora entrando nella fase di attuazione, è
un segnale importante della volontà dell’Organizzazione di sottoporsi a
un’autocritica e di intraprendere i cambiamenti necessari per adempiere ai
propri scopi in modo più efficace. La Santa Sede accoglie con favore questo
sforzo ed esorta gli Stati membri a svolgere un ruolo attivo e costruttivo per
garantire che la riforma sia guidata da un rinnovato senso di responsabilità
verso il bene comune e la dignità di ogni essere umano. «La Santa Sede sostiene
e accompagna questo impegno, pur riconoscendo che la debolezza attuale dell’ONU
e del sistema politico internazionale rivela la necessità di riforme profonde:
non si tratta solo di aggiustamenti tecnici, poiché la crisi di convinzioni e di
valori tocca anche i fondamenti etici delle nazioni e rende più difficile
orientare il multilateralismo al vero bene comune».[22]
Un multilateralismo autentico richiede un accordo sul significato delle parole.
Quando il linguaggio viene svuotato di contenuto o deliberatamente distorto, il
dialogo diventa impossibile. Richiede un impegno condiviso nei confronti del
diritto internazionale, compreso il diritto umanitario. Richiede l’umiltà di
riconoscere che nessuna nazione, per quanto potente, può affrontare da sola le
sfide dell’insicurezza alimentare, della migrazione, dei cambiamenti
tecnologici, del degrado climatico e ambientale, o della minaccia delle armi
nucleari o autonome. Soprattutto, richiede il ripristino della fiducia: fiducia
nel fatto che gli accordi saranno onorati, che i più deboli non saranno
abbandonati e che il bene comune avrà la precedenza sulla ricerca di vantaggi
unilaterali.
La Santa Sede continua a dedicarsi con impegno a questo lavoro paziente e spesso
poco appariscente di costruzione di ponti. Lo fa perché la famiglia umana è una
sola, ogni persona possiede una dignità inviolabile donata da Dio e la pace è
possibile quando alla verità e alla giustizia viene riconosciuto il posto che
spetta loro di diritto.
Signor Presidente,
la trasformazione che il mondo sta affrontando — tecnologica, geopolitica,
sociale — non aspetterà l’azione o l’inazione delle Nazioni Unite. Che si tratti
di una trasformazione che elevi la persona umana o che la sminuisca, dipenderà
dalle scelte compiute insieme in queste sale. È imperativo disarmare non solo le
armi, ma anche la logica del dominio; proteggere i più bisognosi; dire la verità
con carità; e ricostruire, attraverso il dialogo e la solidarietà, un ordine
multilaterale che sia davvero al servizio di tutti.
Possa la comunità internazionale, in quanto famiglia delle nazioni, avere il
coraggio di ripristinare la fiducia, la saggezza di gestire la trasformazione in
modo equo e la perseveranza di costruire la pace. A questo proposito, la Santa
Sede esorta vivamente tutte le parti a impegnarsi in negoziati sinceri per porre
fine a tutte le guerre e a tutti i conflitti. La guerra porta solo morte e
distruzione, mentre la pace porta sviluppo e prosperità. La Santa Sede
continuerà a fare la propria parte nella costruzione di un futuro migliore per
tutti.
Grazie.
[1] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso
la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[2] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica
Magnifica Humanitas, 221, 224.
[3] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica
Magnifica Humanitas, 199-200.
[4]
Idem. 97.
[5] Cfr.
Idem. 170.
[6] Idem.
[7] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla
Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni di dipendenza in
America Latina, 27 agosto 2026.
[8] Ibid.
[9] Cfr.
Ibid.
[10] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso in occasione della Giornata internazionale contro
la droga, 26 giugno 2025.
[11] Ibid.
[12] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso
la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[13] Papa Paolo VI,
Messaggio per la celebrazione della V Giornata della Pace, 1°
gennaio 1972.
[14] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso
la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[15] Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9
gennaio 2026.
[16] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica
Magnifica Humanitas, 55.
[17] Papa Benedetto XVI,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 10
gennaio 2011.
[18] Cfr. Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso
la Santa Sede, 16 maggio 2025.
[19] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Laudate Deum, 35.
[20] Papa Leone XIV,
Discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9
gennaio 2026.
[21] Cfr.
Ibid.
[22] Papa Leone XIV, Lettera Enciclica
Magnifica Humanitas, 226.
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