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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 febbraio 1976

 

Verità e Carità: binomio semplice ma socialmente non facile

Noi proseguiamo la grande riflessione che la celebrazione dell’Anno Santo ha iniziato e promosso nei nostri animi, nell’intento di rinnovare nelle forme e nelle energie la nostra vita cristiana. Una parola ora è di moda a tale riguardo, la parola «autenticità», analizzando la quale, per scoprirne il senso interiore, riferito al comportamento umano, vediamo che autenticità comporta perfetta armonia fra pensiero e azione; esige cioè una semplicità d’animo, una trasparenza fra l’interno e l’esterno della condotta, una veracità che attraversa con una medesima luce la mente, il sentimento, la parola, i fatti ed i segni, che insieme definiscono una persona. San Tommaso parla di una verità vissuta (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, II-IIæ, 109, 2 ad 3; et 3 ad 3); noi di solito, qualificando un uomo che pratichi questa virtù della verità nella propria vita, parliamo d’un carattere, di una personalità autentica; e, se vogliamo infondere una espressione scritturale in questo stile superiore d’essere e di agire, la chiediamo all’inesauribile e sublimante sapienza dell’apostolo Paolo, il quale ci insegna che dobbiamo vivere «la verità nella carità» (Eph. 4, 15): veritatem facientes in caritate crescamus in Illo per omnia, qui est caput Christus.

Verità e carità, il binomio è semplice, ma psicologicamente e socialmente non facile; ma, ad ogni modo, comprensivo e rappresentativo di quelle virtù fondamentali che definiscono socialmente l’uomo ideale, cioè il cristiano, e al grado migliore, il santo. Sembrano queste due attitudini morali evidentemente complementari, cioè fatte per integrarsi a vicenda nell’ordine dell’umana convivenza; e così è, secondo l’esigenza superiore dell’unità morale, propria dell’uomo perfetto; ma nell’esperienza della vita vissuta dobbiamo rilevare che spesso la professione sociale d’una verità particolare porta all’intransigenza e alla intolleranza (Cfr. A. VERMEERSCH, La tolérance, 1912); e che la professione sociale d’una filantropia agnostica suppone un’indifferenza ideologica, che spesso la rende poco praticabile e non sempre realmente generosa e fedele. È difficile professare una opinione, che si reputa espressione di verità e dimostrarsi comprensivi e indulgenti verso chi non condivide pari adesione a quella mentalità stessa; come è difficile dimostrarsi veramente amorosi del prossimo, se si prescinde da principii ideali che ce lo rendano degno d’una sincera abnegazione e d’un pesante servizio. In altre parole, la fede senza la carità può, nei rapporti umani, diventare egoista; e la carità, senza la fede, può mancare dei motivi che la rendano perseverante ed eroica.

Come si vede, la sintesi fra verità e carità tocca aspetti della vita molto importanti, i quali possono mutarla, come non di raro avviene nella realtà storica, in antitesi! Buon per noi che il recente Concilio ci ha confermati nell’una e nell’altra adesione, cioè alla verità, ch’è sempre tale da meritare l’omaggio e se necessario anche il sacrificio della nostra esistenza per professarla, per diffonderla e per difenderla; ed insieme alla carità, maestra di libertà, di bontà, di pazienza, di abnegazione in ogni nostro rapporto con gli uomini, a cui il Vangelo attribuisce il nome di fratelli.

Non sono giochi di parole, non sono contrasti di scuola, non sono drammi fatali della storia; sono problemi intrinseci alla natura e alla socialità umana, i quali trovano nel Vangelo, e perciò in quella «civiltà dell’amore», che noi andiamo vagheggiando quale eredità dell’Anno Santo, la loro umile e trionfante soluzione.

Ci conservi tutti a questa scuola la nostra Benedizione Apostolica (Cfr. Ad Gentes, 22; Unitatis Redintegratio, 4; Gravissimum Educationis, 10; Gaudium et Spes, 62; Unitatis Redintegratio, 9-12).

                          

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