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PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA

CONFERENZA SUL TEMA:
"IL RUOLO E LA MISSIONE DELLA FAMIGLIA
NELLA SOCIETĄ POST-INDUSTRIALE"
(PRAGA, 11-12 NOVEMBRE 2004)

INTERVENTO DEL CARD. ALFONSO LÓPEZ TRUJILLO

 

 

Un cordiale saluto a tutti i partecipanti di questo incontro. È per me una grata occasione di incontrarvi, grazie al gentile invito fatto dal Ministero del Lavoro e degli Affari Sociali, a partecipare alle riflessioni da voi svolte in questi giorni. Il vostro incontro merita particolare apprezzamento perché, attraverso lo sforzo di comprensione dei fenomeni specifici della società post-industriale e dell'informazione, intende fornire un contributo originale alla creazione di una cultura del sociale. Mi è stato chiesto di rivolgervi questi brevi parole per sottoporre alla vostra attenzione un tema ben importante: la necessità che la famiglia e la vita siano al centro della sfera pubblica, come espressione di una nuova cultura, in una società post-industriale che, come è ben noto nel caso della società ceca, è stata attraversata da momenti d'indubbia trascendenza per la storia dell'intera umanità, ed è proiettata in un futuro pieno di speranze, ma anche d'incertezze.

Nella nostra epoca "postindustriale" incombono problematiche complesse e laceranti, fra le quali, la diminuzione di posti lavorativi, la dura competitività a raggio mondiale, l'intensa globalizzazione dell'economia, la necessità di adeguare la produttività alle richieste del mercato, l'urgenza di tenere dietro ad un progresso tecnologico in costante accelerazione. La gravità del momento presente emerge in modo più chiaro ancora quando si considera che questi cambiamenti economici sono simultaneamente accompagnati da profondi cambiamenti spirituali, morali e culturali: l'incalzante invecchiamento della popolazione, il diffondersi di una cultura contraria alla vita, le preoccupanti tendenze disgregatrici del matrimonio e della famiglia, il grave degrado dei valori morali, il deterioramento della trasmissione pedagogica nelle strutture educative per le nuove generazioni.

Molti dei problemi della società postindustriale mostrano caratteristiche di grande novità. Certamente, tra di essi, non è secondario il cambiamento nella struttura della famiglia che, da patriarcale nella società contadina, si è trasformata in un piccolo nucleo, che i sociologi denominano "famiglia nucleare". Il matrimonio, in cui essa si fonda è inoltre spesso instabile. La famiglia della società postindustriale è ridotta, quando non addirittura disgregata. A ciò hanno contribuito, e contribuiscono diverse componenti, quali l'esodo dalle campagne e la corsa verso le città, a cui si sono aggiunte la ricerca talvolta smodata del benessere, e la corsa verso il consumismo. In tale contesto molte volte gli anziani finiscono per diventare un ingombro e i figli sono spesso visti più come un peso che come un dono di Dio.

Il Concilio Vaticano II ha affrontato molte di queste nuove problematiche, già allora emergenti, anche se con l'intensità attuale. Così, nella Costituzione Pastorale Gaudium et spes sono presenti considerazioni riguardanti la preoccupazione dei Padri Conciliari davanti ai germi, di dissoluzione del matrimonio e della famiglia, motivazioni che oggi vediamo pienamente confermate: "La dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione" (n. 47)

Le società che, dopo un lungo periodo di regime marxista, hanno visto in modo eclatante gli effetti devastanti dell'ateismo ufficiale, devono, adesso, fare i conti con il modello di vita, la filosofia e la forma di organizzazione sociale occidentali. E, appunto, la conformazione della vita pubblica sociale e politica richiede chiarezza di vedute e solidità dei principi. Come inquadrare adeguatamente gli intensi cambiamenti sociali, nei confronti del ruolo pubblico della famiglia? Quale deve essere questo ruolo nel mondo di oggi, permeato di tante profonde novità e radicali cambiamenti?

Il Papa Giovanni Paolo II, nell'Enciclica Centesimus annus ha mostrato come la problematica del mondo odierno "postindustriale" sia oggi mutata nei confronti di quella, frutto delle rivoluzioni industriali, di cui si è occupata l'Enciclica Rerum novarum di Leone XIII. Dal conflitto lavoro-capitale si è passati, in una società postindustriale e postmoderna, alla crisi dello scientismo e dell'idea stessa di progresso: disorientamento dei fini, crisi della società del benessere, dello statalismo, negazione pratica del principio di sussidiarietà (in ambiti così importanti come quello dell'educazione) e forme nuove di oppressione dei forti contro i deboli, come quella dell'aborto, crimine questo contrario al diritto più fondamentale, cioè quello della vita, come il Papa ha affermato nell'Enciclica Evangelium vitae: "Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un'altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani" (cfr Lettera a tutti i Fratelli nell'Episcopato circa "Il Vangelo della vita", 19/5/1991).

Se la rivoluzione industriale è stata il motore principale delle trasformazioni sociali nella società industriale dei due secoli tramontati, il terzo millennio si apre ad un panorama di crisi delle ideologie in cui la democrazia corre il rischio del totalitarismo, in una sorta di "globalizzazione" distorta: "È l'esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato - afferma Giovanni Paolo II nell'Enciclica Evangelium vitae -: "il diritto" cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull'inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo" (n. 20). Il confronto tra Est e Ovest rischia oggi di diventare opposizione tra Nord e Sud. La piaga del terrorismo tenta d'introdursi come criminale strumento di un conflitto tra civiltà, tra l'Occidente di radici cristiane ed una interpretazione fondamentalista dell'Islam. La globalizzazione in corso può degenerare in imposizione di un modello culturale univoco contrario alla cultura autoctona dei popoli. Il crollo della natalità sta mettendo già in crisi strutture sociali molto importanti, specialmente nei paesi della vecchia Europa.

Davanti alle sfide del tempo presente, il Papa ha ripetutamente segnalato la necessità di dare un'anima alle nuove realtà sociali e politiche del terzo millennio (cfr Giovanni Paolo II, Allocuzione ai partecipanti al VI Simposio del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, 11/10/1985), ad instaurare un'organizzazione sociale che sia espressione della piena dignità dell'uomo, dall'inizio della sua vita al suo termine naturale. Occorre, insomma, che si faccia strada ogni volta di più, nella vita pubblica, una cultura della vita e una civiltà dell'amore, in cui le strutture dell'individualismo feroce siano sostituite dalla solidarietà. Nell'Enciclica Laborem exercens, anche il Papa ha ribadito la necessità che il mondo dell'economia e del lavoro situino come proprio centro l'uomo e come principio ispiratore quello della solidarietà. "Sia la prima industrializzazione, che ha creato la cosiddetta "questione operaia", sia i successivi cambiamenti industriali, dimostrano eloquentemente che, anche nell'epoca del "lavoro" sempre più meccanizzato, il soggetto proprio del lavoro rimane l'uomo" (n. 5).

La solidarietà, elemento vitale nella vita pubblica, significa libertà e allo stesso tempo responsabilità per gli altri: nella famiglia, nel quartiere, nella città. La famiglia, certamente, è una struttura fondamentale di solidarietà senza la quale ogni tentativo di fondare su solide basi la vita pubblica fallisce necessariamente. Lo Stato deve difendere e promuovere la famiglia, perché la famiglia è la base fondamentale ed insostituibile della società, come afferma Giovanni Paolo II nell'Esortazione Apostolica post-sinodale Familiaris consortio: "Il compito sociale delle famiglie è chiamato ad esprimersi anche in forma di intervento politico: le famiglie, cioè, devono per prime adoperarsi affinché le leggi e le istituzioni dello Stato non solo non offendano, ma sostengano e difendano positivamente i diritti e i doveri della famiglia. In tal senso le famiglie devono crescere nella coscienza di essere "protagoniste" della cosiddetta "politica familiare" ed assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza" (n. 44).

La famiglia deve emergere, in modo consistente, come fondamento della società, nella vita pubblica degli Stati del terzo millennio. Si tratta di riscoprire la dimensione pubblica del matrimonio e della famiglia, allontanandosi dai tentativi di privatizzazione che tendono a oscurarla. Le tendenze privatistiche occidentali (che cercano di ridurre la famiglia alla stretta dimensione privata, negando la sua dimensione pubblica) si mostra, in questo aspetto fondamentale, in sintonia con la grande povertà antropologica del marxismo. È nota la profonda ambiguità, anche in questo senso, del marxismo che, sostenendo i rapporti di produzione come fattore sociale determinante, allo stesso tempo, nella sua concezione ideologica "unitaria", quasi fosse "un unico pezzo d'acciaio", finisce per rendere anche la politica qualcosa di totalizzante. Per questo la famiglia rimane intrappolata in un sistema socioeconomico-politico inflessibile. In una simile prospettiva, la "privatizzazione" serve a facilitare la trasformazione della famiglia in qualcosa di meramente strumentale alla causa (cfr A. López Trujillo, Liberación marxista y liberación cristiana, BAC, Madrid 1974, 223-251; La liberación y el compromiso politico del cristiano, Mensajero, Bilbao 1973, 92-100).

C'è nel fenomeno della privatizzazione della famiglia un certo paradosso, su cui il sociologo italiano Pierpaolo Donati ha da tempo richiamato l'attenzione: "Da un lato si verifica un'apparente pubblicizzazione della famiglia sotto forma di crescenti regolazioni e interventi dello Stato...; dall'altro, e allo stesso tempo, si constata una progressiva privatizzazione dei comportamenti familiari, in termini di azioni che seguono sentimenti, aspirazioni, gusti, preferenze, aspettative e così via, apparentemente del tutto individuali e soggettivi, cioè slegati da vincoli sociali e morali di un qualche mondo comune" (cfr p. Donati, Gli spostamenti di confine del pubblico e del privato nella famiglia, in Donati, La famiglia come relazione sociale, Milano 1992, pp. 33). Ho avuto occasione di approfondire questa importante questione nel mio articolo "Famiglia e privatizzazione" nel Lexicon, opera recente a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, in cui si analizzano le ambiguità del linguaggio e le sue ripercussioni nel mondo dei politici e dei parlamentari, così come il considerevole influsso di esse nella vita sociale e politica. In tale contesto ho scritto: "Uno dei problemi che porta ad altre forme di privatizzazione della famiglia è considerarla non nella sua totalità, come un soggetto sul quale tutti i membri si integrano, ma prendendoli separatamente.

Nella "Carta dei diritti della Famiglia" della Santa Sede è questa una preoccupazione centrale: la famiglia è il soggetto portante ... I figli non devono essere presi separatamente dai genitori. Gli individui sono tagliati fuori dalle loro relazioni, anche le più naturali e necessarie, come la famiglia; così l'idea di s. Tommaso della famiglia come "utero spirituale" non è rispettata (cfr "Summa Theologiae" II.II, q. 10, a. 12)" (Alfonso López Trujillo, "Famiglia e privatizzazione", Lexicon, EDB, Bologna 2001).

La Carta dei diritti della Famiglia, resa pubblica dalla Santa Sede il 22 ottobre 1983, contiene, appunto, importanti riferimenti alla dimensione pubblica della famiglia e ai necessari atteggiamenti richiesti in difesa dei diritti della famiglia e della vita, oggi più che mai attuali. Il ruolo pubblico della famiglia e la promozione dei suoi diritti non è una questione solo "cattolica". In essa s'incontra l'impegno condiviso da tanti in favore del bene comune, nel creare una società veramente umana.

Così, nella presentazione di questo documento, si può leggere: "I diritti enunciati nella Carta sono espressi nella coscienza dell'essere umano e nei valori comuni a tutta l'umanità. La visione cristiana è presente in questa Carta come luce della divina rivelazione che illumina la naturale realtà della famiglia. Questi diritti sorgono, in ultima analisi, da quella legge che è inscritta dal Creatore nel cuore di ogni essere umano. La società è chiamata a difendere questi diritti dalle violazioni e a rispettarli e promuoverli nell'interezza del loro contenuto" (Presentazione).

I principi della dottrina sociale della Chiesa e della legge naturale, nei confronti della famiglia, cellula fondamentale della società e santuario della vita, rimangono validi e attuali nel nostro tempo, spesso qualificato come epoca postindustriale. Occorre stabilire un fruttifero dibattito sociale e politico sul ruolo pubblico della famiglia, in cui si riconoscano i suoi irrinunciabili diritti in modo tale che una vera civiltà dell'amore e una genuina cultura della vita siano matrice feconda di una rinnovata vita sociale e politica.

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