|
ESORTAZIONE APOSTOLICA FAMILIARIS CONSORTIO DI
SUA SANTITA' GIOVANNI PAOLO II ALL'EPISCOPATO AL CLERO ED AI FEDELI DI
TUTTA LA CHIESA CATTOLICA CIRCA I COMPITI DELLA FAMIGLIA CRISTIANA NEL
MONDO DI OGGI
INTRODUZIONE
La Chiesa al servizio della famiglia
1. La famiglia nei tempi odierni è stata, come e forse più di
altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della
società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella
fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell'istituto
familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o,
addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità
della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate
situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più
preziosi dell'umanità, la Chiesa vuole far giungere la sua voce ed
offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e
della famiglia, cerca di viverlo fedelmente a chi, incerto ed ansioso, è
alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di
vivere liberamente il proprio progetto familiare. Sostenendo i primi,
illuminando i secondi ed aiutando gli altri, la Chiesa offre il suo servizio ad
ogni uomo pensoso dei destini del matrimonio e della famiglia («Gaudium et
Spes», 52).
In modo particolare essa si rivolge ai giovani, che stanno per iniziare il
loro cammino verso il matrimonio e la famiglia, al fine di aprire loro nuovi
orizzonti, aiutandoli a scoprire la bellezza e la grandezza della vocazione
all'amore e al servizio della vita.
Il Sinodo del 1980 in continuità con i Sinodi precedenti
2. Un segno di questo profondo interessamento della Chiesa per la famiglia è
stato l'ultimo Sinodo dei Vescovi, celebratosi a Roma dal 26 settembre al 25
ottobre 1980. Esso è stato la naturale continuazione dei due precedenti
(cfr. Giovanni Paolo PP. II, Omelia per l'apertura del VI Sinodo dei Vescovi, 2
(26 Settembre 1980): la famiglia cristiana, infatti, è la prima comunità
chiamata ad annunciare il Vangelo alla persona umana in crescita e a portarla,
attraverso una progressiva educazione e catechesi, alla piena maturità
umana e cristiana.
Non solo, ma il precedente Sinodo si collega idealmente in qualche modo
anche a quello sul sacerdozio ministeriale e sulla giustizia nel mondo
contemporaneo. Infatti, in quanto comunità educativa, la famiglia deve
aiutare l'uomo a discernere la propria vocazione e ad assumersi il necessario
impegno per una più grande giustizia, formandolo fin dall'inizio a
relazioni interpersonali, ricche di giustizia e di amore.
I Padri Sinodali, concludendo la loro assemblea, mi hanno presentato un
ampio elenco di proposte, in cui avevano raccolto i frutti delle riflessioni
sviluppate nel corso delle loro intense giornate di lavoro, e mi hanno chiesto
con voto unanime di farmi interprete davanti all'umanità della viva
sollecitudine della Chiesa per la famiglia, e di dare le indicazioni opportune
per un rinnovato impegno pastorale in questo fondamentale settore della vita
umana ed ecclesiale.
Nell'adempiere tale compito con la presente esortazione, come una peculiare
attuazione del ministero apostolico affidatomi, desidero esprimere la mia
gratitudine a tutti i componenti del Sinodo per il prezioso contributo di
dottrina e di esperienza, che hanno offerto soprattutto mediante le «Propositiones»,
il cui testo affido al Pontificio Consiglio per la Famiglia, disponendo che ne
approfondisca lo studio al fine di valorizzare ogni aspetto delle ricchezze in
esso contenute.
Il prezioso bene del matrimonio e della famiglia
3. La Chiesa, illuminata dalla fede, che le fa conoscere tutta la verità
sul prezioso bene del matrimonio e della famiglia e sui loro significati più
profondi, ancora una volta sente l'urgenza di annunciare il Vangelo, cioè
la «buona novella» a tutti indistintamente, in particolare a tutti
coloro che sono chiamati al matrimonio e vi si preparano, a tutti gli sposi e
genitori del mondo.
Essa è profondamente convinta che solo con l'accoglienza del Vangelo
trova piena realizzazione ogni speranza, che l'uomo legittimamente pone nel
matrimonio e nella famiglia.
Voluti da Dio con la stessa creazione (cfr. Gen 1-2), il matrimonio e la
famiglia sono interiormente ordinati a compiersi in Cristo (cfr. Ef 5) ed hanno
bisogno della sua grazia per essere guariti dalle ferite del peccato (cfr. «Gaudium
et Spes», 47; «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III, 2 [1980]
388s) e riportati al loro «principio» (cfr. Mt 19,4), cioè alla
conoscenza piena e alla realizzazione integrale del disegno di Dio.
In un momento storico nel quale la famiglia è oggetto di numerose
forze che cercano di distruggerla o comunque di deformarla, la Chiesa,
consapevole che il bene della società e di se stessa è
profondamente legato al bene della famiglia (cfr. «Gaudium et Spes»,
47), sente in modo più vivo e stringente la sua missione di proclamare a
tutti il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, assicurandone la piena
vitalità e promozione umana e cristiana, e contribuendo così al
rinnovamento della società e dello stesso Popolo di Dio.
PARTE PRIMA
LUCI E OMBRE DELLA FAMIGLIA, OGGI
Necessità di conoscere la situazione
4. Poiché il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia riguarda
l'uomo e la donna nella concretezza della loro esistenza quotidiana in
determinate situazioni sociali e culturali, la Chiesa, per compiere il suo
servizio, deve applicarsi a conoscere le situazioni entro le quali il matrimonio
e la famiglia oggi si realizzano (cfr. «Insegnamenti di Giovanni Paolo II»,
III, 1 [1980] 472-476).
Questa conoscenza è, dunque, una imprescindibile esigenza dell'opera
evangelizzatrice. E', infatti, alle famiglie del nostro tempo che la Chiesa deve
portare l'immutabile e sempre nuovo Vangelo di Gesù Cristo, così
come sono le famiglie implicate nelle presenti condizioni del mondo che sono
chiamate ad accogliere e a vivere il progetto di Dio che le riguarda. Non solo,
ma le richieste e gli appelli dello Spirito risuonano anche negli stessi
avvenimenti della storia, e pertanto la Chiesa può essere guidata ad una
intelligenza più profonda dell'inesauribile mistero del matrimonio e
della famiglia anche dalle situazioni, domande, ansie e speranze dei giovani,
degli sposi e dei genitori di oggi (cfr. «Gaudium et Spes», 4).
A ciò si deve aggiungere poi una ulteriore riflessione di particolare
importanza nel tempo presente. Non raramente all'uomo e alla donna di oggi, in
sincera e profonda ricerca di una risposta ai quotidiani e gravi problemi della
loro vita matrimoniale e familiare, vengono offerte visioni e proposte anche
seducenti, ma che compromettono in diversa misura la verità e la dignità
della persona umana. E' un'offerta sostenuta spesso dalla potente e capillare
organizzazione dei mezzi di comunicazione sociale, che mettono sottilmente in
pericolo la libertà e la capacità di giudicare con obiettività.
Molti sono già consapevoli di questo pericolo in cui versa la persona
umana ed operano per la verità. La Chiesa, col suo discernimento
evangelico, si unisce ad essi, offrendo il proprio servizio alla verità,
alla libertà e alla dignità di ogni uomo e di ogni donna.
Il discernimento evangelico
5. Il discernimento operato dalla Chiesa diventa l'offerta di un
orientamento perché sia salvata e realizzata l'intera verità e la
piena dignità del matrimonio e della famiglia.
Esso è compiuto dal senso della fede (cfr. «Lumen Gentium»,
12), che è un dono che lo Spirito partecipa a tutti i fedeli (cfr. Gv
2,20), ed è, pertanto, opera di tutta la Chiesa, secondo le diversità
dei vari doni e carismi che, insieme e secondo la responsabilità propria
di ciascuno, cooperano per una più profonda intelligenza ed attuazione
della Parola di Dio. La Chiesa, dunque, non compie il proprio discernimento
evangelico solo per mezzo dei Pastori, i quali insegnano in nome e col potere di
Cristo, ma anche per mezzo dei laici: Cristo «li costituisce suoi testimoni
e li provvede del senso della fede e della grazia della parola (cfr. At 2,17-18;
Ap 19,10) perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana,
familiare e sociale» («Lumen Gentium», 35). I laici, anzi, in
ragione della loro particolare vocazione, hanno il compito specifico di
interpretare alla luce di Cristo la storia di questo mondo, in quanto sono
chiamati ad illuminare ed ordinare le realtà temporali secondo il disegno
di Dio Creatore e Redentore.
Il «soprannaturale senso della fede» (cfr. «Lumen Gentium»,
12; Sacra Congregazione della Fede, «Mysterium Ecclesiae», 2: AAS 65
[1973] 398-400) non consiste però solamente o necessariamente nel
consenso dei fedeli. La Chiesa, seguendo Cristo, cerca la verità, che non
sempre coincide con l'opinione della maggioranza. Ascolta la coscienza e non il
potere ed in questo difende i poveri e i disprezzati. La Chiesa può
apprezzare anche la ricerca sociologica e statistica, quando si rivela utile per
cogliere il contesto storico nel quale l'azione pastorale deve svolgersi e per
conoscere meglio la verità; tale ricerca sola, però, non è
da ritenersi senz'altro espressione del senso della fede.
Perché è compito del ministero apostolico di assicurare la
permanenza della Chiesa nella verità di Cristo e di introdurvela più
profondamente, i Pastori devono promuovere il senso della fede in tutti i
fedeli, vagliare e giudicare autorevolmente la genuinità delle sue
espressioni, educare i credenti a un discernimento evangelico sempre più
maturo (cfr. «Lumen Gentium», 12 «Dei Verbum», 10).
Per l'elaborazione di un autentico discernimento evangelico nelle varie
situazioni e culture in cui l'uomo e la donna vivono il loro matrimonio e la
loro vita familiare, gli sposi e i genitori cristiani possono e devono offrire
un loro proprio e insostituibile contributo. A questo li abilita il loro carisma
o dono proprio, il dono del sacramento del matrimonio (cfr. «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II», III, 2 [1980] 735s).
La situazione della famiglia nel mondo di oggi
6. La situazione, in cui versa la famiglia, presenta aspetti positivi ed
aspetti negativi: segno, gli uni, della salvezza di Cristo operante nel mondo;
segno, gli altri, del rifiuto che l'uomo oppone all'amore di Dio.
Da una parte, infatti, vi è una coscienza più viva della
libertà personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle
relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità
della donna, alla procreazione responsabile, alla educazione dei figli; vi è
inoltre la coscienza della necessità che si sviluppino relazioni tra le
famiglie per un reciproco aiuto spirituale e materiale, la riscoperta della
missione ecclesiale propria della famiglia e della sua responsabilità per
la costruzione di una società più giusta. Dall'altra parte,
tuttavia non mancano segni di preoccupante degradazione di alcuni valori
fondamentali: una errata concezione teorica e pratica dell'indipendenza dei
coniugi fra di loro; le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità
fra genitori e figli; le difficoltà concrete, che la famiglia spesso
sperimenta nella trasmissione dei valori; il numero crescente dei divorzi; la
piaga dell'aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione;
l'instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva.
Alla radice di questi fenomeni negativi sta spesso una corruzione dell'idea
e dell'esperienza della libertà, concepita non come la capacità di
realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma
come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il
proprio egoistico benessere.
Merita la nostra attenzione anche il fatto che, nei Paesi del così
detto Terzo Mondo, vengono spesso a mancare alle famiglie sia i fondamentali
mezzi per la sopravvivenza, quali sono il cibo, il lavoro, l'abitazione, le
medicine, sia le più elementari libertà. Nei Paesi più
ricchi, invece, l'eccessivo benessere e la mentalità consumistica,
paradossalmente unita ad una certa angoscia e incertezza per il futuro, tolgono
agli sposi la generosità e il coraggio di suscitare nuove vite umane: così
la vita è spesso percepita non come una benedizione, ma come un pericolo
da cui difendersi.
La situazione storica in cui vive la famiglia si presenta, dunque, come un
insieme di luci e di ombre.
Questo rivela che la storia non è semplicemente un progresso
necessario verso il meglio, bensì un evento di libertà, ed anzi un
combattimento fra libertà che si oppongono fra loro, cioè, secondo
la nota espressione di san Agostino, un conflitto, fra due amori: l'amore di Dio
spinto fino al disprezzo di sé, e l'amore di sé spinto fino al
disprezzo di Dio (cfr. S. Agostino «De civitate Dei», XIV, 28: CSEL
40, II, 25s).
Ne consegue che solo l'educazione all'amore radicato nella fede può
portare ad acquistare la capacità di interpretare «i segni dei tempi»,
che sono l'espressione storica di questo duplice amore.
L'influsso della situazione sulla coscienza dei fedeli
7. Vivendo in un mondo siffatto, sotto le pressioni derivanti soprattutto
dai mass-media, non sempre i fedeli hanno saputo e sanno mantenersi immuni
dall'oscurarsi dei valori fondamentali e porsi come coscienza critica di questa
cultura familiare e come soggetti attivi della costruzione di un autentico
umanesimo familiare.
Fra i segni più preoccupanti di questo fenomeno, i Padri Sinodali
hanno sottolineato, in particolare, il diffondersi del divorzio e del ricorso ad
una nuova unione da parte degli stessi fedeli, l'accettazione del matrimonio
puramente civile, in contraddizione con la vocazione dei battezzati a «sposarsi
nel Signore»; la celebrazione del matrimonio sacramento senza una fede
viva, ma per altri motivi; il rifiuto delle norme morali che guidano e
promuovono l'esercizio umano e cristiano della sessualità nel matrimonio.
La nostra epoca ha bisogno di sapienza
8. Si pone così a tutta la Chiesa il compito di una riflessione e di
un impegno assai profondi, perché la nuova cultura emergente sia
intimamente evangelizzata, siano riconosciuti i veri valori, siano difesi i
diritti dell'uomo e della donna e sia promossa la giustizia nelle strutture
stesse della società. In tal modo il «nuovo umanesimo» non
distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà
più pienamente.
Nella costruzione di tale umanesimo, la scienza e le sue applicazioni
tecniche offrono nuove ed immense possibilità. Tuttavia, la scienza, in
conseguenza di scelte politiche che ne decidono la direzione di ricerca e le
applicazioni, viene spesso usata contro il suo significato originario, la
promozione della persona umana.
Si rende, pertanto, necessario ricuperare da parte di tutti la coscienza del
primato dei valori morali, che sono i valori della persona umana come tale. La
ricomprensione del senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali è
il grande compito che si impone oggi per il rinnovamento della società.
Solo la consapevolezza del primato di questi valori consente un uso delle
immense possibilità, messe nelle mani dell'uomo dalla scienza, che sia
veramente finalizzato alla promozione della persona umana nella sua intera verità,
nella sua libertà e dignità. La scienza è chiamata ad
allearsi con la sapienza.
Si possono pertanto applicare anche ai problemi della famiglia le parole del
Concilio Vaticano II: «L'epoca nostra, più ancora che i secoli
passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane
tutte le sue nuove scoperte. E' in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a
meno che non vengano suscitati uomini più saggi» («Gaudium et
Spes», 15).
L'educazione della coscienza morale, che rende ogni uomo capace di giudicare
e di discernere i modi adeguati per realizzarsi secondo la sua verità
originaria, diviene così una esigenza prioritaria ed irrinunciabile.
E' l'alleanza con la Sapienza divina che deve essere più
profondamente ricostituita nella cultura odierna. Di tale Sapienza ogni uomo è
reso partecipe dallo stesso gesto creatore di Dio. Ed è solo nella fedeltà
a questa alleanza che le famiglie di oggi saranno in grado di influire
positivamente nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno.
Gradualità e conversione
9. Alla ingiustizia originata dal peccato - profondamente penetrato anche
nelle strutture del mondo di oggi - e che spesso ostacola la famiglia nella
piena realizzazione di se stessa e dei suoi diritti fondamentali, dobbiamo tutti
opporci con una conversione della mente e del cuore, seguendo Cristo Crocifisso
nel rinnegamento del proprio egoismo: una simile conversione non potrà
non avere influenza benefica e rinnovatrice anche sulle strutture della società.
E' richiesta una conversione continua, permanente, che, pur esigendo
l'interiore distacco da ogni male e l'adesione al bene nella sua pienezza, si
attua però concretamente in passi che conducono sempre oltre. Si sviluppa
così un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva
integrazione dei doni di Dio e delle esigenze del suo amore definitivo ed
assoluto nell'intera vita personale e sociale dell'uomo. E' perciò
necessario un cammino pedagogico di crescita affinché i singoli fedeli,
le famiglie ed i popoli, anzi la stessa civiltà, da ciò che hanno
già accolto del Mistero di Cristo siano pazientemente condotti oltre,
giungendo ad una conoscenza più ricca e ad una integrazione più
piena di questo Mistero nella loro vita.
Inculturazione
10. E' conforme alla costante tradizione della Chiesa accogliere dalle
culture dei popoli tutto ciò che è in grado di meglio esprimere le
inesauribili ricchezze di Cristo (cfr. Ef 3,8; «Gaudium et Spes», 15 e
22). Solo col concorso di tutte le culture, tali ricchezze potranno manifestarsi
sempre più chiaramente e la Chiesa potrà camminare verso una
conoscenza ogni giorno più completa e profonda della verità, che
già le è stata donata interamente dal suo Signore.
Tenendo fisso il duplice principio della compatibilità col Vangelo
delle varie culture da assumere e della comunione con la Chiesa universale, si
dovrà proseguire nello studio, particolarmente da parte delle Conferenze
Episcopali e dei Dicasteri competenti della Curia Romana, e nell'impegno
pastorale perché questa «inculturazione» della fede cristiana
avvenga sempre più ampiamente, anche nell'ambito del matrimonio e della
famiglia.
E' mediante l'«inculturazione» che si cammina verso la
ricostituzione piena dell'alleanza con la Sapienza di Dio, che è Cristo
stesso. La Chiesa intera sarà arricchita anche da quelle culture che, pur
essendo prive di tecnologia, sono cariche di saggezza umana e vivificate da
profondi valori morali.
Perché sia chiara la meta di questo cammino, e di conseguenza,
sicuramente indicata la strada, il Sinodo ha, in primo luogo, giustamente
considerato a fondo il progetto originario di Dio circa il matrimonio e la
famiglia: ha voluto «ritornare al principio», in ossequio
all'insegnamento di Cristo (cfr. Mt 19,4ss).
PARTE SECONDA
IL DISEGNO DI DIO SUL MATRIMONIO E SULLA FAMIGLIA
L'uomo immagine di Dio Amore
11. Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (cfr. Gen 1,26s):
chiamandolo all'esistenza per amore, l'ha chiamato nello stesso tempo all'amore.
Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione
personale d'amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola
nell'essere, Dio iscrive nell'umanità dell'uomo e della donna la
vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e
della comunione (cfr. «Gaudium et Spes», 12). L'amore è,
pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
In quanto spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e
corpo informato da uno spirito immortale, l'uomo è chiamato all'amore in
questa sua totalità unificata. L'amore abbraccia anche il corpo umano e
il corpo è reso partecipe dell'amore spirituale.
La Rivelazione cristiana conosce due modi specifici di realizzare la
vocazione della persona umana, nella sua interezza, all'amore: il Matrimonio e
la Verginità. Sia l'uno che l'altra nella forma loro propria, sono una
concretizzazione della verità più profonda dell'uomo, del suo «essere
ad immagine di Dio».
Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si
donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è
affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della
persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è
parte integrale dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente
l'uno verso l'altra fino alla morte. La donazione fisica totale sarebbe menzogna
se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta
la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la
persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti
per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.
Questa totalità, richiesta dall'amore coniugale, corrisponde anche
alle esigenze di una fecondità responsabile, la quale, volta come è
a generare un essere umano, supera per sua natura l'ordine puramente biologico,
ed investe un insieme di valori personali, per la cui armoniosa crescita è
necessario il perdurante e concorde contributo di entrambi i genitori.
Il «luogo» unico, che rende possibile questa donazione secondo
l'intera sua verità, è il matrimonio, ossia il patto di amore
coniugale o scelta cosciente e libera, con la quale l'uomo e la donna accolgono
l'intima comunità di vita e d'amore, voluta da Dio stesso (cfr. «Gaudium
et Spes», 48), che solo in questa luce manifesta il suo vero significato.
L'istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società
o dell'autorità, ne l'imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza
interiore del patto d'amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed
esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al
disegno di Dio Creatore. Questa fedeltà, lungi dal mortificare la libertà
della persona, la pone al sicuro da ogni soggettivismo e relativismo, la fa
partecipe della Sapienza creatrice.
Il matrimonio e la comunione tra Dio e gli uomini
12. La comunione d'amore tra Dio e gli uomini, contenuto fondamentale della
Rivelazione e dell'esperienza di fede di Israele, trova una significativa
espressione nell'alleanza sponsale, che si instaura tra l'uomo e la donna.
E' per questo che la parola centrale della Rivelazione, «(Dio ama il
suo popolo», viene pronunciata anche attraverso le parole vive e concrete
con cui l'uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale. Il loro vincolo di
amore diventa l'immagine e il simbolo dell'Alleanza che unisce Dio e il suo
popolo (cfr. ad es. Os 2,21; Ger 3,6-13; Is 54). E lo stesso peccato, che può
ferire il patto coniugale diventa immagine dell'infedeltà del popolo al
suo Dio: l'idolatria e prostituzione (cfr. Ez 16,25), l'infedeltà è
adulterio, la disobbedienza alla legge e abbandono dell'amore sponsale del
Signore. Ma l'infedeltà di Israele non distrugge la fedeltà eterna
del Signore e, pertanto, l'amore sempre fedele di Dio si pone come esemplare
delle relazioni di amore fedele che devono esistere tra gli sposi (cfr. Os 3).
Gesù Cristo, sposo della Chiesa, e il Sacramento del
matrimonio
13. La comunione tra Dio e gli uomini trova il suo compimento definitivo in
Gesù Cristo, lo Sposo che ama e si dona come Salvatore dell'umanità,
unendola a Sé come suo corpo.
Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del
«principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l'uomo dalla durezza
del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente.
Questa rivelazione raggiunge la sua pienezza definitiva nel dono d'amore che
il Verbo di Dio fa all'umanità assumendo la natura umana, e nel
sacrificio che Gesù Cristo fa di se stesso sulla Croce per la sua Sposa,
la Chiesa. In questo sacrificio si svela interamente quel disegno che Dio ha
impresso nell'umanità dell'uomo e della donna, fin dalla loro creazione
(cfr. Ef 5,32s); il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo
reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo. Lo Spirito,
che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l'uomo e la donna capaci di
amarsi, come Cristo ci ha amati. L'amore coniugale raggiunge quella pienezza a
cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il
modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere
la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce.
In una pagina meritatamente famosa, Tertulliano ha ben espresso la grandezza
di questa vita coniugale in Cristo e la sua bellezza: «Come sarò
capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce,
l'offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e
il Padre ratifica?... Quale giogo quello di due fedeli uniti in un'unica
speranza, in un'unica osservanza, in un'unica servitù! Sono tutt'e due
fratelli e tutt'e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto
allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e
dove la carne è unica, unico è lo spirito» (Tertulliano «Ad
uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).
Accogliendo e meditando fedelmente la Parola di Dio, la Chiesa ha
solennemente insegnato ed insegna che il matrimonio dei battezzati è uno
dei sette sacramenti della Nuova Alleanza (cfr. Conc. Ecum. Trident., Sessio
XXIV, can. 1: I. D. Mansi, «Sacrorum Conciliorum Nova et Amplissima
Collectio», 33, 149s).
Infatti, mediante il battesimo, l'uomo e la donna sono definitivamente
inseriti nella Nuova ed Eterna Alleanza, nell'Alleanza sponsale di Cristo con la
Chiesa. Ed è in ragione di questo indistruttibile inserimento che
l'intima comunità di vita e di amore coniugale fondata dal Creatore (cfr.
«Gaudium et Spes», 48), viene elevata ed assunta nella carità
sponsale del Cristo, sostenuta ed arricchita dalla sua forza redentrice.
In virtù della sacramentalità del loro matrimonio, gli sposi
sono vincolati l'uno all'altra nella maniera più profondamente
indissolubile. La loro reciproca appartenenza è la rappresentazione
reale, per il tramite del segno sacramentale, del rapporto stesso di Cristo con
la Chiesa.
Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò
che è accaduto sulla Croce; sono l'uno per l'altra e per i figli,
testimoni della salvezza, di cui il sacramento li rende partecipi. Di questo
evento di salvezza il matrimonio, come ogni sacramento è memoriale,
attualizzazione e profezia: «in quanto memoriale, il sacramento dà
loro la grazia e il dovere di fare memoria delle grandi opere di Dio e di darne
testimonianza presso i loro figli; in quanto attualizzazione, dà loro la
grazia e il dovere di mettere in opera nel presente, l'uno verso l'altra e verso
i figli, le esigenze di un amore che perdona e che redime; in quanto profezia, dà
loro la grazia e il dovere di vivere e di testimoniare la speranza del futuro
incontro con Cristo» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre
de Liaison des Equipes de Recherche», 3 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo
reale dell'evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi
partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l'effetto
primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia
soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due
tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell'Incarnazione del
Cristo e il suo mistero di Alleanza. E il contenuto della partecipazione alla
vita del Cristo è anch'esso specifico: l'amore coniugale comporta una
totalità in cui entrano tutte le componenti della persona - richiamo del
corpo e dell'istinto, forza del sentimento e dell'affettività,
aspirazione dello spirito e della volontà -; esso mira ad una unità
profondamente personale, quella che, al di là dell'unione in una sola
carne, conduce a non fare che un cuor solo e un'anima sola: esso esige
l'indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca
definitiva e si apre sulla fecondità (cfr. Paolo PP. VI «Humanae
Vitae», 9). In una parola, si tratta di caratteristiche normali di ogni
amore coniugale naturale, ma con un significato nuovo che non solo le purifica e
le consolida, ma le eleva al punto di farne l'espressione di valori propriamente
cristiani» (Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre de
Liaison des Equipes de Recherche», 4 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II», II, 2 [1979] 1032).
I figli, preziosissimo dono del matrimonio
14. Secondo il disegno di Dio, il matrimonio è il fondamento della più
ampia comunità della famiglia, poiché l'istituto stesso del
matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione ed educazione
della prole, in cui trovano il loro coronamento (cfr. «Gaudium et Spes»,
50).
Nella sua realtà più profonda, l'amore è essenzialmente
dono e l'amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca «conoscenza»
che li fa «una carne sola» (cfr. Gen 2,24), non si esaurisce
all'interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione
possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad
una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro,
donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso
vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi
viva ed indissociabile del loro essere padre e madre.
Divenendo genitori, gli sposi ricevono da Dio il dono di una nuova
responsabilità. Il loro amore parentale è chiamato a divenire per
i figli il segno visibile dello stesso amore di Dio, «dal quale ogni
paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15).
Non si deve, tuttavia, dimenticare che anche quando la procreazione non è
possibile, non per questo la vita coniugale perde il suo valore. La sterilità
fisica infatti può essere occasione per gli sposi di altri servizi
importanti alla vita della persona umana, quali ad esempio l'adozione, le varie
forme di opere educative, l'aiuto ad altre famiglie, ai bambini poveri o
handicappati.
La famiglia, comunione di persone
15. Nel matrimonio e nella famiglia si costituisce un complesso di relazioni
interpersonali - nuzialità, paternità-maternità,
filiazione, fraternità -, mediante le quali ogni persona umana è
introdotta nella «famiglia umana» e nella «famiglia di Dio»,
che è la Chiesa.
Il matrimonio e la famiglia cristiani edificano la Chiesa: nella famiglia,
infatti, la persona umana non solo viene generata e progressivamente introdotta,
mediante l'educazione, nella comunità umana, ma mediante la rigenerazione
del battesimo e l'educazione alla fede, essa viene introdotta anche nella
famiglia di Dio, che è la Chiesa.
La famiglia umana, disgregata dal peccato, è ricostituita nella sua
unità dalla forza redentrice della morte e risurrezione di Cristo (cfr. «Gaudium
et Spes», 78). Il matrimonio cristiano, partecipe dell'efficacia salvifica
di questo avvenimento, costituisce il luogo naturale nel quale si compie
l'inserimento della persona umana nella grande famiglia della Chiesa.
Il mandato di crescere e moltiplicarsi, rivolto in principio all'uomo e alla
donna, raggiunge in questo modo la sua intera verità e la sua piena
realizzazione.
La Chiesa trova così nella famiglia, nata dal sacramento, la sua
culla e il luogo nel quale essa può attuare il proprio inserimento nelle
generazioni umane, e queste, reciprocamente, nella Chiesa.
Matrimonio e verginità
16. La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non
contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la
confermano. Il matrimonio e la verginità sono i due modi di esprimere e
di vivere l'unico Mistero dell'Alleanza di Dio con il suo popolo. Quando non si
ha stima del matrimonio, non può esistere neppure la verginità
consacrata; quando la sessualità umana non è ritenuta un grande
valore donato dal Creatore, perde significato il rinunciarvi per il Regno dei
Cieli.
Dice infatti assai giustamente san Giovanni Crisostomo: «Chi condanna
il matrimonio priva anche la verginità della gloria: chi invece lo loda,
rende la verginità più ammirabile, e splendente. Ciò che
appare un bene soltanto a paragone di un male, non è poi un grande bene;
ma ciò che è ancora migliore di beni universalmente riconosciuti
tali, è certamente un bene al massimo grado» (San Giovanni
Crisostomo, «La Verginità», X: PG 48,540).
Nella verginità l'uomo è in attesa, anche corporalmente, delle
nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi integralmente alla Chiesa
nella speranza che Cristo si doni a questa nella piena verità della vita
eterna. La persona vergine anticipa così nella sua carne il mondo nuovo
della risurrezione futura (cfr. Mt 22,30).
In forza di questa testimonianza, la verginità tiene viva nella
Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e
da ogni impoverimento.
Rendendo libero in modo speciale il cuore dell'uomo (cfr. 1Cor 7,32-35), «così
da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini»
(«Perfectae Caritatis», 12), la verginità testimonia che il
Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad
ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l'unico valore
definitivo. E' per questo che la Chiesa, durante tutta la sua storia, ha sempre
difeso la superiorità di questo carisma nei confronti di quello del
matrimonio, in ragione del legame del tutto singolare che esso ha con il Regno
di Dio (cfr. Pio XII, «Sacra Virginitas», II: AAS 46 [1954] 174ss).
Pur avendo rinunciato alla fecondità fisica, la persona vergine
diviene spiritualmente feconda, padre e madre di molti, cooperando alla
realizzazione della famiglia secondo il disegno di Dio.
Gli sposi cristiani hanno perciò il diritto di aspettarsi dalle
persone vergini il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla
loro vocazione fino alla morte. Come per gli sposi la fedeltà diventa
talvolta difficile ed esige sacrificio, mortificazione e rinnegamento di sé,
così può avvenire anche per le persone vergini. La fedeltà
di queste, anche nella prova eventuale, deve edificare la fedeltà di
quelli (cfr. Giovanni Paolo PP. II, «Novo Incipiente», 9 [8 Aprile
1979]: AAS 71 [1979], 410s).
Queste riflessioni sulla verginità possono illuminare ed aiutare
coloro che, per motivi indipendenti dalla loro volontà, non hanno potuto
sposarsi ed hanno poi accettato la loro situazione in spirito di servizio.
PARTE TERZA
I COMPITI DELLA FAMIGLIA CRISTIANA
Famiglia diventa ciò che sei!
17. Nel disegno di Dio Creatore e Redentore la famiglia scopre non solo la
sua «identità», ciò che essa «è», ma
anche la sua «missione)», ciò che essa può e deve «fare».
I compiti, che la famiglia è chiamata da Dio a svolgere nella storia,
scaturiscono dal suo stesso essere e ne rappresentano lo sviluppo dinamico ed
esistenziale. Ogni famiglia scopre e trova in se stessa l'appello
insopprimibile, che definisce ad un tempo la sua dignità e la sua
responsabilità: famiglia, «diventa» ciò che «sei»!
Risalire al «principio» del gesto creativo di Dio è allora
una necessità per la famiglia, se vuole conoscersi e realizzarsi secondo
l'interiore verità non solo del suo essere ma anche del suo agire
storico. E poiché, secondo il disegno divino, è costituita quale «intima
comunità di vita e di amore («Gaudium et Spes», 48), la
famiglia ha la missione di diventare sempre più quello che è,
ossia comunità di vita e di amore, in una tensione che, come per ogni
realtà creata e redenta troverà il suo componimento nel Regno di
Dio. In una prospettiva poi che giunge alle radici stesse della realtà,
si deve dire che l'essenza e i compiti della famiglia sono ultimamente definiti
dall'amore. Per questo la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e
comunicare l'amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell'amore di Dio
per l'umanità e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa.
Ogni compito particolare della famiglia è l'espressione e
l'attuazione concreta di tale missione fondamentale. E' necessario pertanto
penetrare più a fondo nella singolare ricchezza della missione della
famiglia e scandagliarne i molteplici ed unitari contenuti.
In tal senso, partendo dall'amore e in costante riferimento ad esso, il
recente Sinodo ha messo in luce quattro compiti generali della famiglia:
1) la formazione di una comunità di persone;
2) il servizio alla vita;
3) la partecipazione allo sviluppo della società;
4) la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa.
I. La formazione di una comunità di persone
L'amore, principio e forza della comunione
18. La famiglia fondata e vivificata dall'amore, è una comunità
di persone: dell'uomo e della donna sposi, dei genitori e dei figli, dei
parenti. Suo primo compito è di vivere fedelmente la realtà della
comunione nell'impegno costante di sviluppare un'autentica comunità di
persone.
Il principio interiore, la forza permanente e la meta ultima di tale compito
è l'amore: come, senza l'amore, la famiglia non è una comunità
di persone, così senza l'amore, la famiglia non può vivere,
crescere e perfezionarsi come comunità di persone. Quanto ho scritto
nell'enciclica «Redemptor Hominis» trova la sua originaria e
privilegiata applicazione proprio nella famiglia come tale: «L'uomo non può
vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua
vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si
incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi
partecipa vivamente» (num. 10).
L'amore tra l'uomo e la donna nel matrimonio e, in forma derivata ed
allargata, l'amore tra i membri della stessa famiglia - tra genitori e figli tra
fratelli e sorelle, tra parenti e familiari - è animato e sospinto da un
interiore e incessante dinamismo, che conduce la famiglia ad una comunione
sempre più profonda ed intensa, fondamento e anima della comunità
coniugale e familiare.
L'indivisibile unità della comunione coniugale
19. La prima comunione è quella che si instaura e si sviluppa tra i
coniugi: in forza del patto d'amore coniugale, l'uomo e la donna «non sono
più due, ma una carne sola» (Mt 19,6; cfr. Gen 2,24) e sono chiamati
a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà
quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale
complementarietà che esiste tra l'uomo e la donna, e si alimenta mediante
la volontà personale degli sposi di condividere l'intero progetto di
vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è
il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore,
Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva,
conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso
nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una
comunione nuova d'amore che è immagine viva e reale di quella
singolarissima unità, che fa della Chiesa l'indivisibile Corpo mistico
del Signore Gesù.
Il dono dello Spirito è comandamento di vita per gli sposi cristiani,
ed insieme stimolante impulso affinché ogni giorno progrediscano verso
una sempre più ricca unione tra loro a tutti i livelli - dei corpi dei
caratteri, dei cuori, delle intelligenze, e delle volontà, delle anime
(cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4 [Kinshasa, 3 maggio 1980]:
AAS 72 [1980], 426s), - rivelando così alla Chiesa e al mondo la nuova
comunione d'amore, donata dalla grazia di Cristo.
Una simile comunione viene radicalmente contraddetta dalla poligamia:
questa, infatti, nega in modo diretto il disegno di Dio quale ci viene rivelato
alle origini, perché è contraria alla pari dignità
personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un amore
totale e perciò stesso unico ed esclusivo. Come scrive il Concilio
Vaticano II: «L'unità del matrimonio confermata dal Signore appare
in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell'uomo
che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» («Gaudium
et Spes», 49; cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso agli Sposi, 4 [Kinshasa,
3 maggio 1980]; l. c.).
Una comunione indissolubile
20. La comunione coniugale si caratterizza non solo per la sua unità,
ma anche per la sua indissolubilità: «Questa intima unione, in
quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la
piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità»
(«Gaudium et Spes», 48).
E' dovere fondamentale della Chiesa riaffermare con forza - come hanno fatto
i Padri del Sinodo - la dottrina dell'indissolubilità del matrimonio: a
quanti, ai nostri giorni, ritengono difficile o addirittura impossibile legarsi
ad una persona per tutta la vita e a quanti sono travolti da una cultura che
rifiuta l'indissolubilità matrimoniale e che deride apertamente l'impegno
degli sposi alla fedeltà, è necessario ribadire il lieto annuncio
della definitività di quell'amore coniugale, che ha in Gesù Cristo
il suo fondamento e la sua forza (cfr. Ef 5,25).
Radicata nella personale e totale donazione dei coniugi e richiesta dal bene
dei figli, l'indissolubilità del matrimonio trova la sua verità
ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella sua Rivelazione. Egli vuole e
dona l'indissolubilità matrimoniale come frutto, segno ed esigenza
dell'amore assolutamente fedele che Dio ha per l'uomo e che il Signore Gesù
vive verso la sua Chiesa.
Cristo rinnova il primitivo disegno che il Creatore ha iscritto nel cuore
dell'uomo e della donna, e nella celebrazione del sacramento del matrimonio
offre un «cuore nuovo»: così i coniugi non solo possono
superare la «durezza del cuore» (Mt 19,8), ma anche e soprattutto
possono condividere l'amore pieno e definitivo di Cristo, nuova ed eterna
Alleanza fatta carne. Come il Signore Gesù è il «testimone
fedele» (Ap 3,14), è il «sì» delle promesse di Dio
(cfr. 2Cor 1,20) e quindi la realizzazione suprema dell'incondizionata fedeltà
con cui Dio ama il suo popolo, così i coniugi cristiani sono chiamati a
partecipare realmente all'indissolubilità irrevocabile, che lega Cristo
alla Chiesa sua sposa, da Lui amata sino alla fine (cfr. Gc 13,1).
Il dono del sacramento è nello stesso tempo vocazione e comandamento
per gli sposi cristiani, perché rimangano tra loro fedeli per sempre, al
di là di ogni prova e difficoltà, in generosa obbedienza alla
santa volontà del Signore: «Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non
lo separi» (Mt 19,6).
Testimoniare l'inestimabile valore dell'indissolubilità e della
fedeltà matrimoniale è uno dei doveri più preziosi e più
urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo. Per questo, insieme con tutti i
confratelli che hanno preso parte al Sinodo dei Vescovi, lodo e incoraggio tutte
quelle numerose coppie che, pur incontrando non lievi difficoltà,
conservano e sviluppano il bene dell'indissolubilità: assolvono così,
in modo umile e coraggioso, il compito loro affidato di essere nel mondo un «segno»
- un piccolo e prezioso segno, talvolta sottoposto anche a tentazione, ma sempre
rinnovato - dell'instancabile fedeltà con cui Dio e Gesù Cristo
amano tutti gli uomini ed ogni uomo. Ma è doveroso anche riconoscere il
valore della testimonianza di quei coniugi che, pur essendo stati abbandonati
dal partner, con la forza della fede e della speranza cristiana non sono passati
ad una nuova unione: anche questi coniugi danno un'autentica testimonianza di
fedeltà, di cui il mondo oggi ha grande bisogno. Per tale motivo devono
essere incoraggiati e aiutati dai pastori e dai fedeli della Chiesa.
La più ampia comunione della famiglia
21. La comunione coniugale costituisce il fondamento sul quale si viene
edificando la più ampia comunione della famiglia, dei genitori e dei
figli, dei fratelli e delle sorelle tra loro, dei parenti e di altri familiari.
Tale comunione si radica nei legami naturali della carne e del sangue, e si
sviluppa trovando il suo perfezionamento propriamente umano nell'instaurarsi e
nel maturare dei legami ancora più profondi e ricchi dello spirito:
l'amore, che anima i rapporti interpersonali dei diversi membri della famiglia,
costituisce la forza interiore che plasma e vivifica la comunione e la comunità
familiare.
La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l'esperienza di una nuova
e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In
realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti
fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia
di fraternità», come la chiama san Tommaso d'Aquino («Summa
Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo,
effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l'alimento
inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti
con Cristo e tra loro nell'unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e
attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla
famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa
domestica» («Lumen Gentium», 11; cfr. «Apostolicam
Actuositatem», 11).
Tutti i membri della famiglia, ognuno secondo il proprio dono, hanno la
grazia e la responsabilità di costruire, giorno per giorno, la comunione
delle persone, facendo della famiglia una «scuola di umanità più
completa e più ricca»: («Gaudium et Spes», 52) è
quanto avviene con la cura e l'amore verso i piccoli, gli ammalati e gli
anziani; col servizio reciproco di tutti i giorni; con la condivisione dei beni,
delle gioie e delle sofferenze.
Un momento fondamentale per costruire una simile comunione è
costituito dallo scambio educativo tra genitori e figli (cfr. Ef 6,1-4; Col
3,20s), nel quale ciascuno dà e riceve. Mediante l'amore, il rispetto,
l'obbedienza verso i genitori, i figli portano il loro specifico e
insostituibile contributo all'edificazione di una famiglia autenticamente umana
e cristiana («Gaudium et Spes», 48). In questo saranno facilitati, se
i genitori eserciteranno la loro irrinunciabile autorità come un vero e
proprio «ministero», ossia come un servizio ordinato al bene umano e
cristiano dei figli, e in particolare ordinato a far loro acquistare una libertà
veramente responsabile, e se i genitori manterranno viva la coscienza del «dono»,
che continuamente ricevono dai figli.
La comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo con
un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa
disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza,
al perdono, alla riconciliazione. Nessuna famiglia ignora come l'egoismo, il
disaccordo, le tensioni, i conflitti aggrediscano violentemente e a volte
colpiscano mortalmente la propria comunione: di qui le molteplici e varie forme
di divisione nella vita familiare. Ma, nello stesso tempo, ogni famiglia è
sempre chiamata dal Dio della pace a fare l'esperienza gioiosa e rinnovatrice
della «riconciliazione» cioè della comunione ricostruita,
dell'unità ritrovata. In particolare la partecipazione al sacramento
della riconciliazione e al banchetto dell'unico Corpo di Cristo offre alla
famiglia cristiana la grazia e la responsabilità di superare ogni
divisione e di camminare verso la piena verità della comunione voluta da
Dio, rispondendo così al vivissimo desiderio del Signore: che «tutti
siano una sola cosa» (Gv 17,21).
Diritti e compiti della donna
22. In quanto è, e deve sempre diventare, comunione e comunità
di persone, la famiglia trova nell'amore la sorgente e la spinta incessante per
accogliere, rispettare e promuovere ciascuno dei suo membri nell'altissima
dignità di persone, e cioè di immagini viventi di Dio. Come hanno
giustamente affermato i Padri Sinodali, il criterio morale dell'autenticità
delle relazioni coniugali e familiari consiste nella promozione della dignità
e vocazione delle singole persone, le quali si ritrovano nella loro pienezza
mediante il dono sincero di se stesse (cfr. «Gaudium et Spes», 24).
In questa prospettiva, il Sinodo ha voluto riservare una privilegiata
attenzione alla donna, ai suoi diritti e compiti nella famiglia e nella società.
Nella stessa prospettiva vanno considerati anche l'uomo come sposo e padre, il
bambino e gli anziani.
Della donna è da rilevare, anzitutto, l'eguale dignità e
responsabilità rispetto all'uomo: tale uguaglianza trova una singolare
forma di realizzazione nella reciproca donazione di sé all'altro e di
ambedue ai figli, propria del matrimonio e della famiglia. Quanto la stessa
ragione umana intuisce e riconosce, viene rivelato in pienezza dalla Parola di
Dio: la storia della salvezza, infatti, è una continua e luminosa
testimonianza della dignità della donna.
Creando l'uomo «maschio e femmina (Gen 1,27), Dio dona la dignità
personale in eguale modo all'uomo e alla donna, arricchendoli dei diritti
inalienabili e delle responsabilità che sono proprie della persona umana.
Dio poi manifesta nella forma più alta possibile la dignità della
donna assumendo Egli stesso la carne umana da Maria Vergine che la Chiesa onora
come Maria Madre di Dio, chiamandola nuova Eva e proponendola come modello della
donna redenta. Il delicato rispetto di Gesù verso le donne che ha
chiamato alla sua sequela ed alla sua amicizia, la sua apparizione il mattino di
Pasqua ad una donna prima che agli altri discepoli, la missione affidata alle
donne di portare la buona novella della Resurrezione agli apostoli, sono tutti
segni che confermano la stima speciale del Signore Gesù verso la donna.
Dirà l'apostolo Paolo: «Tutti voi siete figli di Dio per la fede in
Cristo Gesù... Non c'è più giudeo né greco; non c'è
più schiavo né libero; non c'è più uomo ne donna,
poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù)» (Gal 3,26.28).
Donna e società
23. Senza entrare ora a trattare nei suoi vari aspetti l'ampio e complesso
tema dei rapporti donna-società, ma limitando il discorso ad alcuni
rilievi essenziali, non si può non osservare come nel campo più
specificamente familiare un'ampia e diffusa tradizione sociale e culturale abbia
voluto riservare alla donna solo il compito di sposa e madre, senza aprirla
adeguatamente ai compiti pubblici, in genere riservati all'uomo.
Non c'è dubbio che l'uguale dignità e responsabilità
dell'uomo e della donna giustifichino pienamente l'accesso della donna ai
compiti pubblici. D'altra parte la vera promozione della donna esige pure che
sia chiaramente riconosciuto il valore del suo compito materno e familiare nei
confronti di tutti gli altri compiti pubblici e di tutte le altre professioni.
Del resto, tali compiti e professioni devono tra loro integrarsi se si vuole che
l'evoluzione sociale e culturale sia veramente e pienamente umana.
Ciò risulterà più facile se, come il Sinodo ha
auspicato, una rinnovata «teologia del lavoro» porrà in luce e
approfondirà il significato del lavoro nella vita cristiana e determinerà
il fondamentale legame che esiste tra il lavoro e la famiglia, e, di
conseguenza, il significato originale ed insostituibile del lavoro della casa e
dell'educazione dei figli («Laborem Exercens», 19). Pertanto la Chiesa
può e deve aiutare la società attuale, chiedendo instancabilmente
che sia da tutti riconosciuto e onorato nel suo valore insostituibile il lavoro
della donna in casa. Ciò è di particolare importanza nell'opera
educativa: viene eliminata, infatti, la radice stessa della possibile
discriminazione tra i diversi lavori e professioni, una volta che risulti
chiaramente come tutti, in ogni campo, si impegnino con identico diritto e con
identica responsabilità. Apparirà così più splendida
l'immagine di Dio nell'uomo e nella donna.
Se dev'essere riconosciuto anche alle donne, come agli uomini, il diritto di
accedere ai diversi compiti pubblici, la società deve però
strutturarsi in maniera tale che le spose e le madri non siano difatto costrette
a lavorare fuori casa e che le loro famiglie possano dignitosamente vivere e
prosperare, anche se esse si dedicano totalmente alla propria famiglia.
Si deve inoltre superare la mentalità secondo la quale l'onore della
donna deriva più dal lavoro esterno che dall'attività familiare.
Ma ciò esige che gli uomini stimino ed amino veramente la donna con ogni
rispetto della sua dignità personale, e che la società crei e
sviluppi le condizioni adatte per il lavoro domestico.
La Chiesa, col dovuto rispetto per la diversa vocazione dell'uomo e della
donna, deve promuovere nella misura del possibile nella sua stessa vita la loro
uguaglianza di diritti e di dignità: e questo per il bene di tutti, della
famiglia, della società e della Chiesa.
E' evidente però che tutto questo significa per la donna non la
rinuncia alla sua femminilità né l'imitazione del carattere
maschile, ma la pienezza della vera umanità femminile quale deve
esprimersi nel suo agire, sia in famiglia sia al di fuori di essa, senza
peraltro dimenticare in questo campo la varietà dei costumi e delle
culture.
Offese alla dignità della donna
24. Purtroppo il messaggio cristiano sulla dignità della donna viene
contraddetto da quella persistente mentalità che considera l'essere umano
non come persona, ma come cosa, come oggetto di compravendita, al servizio
dell'interesse egoistico e del solo piacere: e prima vittima di tale mentalità
è la donna.
Questa mentalità produce frutti assai amari, come il disprezzo
dell'uomo e della donna, la schiavitù, l'oppressione dei deboli, la
pornografia, la prostituzione - tanto più quando viene organizzata - e
tutte quelle varie discriminazioni che si incontrano nell'ambito
dell'educazione, della professione, della retribuzione del lavoro, ecc.
Inoltre, ancora oggi, in gran parte della nostra società, permangono
molte forme di avvilente discriminazione che colpiscono ed offendono gravemente
alcune categorie particolari di donne, come ad esempio, le spose che non hanno
figli, le vedove, le separate, le divorziate, le madri-nubili.
Queste ed altre discriminazioni sono state deplorate dai Padri Sinodali con
tutta la forza possibile: chiedo pertanto che da parte di tutti si svolga
un'azione pastorale specifica più vigorosa ed incisiva, affinché
esse siano definitivamente vinte, così da giungere alla stima piena
dell'immagine di Dio che risplende in tutti gli essere umani, nessuno escluso.
L'uomo sposo e padre
25. Entro la comunione-comunità coniugale e familiare, l'uomo è
chiamato a vivere il suo dono e compito di sposo e di padre.
Egli vede nella sposa il compiersi del disegno di Dio: «Non è
bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen
2,18), e fa sua l'esclamazione di Adamo, il primo sposo: «Questa volta essa
è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Ibid. 2,23).
L'autentico amore coniugale suppone ed esige che l'uomo porti profondo
rispetto per l'eguale dignità della donna: «Non sei il suo padrone -
scrive san Ambrogio - bensì il suo marito; non ti è stata data
schiava, ma in moglie... Ricambia a lei le sue attenzioni verso di te e sii ad
essa grato del suo amore» («Exameron», V,7,19: CSEL 32,I,154).
Con la sposa l'uomo deve vivere «una forma tutta speciale di amicizia
personale» (Paolo PP. VI, «Humanae Vitae», 9). Il cristiano poi è
chiamato a sviluppare un atteggiamento di amore nuovo, manifestando verso la
propria sposa la carità delicata e forte che Cristo ha per la Chiesa
(cfr. Ef 5,25).
L'amore alla sposa diventata madre e l'amore ai figli sono per l'uomo la
strada naturale per la comprensione e la realizzazione della sua paternità.
Soprattutto là dove le condizioni sociali e culturali spingono facilmente
il padre ad un certo disimpegno rispetto alla famiglia o comunque ad una sua
minor presenza nell'opera educativa, è necessario adoperarsi perché
si recuperi socialmente la convinzione che il posto e il compito del padre nella
e per la famiglia sono di un'importanza unica e insostituibile (cfr. Giovanni
Paolo PP. II, Omelia ai fedeli di Terni, 3-5 [19 Marzo 1981]: ASS 73 [1981],
268-271). Come l'esperienza insegna, l'assenza del padre provoca squilibri
psicologici e morali e difficoltà notevoli nelle relazioni familiari,
come pure, in circostanze opposte, la presenza oppressiva del padre,
specialmente là dove e ancora in atto il fenomeno del «machismo»,
ossia della superiorità abusiva delle prerogative maschili che umiliano
la donna e inibiscono lo sviluppo di sane relazioni familiari.
Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio (cfr. Ef
3,15), l'uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i
membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa
responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre, un
impegno educativo più sollecito e condiviso con la propria sposa (cfr. «Gaudium
et Spes», 52), un lavoro che non disgreghi mai la famiglia ma la promuova
nella sua compattezza e stabilità, una testimonianza di vita cristiana
adulta, che introduca più evidentemente i figli nell'esperienza viva di
Cristo e della Chiesa.
I diritti del bambino
26. Nella famiglia, comunità di persone, deve essere riservata una
specialissima attenzione al bambino, sviluppando una profonda stima per la sua
dignità personale, come pure un grande rispetto ed un generoso servizio
per i suoi diritti. Ciò vale di ogni bambino, ma acquista una singolare
urgenza quanto più il bambino è piccolo e bisognoso di tutto,
malato, sofferente o handicappato.
Sollecitando e vivendo una premura tenera e forte per ogni bambino che viene
in questo mondo, la Chiesa adempie una sua fondamentale missione: è
chiamata, infatti, a rivelare e a riproporre nella storia l'esempio e il
comandamento di Cristo Signore, che ha voluto porre il bambino al centro del
Regno di Dio: «Lasciate che i bambini vengano a me... perché a chi è
come loro appartiene il regno di Dio» (Lc 18,16; cfr. Mt 19,14; Mc 10,14).
Ripeto nuovamente quanto ho detto all'assemblea generale delle Nazioni Unite
il 2 ottobre 1979: «Desidero... esprimere la gioia che per ognuno di noi
costituiscono i bambini, primavera della vita, anticipo della storia futura di
ognuna delle presenti patrie terrene. Nessun paese del mondo, nessun sistema
politico può pensare al proprio avvenire se non attraverso l'immagine di
queste nuove generazioni che dai loro genitori assumeranno il molteplice
patrimonio dei valori, dei doveri e delle aspirazioni della nazione alla quale
appartengono e di tutta la famiglia umana. La sollecitudine per il bambino
ancora prima della sua nascita, dal primo momento della concezione e, in
seguito, negli anni dell'infanzia e della giovinezza, è la primaria e
fondamentale verifica della relazione dell'uomo all'uomo. E perciò, che
cosa di più si potrebbe augurare a ogni nazione e a tutta l'umanità,
a tutti i bambini del mondo se non quel migliore futuro in cui il rispetto dei
diritti dell'uomo diventi piena realtà nelle dimensioni del duemila che
si avvicina?» (2 Ottobre 1979).
L'accoglienza, l'amore, la stima, il servizio molteplice ed unitario -
materiale, affettivo, educativo, spirituale - per ogni bambino che viene in
questo mondo dovranno costituire sempre una nota distintiva irrinunciabile dei
cristiani, in particolare delle famiglie cristiane: così i bambini,
mentre potranno crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e
agli uomini» (Lc 2,52), porteranno il loro prezioso contributo
all'edificazione della comunità familiare e alla stessa santificazione
dei genitori (cfr. «Gaudium et Spes», 48).
Gli anziani in famiglia
27. Ci sono culture che manifestano una singolare venerazione ed un grande
amore per l'anziano: lungi dall'essere estromesso dalla famiglia o dall'essere
sopportato come un peso inutile, l'anziano ridervi parte attiva e responsabile -
pur dovendo rispettare l'autonomia della nuova famiglia - e soprattutto svolge
la preziosa missione di testimone del passato e di ispiratore di saggezza per i
giovani e per l'avvenire.
Altre culture, invece, specialmente in seguito ad un disordinato sviluppo
industriale ed urbanistico, hanno condotto e continuano a condurre gli anziani a
forme inaccettabili di emarginazione, che sono fonte ad un tempo di acute
sofferenze per loro stessi e di impoverimento spirituale per tante famiglie.
E' necessario che l'azione pastorale della Chiesa stimoli tutti a scoprire e
a valorizzare i compiti degli anziani nella comunità civile ed
ecclesiale, e in particolare nella famiglia. In realtà, «la vita
degli anziani ci aiuta a far luce sulla scala dei valori umani; fa vedere la
continuità delle generazioni e meravigliosamente dimostra
l'interdipendenza del Popolo di Dio. Gli anziani inoltre hanno il carisma di
oltrepassare le barriere fra le generazioni, prima che queste insorgano. Quanti
bambini hanno trovato comprensione e amore negli occhi, nelle parole e nelle
carezze degli anziani! E quante persone anziane hanno volentieri sottoscritto le
ispirate parole bibliche che «corona dei vecchi sono i figli dei figli»
(Pr 17,6) (Giovanni Paolo PP. II Discorso ai partecipanti all'«International
Forum on Active Aging» 5 [5 Settembre 1980]: «Insegnamenti di Giovanni
Paolo II», III, 2 [1980] 539).
II. Il servizio della vita
1) La trasmissione della vita
Cooperatori dell'amore di Dio Creatore
28. Con la creazione dell'uomo e della donna a sua immagine e somiglianza,
Dio corona e porta a perfezione l'opera delle sue mani: Egli li chiama ad una
speciale partecipazione del suo amore ed insieme del suo potere di Creatore e di
Padre, mediante la loro libera e responsabile cooperazione a trasmettere il dono
della vita umana: «Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e
moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela"» (Gen 1,28).
Così il compito fondamentale della famiglia è il servizio alla
vita, il realizzare lungo la storia la benedizione originaria del Creatore,
trasmettendo nella generazione l'immagine divina da uomo a uomo (cfr. ibid.
5,1ss).
La fecondità è il frutto e il segno dell'amore coniugale, la
testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero
culto dell'amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce senza
trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con
fortezza d'animo siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del
Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua
famiglia» («Gaudium et Spes», 50).
La fecondità dell'amore coniugale non si restringe però alla
sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente
umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale,
spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai
figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo.
La dottrina e la norma sempre antiche e sempre nuove della Chiesa
29. Proprio perché l'amore dei coniugi è una singolare
partecipazione al mistero della vita e dell'amore di Dio stesso, la Chiesa sa di
aver ricevuto la missione speciale di custodire e di proteggere l'altissima
dignità del matrimonio e la gravissima responsabilità della
trasmissione della vita umana.
Così, in continuità con la tradizione viva della comunità
ecclesiale lungo la storia, il recente Concilio Vaticano II e il magistero del
mio predecessore Paolo VI, espresso soprattutto nell'enciclica «Humanae
Vitae», hanno trasmesso ai nostri tempi un annuncio veramente profetico,
che riafferma e ripropone con chiarezza la dottrina e la norma sempre antiche e
sempre nuove della Chiesa sul matrimonio e sulla trasmissione della vita umana.
Per questo, nella loro ultima assemblea, i Padri Sinodali hanno testualmente
dichiarato: «Questo Sacro Sinodo, riunito nell'unità della fede col
successore di Pietro, fermamente mantiene ciò che nel Concilio Vaticano
II (cfr. «Gaudium et Spes», 50) e, in seguito, nell'enciclica «Humanae
Vitae» viene proposto, e in particolare che l'amore coniugale deve essere
pienamente umano, esclusivo e aperto alla nuova vita (Propositio 22. La
conclusione del n. 11 dell'enciclica «Humanae Vitae» così
afferma: «Richiamando gli uomini all'osservanza delle norme della legge
naturale interpreta dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi
atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» AAS 60
[1968] 488).
La Chiesa sta dalla parte della vita
30. La dottrina della Chiesa si colloca oggi in una situazione sociale e
culturale, che la rende ad un tempo più difficile da comprendere e più
urgente ed insostituibile per promuovere il vero bene dell'uomo e della donna.
Infatti, il progresso scientifico-tecnico, che l'uomo contemporaneo accresce
di continuo nel suo dominio sulla natura, non sviluppa solo la speranza di
creare una nuova e migliore umanità, ma anche un'angoscia sempre più
profonda circa il futuro. Alcuni si domandano se sia bene vivere o se non sia
meglio neppure essere nati; dubitano, se sia lecito chiamare altri alla vita, i
quali forse malediranno la propria esistenza in un mondo crudele, i cui terrori
non sono neppure prevedibili. Altri pensano di essere gli unici destinatari dei
vantaggi della tecnica ed escludono gli altri, ai quali vengono imposti mezzi
contraccettivi o metodi ancor peggiori. Altri ancora, imprigionati come sono
dalla mentalità consumistica e con l'unica preoccupazione di un continuo
aumento di beni materiali, finiscono per non comprendere più e quindi per
rifiutare la ricchezza spirituale di una nuova vita umana. La ragione ultima di
queste mentalità è l'assenza, nel cuore degli uomini di Dio, il
cui amore soltanto è più forte di tutte le possibile paure del
mondo e le può vincere.
E' nata così una mentalità contro la vita (anti-life
mentality), come emerge in molte questioni attuali: si pensi, ad esempio, a un
certo panico derivato dagli studi degli ecologi e dei futurologi sulla
demografia, che a volte esagerano il pericolo dell'incremento demografico per la
qualità della vita.
Ma la Chiesa fermamente crede che la vita umana, anche se debole e
sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della bontà.
Contro il pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la Chiesa sta dalla
parte della vita: e in ciascuna vita umana sa scoprire lo splendore di quel «Sì»,
di quell'«Amen», che è Cristo stesso (cfr. 2Cor 1,19; Ap 3,14).
Al «no» che invade ed affligge il mondo, contrappone questo vivente «Sì»,
difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano la
vita.
La Chiesa è chiamata a manifestare nuovamente a tutti, con un più
chiaro e fermo convincimento, la sua volontà di promuovere con ogni mezzo
e di difendere contro ogni insidia la vita umana, in qualsiasi condizione e
stadio di sviluppo si trovi.
Per questo la Chiesa condanna come grave offesa della dignità umana e
della giustizia tutte quelle attività dei governi o di altre autorità
pubbliche, che tentano di limitare in qualsiasi modo la libertà dei
coniugi nel decidere dei figli. Di conseguenza qualsiasi violenza esercitata da
tali autorità in favore della contraccezione e persino della
sterilizzazione e dell'aborto procurato e del tutto da condannare e da
respingere con forza. Allo stesso modo è da esecrare come gravemente
ingiusto il fatto che nelle relazioni internazionali l'aiuto economico concesso
per la promozione dei popoli venga condizionato a programmi di contraccezione,
sterilizzazione e aborto procurato (cfr. Messaggio del VI Sinodo dei Vescovi
alle Famiglie cristiane nel mondo contemporaneo, 5 [24 Ottobre 1980]).
Perché il progetto divino sia sempre più pienamente
attuato
31. La Chiesa è certamente consapevole anche dei molteplici e
complessi problemi, che oggi in molti Paesi coinvolgono i coniugi nel loro
compito di trasmettere responsabilmente la vita. Riconosce pure il grave
problema dell'incremento demografico, come si configura in varie parti del
mondo, con le implicazioni morali che esso comporta.
Essa ritiene, tuttavia, che una approfondita considerazione di tutti gli
aspetti di tali problemi offra una nuova e più forte conferma
dell'importanza della dottrina autentica circa la regolazione della natalità,
riproposta nel Concilio Vaticano II e nell'enciclica «Humanae Vitae».
Per questo, insieme con i Padri del Sinodo, sento il dovere di rivolgere un
pressante invito ai teologi, affinché, unendo le loro forze per
collaborare col Magistero gerarchico, si impegnino a porre sempre meglio in luce
i fondamenti biblici, le motivazioni etiche e le ragioni personalistiche di
questa dottrina. Sarà così possibile, nel contesto di
un'esposizione organica, rendere la dottrina della Chiesa su questo importante
capitolo veramente accessibile a tutti gli uomini di buona volontà,
favorendone la comprensione ogni giorno più luminosa e profonda in tal
modo il progetto divino potrà essere sempre più pienamente attuato
per la salvezza dell'uomo e per la gloria del Creatore.
A questo riguardo, il concorde impegno dei teologi, ispirato da convinta
adesione al Magistero, che è l'unica guida autentica del Popolo di Dio,
presenta particolare urgenza anche in ragione dell'intimo legame che esiste tra
la dottrina cattolica su questo punto e la visione dell'uomo che la Chiesa
propone: dubbi o errori nel campo matrimoniale o familiare comportano un grave
oscurarsi della verità integrale sull'uomo in una situazione culturale già
così spesso confusa e contraddittoria. Il contributo di illuminazione e
di approfondimento, che i teologi sono chiamati ad offrire in adempimento del
loro compito specifico, ha un valore incomparabile e rappresenta un servizio
singolare, altamente meritorio, alla famiglia e all'umanità.
Nella visione integrale dell'uomo e della sua vocazione
32. Nel contesto di una cultura che gravemente deforma o addirittura
smarrisce il vero significato della sessualità umana, perché la
sradica dal suo essenziale riferimento alla persona, la Chiesa sente più
urgente e insostituibile la sua missione di presentare la sessualità come
valore e compito di tutta la persona creata, maschio e femmina, ad immagine di
Dio.
In questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha chiaramente affermato che «quando
si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della
vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera
intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri
oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana
e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore
l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò
non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù
della castità coniugale» («Gaudium et Spes», 51).
E' proprio movendo dalla «visione integrale dell'uomo e della sua
vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna»
(Paolo PP. VI, «Humanae Vitae», 7), che Paolo VI ha affermato che la
dottrina della Chiesa «è fondata sulla connessione inscindibile, che
Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due
significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato
procreativo» (Ibid. 12). Ed ha concluso ribadendo che è da escludere
come intrinsecamente disonesta «ogni azione che, o in previsione dell'atto
coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze
naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la
procreazione» (Ibid. 14).
Quando i coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione, scindono questi
due significati che Dio Creatore ha inscritti nell'essere dell'uomo e della
donna e nel dinamismo della loro comunione sessuale, si comportano come «arbitri»
del disegno divino e «manipolano» e avviliscono la sessualità
umana, e con essa la persona propria e del coniuge, alterandone il valore di
donazione «totale». Così, al linguaggio nativo che esprime la
reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio
oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all'altro in
totalità: ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all'apertura alla
vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità del personale.
Quando invece i coniugi, mediante il ricorso a periodi di infecondità,
rispettano la connessione inscindibile dei significati unitivo e procreativo
della sessualità umana, si comportano come «ministri» del
disegno di Dio ed «usufruiscono» della sessualità secondo
l'originario dinamismo della donazione «totale», senza manipolazioni
ed alterazioni (Ibid 13).
Alla luce della stessa esperienza di tante coppie di sposi e dei dati delle
diverse scienze umane, la riflessione teologica può cogliere ed è
chiamata ad approfondire la differenza antropologica e al tempo stesso morale,
che esiste tra la contraccezione e il ricorso ai ritmi temporali: si tratta di
una differenza assai più vasta e profonda di quanto abitualmente non si
pensi e che coinvolge in ultima analisi due concezioni della persona e della
sessualità umana tra loro irriducibili. La scelta dei ritmi naturali
comporta l'accettazione del tempo della persona, cioè della donna, e con
ciò l'accettazione anche del dialogo, del rispetto reciproco, della
comune responsabilità, del dominio di sé. Accogliere poi il tempo
e il dialogo significa riconoscere il carattere insieme spirituale e corporeo
della comunione coniugale, come pure vivere l'amore personale nella sua esigenza
di fedeltà. In questo contesto la coppia fa l'esperienza che la comunione
coniugale viene arricchita di quei valori di tenerezza e di affettività,
i quali costituiscono l'anima profonda della sessualità umana, anche
nella sua dimensione fisica. In tal modo la sessualità viene rispettata e
promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece «usata»
come un «oggetto» che, dissolvendo l'unità personale di anima e
corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell'intreccio più intimo tra
natura e persona.
La Chiesa Maestra e Madre per i coniugi in difficoltà
33. Anche nel campo della morale coniugale la Chiesa è ed agisce come
Maestra e Madre.
Come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma morale che deve
guidare la trasmissione responsabile della vita. Di tale norma la Chiesa non è
affatto né l'autrice né l'arbitra. In obbedienza alla verità,
che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità
della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti
gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità
e di perfezione.
Come Madre, la Chiesa si fa vicina alle molte coppie di sposi che si trovano
in difficoltà su questo importante punto della vita morale: conosce bene
la loro situazione, spesso molto ardua e a volte veramente tormentata da
difficoltà di ogni genere, non solo individuali ma anche sociali; sa che
tanti coniugi incontrano difficoltà non solo per la realizzazione
concreta, ma anche per la stessa comprensione dei valori insiti nella norma
morale.
Ma è la stessa ed unica Chiesa ad essere insieme Maestra e Madre. Per
questo la Chiesa non cessa mai di invitare e di incoraggiare, perché le
eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e
compromettere la verità: è infatti convinta che non può
esserci vera contraddizione tra la legge divina del trasmettere la vita e quella
di favorire l'autentico amore coniugale (cfr. «Gaudium et Spes«, 51).
Per questo, la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non
mai separata dalla sua dottrina. Ripeto, pertanto, con la medesima persuasione
del mio predecessore: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo
è eminente forma di carità verso le anime» (Paolo PP. VI «Humanae
Vitae», 29).
D'altra parte l'autentica pedagogia ecclesiale rivela il suo realismo e la
sua sapienza solo sviluppando un impegno tenace e coraggioso nel creare e
sostenere tutte quelle condizioni umane - psicologiche, morali e spirituali -
che sono indispensabili per comprendere e vivere il valore e la norma morale.
Non c'è dubbio che tra queste condizioni si debbano annoverare la
costanza e la pazienza, l'umiltà e la fortezza d'animo, la filiale
fiducia in Dio e nella sua grazia, il ricorso frequente alla preghiera e ai
sacramenti dell'Eucaristia e della riconciliazione (cfr. ibid. 25). Così
corroborati, i coniugi cristiani potranno mantenere viva la coscienza del
singolare influsso che la grazia del sacramento del matrimonio esercita su tutte
le realtà della vita coniugale, e quindi anche sulla loro sessualità:
il dono dello Spirito, accolto e corrisposto dai coniugi, li aiuta a vivere la
sessualità umana secondo il piano di Dio e come segno dell'amore unitivo
e fecondo di Cristo per la sua Chiesa.
Ma tra le condizioni necessarie rientra anche la conoscenza della corporeità
e dei suoi ritmi di fertilità. In tal senso bisogna far di tutto perché
una simile conoscenza sia resa accessibile a tutti i coniugi, e prima ancora
alle persone giovani, mediante un'informazione ed una educazione chiare,
tempestive e serie, ad opera di coppie, di medici e di esperti. La conoscenza
poi deve sfociare nell'educazione all'autocontrollo: di qui l'assoluta necessità
della virtù della castità e della permanente educazione ad essa.
Secondo la visione cristiana, la castità non significa affatto né
rifiuto né disistima della sessualità umana: significa piuttosto
energia spirituale, che sa difendere l'amore dai pericoli dell'egoismo e
dell'aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione.
Paolo VI, con profondo intuito di sapienza e di amore, altro non ha fatto
che dare voce all'esperienza di tante coppie di sposi quando ha scritto nella
sua enciclica: «il dominio dell'istinto mediante la ragione e la libera
volontà, impone indubbiamente una ascesi, affinché le
manifestazioni affettive della vita coniugale siano secondo il retto ordine e in
particolare per l'osservanza della continenza periodica. Ma questa disciplina,
propria della purezza degli sposi, ben lungi dal nuocere all'amore coniugale,
gli conferisce invece un più alto valore umano. Esige un continuo sforzo,
ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la loro
personalità arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vita
familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri
problemi; favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a
bandire l'egoismo, nemico del vero amore, ed approfondisce il loro senso di
responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con
essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per
l'educazione dei figli» («Humanae Vitae», 21).
L'itinerario morale degli sposi
34. E' sempre di grande importanza possedere una retta concezione
dell'ordine morale, dei suoi valori e delle sue norme: l'importanza cresce,
quando più numerose e gravi si fanno le difficoltà a rispettarli.
Proprio perché rivela e propone il disegno di Dio Creatore, l'ordine
morale non può essere qualcosa di mortificante per l'uomo e di
impersonale; al contrario, rispondendo alle esigenze più profonde
dell'uomo creato da Dio, si pone al servizio della sua piena umanità, con
l'amore delicato e vincolante con cui Dio stesso ispira, sostiene e guida ogni
creatura verso la sua felicità.
Ma l'uomo, chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso
di Dio, è un essere storico, che si costruisce giorno per giorno, con le
sue numerose libere scelte: per questo egli conosce ama e compie il bene morale
secondo tappe di crescita.
Anche i coniugi, nell'ambito della loro vita morale, sono chiamati ad un
incessante cammino, sostenuti dal desiderio sincero e operoso di conoscere
sempre meglio i valori che la legge divina custodisce e promuove, e dalla volontà
retta e generosa di incarnarli nelle loro scelte concrete. Essi, tuttavia, non
possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in
futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con
impegno le difficoltà. «Perciò la cosiddetta "legge
della gradualità", o cammino graduale, non può identificarsi
con la "gradualità della legge", come se ci fossero vari gradi
e varie forme di precetto nella legge divina per uomini e situazioni diverse.
Tutti i coniugi, secondo il disegno divino, sono chiamati alla santità
nel matrimonio e questa alta vocazione si realizza in quanto la persona umana è
in grado di rispondere al comando divino con animo sereno, confidando nella
grazia divina e nella propria volontà» (Giovanni Paolo PP. II,
Omelia per la conclusione del VI Sinodo dei Vescovi, 8 [25 Ottobre 1980]: ASS 72
[1980] 1083). In questa stessa linea, rientra nella pedagogia della Chiesa che i
coniugi anzitutto riconoscano chiaramente la dottrina della «Humanae Vitae»
come normativa per l'esercizio della loro sessualità, e sinceramente si
impegnino a porre le condizioni necessarie per osservare questa norma.
Questa pedagogia, come ha rilevato il Sinodo, comprende tutta la vita
coniugale. Per questo il compito di trasmettere la vita deve essere integrato
nella missione globale dell'intera vita cristiana, la quale senza la croce non
può giungere alla risurrezione. In simile contesto si comprende come non
si possa togliere il sacrificio dalla vita familiare, anzi si debba accettare di
cuore, perché l'amore coniugale si approfondisca e diventi fonte di
intima gioia.
Questo comune cammino esige riflessione, informazione, idonea educazione dei
sacerdoti, dei religiosi e dei laici, che sono impegnati nella pastorale
familiare: tutti costoro potranno aiutare i coniugi nel loro itinerario umano e
spirituale, che comporta la coscienza del peccato, il sincero impegno di
osservare la legge morale, il ministero della riconciliazione. E' pure da tenere
presente come nell'intimità coniugale siano implicate le volontà
di due persone, chiamate però ad una armonia di mentalità e di
comportamento: ciò esige non poca pazienza, simpatia e tempo. Di
singolare importanza in questo campo è l'unità dei giudizi morali
e pastorali dei sacerdoti: tale unità dev'essere accuratamente ricercata
ed assicurata, perché i fedeli non abbiano a soffrire ansietà di
coscienza (cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 28).
Il cammino dei coniugi sarà dunque facilitato se, nella stima della
dottrina della Chiesa e nella fiducia verso la grazia di Cristo, aiutati ed
accompagnati dai pastori d'anime e dall'intera comunità ecclesiale, essi
sapranno scoprire e sperimentare il valore di liberazione e di promozione
dell'amore autentico, che il Vangelo offre ed il comandamento del Signore
propone.
Suscitare convinzioni e offrire aiuti concreti
35. Di fronte al problema di un'onesta regolazione della natalità, la
comunità ecclesiale, nel tempo presente, deve assumersi il compito di
suscitare convinzioni e di offrire aiuti concreti per quanti vogliono vivere la
paternità e la maternità in modo veramente responsabile.
In questo campo, mentre si compiace dei risultati raggiunti dalle ricerche
scientifiche per una conoscenza più precisa dei ritmi di fertilità
femminile e stimola una più decisiva ed ampia estensione di tali studi,
la Chiesa non può non sollecitare con rinnovato vigore la responsabilità
di quanti - medici, esperti, consulenti coniugali, educatori, coppie - possono
aiutare effettivamente i coniugi a vivere il loro amore nel rispetto della
struttura e delle finalità dell'atto coniugale che lo esprime. Ciò
significa un impegno più vasto, decisivo e sistematico per far conoscere,
stimare e applicare i metodi naturali di regolazione della fertilità
(cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai Delegati del «Centre de Liaison
des Equipes de Recherche», 9 [3 Novembre 1979]: «Insegnamenti di
Giovanni Paolo II», II 2 [1979] 1035; cfr. anche Discorso ai Partecipanti
al primo Congresso per la Famiglia d'Africa e d'Europa (15 Gennaio 1981): «L'Osservatore
Romano» (16 Gennaio 1981).
Una preziosa testimonianza può e deve essere data da quegli sposi
che, mediante l'impegno comune della continenza periodica, sono giunti ad una più
matura responsabilità personale di fronte all'amore ed alla vita. Come
scriveva Paolo VI, «ad essi il Signore affida il compito di rendere
visibile agli uomini la santità e la soavità della legge che
unisce l'amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all'amore di Dio
autore della vita umana» («Humanae Vitae», 25).
2) L'educazione
Il diritto-dovere educativo dei genitori
36. Il compito dell'educazione affonda le radici nella primordiale vocazione
dei coniugi a partecipare all'opera creatrice di Dio: generando nell'amore e per
amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita ed allo
sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla
efficacemente a vivere una vita pienamente umana. Come ha ricordato il Concilio
Vaticano II: «I genitori, poiché hanno trasmesso la vita ai figli,
hanno l'obbligo gravissimo di educare la prole: vanno pertanto considerati come
i primi e principali educatori di essa. Questa loro funzione educativa è
tanto importante che, se manca, può appena essere supplita. Tocca infatti
ai genitori creare in seno alla famiglia quell'atmosfera vivificata dall'amore e
dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l'educazione
completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia è dunque la
prima scuola di virtù sociali di cui appunto han bisogno tutte le società»
(«Gravissimum Educationis», 3).
Il diritto-dovere educativo dei genitori si qualifica come essenziale,
connesso com'è con la trasmissione della vita umana; come originale e
primario, rispetto al compito educativo di altri, per l'unicità del
rapporto d'amore che sussiste tra genitori e figli; come insostituibile ed
inalienabile, e che pertanto non può essere totalmente delegato ad altri,
né da altri usurpato.
Al di là di queste caratteristiche, non si può dimenticare che
l'elemento più radicale, tale da qualificare il compito educativo dei
genitori, è l'amore paterno e materno, il quale trova nell'opera
educativa il suo compimento nel rendere pieno e perfetto il servizio alla vita:
l'amore dei genitori da sorgente diventa anima e pertanto norma, che ispira e
guida tutta l'azione educativa concreta, arricchendola di quei valori di
dolcezza, costanza, bontà, servizio, disinteresse, spirito di sacrificio,
che sono il più prezioso frutto dell'amore.
Educare ai valori essenziali della vita umana
37. Pur in mezzo alle difficoltà dell'opera educativa, oggi spesso
aggravate, i genitori devono con fiducia e coraggio formare i figli ai valori
essenziali della vita umana. I figli devono crescere in una giusta libertà
di fronte ai beni materiali, adottando uno stile di vita semplice ed austero,
ben convinti che «l'uomo vale più per quello che è che per
quello che ha» («Gaudium et Spes», 35)
In una società scossa e disgregata da tensioni e conflitti per il
violento scontro tra i diversi individualismi ed egoismi, i figli devono
arricchirsi non soltanto del senso della vera giustizia, che sola conduce al
rispetto della dignità personale di ciascuno, ma anche e ancora più
del senso del vero amore, come sollecitudine sincera e servizio disinteressato
verso gli altri, in particolare i più poveri e bisognosi. La famiglia è
la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto comunità di
amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere.
Il dono di sé, che ispira l'amore dei coniugi tra di loro, si pone come
modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra
fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E
la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei momenti
di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace
pedagogia dei figli nel più ampio orizzonte della società.
L'educazione all'amore come dono di sé costituisce anche la premessa
indispensabile per i genitori chiamati ad offrire ai figli una chiara e delicata
educazione sessuale. Di fronte ad una cultura che «banalizza» in larga
parte la sessualità umana, perché la interpreta e la vive in modo
riduttivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere egoistico,
il servizio educativo dei genitori deve puntare fermamente su di una cultura
sessuale che sia veramente e pienamente personale: la sessualità,
infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo, sentimento e anima
- e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé
nell'amore.
L'educazione sessuale, diritto e dovere fondamentale dei genitori, deve
attuarsi sempre sotto la loro guida sollecita, sia in casa sia nei centri
educativi da essi scelti e controllati. In questo senso la Chiesa ribadisce la
legge della sussidiarietà, che la scuola è tenuta ad osservare
quando coopera all'educazione sessuale, collocandosi nello spirito stesso che
anima i genitori.
In questo contesto è del tutto irrinunciabile l'educazione alla
castità, come virtù che sviluppa l'autentica maturità della
persona e la rende capace di rispettare e promuovere il «significato
sponsale» del corpo. Anzi, i genitori cristiani riserveranno una
particolare attenzione e cura, discernendo i segni della chiamata di Dio, per
l'educazione alla verginità, come forma suprema di quel dono di sé
che costituisce il senso stesso della sessualità umana.
Per gli stretti legami che intercorrono tra la dimensione sessuale della
persona e i suoi valori etici, il compito educativo deve condurre i figli a
conoscere e a stimare le norme morali come necessaria e preziosa garanzia per
una responsabile crescita personale nella sessualità umana.
Per questo la Chiesa si oppone fermamente a una certa forma di informazione
sessuale, avulsa dai principi morali, così spesso diffusa, la quale altro
non sarebbe che un'introduzione all'esperienza del piacere e uno stimolo che
porta a perdere la serenità - ancora negli anni dell'innocenza - aprendo
la strada al vizio.
La missione educativa e il sacramento del matrimonio
38. Per i genitori cristiani la missione educativa, radicata come si è
detto nella loro partecipazione all'opera creatrice di Dio, ha una nuova e
specifica sorgente nel sacramento del matrimonio, che li consacra all'educazione
propriamente cristiana dei figli, li chiama cioè a partecipare alla
stessa autorità e allo stesso amore di Dio Padre e di Cristo Pastore,
come pure all'amore materno della Chiesa, e li arricchisce di sapienza,
consiglio, fortezza e di ogni altro dono dello Spirito Santo per aiutare i figli
nella loro crescita umana e cristiana.
Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità
e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al
servizio della edificazione dei suoi membri. Tale è la grandezza e lo
splendore del ministero educativo dei genitori cristiani, che san Tommaso non
esita a paragonare al ministero dei sacerdoti: «Alcuni propagano e
conservano la vita spirituale con un ministero unicamente spirituale, e questo
spetta al sacramento dell'ordine; altri lo fanno quanto alla vita ad un tempo
corporale e spirituale e ciò avviene col sacramento del matrimonio, nel
quale l'uomo e la donna si uniscono per generare la prole ed educarla al culto
di Dio («Summa contra Gentiles», IV, 58).
La coscienza viva e vigile della missione ricevuta col sacramento del
matrimonio aiuterà i genitori cristiani a porsi con grande serenità
e fiducia al servizio educativo dei figli e, nello stesso tempo, con senso di
responsabilità di fronte a Dio che li chiama e li manda ad edificare la
Chiesa nei figli. Così la famiglia dei battezzati, convocata quale chiesa
domestica dalla Parola e dal Sacramento, diventa insieme, come la grande Chiesa,
maestra e madre.
La prima esperienza di Chiesa
39. La missione dell'educazione esige che i genitori cristiani propongano ai
figli tutti quei contenuti che sono necessari per la graduale maturazione della
loro responsabilità da un punto di vista cristiano ed ecclesiale.
Riprenderanno allora le linee educative sopra ricordate, con la cura di mostrare
ai figli a quale profondità di significati la fede e la carità di
Gesù Cristo sanno condurre. Inoltre la consapevolezza che il Signore
affida loro la crescita di un figlio di Dio, di un fratello di Cristo, di un
tempio dello Spirito Santo, di un membro della Chiesa, sorreggerà i
genitori cristiani nel loro compito di rafforzare nell'anima dei figli il dono
della grazia divina.
Il Concilio Vaticano II così precisa il contenuto dell'educazione
cristiana: «Essa non comporta solo la maturità propria dell'umana
persona... ma tende soprattutto a far sì che i battezzati, iniziati
gradualmente alla conoscenza del mistero della salvezza, prendano sempre
maggiore coscienza del dono della fede, che hanno ricevuto: imparino ad adorare
Dio in spirito e verità (cfr. Gv 4,23), specialmente attraverso l'azione
liturgica, si preparino a vivere la propria vita secondo l'uomo nuovo della
giustizia e nella santità della verità (Ef 4,22-24), così
raggiungano l'uomo perfetto, la statura della pienezza di Cristo (cfr. Ef 4,13)
e diano il loro apporto all'aumento del corpo mistico. Essi inoltre, consapevoli
della loro vocazione, devono addestrarsi sia a testimoniare quella speranza che
è in loro (cfr. 1Pt 3,14), sia a promuovere la elevazione in senso
cristiano del mondo» («Gravissimum Educationis», 2).
Anche il Sinodo, riprendendo e sviluppando le linee conciliari, ha
presentato la missione educativa della famiglia cristiana come un vero
ministero, per mezzo del quale viene trasmesso e irradiato il Vangelo, al punto
che la stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo
iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo. Nella famiglia cosciente
di tale dono, come ha scritto Paolo VI, «tutti i membri evangelizzano e
sono evangelizzati» («Evangelii Nuntiandi», 71).
In forza del mistero dell'educazione i genitori mediante la testimonianza
della vita, sono i primi araldi del Vangelo presso i figli. Di più,
pregando con i figli, dedicandosi con essi alla lettura della Parola di Dio ed
inserendoli nell'intimo del Corpo - eucaristico ed ecclesiale - di Cristo
mediante l'iniziazione cristiana, diventano pienamente genitori generatori cioè
non solo della vita carnale, ma anche di quella che, mediante la rinnovazione
dello Spirito, scaturisce dalla Croce e risurrezione di Cristo.
Perché i genitori cristiani possano compiere degnamente il loro
ministero educativo, i Padri Sinodali hanno auspicato che sia preparato un
adeguato testo di catechismo per le famiglie, chiaro, breve e tale da poter
essere facilmente assimilato da tutti. Le conferenze episcopali sono state
caldamente invitate ad impegnarsi per la realizzazione di questo catechismo.
Rapporti con altre forze educative
40. La famiglia è la prima, ma non l'unica ed esclusiva comunità
educante: la stessa dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale, dell'uomo
esige e conduce ad un'opera più ampia ed articolata, che sia il frutto
della collaborazione ordinata delle diverse forze educative. Queste forze sono
tutte necessarie, anche se ciascuna può e deve intervenire con una sua
competenza e con un suo contributo propri (cfr. «Gravissimum Educationis»,
3).
Il compito educativo della famiglia cristiana ha perciò un posto
assai importante nella pastorale organica: ciò implica una nuova forma di
collaborazione tra i genitori e le comunità cristiane, tra i diversi
gruppi educativi e i pastori. In questo senso il rinnovamento della scuola
cattolica deve riservare una speciale attenzione sia ai genitori degli alunni
sia alla formazione di una perfetta comunità educante.
Dev'essere assolutamente assicurato il diritto dei genitori alla scelta di
un'educazione conforme alla loro fede religiosa.
Lo Stato e la Chiesa hanno l'obbligo di dare alle famiglie tutti gli aiuti
possibili, affinché possano adeguatamente esercitare i loro compiti
educativi. Per questo sia la Chiesa sia lo Stato devono creare e promuovere
quelle istituzioni ed attività, che le famiglie giustamente richiedono: e
l'aiuto dovrà essere proporzionato alle insufficienze delle famiglie.
Pertanto, tutti coloro che nella società sono alla guida delle scuole non
devono mai dimenticare che i genitori sono stati costituiti da Dio stesso come
primi e principali educatori dei figli, e che il loro diritto è del tutto
inalienabile.
Ma complementare al diritto, si pone il grave dovere dei genitori di
impegnarsi a fondo in un rapporto cordiale e fattivo con gli insegnanti ed i
dirigenti delle scuole.
Se nelle scuole si insegnano ideologie contrarie alla fede cristiana, la
famiglia insieme ad altre famiglie, possibilmente mediante forme associative
familiari, deve con tutte le forze e con sapienza aiutare i giovani a non
allontanarsi dalla fede. In questo caso la famiglia ha bisogno di aiuti speciali
da parte dei pastori d'anime, i quali non dovranno dimenticare che i genitori
hanno l'inviolabile diritto di affidare i loro figli alla comunità
ecclesiale.
Un servizio molteplice alla vita
41. Il fecondo amore coniugale si esprime in un servizio alla vita dalle
forme molteplici, delle quali la generazione e l'educazione sono quelle più
immediate, proprie ed insostituibili. In realtà, ogni atto di vero amore
verso l'uomo testimonia e perfeziona la fecondità spirituale della
famiglia perché è obbedienza al dinamismo interiore profondo
dell'amore come donazione di sé agli altri.
A questa prospettiva, per tutti ricca di valore e di impegno, sapranno
ispirarsi in particolare quei coniugi che fanno l'esperienza della sterilità
fisica.
Le famiglie cristiane che nella fede riconoscono tutti gli uomini come figli
del comune Padre dei cieli, verranno generosamente incontro ai figli delle altre
famiglie, sostenendoli ed amandoli non come estranei, ma come membri dell'unica
famiglia dei figli di Dio. I genitori cristiani potranno così allargare
il loro amore al di là dei vincoli della carne e del sangue, alimentando
i legami che si radicano nello spirito e che si sviluppano nel servizio concreto
ai figli di altre famiglie, spesso bisognosi delle cose più necessarie.
Le famiglie cristiane sapranno vivere una maggiore disponibilità
verso l'adozione e l'affidamento di quei figli che sono privati dei genitori o
da essi abbandonati: mentre questi bambini, ritrovando il valore affettivo di
una famiglia, possono fare esperienza dell'amorevole e provvida paternità
di Dio, testimoniata dai genitori cristiani, e così crescere con serenità
e fiducia nella vita, la famiglia intera sarà arricchita dai valori
spirituali di una più ampia fraternità.
La fecondità delle famiglie deve conoscere una sua incessante «creatività»,
frutto meraviglioso dello Spirito di Dio che spalanca gli occhi del cuore per
scoprire le nuove necessità e sofferenze della nostra società, e
che infonde coraggio per assumerle e darvi risposta. In questo quadro si
presenta alle famiglie un vastissimo campo d'azione: infatti, ancor più
preoccupante dell'abbandono dei bambini è oggi il fenomeno
dell'emarginazione sociale e culturale, che duramente colpisce anziani,
ammalati, handicappati, tossicodipendenti, ex carcerati, ecc.
In tal modo si dilata enormemente l'orizzonte della paternità e della
maternità delle famiglie cristiane: il loro amore spiritualmente fecondo è
sfidato da queste e da tante altre urgenze del nostro tempo. Con le famiglie e
per mezzo loro, il Signore Gesù continua ad avere «compassione»
delle folle.
III. La partecipazione allo sviluppo della società
La famiglia prima e vitale cellula della società
42. «Poiché il Creatore di tutte le cose ha costituito il
matrimonio quale principio e fondamento dell'umana società», la
famiglia e divenuta la «prima e vitale cellula della società» («Apostolicam
Actuositatem», 11).
La famiglia possiede vincoli vitali e organici con la società, perché
ne costituisce il fondamento e l'alimento continuo mediante il suo compito di
servizio alla vita: dalla famiglia infatti nascono i cittadini e nella famiglia
essi trovano la prima scuola di quelle virtù sociali, che sono l'anima
della vita e dello sviluppo della società stessa.
Così in forza della sua natura e vocazione, lungi dal rinchiudersi in
se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e alla società,
assumendo il suo compito sociale.
La vita familiare come esperienza di comunione e di partecipazione
43. La stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che deve
caratterizzare la vita quotidiana della famiglia, rappresenta il suo primo e
fondamentale contributo alla società.
Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate e
guidate dalla legge della «gratuità» che, rispettando e
favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo
di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità
disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.
Così la promozione di un'autentica e matura comunione di persone
nella famiglia diventa prima e insostituibile scuola di socialità,
esempio e stimolo per i più ampi rapporti comunitari all'insegna del
rispetto, della giustizia, del dialogo, dell'amore.
In tal modo, come hanno ricordato i Padri Sinodali, la famiglia costituisce
il luogo nativo e lo strumento più efficace di umanizzazione e di
personalizzazione della società: essa collabora in un modo originale e
profondo alla costruzione del mondo, rendendo possibile una vita propriamente
umana, in particolare custodendo e trasmettendo le virtù e i «valori».
Come scrive il Concilio Vaticano II, nella famiglia «le diverse generazioni
si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più
completa e a comporre i diritti delle persone con le altre esigenze della vita
sociale («Gaudium et Spes», 52)
Di conseguenza, di fronte ad una società che rischia di essere sempre
più spersonalizzata e massificata, e quindi disumana e disumanizzante,
con le risultanze negative di tante forme di «evasione» - come sono,
ad esempio, l'alcoolismo, la droga e lo stesso terrorismo -, la famiglia
possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l'uomo
dall'anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di
arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo, attivamente con la sua
unicità e irripetibilità nel tessuto della società.
Compito sociale e politico
44. Il compito sociale della famiglia non può certo fermarsi
all'opera procreativa ed educativa, anche se trova in essa la sua prima ed
insostituibile forma di espressione.
Le famiglie, sia singole che associate, possono e devono pertanto dedicarsi
a molteplici opere di servizio sociale, specialmente a vantaggio dei poveri, e
comunque di tutte quelle persone e situazioni che l'organizzazione previdenziale
ed assistenziale delle pubbliche autorità non riesce a raggiungere.
Il contributo sociale della famiglia ha una sua originalità, che
domanda di essere meglio conosciuta e più decisamente favorita,
soprattutto man mano che i figli crescono, coinvolgendo di fatto il più
possibile tutti i membri (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 11).
In particolare è da rilevare l'importanza sempre più grande
che nella nostra società assume l'ospitalità, in tutte le sue
forme, dall'aprire la porta della propria casa e ancor più del proprio
cuore alle richieste dei fratelli, all'impegno concreto di assicurare ad ogni
famiglia la sua casa, come ambiente naturale che la conserva e la fa crescere.
Soprattutto la famiglia cristiana è chiamata ad ascoltare la
raccomandazione dell'apostolo: «Siate... premurosi nell'ospitalità»
(Rm 12,13), e quindi ad attuare, imitando l'esempio e condividendo la carità
di Cristo, l'accoglienza del fratello bisognoso: «Chi avrà dato
anche solo un bicchiere di acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è
mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa»
(Mt 10,42).
Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in
forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime
adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non
offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della
famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere «protagoniste»
della cosiddetta «politica familiare» ed assumersi la responsabilità
di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime
vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza.
L'appello del Concilio Vaticano II a superare l'etica individualistica ha perciò
valore anche per la famiglia come tale (cfr. «Gaudium et Spes», 30).
La società al servizio della famiglia
45. L'intima connessione tra la famiglia e la società, come esige
l'apertura e la partecipazione della famiglia alla società e al suo
sviluppo, così impone che la società non venga mai meno al suo
fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa.
Certamente la famiglia e la società hanno una funzione complementare
nella difesa e nella promozione del bene di tutti gli uomini e di ogni uomo. Ma
la società, e più specificamente lo Stato, devono riconoscere che
la famiglia è «una società che gode di un diritto proprio e
primordiale» («Dignitatis Humanae», 5), e quindi nelle loro
relazioni con la famiglia sono gravemente obbligati ad attenersi al principio di
sussidiarietà.
In forza di tale principio lo Stato non può né deve sottrarre
alle famiglie quei compiti che esse possono ugualmente svolgere bene da sole o
liberamente associate, ma positivamente favorire e sollecitare al massimo
l'iniziativa responsabile delle famiglie. Convinte che il bene della famiglia
costituisce un valore indispensabile e irrinunciabile della comunità
civile, le autorità pubbliche devono fare il possibile per assicurare
alle famiglie tutti quegli aiuti - economici, sociali, educativi, politici,
culturali - di cui hanno bisogno per far fronte in modo umano a tutte le loro
responsabilità.
La carta dei diritti della famiglia
46. L'ideale di una reciproca azione di sostegno e di sviluppo tra la
famiglia e la società si scontra spesso, e in termini assai gravi, con la
realtà di una loro separazione, anzi di una loro contrapposizione.
In effetti, come ha continuamente denunciato il Sinodo, la situazione che
tantissime famiglie di diversi Paesi incontrano è molto problematica, se
non addirittura decisamente negativa: istituzioni e leggi misconoscono
ingiustamente i diritti inviolabili della famiglia e della stessa persona umana,
e la società, lungi dal porsi al servizio della famiglia, la aggredisce
con violenza nei suoi valori e nelle sue esigenze fondamentali. E così la
famiglia che, secondo il disegno di Dio, è cellula base della società,
soggetto di diritti e doveri prima dello Stato e di qualunque altra comunità,
si trova ad essere vittima della società, dei ritardi e delle lentezze
dei suoi interventi e ancor più delle sue palesi ingiustizie.
Per questo la Chiesa difende apertamente e fortemente i diritti della
famiglia dalle intollerabili usurpazioni della società e dello Stato. In
particolare, i Padri Sinodali hanno ricordato, tra gli altri, i seguenti diritti
della famiglia:
- di esistere e di progredire come famiglia, cioè il diritto di ogni
uomo, specialmente anche se povero, a fondare una famiglia e ad avere i mezzi
adeguati per sostenerla;
- di esercitare la propria responsabilità nell'ambito della
trasmissione della vita e di educare i figli;
- dell'intimità della vita coniugale e familiare;
- della stabilità del vincolo e dell'istituto matrimoniale;
- di credere e di professare la propria fede, e di diffonderla;
- di educare i figli secondo le proprie tradizioni e valori religiosi e
culturali, con gli strumenti, i mezzi e le istituzioni necessarie;
- di ottenere la sicurezza fisica, sociale, politica, economica,
specialmente dei poveri e degli infermi;
- il diritto all'abitazione adatta a condurre convenientemente la vita
familiare;
- di espressione e di rappresentanza davanti alle pubbliche autorità
economiche, sociali e culturali e a quelle inferiori, sia direttamente sia
attraverso associazioni
- di creare associazioni con altre famiglie e istituzioni, per svolgere in
modo adatto e sollecito il proprio compito;
- di proteggere i minorenni mediante adeguate istituzioni e legislazioni da
medicinali dannosi, dalla pornografia, dall'alcoolismo, ecc.;
- di un onesto svago che favorisca anche i valori della famiglia;
- il diritto degli anziani ad una vita degna e ad una morte dignitosa;
- il diritto di emigrare come famiglie per cercare una vita migliore
(Propositio 42).
La Santa Sede, accogliendo l'esplicita richiesta del Sinodo, avrà
cura di approfondire tali suggerimenti, elaborando una «carta dei diritti
della famiglia» da proporre agli ambienti e alle Autorità
interessate.
Grazia e responsabilità della famiglia cristiana
47. Il compito sociale proprio di ogni famiglia compete, ad un titolo nuovo
ed originale alla famiglia cristiana, fondata sul sacramento del matrimonio.
Assumendo la realtà umana dell'amore coniugale in tutte le implicazioni,
il sacramento abilita e impegna i coniugi e i genitori cristiani a vivere la
loro vocazione di laici, e pertanto a «cercare il regno di Dio trattando le
cose temporali e ordinandole secondo Dio» («Lumen Gentium», 31).
Il compito sociale e politico rientra in quella missione regale o di
servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del
matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale non possono sottrarsi
ed una grazia che li sostiene e li stimola.
In tal modo la famiglia cristiana è chiamata ad offrire a tutti la
testimonianza di una dedizione generosa e disinteressata ai problemi sociali,
mediante la «scelta preferenziale» dei poveri e degli emarginati.
Perciò essa, progredendo nella sequela del Signore mediante una speciale
dilezione verso tutti i poveri, deve avere a cuore specialmente gli affamati,
gli indigenti, gli anziani, gli ammalati, i drogati, i senza famiglia.
Per un nuovo ordine internazionale
48. Di fronte alla dimensione mondiale che oggi caratterizza i vari problemi
sociali, la famiglia vede allargarsi in modo del tutto nuovo il suo compito
verso lo sviluppo della società: si tratta di cooperare anche ad un nuovo
ordine internazionale, perché solo nella solidarietà mondiale si
possono affrontare e risolvere gli enormi e drammatici problemi della giustizia
nel mondo, della libertà dei popoli, della pace dell'umanità.
La comunione spirituale delle famiglie cristiane, radicate nella fede e
speranza comuni e vivificate dalla carità, costituisce un'interiore
energia che origina, diffonde e sviluppa giustizia, riconciliazione, fraternità
e pace tra gli uomini. In quanto «piccola Chiesa», la famiglia
cristiana è chiamata, a somiglianza della «grande Chiesa», ad
essere segno di unità per il mondo e ad esercitare in tal modo il suo
ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace di Cristo, verso cui il mondo
intero è in cammino.
Le famiglie cristiane potranno far questo sia mediante la loro opera
educativa, offrendo cioè ai figli un modello di vita fondato sui valori
della verità, della libertà, della giustizia e dell'amore, sia con
un attivo e responsabile impegno per la crescita autenticamente umana della
società e delle sue istituzioni, sia col sostenere in vario modo le
associazioni specificamente dedicate ai problemi dell'ordine internazionale.
IV. La partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa
La famiglia nel mistero della Chiesa
49. Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito
ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell'edificazione del
Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione
della Chiesa.
Per meglio comprendere i fondamenti, i contenuti e le caratteristiche di
tale partecipazione, occorre approfondire i molteplici e profondi vincoli che
legano tra loro la Chiesa e la famiglia cristiana, e costituiscono quest'ultima
come «una Chiesa in miniatura» (Ecclesia domestica) (cfr. «Lumen
Gentium», 11; «Apostolicam Actuositatem», 11; Giovanni Paolo PP
II, Omelia per l'apertura del VI Sinodo dei Vescovi, 3 [26 Settembre 1980]: AAS
72 [1980] 1008), facendo sì che questa, a suo modo, sia viva immagine e
storica ripresentazione del mistero stesso della Chiesa.
E' anzitutto la Chiesa Madre che genera, educa, edifica la famiglia
cristiana, mettendo in opera nei suoi riguardi la missione di salvezza che ha
ricevuto dal suo Signore. Con l'annuncio della Parola di Dio, la Chiesa rivela
alla famiglia cristiana la sua vera identità, ciò che essa è
e deve essere secondo il disegno del Signore; con la celebrazione dei
sacramenti, la Chiesa arricchisce e corrobora la famiglia cristiana con la
grazia di Cristo in ordine alla sua santificazione per la gloria del Padre; con
la rinnovata proclamazione del comandamento nuovo della carità, la Chiesa
anima e guida la famiglia cristiana al servizio dell'amore, affinché
imiti e riviva lo stesso amore di donazione e di sacrificio, che il Signore Gesù
nutre per l'umanità intera.
A sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero
della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza
propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del
sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio
dono in mezzo al Popolo di Dio» («Lumen Gentium», 11). Perciò
non solo «ricevono» l'amore di Cristo diventando comunità «salvata»,
ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore
di Cristo, diventando così comunità «salvante». In tal
modo, mentre è frutto e segno della fecondità soprannaturale della
Chiesa, la famiglia cristiana è resa simbolo, testimonianza,
partecipazione della maternità della Chiesa (cfr. ibid. 41).
Un compito ecclesiale proprio e originale
50. La famiglia cristiana è chiamata a prendere parte viva e
responsabile alla missione della Chiesa in modo proprio e originale, ponendo cioè
al servizio della Chiesa e della società se stessa nel suo essere ed
agire, in quanto intima comunità di vita e di amore.
Se la famiglia cristiana è comunità, i cui vincoli sono
rinnovati da Cristo mediante la fede e i sacramenti, la sua partecipazione alla
missione della Chiesa deve avvenire secondo una modalità comunitaria:
insieme, dunque, i coniugi in quanto coppia, i genitori e i figli in quanto
famiglia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo. Devono essere
nella fede «un cuore solo e un'anima sola» (cfr. At 4,32), mediante il
comune spirito apostolico che li anima e la collaborazione che li impegna nelle
opere di servizio alla comunità ecclesiale e civile.
La famiglia cristiana, poi, edifica il Regno di Dio nella storia mediante
quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la
sua condizione di vita; è allora nell'amore coniugale e familiare -
vissuto nella sua straordinaria ricchezza di valori ed esigenze di totalità,
unicità, fedeltà e fecondità (cfr. Paolo PP. VI «Humanae
Vitae», 9) - che si esprime e si realizza la partecipazione della famiglia
cristiana alla missione profetica, sacerdotale e regale di Gesù Cristo e
della sua Chiesa: l'amore e la vita costituiscono pertanto il nucleo della
missione salvifica della famiglia cristiana nella Chiesa e per la Chiesa.
Lo ricorda il Concilio Vaticano II quando scrive: «La famiglia metterà
con generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze
spirituali. Perciò la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come
immagine e partecipazione del patto di amore del Cristo e della Chiesa, renderà
manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo e la genuina natura
della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la
fedeltà degli sposi che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi
membri» («Gaudium et Spes», 48)
Posto così il fondamento della partecipazione della famiglia
cristiana alla missione ecclesiale, è ora da illustrare il suo contenuto
nel triplice e unitario riferimento a Gesù Cristo Profeta, Sacerdote e
Re, presentando perciò la famiglia cristiana come 1) comunità
credente ed evangelizzante, 2) comunità in dialogo con Dio, 3) comunità
al servizio dell'uomo.
1) La famiglia cristiana comunità credente ed evangelizzante
La fede scoperta e ammirazione del disegno di Dio sulla famiglia
51. Partecipe della vita e della missione della Chiesa, la quale sta in
religioso ascolto della Parola di Dio e la proclama con ferma fiducia (cfr. «Dei
Verbum», 1), la famiglia cristiana vive il suo compito profetico
accogliendo e annunciando la Parola di Dio: diventa così, ogni giorno di
più, comunità credente ed evangelizzante.
Anche agli sposi e ai genitori cristiani è chiesta l'obbedienza della
fede (cfr. Rm 16,26): sono chiamati ad accogliere la Parola del Signore, che ad
essi rivela la stupenda novità - la Buona Novella - della loro vita
coniugale e familiare, resa da Cristo santa e santificante. Infatti, soltanto
nella fede essi possono scoprire e ammirare in gioiosa gratitudine a quale
dignità Dio abbia voluto elevare il matrimonio e la famiglia,
costituendoli segno e luogo dell'alleanza d'amore tra Dio e gli uomini, tra Gesù
Cristo e la Chiesa sua sposa.
Già la stessa preparazione al matrimonio cristiano si qualifica come
itinerario di fede: si pone, infatti, come privilegiata occasione perché
i fidanzati riscoprano e approfondiscano la fede ricevuta col Battesimo e
nutrita con l'educazione cristiana. In tal modo riconoscono e liberamente
accolgono la vocazione a vivere la sequela di Cristo e il servizio del Regno di
Dio nello stato matrimoniale.
Il momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla
celebrazione del sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura è
la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull'amore coniugale: esso è
Parola di Dio che «rivela» e «compie» il progetto sapiente e
amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e reale
partecipazione all'amore stesso di Dio per l'umanità. Se in se stessa la
celebrazione sacramentale del matrimonio è proclamazione della Parola di
Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e celebranti deve essere una «professione
di fede» fatta entro e con la Chiesa, comunità di credenti.
Questa professione di fede richiede di essere prolungata nel corso della
vita vissuta degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha chiamato gli
sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio
(cfr. Paolo PP. VI «Humanae Vitae», 25). Dentro e attraverso i fatti,
i problemi, le difficoltà, gli avvenimenti dell'esistenza di tutti i
giorni, Dio viene ad essi rivelando e proponendo le «esigenze»
concrete della loro partecipazione all'amore di Cristo per la Chiesa in rapporto
alla particolare situazione - familiare, sociale ed ecclesiale - nella quale si
trovano.
La scoperta e l'obbedienza al disegno di Dio devono farsi «insieme»
dalla comunità coniugale e familiare, attraverso la stessa esperienza
umana dell'amore vissuto nello Spirito di Cristo tra gli sposi, tra i genitori e
i figli.
Per questo, come la grande Chiesa, così anche la piccola Chiesa
domestica ha bisogno di essere continuamente e intensamente evangelizzata: da
qui il suo dovere di educazione permanente nella fede.
Il ministero di evangelizzazione della famiglia cristiana
52. Nella misura in cui la famiglia cristiana accoglie il Vangelo e matura
nella fede diventa comunità evangelizzante. Riascoltiamo Paolo VI: «La
famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è
trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell'intimo di una famiglia
cosciente di questa missione tutti i componenti evangelizzano e sono
evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma
possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile
famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell'ambiente nel
quale è inserita» («Evangelii Nuntiandi», 71).
Come ha ripetuto il Sinodo, riprendendo il mio appello lanciato a Puebla, la
futura evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica (cfr.
Discorso alla III Assemblea Generale dei Vescovi dell'America Latina, IV, a [28
Gennaio 1979]: AAS 71 [1979] 204). Questa missione apostolica della famiglia è
radicata nel battesimo e riceve dalla grazia sacramentale del matrimonio una
nuova forza per trasmettere la fede. per santificare e trasformare l'attuale
società secondo il disegno di Dio.
La famiglia cristiana, soprattutto oggi, ha una speciale vocazione ad essere
testimone dell'alleanza pasquale di Cristo, mediante la costante irradiazione
della gioia dell'amore e della sicurezza della speranza, della quale deve
rendere ragione: «La famiglia cristiana proclama ad alta voce e le virtù
presenti del Regno di Dio e la speranza della vita beata» («Lumen
Gentium», 35).
L'assoluta necessità della catechesi familiare emerge con singolare
forza in determinate situazioni, che la Chiesa purtroppo registra in diversi
luoghi: «Laddove una legislazione antireligiosa pretende persino di
impedire l'educazione alla fede, laddove una diffusa miscredenza o un invadente
secolarismo rendono praticamente impossibile una vera crescita religiosa, questa
che si potrebbe chiamare "Chiesa domestica" resta l'unico ambiente, in
cui fanciulli e giovani possono ricevere una autentica catechesi» (Giovanni
Paolo PP. II «Catechesi Tradendae», 68).
Un servizio ecclesiale
53. Il ministero di evangelizzazione dei genitori cristiani è
originale e insostituibile: assume le connotazioni tipiche della vita familiare,
intessuta come dovrebbe essere d'amore, di semplicità, di concretezza e
di testimonianza quotidiana (cfr. ibid. 36).
La famiglia deve formare i figli alla vita, in modo che ciascuno adempia in
pienezza il suo compito secondo la vocazione ricevuta da Dio. Infatti, la
famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella
gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è
consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa
di Cristo, diventa il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di
consacrazione al Regno di Dio.
Il ministero di evangelizzazione e di catechesi dei genitori deve
accompagnare la vita dei figli anche negli anni della loro adolescenza e
giovinezza, quando questi, come spesso avviene, contestano o addirittura
rifiutano la fede cristiana ricevuta nei primi anni della loro vita. Come nella
Chiesa l'opera di evangelizzazione non va mai disgiunta dalla sofferenza
dell'apostolo, così nella famiglia cristiana i genitori devono affrontare
con coraggio e con grande serenità d'animo le difficoltà, che il
loro ministero di evangelizzazione alcune volte incontra negli stessi figli.
Non si dovrà dimenticare che il servizio svolto dai coniugi e dai
genitori cristiani in favore del Vangelo è essenzialmente un servizio
ecclesiale, rientra cioè nel contesto dell'intera Chiesa quale comunità
evangelizzata ed evangelizzante. In quanto radicato e derivato dall'unica
missione della Chiesa ed in quanto ordinato all'edificazione dell'unico Corpo di
Cristo (cfr. 1Cor 12,4ss; Ef 4,12s), il ministero di evangelizzazione e di
catechesi della Chiesa domestica deve restare in intima comunione e deve
responsabilmente armonizzarsi con tutti gli altri servizi di evangelizzazione e
di catechesi, presenti e operanti nella comunità ecclesiale, sia
diocesana sia parrocchiale.
Predicare il Vangelo ad ogni creatura
54. L'universalità senza frontiere è l'orizzonte proprio
dell'evangelizzazione, interiormente animata dallo slancio missionario: è
infatti la risposta alla esplicita ed inequivocabile consegna di Cristo: «Andate
in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).
Anche la fede e la missione evangelizzatrice della famiglia cristiana
posseggono questo respiro missionario cattolico. Il sacramento del matrimonio,
che riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di
difendere e diffondere la fede (cfr. «Lumen Gentium», 11), costituisce
i coniugi e i genitori cristiani testimoni di Cristo «fino agli estremi
confini della terra» (At 1,8), veri e propri «missionari»
dell'amore e della vita.
Una certa forma di attività missionaria può essere svolta già
all'interno della famiglia. Ciò avviene quando qualche componente di essa
non ha la fede o non la pratica con coerenza. In tale caso i congiunti devono
offrirgli una testimonianza vissuta della loro fede, che lo stimoli e lo
sostenga nel cammino verso la piena adesione a Cristo Salvatore (cfr. 1Pt 3,1s).
Animata dallo spirito missionario già al proprio interno, la Chiesa
domestica è chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di Cristo
e del suo amore anche per i «lontani», per le famiglie che non credono
ancora e per le stesse famiglie cristiane che non vivono più in coerenza
con la fede ricevuta: è chiamata «col suo esempio e con la sua
testimonianza» a illuminare «quelli che cercano la verità»
(cfr. «Lumen Gentium», 35; «Apostolicam Actuositatem», 11).
Come già agli albori del cristianesimo Aquila e Priscilla si
presentavano come coppia missionaria (cfr. At 18; Rm 16,3s), così oggi la
Chiesa testimonia la sua incessante novità e fioritura con la presenza di
coniugi e di famiglie cristiane che, almeno per un certo periodo di tempo, vanno
nelle terre di missione ad annunciare il Vangelo, servendo l'uomo con l'amore di
Gesù Cristo.
Le famiglie cristiane portano un particolare contributo alla causa
missionaria della Chiesa coltivando le vocazioni missionarie in mezzo ai loro
figli e figlie (cfr. «Ad Gentes», 39) e, più generalmente, con
un'opera educativa che fa «disporre i loro figli, fin dalla giovinezza, a
riconoscere l'amore di Dio verso tutti gli uomini» («Apostolicam
Actuositatem», 30).
2) La famiglia cristiana comunità in dialogo con Dio
Il santuario domestico della Chiesa
55. L'annuncio del Vangelo e la sua accoglienza nella fede raggiungono la
loro pienezza nella celebrazione sacramentale. La Chiesa, comunità
credente ed evangelizzante, e anche popolo sacerdotale, rivestito cioè
della dignità e partecipe della potestà di Cristo Sacerdote Sommo
della Nuova ed Eterna Alleanza. (cfr. «Lumen Gentium», 10).
Anche la famiglia cristiana è inserita nella Chiesa, popolo
sacerdotale: mediante il sacramento del matrimonio, nel quale è radicata
e da cui trae alimento, essa viene continuamente vivificata dal Signore Gesù,
e da Lui chiamata e impegnata al dialogo con Dio mediante la vita sacramentale,
l'offerta della propria esistenza e la preghiera.
E' questo il compito sacerdotale che la famiglia cristiana può e deve
esercitare in intima comunione con tutta la Chiesa, attraverso le realtà
quotidiane della vita coniugale e familiare: in tal modo la famiglia cristiana è
chiamata a santificarsi ed a santificare la comunità ecclesiale e il
mondo.
Il matrimonio sacramento di mutua santificazione e atto di culto
56. Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la
famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e
specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero
della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano
nuovamente inserisce, l'amore coniugale viene purificato e santificato: «il
Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale
dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49).
Il dono di Gesù Cristo non si esaurisce nella celebrazione del
sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro
esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che
Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha
amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano
amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione... Per questo
motivo i coniugi cristiani sono corroborati e sono consacrati da uno speciale
sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo
in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati
dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa
di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la
propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla
glorificazione di Dio («Gaudium et Spes», 48).
La vocazione universale alla santità è rivolta anche ai
coniugi e ai genitori cristiani: viene per essi specificata dal sacramento
celebrato e tradotta concretamente nelle realtà proprie della esistenza
coniugale e familiare («Lumen Gentium», 41). Nascono di qui la grazia
e l'esigenza di una autentica e profonda spiritualità coniugale e
familiare, che si ispiri ai motivi della creazione, dell'alleanza, della Croce,
della risurrezione e del segno, sui quali più volte si è
soffermato il Sinodo.
Il matrimonio cristiano, come tutti i sacramenti che «sono ordinati
alla santificazione degli uomini, alla edificazione del Corpo di Cristo, e,
infine a rendere culto a Dio» («Sacrosantum Concilium», 59), è
in se stesso un atto liturgico di glorificazione di Dio in Gesù Cristo e
nella Chiesa: celebrandolo, i coniugi cristiani professano la loro gratitudine a
Dio per il sublime dono ad essi elargito di poter rivivere nella loro esistenza
coniugale e familiare l'amore stesso di Dio per gli uomini e del Signore Gesù
per la Chiesa sua sposa.
E come dal sacramento derivano ai coniugi il dono dell'obbligo di vivere
quotidianamente la santificazione ricevuta, così dallo stesso sacramento
discendono la grazia e l'impegno morale di trasformare tutta la loro vita in un
continuo «sacrificio spirituale» (cfr. 1Pt 2,5; «Lumen Gentium»,
34). Anche agli sposi e ai genitori cristiani, in particolare per quelle realtà
terrene e temporali che li caratterizzano, si applicano le parole del Concilio:
«Così anche i laici, in quanto adoratori dappertutto santamente
operanti, consacrano a Dio il mondo stesso» («Lumen Gentium»,
34).
Matrimonio ed Eucaristia
57. II compito di santificazione della famiglia cristiana ha la sua prima
radice nel battesimo e la sua massima espressione nell'Eucaristia, alla quale è
intimamente legato il matrimonio cristiano. Il Concilio Vaticano II ha voluto
richiamare la speciale relazione che esiste tra l'Eucaristia e il matrimonio,
chiedendo che questo «in via ordinaria si celebri nella Messa» («Sacrosantum
Concilum», 78): riscoprire e approfondire tale relazione è del tutto
necessario, se si vogliono comprendere e vivere con maggior intensità le
grazie e le responsabilità del matrimonio e della famiglia cristiana.
L'Eucaristia è la fonte stessa del matrimonio cristiano. Il
sacrificio eucaristico, infatti, ripresenta l'alleanza di amore di Cristo con la
Chiesa, in quanto sigillata con il sangue della sua Croce (cfr. Gv 19,34). E' in
questo sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza che i coniugi cristiani trovano
la radice dalla quale scaturisce, è interiormente plasmata e
continuamente vivificata la loro alleanza coniugale. In quanto ripresentazione
del sacrificio d'amore di Cristo per la Chiesa, l'Eucaristia è sorgente
di carità. E nel dono eucaristico della carità la famiglia
cristiana trova il fondamento e l'anima della sua «comunione» e della
sua «missione»: il Pane eucaristico fa dei diversi membri della
comunità familiare un unico corpo, rivelazione e partecipazione della più
ampia unità della Chiesa; la partecipazione poi al Corpo «dato»
e al Sangue «versato» di Cristo diventa inesauribile sorgente del
dinamismo missionario ed apostolico della famiglia cristiana.
Il Sacramento della conversione e della riconciliazione
58. Parte essenziale e permanente del compito di santificazione della
famiglia cristiana è l'accoglienza dell'appello evangelico alla
conversione rivolto a tutti i cristiani, che non sempre rimangono fedeli alla «novità»
di quel battesimo, che li ha costituiti «santi». Anche la famiglia
cristiana non è sempre coerente con la legge della grazia e della santità
battesimale, proclamata nuovamente dal sacramento del matrimonio.
Il pentimento e il perdono vicendevole in seno alla famiglia cristiana, che
tanta parte hanno nella vita quotidiana, trovano il momento sacramentale
specifico nella penitenza cristiana. A riguardo dei coniugi così scriveva
Paolo VI nell'enciclica «Humanae vitae»: «Se il peccato facesse
ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza
alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della
penitenza» (num. 25).
La celebrazione di questo sacramento acquista un significato particolare per
la vita familiare: mentre nella fede scoprono come il peccato contraddice non
solo all'alleanza con Dio ma anche all'alleanza dei coniugi e alla comunione
della famiglia, gli sposi e tutti i membri della famiglia sono condotti
all'incontro con Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4), il quale,
elargendo il suo amore che è più potente del peccato (cfr.
Giovanni Paolo PP: II «Dives in Misericordia», 13), ricostruisce e
perfeziona l'alleanza coniugale e la comunione familiare.
La preghiera familiare
59. La Chiesa prega per la famiglia cristiana e la educa a vivere in
generosa coerenza con il dono e il compito sacerdotale, ricevuti da Cristo Sommo
Sacerdote. In realtà, il sacerdozio battesimale dei fedeli, vissuto nel
matrimonio-sacramento, costituisce per i coniugi e per la famiglia il fondamento
di una vocazione e di una missione sacerdotale, per la quale le loro esistenze
quotidiane si trasformano in «sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo
di Gesù Cristo» (cfr. 1Pt 2,5): è quanto avviene, non solo
con la celebrazione dell'Eucaristia e degli altri sacramenti e con l'offerta di
se stessi alla gloria di Dio, ma anche con la vita di preghiera, con il dialogo
orante col Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo.
La preghiera familiare ha sue caratteristiche. E' una preghiera fatta in
comune, marito e moglie insieme, genitori e figli insieme. La comunione nella
preghiera è, ad un tempo, frutto ed esigenza di quella comunione che
viene donata dai sacramenti del battesimo e del matrimonio. Ai membri della
famiglia cristiana si possono applicare in modo particolare le parole con le
quali il Signore Gesù promette la sua presenza: «In verità vi
dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare
qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»
(Mt 18,19s).
Tale preghiera ha come contenuto originale la stessa vita di famiglia, che
in tutte le sue diverse circostanze viene interpretata come vocazione di Dio e
attuata come risposta filiale al suo appello: gioie e dolori, speranze e
tristezze, nascite e compleanni, anniversari delle nozze dei genitori, partenze,
lontananze e ritorni, scelte importanti e decisive, la morte di persone care,
ecc. segnano l'intervento dell'amore di Dio nella storia della famiglia, così
come devono segnare il momento favorevole per il rendimento di grazie, per
l'implorazione, per l'abbandono fiducioso della famiglia al comune Padre che sta
nei cieli. La dignità, poi, e la responsabilità della famiglia
cristiana come Chiesa domestica possono essere vissute solo con l'aiuto
incessante di Dio, che immancabilmente sarà concesso, se sarà
implorato con umiltà e fiducia nella preghiera.
Educatori di preghiera
60. In forza della loro dignità e missione, i genitori cristiani
hanno il compito specifico di educare i figli alla preghiera, di introdurli
nella progressiva scoperta del mistero di Dio e nel colloquio con lui: «Soprattutto
nella famiglia cristiana, arricchita della grazia e della missione del
matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono
imparare a percepire il senso di Dio e a venerarlo e ad amare il prossimo
secondo la fede che hanno ricevuto nel battesimo» («Gravissimum
Educationis», 5; cfr. Giovanni Paolo PP. II «Catechesi Tradendae»,
36).
Elemento fondamentale e insostituibile dell'educazione alla preghiera è
l'esempio concreto, la testimonianza viva dei genitori: solo pregando insieme
con i figli, il padre e la madre, mentre portano a compimento il proprio
sacerdozio regale, scendono in profondità nel cuore dei figli, lasciando
tracce che i successivi eventi della vita non riusciranno a cancellare.
Riascoltiamo l'appello che Paolo VI ha rivolto ai genitori: «Mamme, le
insegnate ai vostri bambini le preghiere del cristiano? Li preparate, in
consonanza con i sacerdoti, i vostri figli ai sacramenti della prima età:
confessione, comunione, cresima? Li abituate, se ammalati, a pensare a Cristo
sofferente? A invocare l'aiuto della Madonna e dei santi? Lo dite il Rosario in
famiglia? E voi, papà, sapete pregare con i vostri figliuoli, con tutta
la comunità domestica, almeno qualche volta? L'esempio vostro, nella
rettitudine del pensiero e dell'azione, suffragato da qualche preghiera comune,
vale una lezione di vita, vale un atto di culto di singolare merito; portate così
la pace nelle pareti domestiche: "Pax huic domui!" Ricordate: così
costruite la Chiesa!» (Discorso all'Udienza generale [11 agosto 1976]: «Insegnamenti
di Paolo VI», XIV [1976] 640).
Preghiera liturgica e privata
61. Tra la preghiera della Chiesa e quella dei singoli fedeli vi è un
profondo e vitale rapporto, come ha chiaramente riaffermato il Concilio Vaticano
II (cfr. «Sacrosantum Concilium», 12). Ora una finalità
importante della preghiera della Chiesa domestica è di costituire, per i
figli, la naturale introduzione alla preghiera liturgica propria dell'intera
Chiesa, nel senso sia di preparare ad essa, sia di estenderla nell'ambito della
vita personale, familiare e sociale. Di qui la necessità di una
progressiva partecipazione di tutti i membri della famiglia cristiana
all'Eucaristia, soprattutto domenicale e festiva, e agli altri sacramenti, in
particolare quelli dell'iniziazione cristiana dei figli. Le direttive conciliari
hanno aperto una nuova possibilità alla famiglia cristiana, che è
stata annoverata tra i gruppi ai quali si raccomanda la celebrazione comunitaria
dell'Ufficio divino (cfr. «Institutio Generalis de Liturgia Horarum»
27). Così pure sarà cura della famiglia cristiana celebrare, anche
nella casa e in forma adatta ai suoi membri, i tempi e le festività
dell'anno liturgico.
Per preparare e prolungare nella casa il culto celebrato nella Chiesa, la
famiglia cristiana ricorre alla preghiera privata, che presenta una grande
varietà, di forme: questa varietà mentre testimonia la
straordinaria ricchezza secondo cui lo Spirito anima la preghiera cristiana,
viene incontro alle diverse esigenze e situazioni di vita di chi si rivolge al
Signore. Oltre alla preghiera del mattino e della sera, sono espressamente da
consigliare, seguendo anche le indicazioni dei Padri Sinodali: la lettura e la
meditazione della Parola di Dio, la preparazione ai sacramenti, la devozione e
consacrazione al Cuore di Gesù, le varie forme di culto alla Vergine
Santissima, la benedizione della mensa, l'osservanza della pietà
popolare.
Nel rispetto della libertà dei figli di Dio, la Chiesa ha proposto e
continua a proporre ai fedeli alcune pratiche di pietà con una
particolare sollecitudine ed insistenza. Tra queste è da ricordare la
recita del Rosario: «Vogliamo ora, in continuità con i nostri
predecessori, raccomandare vivamente la recita del santo Rosario in famiglia...
Non v'è dubbio che la Corona della beata Vergine Maria sia da ritenere
come una delle più eccellenti ed efficaci preghiere in comune, che la
famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e
vivamente auspichiamo che, quando l'incontro familiare diventa tempo di
preghiera. il Rosario ne sia espressione frequente e gradita» (Paolo PP. VI
«Marialis Cultus», 52-54). Così l'autentica devozione mariana,
che si esprime nel vincolo sincero e nella generosa sequela degli atteggiamenti
spirituali della Vergine Santissima, costituisce uno strumento privilegiato per
alimentare la comunione d'amore della famiglia e per sviluppare la spiritualità
coniugale e familiare. Lei, la Madre di Cristo e della Chiesa, è infatti
in maniera speciale anche la Madre delle famiglie cristiane delle Chiese
domestiche.
Preghiera e vita
62. Non si dovrà mai dimenticare che la preghiera è parte
costitutiva essenziale della vita cristiana, colta nella sua integralità
e centralità, anzi appartiene alla nostra stessa «umanità»:
è «la prima espressione della verità interiore dell'uomo, la
prima condizione dell'autentica libertà dello spirito» (Giovanni
Paolo PP. II, Discorso al Santuario della Mentorella [29 Ottobre 1978]: «Insegnamenti
di Giovanni Paolo II, I [1978] 78 s.).
Per questo la preghiera non rappresenta affatto un'evasione dall'impegno
quotidiano, ma costituisce la spinta più forte perché la famiglia
cristiana assuma ed assolva in pienezza tutte le sue responsabilità di
cellula prima e fondamentale della società umana. In tal senso,
l'effettiva partecipazione alla vita e missione della Chiesa nel mondo è
proporzionale alla fedeltà e all'intensità della preghiera con la
quale la famiglia cristiana si unisce alla Vite feconda, che è Cristo
Signore (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 4).
Dall'unione vitale con Cristo, alimentata dalla liturgia, dall'offerta di sé
e dalla preghiera, deriva pure la fecondità della famiglia cristiana nel
suo specifico servizio di promozione umana, che di per se non può non
portare alla trasformazione del mondo (cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai
Vescovi della XII Regione Pastorale degli Stati Uniti d'America [21 Settembre
1978]: ASS 70 [1978] 767).
3) La famiglia cristiana comunità al servizio dell'uomo
Il comandamento nuovo dell'amore
63. La Chiesa, popolo profetico-sacerdotale-regale, ha la missione di
portare tutti gli uomini ad accogliere nella fede la Parola di Dio, e celebrarla
e professarla nei sacramenti e nella preghiera, ed infine a manifestarla nella
concretezza della vita secondo il dono e il comandamento nuovo dell'amore.
La vita cristiana trova la sua legge non in un codice scritto, ma
nell'azione personale dello Spirito Santo che anima e guida il cristiano, cioè
nella «legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù»
(Rm 8,2): «L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per
mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Ibid. 5,5).
Ciò ha valore anche per la coppia e per la famiglia cristiana: loro
guida e norma è lo Spirito di Gesù, diffuso nei cuori con la
celebrazione del sacramento del matrimonio. In continuità col battesimo
nell'acqua e nello Spirito il matrimonio ripropone la legge evangelica
dell'amore e col dono dello Spirito la incide più a fondo nel cuore dei
coniugi cristiani: il loro amore, purificato e salvato, è frutto dello
Spirito, che agisce nel cuore dei credenti, e si pone, nello stesso tempo, come
il comandamento fondamentale della vita morale richiesta alla loro libertà
responsabile.
La famiglia cristiana viene così animata e guidata con la legge nuova
dello Spirito ed in intima comunione con la Chiesa, popolo regale, è
chiamata a vivere il suo «servizio» d'amore a Dio e ai fratelli. Come
Cristo esercita la sua potestà regale ponendosi al servizio degli uomini
(Mc 10,45), così il cristiano trova il senso autentico della sua
partecipazione alla regalità del suo Signore nel condividerne lo spirito
e il comportamento di servizio nei confronti dell'uomo: «Questa potestà
Egli (Cristo) l'ha comunicata ai discepoli, perché anch'essi siano
costituiti nella libertà regale e con l'abnegazione di sé e la
vita santa vincano in se stessi il regno del peccato (cfr. Rm 6,12), anzi,
servendo a Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i
loro fratelli al Re, servire al quale è regnare. Il Signore infatti
desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè
"della verità e della vita, il regno della santità e della
grazia, il regno della giustizia, dell'amore e della pace"; e in questo
regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della
corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr.
Rm 8,21)» («Lumen Gentium», 36).
Scoprire in ogni fratello l'immagine di Dio
64. Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell'amore, la famiglia
cristiana vive l'accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni uomo,
considerato sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio.
Ciò deve avvenire, anzitutto, all'interno e a favore della coppia e
della famiglia, mediante il quotidiano impegno a promuovere un'autentica comunità
di persone, fondata e alimentata dall'interiore comunione di amore. Ciò
deve poi svilupparsi entro la più vasta cerchia della comunità
ecclesiale, entro cui la famiglia cristiana è inserita: grazie alla carità
della famiglia, la Chiesa può e deve assumere una dimensione più
domestica, cioè più familiare, adottando uno stile più
umano e fraterno di rapporti.
La carità va oltre i propri fratelli di fede, perché «ogni
uomo è mio fratello»; in ciascuno, soprattutto se povero, debole,
sofferente e ingiustamente trattato, la carità sa scoprire il volto di
Cristo e un fratello da amare e da servire.
Perché il servizio dell'uomo sia vissuto dalla famiglia secondo lo
stile evangelico, occorrerà attuare con premura quanto scrive il Concilio
Vaticano II: «Affinché tale esercizio di carità possa essere
al di sopra di ogni sospetto e manifestarsi tale, si consideri nel prossimo
l'immagine di Dio secondo cui è stato creato, e Cristo Signore al quale
veramente è donato quanto si dà al bisognoso» («Apostolicam
Actuositatem», 8)
La famiglia cristiana, mentre nella carità edifica la Chiesa, si pone
al servizio dell'uomo e del mondo, attuando veramente quella «promozione
umana», il cui contenuto è stato sintetizzato nel Messaggio del
Sinodo alle famiglie: «Un altro compito della famiglia è quello di
formare gli uomini all'amore e di praticare l'amore in ogni rapporto con gli
altri, cosicché essa non si chiuda in se stessa, bensì rimanga
aperta alla comunità, essendo mossa dal senso della giustizia e dalla
sollecitudine verso gli altri, nonché dal dovere della propria
responsabilità verso la società intera» (Messaggio del VI
Sinodo dei Vescovi alle Famiglie cristiane nel mondo contemporaneo, 12 [24
Ottobre 1980]).
PARTE QUARTA
LA PASTORALE FAMILIARE: TEMPI, STRUTTURE, OPERATORI E SITUAZIONI
I. I tempi della pastorale familiare
La Chiesa accompagna la famiglia cristiana nel suo cammino
65. Come ogni realtà vivente, anche la famiglia è chiamata a
svilupparsi e a crescere. Dopo la preparazione del fidanzamento e la
celebrazione sacramentale del matrimonio, la coppia inizia il cammino quotidiano
verso la progressiva attuazione dei valori e dei doveri del matrimonio stesso.
Alla luce della fede e in virtù della speranza, anche la famiglia
cristiana partecipa, in comunione con la Chiesa, all'esperienza del
pellegrinaggio terreno verso la piena rivelazione e realizzazione del Regno di
Dio.
Perciò è da sottolineare una volta di più l'urgenza
dell'intervento pastorale della Chiesa a sostegno della famiglia. Bisogna fare
ogni sforzo perché la pastorale della famiglia si affermi e si sviluppi,
dedicandosi a un settore veramente prioritario, con la certezza che
l'evangelizzazione, in futuro, dipende in gran parte dalla Chiesa domestica
(cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso alla III Assemblea Generale dei Vescovi
dell'America Latina, IV, a [28 Gennaio 1979]: AAS 71 [1979] 204).
La sollecitudine pastorale della Chiesa non si limiterà soltanto alle
famiglie cristiane più vicine, ma, allargando i propri orizzonti sulla
misura del Cuore di Cristo, si mostrerà ancor più viva per
l'insieme delle famiglie in genere, e per quelle, in particolare, che si trovano
in situazioni difficili o irregolari. Per tutte la Chiesa avrà una parola
di verità, di bontà, di comprensione, di speranza, di viva
partecipazione alle loro difficoltà a volte drammatiche; a tutte offrirà
il suo aiuto disinteressato affinché possano avvicinarsi al modello di
famiglia, che il Creatore ha voluto fin dal «principio» e che Cristo
ha rinnovato con la sua grazia redentrice.
L'azione pastorale della Chiesa deve essere progressiva, anche nel senso che
deve seguire la famiglia, accompagnandola passo a passo nelle diverse tappe
della sua formazione e del suo sviluppo.
La preparazione
66. Più che mai necessaria ai nostri giorni è la preparazione
dei giovani al matrimonio e alla vita familiare. In alcuni Paesi sono ancora le
famiglie stesse che, secondo antiche usanze, si riservano di trasmettere ai
giovani i valori riguardanti la vita matrimoniale e familiare, mediante una
progressiva opera di educazione o iniziazione. Ma i mutamenti sopravvenuti in
seno a quasi tutte le società moderne esigono che non solo la famiglia,
ma anche la società e la Chiesa siano impegnate nello sforzo di preparare
adeguatamente i giovani alle responsabilità del loro domani. Molti
fenomeni negativi che oggi si lamentano nella vita familiare derivano dal fatto
che, nelle nuove situazioni, i giovani non solo perdono di vista la giusta
gerarchia dei valori, ma, non possedendo più criteri sicuri di
comportamento, non sanno come affrontare e risolvere le nuove difficoltà.
L'esperienza però insegna che i giovani ben preparati alla vita familiare
in genere riescono meglio degli altri.
Ciò vale ancor più per il matrimonio cristiano, il cui
influsso si estende sulla santità di tanti uomini e donne. Per questo la
Chiesa deve promuovere migliori e più intensi programmi di preparazione
al matrimonio, per eliminare, il più possibile, le difficoltà in
cui si dibattono tante coppie a ancor più per favorire positivamente il
sorgere e il maturare dei matrimoni riusciti.
La preparazione al matrimonio va vista e attuata come un processo graduale e
continuo. Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una preparazione
remota, una prossima e una immediata.
La preparazione remota ha inizio fin dall'infanzia, in quella saggia
pedagogia familiare, orientata a condurre i fanciulli a scoprire se stessi come
esseri dotati di una ricca e complessa psicologia e di una personalità
particolare con le proprie forze e debolezze. E' il periodo in cui va istillata
la stima per ogni autentico valore umano, sia nei rapporti interpersonali, sia
in quelli sociali, con quel che ciò significa per la formazione del
carattere, per il dominio ed il retto uso delle proprie inclinazioni, per il
modo di considerare e incontrare le persone dell'altro sesso, e così via.
E' richiesta, inoltre, specialmente per i cristiani, una solida formazione
spirituale e catechetica, che sappia mostrare nel matrimonio una vera vocazione
e missione, senza escludere la possibilità del dono totale di sé a
Dio nella vocazione alla vita sacerdotale o religiosa.
Su questa base in seguito si imposterà, a largo respiro, la
preparazione prossima, la quale - dall'età opportuna e con un'adeguata
catechesi, come in un cammino catecumenale - comporta una più specifica
preparazione ai sacramenti, quasi una loro riscoperta. Questa rinnovata
catechesi di quanti si preparano al matrimonio cristiano è del tutto
necessaria, affinché il sacramento sia celebrato e vissuto con le dovute
disposizioni morali e spirituali. La formazione religiosa dei giovani dovrà
essere integrata, al momento conveniente e secondo le varie esigenze concrete,
da una preparazione alla vita a due che, presentando il matrimonio come un
rapporto interpersonale dell'uomo e della donna da svilupparsi continuamente,
stimoli ad approfondire i problemi della sessualità coniugale e della
paternità responsabile, con le conoscenze medico-biologiche essenziali
che vi sono connesse, ed avvii alla familiarità con retti metodi di
educazione dei figli, favorendo l'acquisizione degli elementi di base per
un'ordinata conduzione della famiglia (lavoro stabile, sufficiente disponibilità
finanziaria, saggia amministrazione, nozioni di economia domestica, ecc.).
lnfine non si dovrà tralasciare la preparazione all'apostolato
familiare, alla fraternità e collaborazione con le altre famiglie,
all'inserimento attivo in gruppi, associazioni, movimenti e iniziative che hanno
per finalità il bene umano e cristiano della famiglia.
La preparazione immediata a celebrare il sacramento del matrimonio deve aver
luogo negli ultimi mesi e settimane che precedono le nozze quasi a dare un nuovo
significato, nuovo contenuto e forma nuova al cosiddetto esame prematrimoniale
richiesto dal diritto canonico. Sempre necessaria in ogni caso, tale
preparazione si impone con maggiore urgenza per quei fidanzati che ancora
presentassero carenze e difficoltà nella dottrina e nella pratica
cristiana.
Tra gli elementi da comunicare in questo cammino di fede, analogo al
catecumenato, ci deve essere anche una conoscenza approfondita del mistero di
Cristo e della Chiesa, dei significati di grazia e di responsabilità del
matrimonio cristiano, nonché la preparazione a prendere parte attiva e
consapevole ai riti della liturgia nuziale.
Alle diverse fasi della preparazione al matrimonio - che abbiamo descritto
solo a grandi linee indicative - devono sentirsi impegnate la famiglia cristiana
e tutta la comunità ecclesiale. E' auspicabile che le conferenze
episcopali, come sono interessate ad opportune iniziative per aiutare i futuri
sposi ad essere più consapevoli della serietà della loro scelta e
i pastori d'anime ad accertarsi delle loro convenienti disposizioni, così
curino che sia emanato un Direttorio per la pastorale della famiglia. In esso si
dovranno stabilire, anzitutto, gli elementi minimi di contenuto, di durata e di
metodo dei «Corsi di preparazione», equilibrando fra loro i diversi
aspetti - dottrinali, pedagogici, legali e medici - che interessano il
matrimonio, e strutturandoli in modo che quanti si preparano al matrimonio, al
di là di un approfondimento intellettuale, si sentano spinti ad inserirsi
vitalmente nella comunità ecclesiale.
Benché il carattere di necessità e di obbligatorietà
della preparazione immediata al matrimonio non sia da sottovalutare - ciò
che succederebbe qualora se ne concedesse facilmente la dispensa - tuttavia,
tale preparazione, deve essere sempre proposta e attuata in modo che la sua
eventuale omissione non sia di impedimento per la celebrazione delle nozze.
La celebrazione
67. Il matrimonio cristiano richiede di norma una celebrazione liturgica,
che esprima in forma sociale e comunitaria la natura essenzialmente ecclesiale e
sacramentale del patto coniugale fra i battezzati.
In quanto gesto sacramentale di santificazione, la celebrazione del
matrimonio - inserita nella liturgia, culmine di tutta l'azione della Chiesa e
fonte della sua forza santificatrice (cfr. «Sacrosantum Concilium» 10)
- deve essere per sé valida, degna e fruttuosa. Si apre qui un vasto
campo alla sollecitudine pastorale, affinché siano pienamente assolte le
esigenze derivanti dalla natura del patto coniugale elevato a sacramento, e sia
altresì fedelmente osservata la disciplina della Chiesa per quanto
riguarda il libero consenso, gli impedimenti, la forma canonica e il rito stesso
della celebrazione. Quest'ultimo dev'essere semplice e dignitoso, secondo le
norme delle competenti autorità della Chiesa, alle quali spetta pure -
secondo le concrete circostanze di tempo e di luogo e in conformità con
le norme impartite dalla Sede Apostolica (cfr. «Ordo celebrandi Matrimonium»,
17) - di assumere eventualmente nella celebrazione liturgica quegli elementi
propri di ciascuna cultura, che meglio valgono ad esprimere il profondo
significato umano e religioso del patto coniugale purché nulla contengano
di meno confacente con la fede e la morale cristiana.
In quanto segno, la celebrazione liturgica deve svolgersi in modo da
costituire, anche nella sua realtà esteriore, una proclamazione della
Parola di Dio e una professione di fede della comunità dei credenti.
L'impegno pastorale si esprimerà qui con la cura intelligente e diligente
della «liturgia della Parola» e con l'educazione alla fede dei
partecipanti alla celebrazione e, in primo luogo, dei nubendi.
In quanto gesto sacramentale della Chiesa, la celebrazione liturgica del
matrimonio deve coinvolgere la comunità cristiana, con la partecipazione
piena, attiva e responsabile di tutti i presenti, secondo il posto e il compito
di ciascuno: gli sposi, il sacerdote, i testimoni, i parenti, gli amici, gli
altri fedeli, tutti membri di un'assemblea che manifesta e vive il mistero di
Cristo e della sua Chiesa.
Per la celebrazione del matrimonio cristiano nell'ambito delle culture o
tradizioni ancestrali, si seguano i principi qui sopra enunziati.
Celebrazione del matrimonio ed evangelizzazione dei battezzati non
credenti
68. Proprio perché nella celebrazione del sacramento una attenzione
tutta speciale va riservata alle disposizioni morali e spirituali dei nubendi,
in particolare alla loro fede, va qui affrontata una difficoltà non
infrequente, nella quale possono trovarsi i pastori della Chiesa nel contesto
della nostra società secolarizzata.
La fede, infatti, di chi domanda alla Chiesa di sposarsi può esistere
in gradi diversi ed è dovere primario dei pastori di farla riscoprire, di
nutrirla e di renderla matura. Ma essi devono anche comprendere le ragioni che
consigliano alla Chiesa di ammettere alla celebrazione anche chi è
imperfettamente disposto.
Il sacramento del matrimonio ha questo di specifico fra tutti gli altri: di
essere il sacramento di una realtà che già esiste nell'economia
della creazione, di essere lo stesso patto coniugale istituito dal Creatore «al
principio». La decisione dunque dell'uomo e della donna di sposarsi secondo
questo progetto divino, la decisione cioè di impegnare nel loro
irrevocabile consenso coniugale tutta la loro vita in un amore indissolubile ed
in una fedeltà incondizionata, implica realmente, anche se non in modo
pienamente consapevole, un atteggiamento di profonda obbedienza alla volontà
di Dio, che non può darsi senza la sua grazia. Essi sono già,
pertanto, inseriti in un vero e proprio cammino di salvezza, che la celebrazione
del sacramento e l'immediata preparazione alla medesima possono completare e
portare a termine, data la rettitudine della loro intenzione.
E' vero, d'altra parte, che in alcuni territori motivi di carattere più
sociale che non autenticamente religioso spingono i fidanzati a chiedere di
sposarsi in chiesa. La cosa non desta meraviglia. Il matrimonio, infatti, non è
un avvenimento che riguarda solo chi si sposa. Esso è per sua stessa
natura un fatto anche sociale, che impegna gli sposi davanti alla società.
E da sempre la sua celebrazione è stata una festa, che unisce famiglie ed
amici. Va da sé, dunque, che motivi sociali entrino, assieme a quelli
personali, nella richiesta di sposarsi in chiesa.
Tuttavia, non si deve dimenticare che questi fidanzati, in forza del loro
battesimo, sono realmente già inseriti nell'Alleanza sponsale di Cristo,
con la Chiesa e che, per la loro retta intenzione, hanno accolto il progetto di
Dio sul matrimonio e, quindi, almeno implicitamente, acconsentono a ciò
che la Chiesa intende fare quando celebra il matrimonio. E, dunque, il solo
fatto che in questa richiesta entrino anche motivi di carattere sociale non
giustifica un eventuale rifiuto da parte dei pastori. Del resto, come ha
insegnato il Concilio Vaticano II, i sacramenti con le parole e gli elementi
rituali nutrono ed irrobustiscono la fede (cfr. «Sacrosantum Concilium»,
59): quella fede verso cui i fidanzati già sono incamminati in forza
della rettitudine della loro intenzione, che la grazia di Cristo non manca certo
di favorire e di sostenere.
Voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione ecclesiale
del matrimonio, che dovrebbero riguardare il grado di fede dei nubendi, comporta
oltre tutto gravi rischi. Quello, anzitutto, di pronunciare giudizi infondati e
discriminatori; il rischio, poi, di sollevare dubbi sulla validità di
matrimoni già celebrati, con grave danno per le comunità
cristiane, e di nuove ingiustificate inquietudini per la coscienza degli sposi;
si cadrebbe nel pericolo di contestare o di mettere in dubbio la sacramentalità
di molti matrimoni di fratelli separati dalla piena comunione con la Chiesa
cattolica, contraddicendo così la tradizione ecclesiale.
Quando, al contrario, nonostante ogni tentativo fatto, i nubendi mostrano di
rifiutare in modo esplicito e formale ciò che la Chiesa intende compiere
quando si celebra il matrimonio dei battezzati, il pastore d'anime non può
ammetterli alla celebrazione. Anche se a malincuore, egli ha il dovere di
prendere atto della situazione e di far comprendere agli interessati che, stando
così le cose, non è la Chiesa ma sono essi stessi ad impedire
quella celebrazione che pure domandano.
Ancora una volta appare in tutta la sua urgenza la necessità di una
evangelizzazione e catechesi pre e post-matrimoniale, messe in atto da tutta la
comunità cristiana, perché ogni uomo ed ogni donna che si sposano,
celebrino il sacramento del matrimonio non solo validamente ma anche
fruttuosamente.
Pastorale post-matrimoniale
69. La cura pastorale della famiglia regolarmente costituita significa, in
concreto, l'impegno di tutte le componenti della comunità ecclesiale
locale nell'aiutare la coppia a scoprire e a vivere la sua nuova vocazione e
missione. Perché la famiglia divenga sempre più una vera comunità
di amore, è necessario che tutti i suoi membri siano aiutati e formati
alle loro responsabilità di fronte ai nuovi problemi che si presentano,
al servizio reciproco, alla compartecipazione attiva alla vita di famiglia.
Ciò vale soprattutto per le giovani famiglie, le quali, trovandosi in
un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più
esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, ad eventuali difficoltà,
come quelle create dall'adattamento alla vita in comune o dalla nascita di
figli. I giovani coniugi sappiano accogliere cordialmente e valorizzare
intelligentemente l'aiuto discreto, delicato e generoso di altre coppie, che già
da tempo vanno facendo l'esperienza del matrimonio e della famiglia. Così
in seno alla comunità ecclesiale - grande famiglia formata da famiglie
cristiane - si attuerà un mutuo scambio di presenza e di aiuto fra tutte
le famiglie, ciascuna mettendo a servizio delle altre la propria esperienza
umana, come pure i doni di fede e di grazia. Animato da vero spirito apostolico,
questo aiuto da famiglia a famiglia costituirà uno dei modi più
semplici, più efficaci e alla portata di tutti per trasfondere
capillarmente quei valori cristiani, che sono il punto di partenza e di arrivo
di ogni cura pastorale. In tal modo le giovani famiglie non si limiteranno solo
a ricevere, ma a loro volta, così aiutate, diverranno fonte di
arricchimento per le altre famiglie, già da tempo costituite, con la loro
testimonianza di vita e il loro contributo fattivo.
Nell'azione pastorale verso le giovani famiglie, poi, la Chiesa dovrà
riservare una specifica attenzione per educarle a vivere responsabilmente
l'amore coniugale in rapporto alle sue esigenze di comunione e di servizio alla
vita, come pure a conciliare l'intimità della vita di casa con la comune
e generosa opera per edificare la Chiesa e la società umana. Quando, con
l'avvento dei figli, la coppia diventa in senso pieno e specifico una famiglia,
la Chiesa sarà ancora vicina ai genitori perché accolgano i loro
figli e li amino come dono ricevuto dal Signore della vita, assumendo con gioia
la fatica di servirli nella loro crescita umana e cristiana.
II. Strutture della pastorale familiare
L'azione pastorale è sempre espressione dinamica della realtà
della Chiesa, impegnata nella sua missione di salvezza. Anche la pastorale
familiare - forma particolare e specifica della pastorale - ha come suo
principio operativo e come protagonista responsabile la Chiesa stessa,
attraverso le sue strutture e i suoi operatori.
La comunità ecclesiale e in particolare la parrocchia
70. Comunità al tempo stesso salvata e salvante, la Chiesa deve
essere qui considerata nella sua duplice dimensione universale e particolare:
questa si esprime e si attua nella comunità diocesana, pastoralmente
divisa in comunità minori fra cui si distingue, per la sua peculiare
importanza, la parrocchia.
La comunione con la Chiesa universale non mortifica, ma garantisce e
promuove la consistenza e l'originalità delle diverse Chiese particolari;
queste ultime restano il soggetto operativo più immediato e più
efficace per l'attuazione della pastorale familiare. In tal senso ogni Chiesa
locale e, in termini più particolari, ogni comunità parrocchiale
deve prendere più viva coscienza della grazia e della responsabilità
che riceve dal Signore in ordine a promuovere la pastorale della famiglia. Ogni
piano di pastorale organica, ad ogni livello, non deve mai prescindere dal
prendere in considerazione la pastorale della famiglia.
Alla luce di tale responsabilità va compresa anche l'importanza di
un'adeguata preparazione da parte di quanti verranno più specificamente
impegnati in questo genere di apostolato. I sacerdoti, i religiosi e le
religiose, fin dal tempo della loro formazione, vengano orientati e formati in
maniera progressiva e adeguata ai rispettivi compiti. Fra le altre iniziative mi
compiaccio di sottolineare la recente creazione in Roma, presso la Pontificia
Università Lateranense, di un Istituto Superiore consacrato allo studio
dei problemi della famiglia. Anche in alcune diocesi sono stati fondati Istituti
di questo genere; i Vescovi s'impegnino affinché il più gran
numero possibile di sacerdoti, prima di assumere responsabilità
parrocchiali, vi frequentino corsi specializzati. Altrove corsi di formazione
vengono periodicamente tenuti presso Istituti Superiori di studi teologici e
pastorali. Tali iniziative vanno incoraggiate, sostenute, moltiplicate ed
aperte, ovviamente, anche ai laici che presteranno la loro opera professionale
(medica, legale, psicologica, sociale, educativa) in aiuto della famiglia.
La famiglia
71. Ma soprattutto dev'essere riconosciuto il posto singolare che, in questo
campo, spetta alla missione dei coniugi e delle famiglie cristiane, in forza
della grazia ricevuta nel sacramento. Tale missione dev'essere posta a servizio
dell'edificazione della Chiesa, della costruzione del Regno di Dio nella storia.
Ciò è richiesto come atto di docile obbedienza a Cristo Signore.
Egli, infatti, in forza del matrimonio dei battezzati elevato a sacramento,
conferisce agli sposi cristiani una peculiare missione di apostoli, inviandoli
come operai nella sua vigna, e, in modo tutto speciale, in questo campo della
famiglia.
In questa attività essi operano in comunione e collaborazione con gli
altri membri della Chiesa, che pure s'impegnano a favore della famiglia,
mettendo a frutto i loro doni e ministeri. Tale apostolato si svolgerà
anzitutto in seno alla propria famiglia, con la testimonianza della vita vissuta
in conformità della legge divina in tutti i suoi aspetti, con la
formazione cristiana dei figli, con l'aiuto dato alla loro maturazione nella
fede, con l'educazione alla castità, con la preparazione alla vita, con
la vigilanza per preservarli dai pericoli ideologici e morali da cui spesso sono
minacciati, col loro graduale e responsabile inserimento nella comunità
ecclesiale e in quella civile, con l'assistenza e il consiglio nella scelta
della vocazione, col mutuo aiuto tra i membri della famiglia per la comune
crescita umana e cristiana, e così via. L'apostolato della famiglia, poi,
si irradierà con opere di carità spirituale e materiale verso le
altre famiglie, specialmente quelle più bisognose di aiuto e di sostegno,
verso i poveri, i malati, gli anziani, gli handicappati, gli orfani, le vedove,
i coniugi abbandonati, le madri nubili e quelle che, in situazioni difficili,
sono tentate di disfarsi del frutto del loro seno, ecc.
Le associazioni di famiglie per le famiglie
72. Sempre nell'ambito della Chiesa, soggetto responsabile della pastorale
familiare, sono da ricordare i diversi raggruppamenti di fedeli, nei quali si
manifesta e si vive in qualche misura il mistero della Chiesa di Cristo. Sono
perciò da riconoscere e valorizzare - ciascuna in rapporto alle
caratteristiche, finalità, incidenze e metodi propri - le diverse comunità
ecclesiali, i vari gruppi e i numerosi movimenti impegnati in vario modo, a
diverso titolo e a diverso livello, nella pastorale familiare.
Per tale motivo il Sinodo ha espressamente riconosciuto l'utile apporto di
tali associazioni di spiritualità, di formazione e di apostolato. Sarà
loro compito suscitare nei fedeli un vivo senso di solidarietà, favorire
una condotta di vita ispirata al Vangelo e alla fede della Chiesa, formare le
coscienze secondo i valori cristiani e non sui parametri della pubblica
opinione, stimolare alle opere di carità vicendevole e verso gli altri
con uno spirito di apertura, che faccia delle famiglie cristiane una vera
sorgente di luce e un sano fermento per le altre.
Similmente e desiderabile, che, con vivo senso del bene comune, le famiglie
cristiane si impegnino attivamente a ogni livello anche in altre associazioni
non ecclesiali. Alcune di tali associazioni si propongono la preservazione,
trasmissione e tutela dei sani valori etici e culturali dei rispettivi popoli,
lo sviluppo della persona umana, la protezione medica, giuridica e sociale della
maternità e dell'infanzia, la giusta promozione della donna e la lotta a
quanto mortifica la sua dignità, l'incremento della mutua solidarietà,
la conoscenza dei problemi connessi con la responsabile regolazione della
fecondità secondo i metodi naturali conformi alla dignità umana e
alla dottrina della Chiesa. Altre mirano alla costruzione di un mondo più
giusto e più umano, alla promozione di leggi giuste che favoriscano il
retto ordine sociale nel pieno rispetto della dignità e di ogni legittima
libertà dell'individuo e della famiglia, a livello sia nazionale sia
internazionale, alla collaborazione con la scuola e con le altre istituzioni,
che completano l'educazione dei figli, e così via
III. Operatori della pastorale familiare
Oltre che la famiglia - oggetto, ma anzitutto soggetto essa stessa della
pastorale familiare - vanno ricordati anche gli altri principali operatori in
questo particolare settore.
I vescovi ed i presbiteri
73. Il primo responsabile della pastorale familiare nella diocesi è
il vescovo. Come Padre e Pastore egli dev'essere particolarmente sollecito di
questo settore, senza dubbio prioritario, della pastorale. Ad esso deve
consacrare interessamento, sollecitudine, tempo, personale, risorse;
soprattutto, però, appoggio personale alle famiglie ed a quanti, nelle
diverse strutture diocesane, lo aiutano nella pastorale della famiglia. Avrà
particolarmente a cuore il proposito di far sì che la propria diocesi sia
sempre più una vera «famiglia diocesana», modello e sorgente di
speranza per tante famiglie che vi appartengono. La creazione del Pontificio
Consiglio per la Famiglia va vista in questo contesto: essere un segno
dell'importanza che attribuisco alla pastorale della famiglia nel mondo, e al
tempo stesso uno strumento efficace per aiutare a promuoverla ad ogni livello.
I vescovi si valgono in modo particolare dei presbiteri, il cui compito -
come ha espressamente sottolineato il Sinodo - costituisce parte essenziale del
ministero della Chiesa verso il matrimonio e la famiglia. Lo stesso si dica di
quei diaconi, ai quali eventualmente venga affidata la cura di questo settore
pastorale.
La loro responsabilità si estende non solo ai problemi morali e
liturgici, ma anche a quelli di carattere personale e sociale. Essi devono
sostenere la famiglia nelle sue difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai
membri di essa, aiutandoli a vedere la loro vita alla luce del Vangelo. Non è
superfluo notare che da tale missione, se esercitata col dovuto discernimento e
con vero spirito apostolico, il ministro della Chiesa attinge nuovi stimoli ed
energie spirituali anche per la propria vocazione e per l'esercizio stesso del
ministero.
Tempestivamente e seriamente preparati a tale apostolato, il sacerdote o il
diacono devono comportarsi costantemente, nei riguardi delle famiglie, come
padre, fratello, pastore e maestro, aiutandole coi sussidi della grazia e
illuminandole con la luce della verità. Il loro insegnamento e i loro
consigli, quindi, dovranno essere sempre in piena consonanza col Magistero
autentico della Chiesa, in modo da aiutare il Popolo di Dio a formarsi un retto
senso della fede da applicare, poi, alla vita concreta. Tale fedeltà al
Magistero consentirà pure ai sacerdoti di curare con ogni impegno l'unità
nei loro giudizi, per evitare ai fedeli ansietà di coscienza.
Pastori e laici partecipano, nella Chiesa, alla missione profetica di
Cristo: i laici, testimoniando la fede con le parole e con la vita cristiana; i
pastori, discernendo in tale testimonianza ciò che è espressione
di fede genuina da ciò che è meno rispondente alla luce della
fede; la famiglia, in quanto comunità cristiana, con la sua peculiare
partecipazione e testimonianza di fede. Si avvia così un dialogo anche
tra i pastori e le famiglie. I teologi e gli esperti di problemi familiari
possono essere di grande aiuto a tale dialogo, spiegando esattamente il
contenuto del Magistero della Chiesa e quello dell'esperienza della vita di
famiglia. In tal modo l'insegnamento del Magistero viene meglio compreso e si
spiana la strada al suo progressivo sviluppo. Giova tuttavia ricordare che la
norma prossima e obbligatoria nella dottrina della fede - anche circa i problemi
della famiglia - compete al Magistero gerarchico. Rapporti chiari tra i teologi,
gli esperti di problemi familiari e il Magistero giovano non poco alla retta
intelligenza della fede ed a promuovere - entro i confini di essa - il legittimo
pluralismo.
Religiosi e Religiose
74. Il contributo che i religiosi e le religiose, e le anime consacrate in
genere, possono dare all'apostolato della famiglia trova la sua prima,
fondamentale e originale espressione proprio nella loro consacrazione a Dio, che
li rende «davanti a tutti i fedeli... richiamo di quel mirabile connubio
operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui
la Chiesa ha Cristo come unico suo sposo» («Perfectae Caritatis»,
12), e testimoni di quella carità universale che, per mezzo della castità
abbracciata per il Regno dei cieli, li rende sempre più disponibili per
dedicarsi generosamente al servizio divino e alle opere di apostolato.
Di qui la possibilità che religiosi e religiose, membri di Istituti
secolari e di altri Istituti di perfezione, singolarmente o associati,
sviluppino un loro servizio alle famiglie, con particolare sollecitudine verso i
bambini, specialmente se abbandonati, indesiderati, orfani, poveri o
handicappati; visitando le famiglie e prendendosi cura dei malati; coltivando
rapporti di rispetto e di carità con famiglie incomplete, in difficoltà
o disgregate; offrendo la propria opera di insegnamento e di consulenza nella
preparazione dei giovani al matrimonio e nell'aiuto alle coppie per una
procreazione veramente responsabile; aprendo le proprie case all'ospitalità
semplice e cordiale, affinché le famiglie possano trovarvi il senso di
Dio, il gusto della preghiera e del raccoglimento, l'esempio concreto di una
vita vissuta in carità e letizia fraterna come membri della più
grande famiglia di Dio.
Vorrei aggiungere l'esortazione più pressante ai responsabili degli
Istituti di vita consacrata, a voler considerare - sempre nel sostanziale
rispetto del carisma proprio ed originario - l'apostolato rivolto alle famiglie
come uno dei compiti prioritari, resi più urgenti dall'odierno stato di
cose.
Laici specializzati
75. Non poco giovamento possono recare alle famiglie quei laici
specializzati (medici, uomini di legge, psicologi, assistenti sociali,
consulenti, ecc.) che sia individualmente sia impegnati in diverse associazioni
e iniziative, prestano la loro opera di illuminazione, di consiglio, di
orientamento, di sostegno. Ad essi possono bene applicarsi le esortazioni che
ebbi occasione di rivolgere alla Confederazione dei Consultori familiari di
ispirazione cristiana: «E' un impegno il vostro, che ben merita la
qualifica di missione, tanto nobili sono le finalità che persegue e tanto
determinati, per il bene della società e della stessa comunità
cristiana, sono i risultati che ne derivano... Tutto quello che riuscirete a
fare a sostegno della famiglia è destinato ad avere un'efficacia che,
travalicando il suo ambito proprio, raggiunge anche altre persone ed incide
sulla società. Il futuro del mondo e della Chiesa passa attraverso la
famiglia» (num. 3-4 [29 Novembre 1980]: «Insegnamenti di Giovanni
Paolo II, III, 2 [1980] 1453).
Recettori e operatori della comunicazione sociale
76. Una parola a parte è da riservare a questa categoria tanto
importante nella vita moderna. E' risaputo che gli strumenti della comunicazione
sociale «incidono, e spesso profondamente, sia sotto l'aspetto affettivo e
intellettuale, sia sotto l'aspetto morale e religioso, nell'ambito di quanti li
usano», specialmente se giovani (Paolo PP. VI, Messaggio per la III
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali [7 Aprile 1969]: ASS 61 [1969]
455). Essi, perciò, possono esercitare un benefico influsso sulla vita e
sui costumi della famiglia e sulla educazione dei figli, ma al tempo stesso
nascondono anche «insidie e pericoli non trascurabili» (Giovanni Paolo
PP. II, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1980 [1·
Maggio 1980]: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II» III, 1 [1980] 1042,
e potrebbero diventare veicolo - a volte abilmente e sistematicamente manovrato,
come purtroppo accade in diversi Paesi del mondo - di ideologie disgregatrici e
di visioni deformate della vita, della famiglia, della religione, della moralità,
non rispettose della vera dignità e del destino dell'uomo.
Pericolo tanto più reale, in quanto «l'odierno modo di vivere -
specialmente nelle nazioni più industrializzate - porta assai spesso le
famiglie a scaricarsi delle loro responsabilità educative, trovando nella
facilità di evasione (rappresentata, in casa, specialmente dalla
televisione e da certe pubblicazioni), il modo di tenere occupati tempo ed
attività dei bambini e dei ragazzi» (Giovanni Paolo PP. II,
Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 1981, 5 [10
Maggio 1980]: «L'Osservatore Romano», 22 Maggio 1981). Di qui «il
dovere... di proteggere specialmente i bambini e ragazzi dalle "aggressioni"
che subiscono dai mass-media», procurando che l'uso di questi in famiglia
sia accuratamente regolato. Così pure dovrebbe stare altrettanto a cuore
alla famiglia cercare, per i propri figli, anche altri diversivi più
sani, più utili e formativi fisicamente, moralmente e spiritualmente, «per
potenziare e valorizzare il tempo libero dei ragazzi e indirizzarne le energie»
(Ibid).
Poiché, poi, gli strumenti della comunicazione sociale - al pari
della scuola e dell'ambiente - incidono spesso anche in notevole misura sulla
formazione dei figli, i genitori, in quanto recettori, devono farsi parte attiva
nell'uso moderato, critico, vigile e prudente di essi, individuando quale
influsso esercitano sui figli, e nella mediazione orientativa che consenta «di
educare la coscienza dei figli ad esprimere giudizi sereni e oggettivi, che poi
la guidano nella scelta e nel rifiuto dei programmi proposti» (Paolo PP.
VI, Messaggio per la III Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: ASS 61
[1969] 456).
Con eguale impegno i genitori cercheranno di influire sulla scelta e
preparazione dei programmi stessi, mantenendosi in contatto - con opportune
iniziative - con i responsabili dei vari momenti della produzione e della
trasmissione, per assicurarsi che non siano abusivamente trascurati o
espressamente conculcati quei valori umani fondamentali che fanno parte del vero
bene comune della società, ma, al contrario, vengano diffusi programmi
atti a presentare, nella loro giusta luce, i problemi della famiglia e la loro
adeguata soluzione. A tal proposito il mio predecessore di venerabile memoria.,
Paolo VI, scriveva: «I produttori devono conoscere e rispettare le esigenze
della famiglia, e questo suppone, a volte, in essi un vero coraggio, e sempre un
alto senso di responsabilità. Essi, infatti, sono tenuti ad evitare tutto
ciò che può ledere la famiglia nella sua esistenza, nella sua
stabilità, nel suo equilibrio, nella sua felicità. Ogni offesa ai
valori fondamentali della famiglia - si tratti di erotismo o di violenza, di
apologia del divorzio o di atteggiamenti antisociali dei giovani - è
un'offesa al vero bene dell'uomo (Ibid.).
Ed io stesso, in analoga occasione, facevo rilevare che le famiglie «devono
poter contare in non piccola misura sulla buona volontà, sulla
rettitudine e sul senso di responsabilità dei professionisti dei media:
editori, scrittori, produttori, direttori, drammaturghi, informatori,
commentatori ed attori» (Messaggio per la Giornata Mondiale delle
Comunicazioni Sociali 1980: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III,
1 [1980] 1044). Perciò è doveroso che anche da parte della Chiesa
si continui a dedicare ogni cura a queste categorie di operatori, incoraggiando
e sostenendo, nello stesso tempo, quei cattolici che vi si sentono chiamati e ne
hanno le doti, ad impegnarsi in questi delicati settori.
IV. La pastorale familiare nei casi difficili
Circostanze particolari
77. Un impegno pastorale ancor più generoso, intelligente e prudente,
sull'esempio del Buon Pastore, è richiesto nei confronti di quelle
famiglie che - spesso indipendentemente dalla propria volontà o premute
da altre esigenze di diversa natura - si trovano ad affrontare situazioni
obiettivamente difficili.
A questo proposito è necessario richiamare specialmente l'attenzione
su alcune categorie particolari, che maggiormente abbisognano non solo di
assistenza, ma di un'azione più incisiva sulla pubblica opinione e
soprattutto sulle strutture culturali, economiche e giuridiche, al fine di
eliminare al massimo le cause profonde dei loro disagi.
Tali sono, ad esempio, le famiglie dei migranti per motivi di lavoro; le
famiglie di quanti sono costretti a lunghe assenze, quali, ad esempio, i
militari, i naviganti, gli itineranti d'ogni tipo; le famiglie dei carcerati,
dei profughi e degli esiliati; le famiglie che nelle grande città vivono
praticamente emarginate; quelle che non hanno casa; quelle incomplete o
monoparentali; le famiglie con i figli handicappati o drogati, le famiglie di
alcoolizzati; quelle sradicate dal loro ambiente culturale e sociale o in
rischio di perderlo; quelle discriminate per motivi politici o per altre
ragioni; le famiglie ideologicamente divise; quelle che non riescono ad avere
facilmente un contatto con la parrocchia; quelle che subiscono violenza o
ingiusti trattamenti a motivo della propria fede; quelle composte da coniugi
minorenni; gli anziani, non raramente costretti a vivere in solitudine e senza
adeguati mezzi di sussistenza.
Le famiglie dei migranti, specialmente trattandosi di operai e di contadini,
devono poter trovare dappertutto, nella Chiesa, la loro patria. E' questo un
compito connaturale alla Chiesa, essendo segno di unità nella diversità.
Per quanto è possibile siano assistiti da sacerdoti del loro stesso rito,
cultura e idioma. Spetta pure alla Chiesa fare appello alla coscienza pubblica e
a quanti hanno autorità nella vita sociale, economica e politica, affinché
gli operai trovino lavoro nella propria regione e patria, siano retribuiti con
giusto salario, le famiglie vengano al più presto riunite, siano prese in
considerazione nella loro identità culturale, trattate al pari delle
altre, ed ai loro figli sia data l'opportunità della formazione
professionale e dell'esercizio della professione, come pure del possesso della
terra necessaria per lavorare e vivere.
Un problema difficile è quello delle famiglie ideologicamente divise.
In questi casi si richiede una particolare cura pastorale. Anzitutto bisogna,
con discrezione, mantenere un contatto personale con tali famiglie. I credenti
devono essere fortificati nella fede e sostenuti nella vita cristiana. Anche se
la parte fedele al cattolicesimo non può cedere, tuttavia bisogna sempre
mantenere vivo il dialogo con l'altra parte. Devono essere moltiplicate le
manifestazioni di amore e di rispetto, nella ferma speranza di mantenere salda
l'unità. Molto dipende anche dai rapporti tra genitori e figli. Le
ideologie estranee alla fede possono, del resto, stimolare i membri credenti
della famiglia a crescere nella fede e nella testimonianza di amore.
Altri momenti difficili, nei quali la famiglia ha bisogno dell'aiuto della
comunità ecclesiale e dei suoi pastori, possono essere: l'adolescenza
irrequieta contestatrice ed a volte tempestosa dei figli; il loro matrimonio,
che li stacca dalla famiglia di origine; l'incomprensione o la mancanza di amore
da parte delle persone più care; l'abbandono da parte del coniuge o la
sua perdita, che apre la dolorosa esperienza della vedovanza, della morte di un
familiare che mutila e trasforma in profondità il nucleo originario della
famiglia.
Similmente non può essere trascurato dalla Chiesa il momento dell'età
anziana, con tutti i suoi contenuti positivi e negativi: di possibile
approfondimento dell'amore coniugale sempre più purificato e nobilitato
dalla lunga e ininterrotta fedeltà; di disponibilità a porre a
servizio degli altri, in forma nuova, la bontà e la saggezza accumulata e
le energie rimaste; di pesante solitudine, più spesso psicologica e
affettiva che non fisica, per l'eventuale abbandono o per una insufficiente
attenzione da parte dei figli e dei parenti; di sofferenza per la malattia, per
il progressivo declino delle forze, per l'umiliazione di dover dipendere da
altri, per l'amarezza di sentirsi forse di peso ai propri cari, per
l'avvicinarsi degli ultimi momenti della vita. Sono queste le occasioni nelle
quali - come hanno insinuato i Padri Sinodali - più facilmente si possono
far comprendere e vivere quegli elevati aspetti della spiritualità
matrimoniale e familiare, che si ispirano al valore della Croce e risurrezione
di Cristo, fonte di santificazione e di profonda letizia nella vita quotidiana,
nella prospettiva delle grandi realtà escatologiche della vita terrena.
In tutte queste diverse situazioni non sia mai trascurata la preghiera,
sorgente di luce e di forza ed alimento della speranza cristiana.
Matrimoni misti
78. Il numero crescente dei matrimoni fra cattolici ed altri battezzati
richiede pure una peculiare attenzione pastorale alla luce degli orientamenti e
delle norme, contenute nei più recenti documenti della Santa Sede e in
quelli elaborati dalle Conferenze episcopali, per consentirne l'applicazione
concreta alle diverse situazioni.
Le coppie che vivono in matrimonio misto presentano peculiari esigenze, le
quali possono ridursi a tre capi principali.
Vanno, anzitutto, tenuti presenti gli obblighi della parte cattolica
derivanti dalla fede, per quanto concerne il libero esercizio di essa e il
conseguente obbligo di provvedere, secondo le proprie forze, a battezzare e ad
educare i figli nella fede cattolica (cfr. Paolo PP. VI, Motu Proprio «Matrimonia
Mixta», 4-5: ASS 62 [1970], 257ss; cfr. Giovanni Paolo PP. II, Discorso ai
partecipanti alla plenaria del Segretariato per l'unione dei cristiani [13
Novembre 1981]: «L'Osservatore Romano» [14 Novembre 1981]).
Bisogna tenere presenti le particolari difficoltà inerenti ai
rapporti tra marito e moglie, per quanto riguarda il rispetto della libertà
religiosa: questa può essere violata sia mediante pressioni indebite per
ottenere il cambiamento delle convinzioni religiose della comparte, sia mediante
impedimenti frapposti alla libera manifestazione di esse nella pratica
religiosa.
Per quanto riguarda la forma liturgica e canonica del matrimonio, gli
Ordinari possono largamente far uso delle loro facoltà per varie necessità.
Nel trattare di queste speciali esigenze bisogna tener presenti i punti
seguenti:
- nell'apposita preparazione a questo tipo di matrimonio, deve essere
compiuto ogni ragionevole sforzo per far ben comprendere la dottrina cattolica
sulle qualità ed esigenze del matrimonio, come pure per assicurarsi che
in futuro, non abbiano a verificarsi le pressioni e gli ostacoli, di cui si è
parlato sopra;
- è di somma importanza che, con l'appoggio della comunità, la
parte cattolica venga fortificata nella sua fede e positivamente aiutata a
maturare nella comprensione e nella pratica di essa, in modo da diventare vera
testimone credibile in seno alla famiglia, attraverso la vita stessa e la qualità
dell'amore dimostrato all'altro coniuge e ai figli.
I matrimoni fra cattolici ed altri battezzati presentano, pur nella loro
particolare fisionomia, numerosi elementi che è bene valorizzare e
sviluppare, sia per il loro intrinseco valore, sia per l'apporto che possono
dare al movimento ecumenico. Ciò è particolarmente vero quando
ambedue i coniugi sono fedeli ai loro impegni religiosi. Il comune battesimo e
il dinamismo della grazia forniscono agli sposi, in questi matrimoni, la base e
la motivazione per esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali
e spirituali.
A tal fine, anche per mettere in evidenza l'importanza ecumenica di un tale
matrimonio misto, vissuto pienamente nella fede dei due coniugi cristiani, va
ricercata - anche se non sempre ciò si rivela facile - una cordiale
collaborazione tra il ministro cattolico e quello non cattolico, fin dal tempo
della preparazione al matrimonio e delle nozze.
Quanto alla partecipazione del coniuge non cattolico alla comunione
eucaristica, si seguano le norme impartite dal Segretariato per l'unione dei
cristiani (Istruz. «In quibus rerum circumstantiis» [15 Giugno 1972],
518-525; Nota del 17 Ottobre 1973: ASS 64 [1973] 616-619).
In varie parti del mondo si registra, oggi, un crescente numero di matrimoni
fra cattolici e non battezzati. In molti di essi il coniuge non battezzato
professa un'altra religione e le sue convinzioni devono essere trattate con
rispetto, secondo i principi della Dichiarazione «Nostra Aetate» del
Concilio Ecumenico Vaticano II circa le relazioni con le religioni non
cristiane; ma in non pochi altri, particolarmente nelle società
secolarizzate, la persona non battezzata non professa alcuna religione. Per
questi matrimoni è necessario che le Conferenze episcopali ed i singoli
vescovi prendano misure pastorali adeguate, dirette a garantire la difesa della
fede del coniuge cattolico e la tutela del libero esercizio di essa, soprattutto
per quanto concerne il dovere di fare quanto è in suo potere perché
i figli siano battezzati ed educati cattolicamente. Il coniuge cattolico deve
essere, altresì, sostenuto in ogni modo nell'impegno di offrire
all'interno della famiglia una genuina testimonianza di fede e di vita
cattolica.
Azione pastorale di fronte ad alcune situazioni irregolari
79. Nella sua sollecitudine di tutelare la famiglia in ogni sua dimensione,
non soltanto in quella religiosa, il Sinodo dei Vescovi non ha tralasciato di
prendere in attenta considerazione alcune situazioni religiosamente e spesso
anche civilmente irregolari, che - negli odierni rapidi mutamenti delle culture
- vanno purtroppo diffondendosi anche fra i cattolici, con non lieve danno dello
stesso istituto familiare e della società, di cui esso costituisce la
cellula fondamentale.
a) Il matrimonio per esperimento
80. Una prima situazione irregolare è data da quello che chiamano «matrimonio
per esperimento», che molti oggi vorrebbero giustificare, attribuendo ad
esso un certo valore. Già la stessa ragione umana insinua la sua
inaccettabilità, mostrando quanto sia poco convincente che si faccia un «esperimento»
nei riguardi di persone umane, la cui dignità esige che siano sempre e
solo il termine dell'amore di donazione senza alcun limite né di tempo né
di altra circostanza.
Dal canto suo, la Chiesa non può ammettere un tale tipo di unione per
ulteriori, originali motivi, derivanti dalla fede. Da una parte, infatti, il
dono del corpo nel rapporto sessuale è il simbolo reale della donazione
di tutta la persona: una tale donazione peraltro, nell'attuale economia non può
attuarsi con verità piena senza il concorso dell'amore di carità,
dato da Cristo. Dall'altra parte, poi, il matrimonio fra due battezzati è
il simbolo reale dell'unione di Cristo con la Chiesa, una unione non temporanea
o «ad esperimento», ma eternamente fedele; tra due battezzati,
pertanto, non può esistere che un matrimonio indissolubile.
Tale situazione ordinariamente non può essere superata, se la persona
umana, fin dall'infanzia, con l'aiuto della grazia di Cristo e senza timori, non
è stata educata a dominare la nascente concupiscenza e ad instaurare con
gli altri rapporti di amore genuino. Ciò non si ottiene senza una vera
educazione all'amore autentico e al retto uso della sessualità, tale che
introduca la persona umana secondo ogni sua dimensione, e perciò anche in
quella che riguarda il proprio corpo, nella pienezza del mistero di Cristo.
Sarà molto utile indagare sulle cause di questo fenomeno, anche nel
suo aspetto psicologico e sociologico, per giungere a trovare un'adeguata
terapia.
b) Unioni libere di fatto
81. Si tratta di unioni senza alcun vincolo istituzionale pubblicamente
riconosciuto, né civile né religioso. Questo fenomeno - esso pure
sempre più frequente - non può non attirare l'attenzione dei
pastori d'anime, anche perché alla sua base possono esserci elementi
molto diversi fra loro, agendo sui quali sarà forse possibile limitarne
le conseguenze.
Alcuni, infatti, vi si considerano quasi costretti da situazioni difficili -
economiche, culturali e religiose - in quanto, contraendo regolare matrimonio,
verrebbero esposti ad un danno, alla perdita di vantaggi economici, a
discriminazioni, ecc. In altri, invece, si riscontra un atteggiamento di
disprezzo, di contestazione o di rigetto della società, dell'istituto
familiare, dell'ordinamento socio-politico, o di sola ricerca del piacere.
Altri, infine, vi sono spinti dall'estrema ignoranza e povertà, talvolta
da condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia, o anche da una certa
immaturità psicologica, che li rende incerti e timorosi di contrarre un
vincolo stabile e definitivo. In alcuni Paesi le consuetudini tradizionali
prevedono il matrimonio vero e proprio solo dopo un periodo di coabitazione e
dopo la nascita del primo figlio.
Ognuno di questi elementi pone alla Chiesa ardui problemi pastorali, per le
gravi conseguenze che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del senso
religioso del matrimonio, visto alla luce dell'Alleanza di Dio con il suo
popolo: privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche
sociali (distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà
anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli;
affermazione dell'egoismo).
Sarà cura dei pastori e della comunità ecclesiale conoscere
tali situazioni e le loro cause concrete, caso per caso; avvicinare i conviventi
con discrezione e rispetto; adoperarsi con una azione di paziente illuminazione,
di caritatevole correzione, di testimonianza familiare cristiana, che possa
spianare loro la strada verso la regolarizzazione della situazione.
Soprattutto, però, sia fatta opera di prevenzione, coltivando il
senso della fedeltà in tutta l'educazione morale e religiosa dei giovani,
istruendoli circa le condizioni e le strutture che favoriscono tale fedeltà,
senza la quale non si dà vera libertà, aiutandoli a maturare
spiritualmente, facendo loro comprendere la ricca realtà umana e
soprannaturale del matrimonio-sacramento.
Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità
affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società
e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si
adoperino perché l'opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare
l'importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia. E poiché in
molte regioni, per l'estrema povertà derivante da strutture
socioeconomiche ingiuste o inadeguate, i giovani non sono in condizione di
sposarsi come si conviene, la società e le pubbliche autorità
favoriscono il matrimonio legittimo mediante una serie di interventi sociali e
politici, garantendo il salario familiare, emanando disposizioni per
un'abitazione adatta alla vita familiare, creando adeguate possibilità di
lavoro e di vita.
c) Cattolici uniti col solo matrimonio civile
82. E' sempre più diffuso il caso di cattolici che, per motivi
ideologici e pratici, preferiscono contrarre il solo matrimonio civile,
rifiutando o almeno rimandando quello religioso. La loro situazione non può
equipararsi senz'altro a quella dei semplici conviventi senza alcun vincolo, in
quanto vi si riscontra almeno un certo impegno a un preciso e probabilmente
stabile stato di vita, anche se spesso non è estranea a questo passo la
prospettiva di un eventuale divorzio. Ricercando il pubblico riconoscimento del
vincolo da parte dello Stato, tali coppie mostrano di essere disposte ad
assumersene, con i vantaggi, anche gli obblighi. Ciò nonostante, neppure
questa situazione è accettabile da parte della Chiesa.
L'azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità
della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà
di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria
situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità,
e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della
Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti.
d) Separati e divorziati non risposati
83. Motivi diversi, quali incomprensioni reciproche, incapacità di
aprirsi a rapporti interpersonali, ecc. possono dolorosamente condurre il
matrimonio valido a una frattura spesso irreparabile. Ovviamente la separazione
deve essere considerata come estremo rimedio, dopo che ogni altro ragionevole
tentativo si sia dimostrato vano.
La solitudine e altre difficoltà sono spesso retaggio del coniuge
separato, specialmente se innocente. In tal caso la comunità ecclesiale
deve più che mai sostenerlo; prodigargli stima, solidarietà,
comprensione ed aiuto concreto in modo che gli sia possibile conservare la
fedeltà anche nella difficile situazione in cui si trova; aiutarlo a
coltivare l'esigenza del perdono propria dell'amore cristiano e la disponibilità
all'eventuale ripresa della vita coniugale anteriore.
Analogo è il caso del coniuge che ha subito divorzio, ma che - ben
conoscendo l'indissolubilità del vincolo matrimoniale valido - non si
lascia coinvolgere in una nuova unione, impegnandosi invece unicamente
nell'adempimento dei suoi doveri di famiglia e delle responsabilità della
vita cristiana. In tal caso il suo esempio di fedeltà e di coerenza
cristiana assume un particolare valore di testimonianza di fronte al mondo e
alla Chiesa, rendendo ancor più necessaria, da parte di questa, un'azione
continua di amore e di aiuto, senza che vi sia alcun ostacolo per l'ammissione
ai sacramenti.
e) I divorziati risposati
84. L'esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al
divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione,
ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una
piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche
gli ambienti cattolici, il problema dev'essere affrontato con premura
indilazionabile. I Padri Sinodali l'hanno espressamente studiato. La Chiesa,
infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i
battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che - già
congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale - hanno cercato di passare a
nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a
loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben
discernere le situazioni. C'è infatti differenza tra quanti sinceramente
si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del
tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio
canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda
unione in vista dell'educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi
in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era
mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità
dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità
che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto
battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di
Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a
dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità
in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare
lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in
giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri
madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura,
di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a
non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di
vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la
Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro
peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i
fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della
Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada
al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che,
pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo,
sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione
con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto,
che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione
dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono
l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti
propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI
Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli
stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli
proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di
porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi
genere. Queste, infatti, darebbero l'impressione della celebrazione di nuove
nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa
l'indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e
alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso
questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati
abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal
comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da
Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella
preghiera, nella penitenza e nella carità.
I senza-famiglia
85. Ancora una parola desidero aggiungere per una categoria di persone che,
per la concreta condizione in cui si trovano a vivere - e spesso non per loro
deliberata volontà - io considero particolarmente vicine al Cuore di
Cristo e degne dell'affetto della sollecitudine fattiva della Chiesa e dei
pastori.
Esistono al mondo moltissime persone le quali, disgraziatamente, non possono
riferirsi in alcun modo a ciò che si potrebbe definire in senso proprio
una famiglia. Grandi settori dell'umanità vivono in condizioni di enorme
povertà, in cui la promiscuità, la carenza di abitazioni,
l'irregolarità ed instabilità dei rapporti, l'estrema mancanza di
cultura non consentono praticamente di poter parlare di vera famiglia. Ci sono
altre persone che, per motivi diversi, sono rimaste sole al mondo. Eppure per
tutti costoro esiste un «buon annunzio della famiglia».
In favore di quanti vivono in estrema povertà, già ho parlato
dell'urgente necessità di lavorare coraggiosamente per trovare soluzioni,
anche a livello politico, che consentano di aiutarli a superare questa inumana
condizione di prostrazione. E' un compito che incombe, solidarmente, all'intera
società, ma in maniera speciale alle autorità in forza della loro
carica e delle conseguenti responsabilità, nonché alle famiglie,
che devono dimostrare grande comprensione e volontà di aiuto.
A coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna aprire ancor più
le porte della grande famiglia che è la Chiesa, la quale si concretizza a
sua volta nella famiglia diocesana e parrocchiale, nelle comunità
ecclesiali di base o nei movimenti apostolici. Nessuno è privo della
famiglia in questo mondo: la Chiesa è casa e famiglia per tutti,
specialmente per quanti sono «affaticati e oppressi» (cfr. Mt 11,28).
CONCLUSIONE
86. A voi sposi, a voi padri e madri di famiglia;
a voi, giovani e ragazze, che siete il futuro e la speranza della Chiesa e
del mondo, e sarete il nucleo portante e dinamico della famiglia nel terzo
millennio che si avvicina;
a voi, venerabili e cari fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, diletti
figli religiosi e religiose, anime consacrate al Signore, che agli sposi
testimoniate la realtà ultima dell'amore di Dio;
a voi, uomini tutti di retto sentire, che a qualsiasi titolo siete
pensierosi delle sorti della famiglia, si rivolge con trepida sollecitudine il
mio animo al termine di questa esortazione apostolica.
L'avvenire dell'umanità passa attraverso la famiglia!
E', dunque, indispensabile ed urgente che ogni uomo di buona volontà
si impegni a salvare ed a promuovere i valori e le esigenze della famiglia.
Un particolare sforzo a questo riguardo sento di dover chiedere ai figli
della Chiesa. Essi, che nella fede conoscono pienamente il meraviglioso disegno
di Dio, hanno una ragione in più per prendersi a cuore la realtà
della famiglia in questo nostro tempo di prova e di grazia.
Essi devono amare in modo particolare la famiglia. E' questa una consegna
concreta ed esigente.
Amare la famiglia significa saperne stimare i valori e le possibilità,
promuovendoli sempre. Amare la famiglia significa individuare i pericoli ed i
mali che la minacciano, per poterli superare. Amare la famiglia significa
adoperarsi per crearle un ambiente che favorisca il suo sviluppo. E, ancora, è
forma eminente di amore ridare alla famiglia cristiana di oggi, spesso tentata
dallo sconforto e angosciata per le accresciute difficoltà, ragioni di
fiducia in se stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia, nella
missione che Dio le ha affidato. «Bisogna che le famiglie del nostro tempo
riprendano quota! Bisogna che seguano Cristo!» (Giovanni Paolo PP. II,
Lettera «Appropinaquat iam», 1 [15 Agosto 1980]: ASS 72 [1980], 791).
Spetta altresì ai cristiani il compito di annunciare con gioia e
convinzione la «buona novella» sulla famiglia, la quale ha un assoluto
bisogno di ascoltare sempre di nuovo e di comprendere sempre più a fondo
le parole autentiche che le rivelano la sua identità, le sue risorse
interiori, l'importanza della sua missione nella Città degli uomini e in
quella di Dio.
La Chiesa conosce la via sulla quale la famiglia può giungere al
cuore della sua verità profonda. Questa via, che la Chiesa ha imparato
alla scuola di Cristo e a quella della storia, interpretata nella luce dello
Spirito, essa non la impone, ma sente in sé l'insopprimibile esigenza di
proporla a tutti senza timore, anzi con grande fiducia e speranza, pur sapendo
che la «buona novella» conosce il linguaggio della Croce. Ma è
attraverso la Croce che la famiglia può giungere alla pienezza del suo
essere e alla perfezione del suo amore.
Desidero, infine, invitare tutti i cristiani a collaborare, cordialmente e
coraggiosamente, con tutti gli uomini di buona volontà, che vivono la
loro responsabilità al servizio della famiglia. Quanti si consacrano al
suo bene in seno alla Chiesa, nel suo nome e da essa ispirati, siano essi
individui o gruppi, movimenti o associazioni, trovano spesso al loro fianco
persone e istituzioni diverse che operano per il medesimo ideale. Nella fedeltà
ai valori del Vangelo e dell'uomo e nel rispetto di un legittimo pluralismo di
iniziative, questa collaborazione potrà favorire una più rapida ed
integrale promozione della famiglia.
Ed ora, concludendo questo messaggio pastorale, che intende sollecitare
l'attenzione di tutti sui compiti gravosi ma affascinanti della famiglia
cristiana, desidero invocare la protezione della santa Famiglia di Nazaret.
Per misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per lunghi
anni il Figlio di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte le
famiglie cristiane. E quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso
un'esistenza anonima e silenziosa in un piccolo borgo della Palestina; che è
stata provata dalla povertà, dalla persecuzione, dall'esilio; che ha
glorificato Dio in modo incomparabilmente alto e puro, non mancherà di
assistere le famiglie cristiane, anzi tutte le famiglie del mondo, nella fedeltà
ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le tribolazioni della vita,
nella generosa apertura verso le necessità degli altri, nell'adempimento
gioioso del piano di Dio nei loro riguardi.
Che san Giuseppe, «uomo giusto», lavoratore instancabile, custode
integerrimo dei pegni a lui affidati, le custodisca, le protegga, le illumini
sempre.
Che la Vergine Maria, come è Madre della Chiesa, così anche
sia la Madre della «Chiesa domestica», e, grazie al suo aiuto materno,
ogni famiglia cristiana possa diventare veramente una «piccola Chiesa»,
nella quale si rispecchi e riviva il mistero della Chiesa di Cristo. Sia Lei,
l'ancella del Signore, l'esempio di accoglienza umile e generosa della volontà
di Dio; sia Lei, Madre Addolorata ai piedi della Croce, a confortare le
sofferenze e ad asciugare le lacrime di quanti soffrono per le difficoltà
delle loro famiglie.
E Cristo Signore, Re dell'universo, Re delle famiglie, sia presente, come a
Cana, in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia, serenità,
fortezza. A Lui, nel giorno solenne dedicato alla sua Regalità, chiedo
che ogni famiglia sappia generosamente portare il suo originale contributo
all'avvento nel mondo del suo Regno, «Regno di verità e di vita, di
santità e di pace» («Prefatio» della Messa della Solennità
di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo), verso il quale è
in cammino la storia.
A Lui, a Maria, a Giuseppe affido ogni famiglia. Alle loro mani e al loro
cuore presento questa esortazione: siano Essi a porgerla a voi, venerati
fratelli e diletti figli, e ad aprire i vostri cuori alla luce che il Vangelo
irradia su ogni famiglia.
A tutti e a ciascuno, assicurando la mia costante preghiera, imparto di
cuore l'apostolica benedizione, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo.
Dato a Roma, presso san Pietro, il 22 novembre, Solennità di N.
S. Gesù Cristo Re dell'universo, dell'anno 1981, quarto del Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II
Copyright © Libreria Editrice
Vaticana
|