PONTIFICIA OPERA PER LE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE
NUOVE VOCAZIONI PER UNA NUOVA EUROPA
(In verbo tuo...)
Documento finale del Congresso sulle Vocazioni al Sacerdozio e alla
Vita Consacrata in Europa
Roma, 5-10 maggio 1997
*
A cura delle Congregazioni per l'Educazione Cattolica, per le
Chiese Orientali, per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società
di Vita Apostolica
INTRODUZIONE
Rendiamo grazie a Dio
1. Benedetto sia l'Onnipotente Dio che ha benedetto la terra d'Europa
con ogni benedizione spirituale, in Cristo e nel suo santo Spirito (cfr. Ef 1,
3).
Noi Gli rendiamo grazie per aver chiamato dagli inizi dell'era cristiana
questo continente a essere centro d'irradiazione della buona novella della fede,
e a manifestare nel mondo la Sua universale paternità. Gli rendiamo
grazie perché ha benedetto questo suolo con il sangue dei martiri e il
dono di innumerevoli vocazioni al sacerdozio, al diaconato, alla vita consacrata
nelle sue varie forme, dalla vita monastica agl'istituti secolari. Gli rendiamo
grazie perché il Suo santo Spirito non cessa ancor oggi di chiamare i
figli di questa Chiesa a farsi annunciatori del messaggio di salvezza in ogni
parte del mondo, ed altri ancora a testimoniare la verità del Vangelo che
salva, nella vita matrimoniale e professionale, nella cultura e nella politica,
nell'arte e nello sport, nei rapporti umani e di lavoro, ognuno secondo il dono
e la missione ricevuti. Gli rendiamo grazie perché Lui è la voce
che chiama e dà il coraggio di rispondere, è il pastore che guida
e sostiene la fedeltà d'ogni giorno, è via, verità e vita
per tutti coloro che sono chiamati a realizzare in sé il progetto del
Padre.
Il Congresso Europeo Vocazionale
2. Riuniti in Roma, dal 5 al 10 maggio 1997, per il Congresso sulle
Vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa,(1) abbiamo posto nelle
mani del Padrone della messe i lavori del Congresso stesso, ma soprattutto
l'ansia della Chiesa che è in Europa, in questo tempo difficile e pure
formidabile, assieme alla gratitudine verso il Dio che è fonte d'ogni
consolazione e autore d'ogni vocazione.
Riuniti in Roma abbiamo affidato a Maria, l'immagine riuscita della creatura
chiamata dal Creatore, coloro che Dio ancor oggi continua a chiamare. Ai santi
Pietro e Paolo e a tutti i santi e martiri di questa e d'ogni città e
Chiesa europea, del passato e del presente, affidiamo ora questo documento.
Riesca esso a esprimere e condividere quella ricchezza che ci è stata
donata nei giorni dell'assemblea romana, così come un tempo i martiri e i
santi hanno reso testimonianza dell'amore dell'Eterno.
Il Congresso, in effetti, è stato un evento di grazia: la
condivisione fraterna, l'approfondimento dottrinale, l'incontro dei vari
carismi, lo scambio delle diverse esperienze e fatiche in atto nelle Chiese
dell'Est e dell'Ovest hanno arricchito tutti e ognuno. Hanno confermato in
ciascun partecipante la volontà di continuare a lavorare con passione nel
campo vocazionale, nonostante l'esiguità dei risultati in alcune Chiese
del vecchio continente.
La forza della speranza
3. Dal Documento di lavoro del Congresso alle Proposizioni
conclusive, dal Discorso del S. Padre ai partecipanti al Messaggio
per le comunità ecclesiali, dagli interventi in aula alle discussioni
nei gruppi di studio, dagli scambi informali alle testimonianze, c'è
stato come un filo rosso che ha legato tra loro tutti gli atti e ogni momento di
questo convegno: la speranza. Una speranza più forte d'ogni
timore e d'ogni dubbio, quella speranza che ha sostenuto la fede dei nostri
fratelli delle Chiese dell'Est in tempi in cui duro e rischioso era credere e
sperare, e che ora è premiata da una rinnovata fioritura di vocazioni,
com'è stato testimoniato al convegno.
A questi fratelli siamo profondamente grati, come a tutti quei credenti che
continuano a testimoniare che la « speranza è il segreto della vita
cristiana. Essa è il respiro assolutamente necessario sul fronte della
missione della Chiesa e in particolare della pastorale vocazionale (...).
Occorre quindi rigenerarla nei presbiteri, negli educatori, nelle famiglie
cristiane, nelle famiglie religiose, negli Istituti Secolari. Insomma in tutti
coloro che devono servire la vita accanto alle nuove generazioni ».(2)
Scriviamo a voi, ragazzi, adolescenti e giovani ...
4. Forti di questa speranza ci rivolgiamo a voi, ragazzi, adolescenti e
giovani, anzitutto, perché nella scelta del vostro futuro accogliate
il progetto che Dio ha su di voi: sarete felici e pienamente realizzati solo
disponendovi a realizzare il sogno del Creatore sulla creatura. Quanto vorremmo
che questo scritto fosse come una lettera indirizzata a ciascuno di voi, in cui
possiate sentire, con l'aiuto dei vostri educatori, la premura della
madre-Chiesa per ciascuno dei suoi figli, quella premura tutta particolare che
una madre ha per i più giovani dei suoi figli. Una lettera in cui
possiate riconoscere i vostri problemi, le domande che abitano il vostro cuore
giovane e le risposte che vengono da Colui che è l'amico perennemente
giovane delle anime vostre, l'unico che può dirvi la verità!
Sappiatelo, cari giovani, la Chiesa segue trepida i vostri passi e le vostre
scelte. E come sarebbe bello se questa lettera suscitasse in voi una qualche
risposta, per un dialogo da continuare con chi vi guida...
... a voi, genitori ed educatori ...
5. Ricchi della medesima speranza ci rivolgiamo a voi genitori, da
Dio chiamati a collaborare con la sua volontà di dare la vita, e a voieducatori,
insegnanti, catechisti e animatori, da Dio chiamati a collaborare in vario
modo al suo disegno di formare alla vita. Vorremmo dirvi quanto la Chiesa
apprezzi la vostra vocazione, e quanto s'affidi a essa per promuovere la
vocazione dei vostri figli e una vera e propria cultura vocazionale.
Voi genitori siete anche i primi naturali educatori vocazionali, mentre voi
formatori non siete solo istruttori che introducono alle scelte esistenziali:
siete chiamati voi pure a generare la vita nelle giovani esistenze che aprite al
futuro. La vostra fedeltà alla chiamata di Dio è mediazione
preziosa e insostituibile perché i vostri figli e alunni possano scoprire
la loro personale vocazione, perché « abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza » (Gv 10, 10).
... a voi, pastori e presbiteri, consacrati e consacrate ...
6. Sempre con la speranza in cuore ci rivolgiamo a voi presbiteri e a voi
consacrati e consacrate, nella vita religiosa e negli istituti secolari. Voi che
avete sentito una particolare chiamata a seguire il Signore in una vita tutta
dedicata a Lui, siete anche particolarmente chiamati, tutti senz'alcuna
eccezione, a testimoniare la bellezza della sequela.
Sappiamo quanto oggi sia difficile questo annuncio e quanto sia facile la
tentazione dello scoraggiamento quando la fatica sembra inutile. « La
pastorale vocazionale costituisce il ministero più difficile e più
delicato ».(3) Ma vorremmo anche ricordare che non c'è nulla di più
esaltante d'una testimonianza così appassionata della propria vocazione
da saperla rendere contagiosa. Nulla è più logico e coerente d'una
vocazione che genera altre vocazioni e vi rende a pieno titolo « padri »
e « madri ». In particolare vorremmo con questo scritto rivolgerci non
solo a chi ha un incarico esplicito nella promozione vocazionale, ma anche a chi
di voi non è impegnato direttamente in essa, o a chi ritiene di non aver
alcun obbligo in tale direzione.
Vorremmo ricordare a costoro che solo una testimonianza corale rende
efficace l'animazione vocazionale, e che la cosiddetta crisi vocazionale è
prima di tutto legata alla latitanza di qualche testimone che rende debole il
messaggio. In una Chiesa tutta vocazionale, tutti sono animatori vocazionali.
Beati voi, allora, se saprete dire con la vostra vita che servire Dio è
bello e appagante, e svelare che in Lui, il Vivente, è nascosta l'identità
d'ogni vivente (cfr. Col 3, 3).
... a tutto il popolo di Dio che è in Europa
7. Infine vorremmo essere « samaritani della speranza » per quei
fratelli e sorelle con cui condividiamo la fatica del cammino. Vorremmo
indirizzare a tutto il popolo di Dio, peregrinante in questa terra antica e
benedetta, nelle Chiese dell'Est e dell'Ovest, lo stesso messaggio di speranza.
Da qui un tempo si diffuse l'annuncio della buona novella, grazie al coraggio di
molti evangelizzatori che pagarono anche con il sangue la loro testimonianza.
Ancora oggi, noi vogliamo credere, lo Spirito del Padre chiama.
Egli invia per le strade del mondo i figli di questa terra generosa dalle
radici cristiane, ma bisognosa essa stessa di nuova evangelizzazione e di nuovi
evangelizzatori. Anche noi, allora, ci presentiamo al Signore, come gli Apostoli
un tempo, con la coscienza della nostra povertà e dei bisogni di questa
Chiesa: « Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso
nulla » (Lc 5, 5). Ma vogliamo soprattutto, « sulla sua parola
», credere e sperare che, come allora, il Signore può riempire anche
oggi con una pesca miracolosa le barche dei suoi apostoli e trasformare ogni
credente in pescatore di uomini.
Dal Congresso alla vita
8. Scopo, allora, del presente documento è quello di condividere con
tutti voi l'evento di grazia che il Congresso è stato. Senza pretendere
di farne una sintesi accurata, né presumere di esporre un trattato
sistematico sulla vocazione, vorremmo fraternamente mettere a disposizione della
Chiesa tutta, che è in Europa e fuori d'Europa, nelle sue varie
denominazioni cristiane, i frutti più significativi del Congresso stesso.
Lo stile cercherà di esprimere il più possibile la volontà
di farci capire da tutti, poiché tutti indistintamente sono chiamati a
realizzare la propria vocazione e a promuovere quella di chi è loro
prossimo.
Sarà tale soprattutto da coniugare tra loro riflessione teologica e
prassi pastorale, proposta teorica e indicazione pedagogica, per offrire un
aiuto concreto e pratico a quanti operano nell'animazione vocazionale.
Non abbiamo alcuna pretesa di dire tutto, non solo per non ripetere quanto
altri documenti hanno già ottimamente detto al riguardo,(4) ma per
rimanere aperti al mistero, a quel mistero che avvolge la vita e la chiamata
d'ogni essere umano, a quel mistero che è anche il cammino di
discernimento vocazionale e che solo nel momento della morte si compirà.
O la pastorale vocazionale è mistagogica, e dunque parte e riparte
dal Mistero (di Dio) per ricondurre al mistero (dell'uomo), o non è.
Le parti del documento
9. Concretamente il presente testo segue la logica che ha guidato i lavori
del Congresso: dal concreto dell'esistenza alla riflessione, per tornare ancora
al concreto esistenziale. È con la realtà d'ogni giorno che deve
misurarsi la pastorale vocazionale, proprio perché è pastorale in
funzione e al servizio della vita. Di conseguenza partiremo con un tentativo di
rilevamento della situazione, per poi analizzare il tema della vocazione dal
punto di vista teologico, e dare dunque un fondamento, una
indispensabile struttura di riferimento a tutto il seguito del discorso.
A questo punto inizia la parte più applicativa: di tipo pastorale,
anzitutto, o di grandi strategie d'intervento, e poi di tipo più pedagogico.
Sarà utile per identificare almeno alcune piste orientative sul piano del
metodo e della prassi quotidiana. E forse proprio questo aspetto è il più
carente e il più atteso dagli operatori pastorali.
PARTE PRIMA
LA SITUAZIONE VOCAZIONALE EUROPEA OGGI
« La messe è molta, ma gli operai
sono pochi » (Mt 9, 37)
Questa prima parte costituisce uno sguardo sapienziale sull'Europa,
nella consapevolezza della sua complessità culturale, in cui sembra
essere egemone un modello antropologico di « uomo senza vocazione ».
La nuova evangelizzazione deve riannunciare il senso forte della vita come «
vocazione », nel suo fondamentale appello alla santità, ricreando
una cultura favorevole alle diverse vocazioni ed atta a promuovere un vero salto
di qualità nella pastorale vocazionale.
« Nuove vocazioni per una nuova Europa »
10. Il tema del Congresso (« Nuove vocazioni per una nuova Europa »)
va direttamente al cuore del problema: oggi in un'Europa nuova rispetto al
passato c'è bisogno di vocazioni altrettanto « nuove ». È
necessario giustificare l'affermazione per capire il senso di questa novità,
e coglierne il rapporto con la pastorale « tradizionale » delle
vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Non ci accontenteremo allora di
fotografare la situazione e di enumerare dati, ma vedremo di cogliere in quale
direzione vada la novità e il bisogno di vocazioni che da essa
scaturisce.
Allo stesso tempo leggeremo la situazione che s'è determinata al
presente, a partire dall'espressione di Gesù dinanzi alla missione che
l'attendeva: « La messe è molta, ma gli operai sono pochi » (Mt
9, 37). Queste parole continuano a essere vere e costituiscono una preziosa
chiave di lettura dell'attualità. In qualche maniera ritroviamo in esse
la giusta misura della nostra azione e la giusta proporzione (o sproporzione)
tra una messe che sarà sempre eccedente e le nostre poche forze. Al
riparo da ogni interpretazione pessimista dell'oggi, come pure da ogni pretesa
d'autosufficienza per il domani.
Nuova Europa
11. Già il Documento di lavoro aveva offerto un quadro della
situazione europea, riguardo alla problematica vocazionale, fortemente segnato
da elementi di novità. Qui li riassumiamo appena, secondo l'analisi che
ne ha fatto il Congresso stesso, cercando di cogliere quelli più
significativi, destinati a condizionare nei tempi lunghi mentalità e
sensibilità giovanili, e dunque anche prassi pastorali e strategie
vocazionali.
a) Un'Europa diversificata e complessa
Anzitutto un dato appare ormai scontato: è praticamente impossibile
definire in modo univoco e statico la situazione europea, sul piano della
condizione giovanile e degli inevitabili riflessi vocazionali. Siamo di fronte a
una Europa diversificata, resa tale dalle diverse vicende storico-politiche
(vedi la differenza tra Est e Ovest), ma anche dalla pluralità di
tradizioni e culture (greco-latina, anglosassone e slava).
Esse tuttavia ne costituiscono anche la ricchezza e rendono significative,
in contesti diversi, esperienze e scelte. Così, se nei paesi del versante
orientale si avverte il problema di come gestire la ritrovata libertà, in
quelli del versante occidentale ci s'interroga su come vivere l'autentica libertà.
Tale eterogeneità è pure confermata dall'andamento delle
vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, non solo per la differenza
marcata tra la fioritura vocazionale dell'Europa orientale e la crisi generale
che pervade l'Occidente, ma perché, all'interno di tale crisi, vi sono
anche segni di ripresa vocazionale, particolarmente in quelle Chiese, in cui il
lavoro postconciliare assiduo e costante ha tracciato un solco profondo ed
efficace.(5)
Se dunque in Oriente è necessario avviare una vera pastorale organica
al servizio della promozione vocazionale, dall'animazione alla formazione,
soprattutto, delle vocazioni, in Occidente è indispensabile una diversa
attenzione. Ci si deve interrogare sulla reale consistenza teologica e sulla
linearità applicativa di certi progetti vocazionali, sul concetto di
vocazione che ne è alla base e sul tipo di vocazioni che ne derivano. Al
Congresso è tornata insistente la domanda: « Perché
determinate teologie o prassi pastorali non producono vocazioni, mentre altre le
producono? ».(6)
Un altro aspetto caratterizza l'attualità socio-culturale europea:
l'eccedenza di possibilità, di occasioni, di sollecitazioni, a fronte
della carenza di focalizzazione, di propositività, di progettualità.
È come un ulteriore contrasto che aumenta il grado di complessità
di questa stagione storica, con ricaduta negativa sul piano vocazionale. Come la
Roma antica, l'Europa moderna sembra simile a un pantheon, a un grande «
tempio » in cui tutte le « divinità » son presenti, o in
cui ogni « valore » ha il suo posto e la sua nicchia.
« Valori » diversi e contrastanti sono copresenti e coesistenti,
senza una gerarchizzazione precisa; codici di lettura e di valutazione,
d'orientamento e di comportamento del tutto dissimili tra loro.
Risulta difficile, in tale contesto, avere una concezione o una visione del
mondo unitaria, e diventa dunque debole anche la capacità progettuale
della vita. Quando una cultura, infatti, non definisce più le supreme
possibilità di significato, o non riesce a creare convergenza attorno ad
alcuni valori come particolarmente capaci di dar senso alla vita, ma pone tutto
sullo stesso piano, cade ogni possibilità di scelta progettuale e tutto
diviene indifferente e piatto.
b) I giovani e l'Europa
I giovani europei vivono in questa cultura pluralista e ambivalente, «
politeista » e neutra. Da un lato cercano appassionatamente autenticità,
affetto, rapporti personali, grandezza d'orizzonti, dall'altro sono
fondamentalmente soli, « feriti » dal benessere, delusi dalle
ideologie, confusi dal disorientamento etico.
E ancora: « da più parti del mondo giovanile si rileva una
chiara simpatia per la vita intesa come valore assoluto, sacro... »,(7) ma
spesso e in molte parti d'Europa tale apertura nei confronti dell'esistenza è
smentita da politiche non rispettose del diritto alla vita stessa, soprattutto,
per i più deboli. Politiche che stanno rischiando di rendere il «
vecchio continente » sempre più vecchio. Se dunque, per un verso,
questi giovani sono un notevole capitale per l'Europa d'oggi, che su di loro
investe notevolmente per costruire il suo futuro, dall'altro non sempre le
aspettative giovanili sono coerentemente accolte dal mondo degli adulti o dei
responsabili della società civile.
Due aspetti, comunque, ci sembrano centrali per capire l'atteggiamento
giovanile odierno: la rivendicazione della soggettività e il desiderio
di libertà. Sono due istanze degne d'attenzione e tipicamente umane.
Spesso tuttavia in una cultura debole e complessa quale l'attuale, danno luogo
incontrandosi a combinazioni che ne deformano il senso: la soggettività
diventa allora soggettivismo, mentre la libertà degenera in arbitrio.
In tale contesto merita attenzione il rapporto che i giovani europei
stabiliscono con la Chiesa. Rileva con coraggio e realismo il Congresso in una
delle sue Proposizioni conclusive: « I giovani spesso non vedono nella
Chiesa l'oggetto della loro ricerca ed il luogo di risposta della loro domanda e
attesa. Si rileva che non è Dio il problema, ma la Chiesa. La Chiesa ha
coscienza della difficoltà a comunicare con i giovani, della carenza di
veri progetti pastorali..., della debolezza teologico-antropologica di certe
catechesi. Da parte di tanti giovani perdura il timore che un'esperienza nella
Chiesa limiti la loro libertà »,(8) mentre da parte di molti altri
la Chiesa resta o sta diventando il più autorevole punto di riferimento.
c) « Uomo senza vocazione »
Questo gioco di contrasti si riflette inevitabilmente sul piano della
progettazione del futuro, che è visto da parte dei giovani
in un'ottica conseguente, limitata alle proprie vedute, in funzione d'interessi
strettamente personali (l'autorealizzazione).
È una logica che riduce il futuro alla scelta d'una professione,
alla sistemazione economica, o all'appagamento sentimentale-emotivo, entro
orizzonti che di fatto riducono la voglia di libertà e le possibilità
del soggetto a progetti limitati, con l'illusione d'esser liberi.
Sono scelte senza alcun'apertura al mistero e al trascendente, e
fors'anche con scarsa responsabilità nei confronti della vita, propria e
altrui, della vita ricevuta in dono e da generare negli altri. È, in
altre parole, una sensibilità e mentalità che rischia di delineare
una sorta di cultura antivocazionale. Come dire che nell'Europa culturalmente
complessa e priva di precisi punti di riferimento, simile a un grande pantheon,
il modello antropologico prevalente sembra esser quello dell'« uomo
senza vocazione ».
Eccone una possibile descrizione. « Una cultura pluralista e complessa
tende a generare dei giovani con un'identità incompiuta e debole con la
conseguente indecisione cronica di fronte alla scelta vocazionale. Molti giovani
non hanno neppure la « grammatica elementare » dell'esistenza, sono
dei nomadi: circolano senza fermarsi a livello geografico, affettivo, culturale,
religioso, essi « tentano »! In mezzo alla grande quantità e
diversità delle informazioni, ma con povertà di formazione,
appaiono dispersi, con poche referenze e pochi referenti. Per questo hanno paura
del loro avvenire, hanno ansia davanti ad impegni definitivi e si interrogano
circa il loro essere. Se da una parte cercano autonomia e indipendenza ad ogni
costo, dall'altra, come rifugio, tendono a essere molto dipendenti dall'ambiente
socioculturale ed a cercare la gratificazione immediata dei sensi: di ciò
che « mi va », di ciò che « mi fa sentire bene » in
un mondo affettivo fatto su misura ».(9)
Fa un'immensa tristezza incontrare giovani, pur intelligenti e dotati, in
cui sembra spenta la voglia di vivere, di credere in qualcosa, di tendere verso
obiettivi grandi, di sperare in un mondo che può diventare migliore anche
grazie ai loro sforzi. Sono giovani che sembrano sentirsi superflui nel
gioco o nel dramma della vita, quasi dimissionari nei confronti d'essa, smarriti
lungo sentieri interrotti e appiattiti sui livelli minimi della tensione vitale.
Senza vocazione, ma anche senza futuro, o con un futuro che, tutt'al più,
sarà una fotocopia del presente.
d) La vocazione dell'Europa
Eppure, quest'Europa dalle molte anime e dalla cultura così debole
(ma che tuttavia s'impone spesso con forza) mostra d'avere energie insospettate,
è quanto mai viva e chiamata a giocare un ruolo importante nel contesto
mondiale.
Mai come in questo tempo il vecchio continente, nonostante mostri ancora
le ferite di recenti conflitti e di contrapposizioni anche violente al suo
interno, ha avvertito forte la chiamata all'unità. Una unità che
si deve ancora costruire, nonostante certi muri siano caduti, e che dovrà
estendersi a tutta l'Europa e a chi a essa chiede ospitalità e
accoglienza. Unità che non potrà essere solo politica o economica,
ma anche e prima di tutto spirituale e morale. Unità, ancora, che dovrà
superare vecchi rancori e antiche diffidenze, e che potrebbe ritrovare proprio
nelle primitive radici cristiane un motivo di convergenza e una garanzia
d'intesa. Unità, in particolare, che toccherà all'attuale
generazione giovanile realizzare e render solida e completa, dall'Ovest all'Est,
dal Nord al Sud, difendendola da ogni tentazione contraria d'isolamento e
ripiegamento sui propri interessi, e proponendola al mondo intero come esempio
di serena convivenza nella diversità.
Saranno questi giovani capaci di assumere tale responsabilità?
Se è vero che il giovane d'oggi rischia d'essere disorientato e di
ritrovarsi senza un preciso punto di riferimento, la « nuova Europa »
che sta nascendo potrebbe forse diventare un traguardo e offrire un adeguato
stimolo a giovani che, in realtà, « hanno nostalgia di libertà
e cercano la verità, la spiritualità, l'autenticità, la
propria originalità personale e la trasparenza, che insieme hanno
desiderio di amicizia e di reciprocità », che cercano «
compagnia » e vogliono « costruire una nuova società, fondata
su valori quali la pace, la giustizia, il rispetto per l'ambiente, l'attenzione
alle diversità, la solidarietà, il volontariato e la pari dignità
della donna ».(10)
In ultima analisi, le più recenti ricerche descrivono i giovani
europei come smarriti, ma non disperati; impregnati di relativismo etico, ma
anche desiderosi di vivere una « vita buona »; coscienti del loro
bisogno di salvezza, sia pur senza sapere dove cercarla.
Il loro più grave problema è probabilmente la società
eticamente neutra nella quale è capitato loro di vivere, ma le risorse in
loro non si sono spente. Specie in un tempo di transizione verso nuovi traguardi
come il nostro. Ne fanno fede i tanti giovani animati da sincera ricerca di
spiritualità e coraggiosamente impegnati nel sociale, fiduciosi in se
stessi e negli altri e distributori di speranza e di ottimismo.
Noi crediamo che questi giovani, nonostante le contraddizioni e il «
peso » d'un certo ambiente culturale, possano costruire questa nuova
Europa. Nella vocazione della loro madre-terra s'adombra anche la loro personale
vocazione.
Nuova evangelizzazione
12. Tutto questo apre nuove strade e chiede nuovo impulso allo stesso
processo di evangelizzazione della vecchia e nuova Europa. Da tempo la Chiesa e
l'attuale Pontefice vanno chiedendo un profondo rinnovamento dei contenuti e del
metodo dell'annuncio del vangelo, « per rendere la Chiesa del XX secolo
sempre più idonea ad annunciare il vangelo all'umanità del XX
secolo ».(11) E, come ci ha ricordato il Congresso, « non bisogna aver
paura di essere in un periodo di passaggio da una sponda all'altra ».(12)
a) Il « semper » e il « novum »
Si tratta di coniugare il « semper » e il « novum »
del vangelo, per offrirlo alle nuove domande e condizioni dell'uomo e della
donna d'oggi. È dunque urgente riproporre il cuore o il centro del
kerigma come « notizia perennemente buona », ricca di vita e di senso
per il giovane che vive in Europa, come annuncio capace di rispondere alle sue
aspettative e d'illuminare la sua ricerca.
Specie attorno a questi punti si concentrano la tensione e la sfida. Di
qui dipendono l'immagine d'uomo che si vuole realizzare e le grandi decisioni
della vita, del futuro della persona e dell'umanità: dal significato
della libertà, del rapporto tra soggettività e oggettività,
del mistero della vita e della morte, dell'amare e del soffrire, del lavoro e
della festa.
Occorre chiarire la relazione tra prassi e verità, tra istante
storico personale e futuro definitivo universale o tra bene ricevuto e bene
donato, tra coscienza del dono e scelta di vita. Noi sappiamo che è
proprio attorno a questi punti che si concentra anche una certa crisi di
significato, da cui derivano poi una cultura antivocazionale e un'immagine
d'uomo senza vocazione.
Dunque di qui deve partire o qui deve approdare il cammino della nuova
evangelizzazione, per evangelizzare la vita e il significato della vita,
l'esigenza di libertà e di soggettività, il senso del proprio
essere al mondo e del relazionarsi con gli altri.
Di qui potrà emergere una cultura vocazionale e un modello d'uomo
aperto alla chiamata. Perché a un'Europa che va ridisegnando in profondità
il suo volto non venga a mancare la buona novella della pasqua del Signore, nel
cui sangue i popoli dispersi si sono riuniti e i lontani sono diventati vicini,
« abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè
l'inimicizia » (Ef 2, 14). Possiamo anzi dire che la vocazione è
il cuore stesso della nuova evangelizzazione alle soglie del terzo millennio,
è l'appello di Dio all'uomo per una nuova stagione di verità e
libertà, e per una rifondazione etica della cultura e della società
europea.
b) Nuova santità
In questo processo di inculturazione della buona novella, la Parola di Dio
si fa compagna di viaggio dell'uomo e lo incrocia lungo le vie per rivelargli il
progetto del Padre come condizione della sua felicità. Ed è
esattamente la Parola tratta dalla lettera di Paolo ai cristiani della Chiesa di
Efeso, che conduce anche noi oggi, popolo di Dio in Europa, a scoprire quanto
forse non è subito visibile a prima vista, ma che pure è evento, è
dono, è vita nuova: « Così dunque voi non siete più
stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio »
(Ef 2, 19).
Non è, evidentemente, parola nuova, ma è parola che ci fa
guardare in modo nuovo alla realtà della Chiesa del vecchio continente,
che è tutt'altro che « Chiesa vecchia ». Essa è comunità
di credenti chiamati alla « giovinezza della santità », alla
vocazione universale alla santità, sottolineata con forza dal
Concilio (13) e ribadita in svariate circostanze dal Magistero successivo.
È tempo, ora, che quell'appello riprenda forza e raggiunga ogni
credente, perché ognuno sia « in grado di comprendere con tutti i
santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità »
(Ef 3, 18) del mistero di grazia affidato alla propria vita.
È tempo ormai che quell'appello susciti nuovi disegni di santità,
perché l'Europa ha bisogno soprattutto di quella particolare santità
che il momento presente esige, originale quindi e in qualche modo senza
precedenti.
Occorrono persone, capaci di « gettare ponti » per unire
sempre più le Chiese e i popoli d'Europa e per riconciliare gli animi.
Occorrono « padri » e « madri » aperti alla vita
e al dono della vita; sposi e spose che testimonino e celebrino la
bellezza dell'amore umano benedetto da Dio; persone capaci di dialogo e di «
carità culturale », per la trasmissione del messaggio cristiano
mediante i linguaggi della nostra società; professionisti e persone
semplici capaci d'imprimere all'impegno nella vita civile e ai rapporti di
lavoro e d'amicizia la trasparenza della verità e l'intensità
della carità cristiana; donne che riscoprano nella fede cristiana
la possibilità di vivere in pieno il loro genio femminile; presbiteri
dal cuore grande, come quello del Buon Pastore; diaconi permanenti che
annuncino la Parola e la libertà del servizio per i più poveri;
apostoli consacrati capaci d'immergersi nel mondo e nella storia con
cuore di contemplativo, e mistici così familiari col mistero di
Dio da saper celebrare l'esperienza del divino e indicare Dio presente nel vivo
dell'azione.
L'Europa ha bisogno di nuovi confessori della fede e della bellezza
del credere, di testimoni che siano credenti credibili, coraggiosi
fino al sangue, di vergini che non siano tali solo per se stessi, ma che
sappiano indicare a tutti quella verginità che è nel cuore
d'ognuno e che rimanda immediatamente all'Eterno, fonte d'ogni amore.
La nostra terra è avida non solo di persone sante, ma di comunità
sante, così innamorate della Chiesa e del mondo da saper presentare al
mondo stesso una Chiesa libera, aperta, dinamica, presente nella storia odierna
d'Europa, vicina ai dolori della gente, accogliente verso tutti, promotrice
della giustizia, attenta ai poveri, non preoccupata della sua minoranza numerica
né di porre paletti di confine alla propria azione, non spaventata dal
clima di scristianizzazione sociale (reale ma forse non così radicale e
generale) né dalla scarsità (spesso solo apparente) dei risultati.
Sarà questa la nuova santità capace di rievangelizzare
l'Europa e di costruire la nuova Europa!
Nuove vocazioni
13. S'impone allora un discorso nuovo sulla vocazione e sulle vocazioni,
sulla cultura e sulla pastorale vocazionale. Il Congresso ha inteso recepire una
certa sensibilità, ormai largamente diffusa riguardo a questi temi,
proponendo però, al tempo stesso, un « «sussulto» idoneo
ad aprire stagioni nuove nelle nostre Chiese ».(14)
a) Vocazione e vocazioni
Come la santità è per tutti i battezzati in Cristo, così
esiste una vocazione specifica per ogni vivente; e come la prima è
radicata nel Battesimo, così la seconda è connessa al semplice
fatto d'esistere. La vocazione è il pensiero provvidente del Creatore
sulla singola creatura, è la sua idea-progetto, come un sogno che sta a
cuore a Dio perché gli sta a cuore la creatura. Dio-Padre lo vuole
diverso e specifico per ogni vivente.
L'essere umano, infatti, è « chiamato » alla vita, e come
viene alla vita porta e ritrova in sé l'immagine di Colui che l'ha
chiamato.
Vocazione è la proposta divina di realizzarsi secondo
quest'immagine, ed è unica-singola irripetibile proprio perché
tale immagine è inesauribile. Ogni creatura dice ed è chiamata a
esprimere un aspetto particolare del pensiero di Dio. Lì trova il suo
nome e la sua identità; afferma e mette al sicuro la sua libertà e
originalità.
Se dunque ogni essere umano ha la propria vocazione fin dal momento della
nascita, esistono nella Chiesa e nel mondo varie vocazioni che, mentre su un
piano teologico esprimono la somiglianza divina impressa nell'uomo, a livello
pastorale-ecclesiale rispondono alle varie esigenze della nuova
evangelizzazione, arricchendo la dinamica e la comunione ecclesiale: « La
Chiesa particolare è come un giardino fiorito, con grande varietà
di doni e carismi, movimenti e ministeri. Di qui l'importanza della
testimonianza della comunione tra loro, abbandonando ogni spirito di «concorrenza»
».(15)
Anzi, è stato detto esplicitamente al Congresso, « c'è
bisogno di apertura a nuovi carismi e ministeri, forse diversi da quelli
consueti. La valorizzazione ed il posto del laicato è un segno dei tempi
che è ancora in parte da scoprire. Esso si sta rivelando sempre più
fruttuoso ».(16)
b) Cultura della vocazione
Questi elementi stanno progressivamente penetrando la coscienza dei
credenti, ma non ancora fino a creare una vera e propria cultura
vocazionale,(17) capace di varcare i confini della comunità credente.
Per questo il S. Padre, nel suo Discorso ai partecipanti al Congresso
auspica che la costante e paziente attenzione della comunità cristiana al
mistero della divina chiamata promuova una « nuova cultura vocazionale
nei giovani e nelle famiglie ».(18)
Essa è una componente della nuova evangelizzazione. È cultura
della vita e dell'apertura alla vita, del significato del vivere, ma anche del
morire.
In particolare fa riferimento a valori forse un po' dimenticati da certa
mentalità emergente (« cultura di morte », secondo alcuni),
come la gratitudine, l'accoglienza del mistero, il senso dell'incompiutezza
dell'uomo e assieme della sua apertura al trascendente, la disponibilità
a lasciarsi chiamare da un altro (o da un Altro) e a farsi interpellare dalla
vita, la fiducia in sé e nel prossimo, la libertà di commuoversi
di fronte al dono ricevuto, di fronte all'affetto, alla comprensione, al
perdono, scoprendo che quello che si è ricevuto è sempre
immeritato ed eccedente la propria misura, e fonte di responsabilità
verso la vita.
Fa parte ancora di questa cultura vocazionale la capacità di sognare
e desiderare in grande, quello stupore che consente d'apprezzare la bellezza e
sceglierla per il suo valore intrinseco, perché rende bella e vera la
vita, quell'altruismo che non è solo solidarietà d'emergenza, ma
che nasce dalla scoperta della dignità di qualsiasi fratello.
Alla cultura della distrazione, che rischia di perder di vista e annullare
gl'interrogativi seri nel macero delle parole, va opposta una cultura capace di
ritrovare coraggio e gusto per le domande grandi, quelle relative al proprio
futuro: sono le domande grandi, infatti, che rendono grandi anche le
risposte piccole. Ma son poi le risposte piccole e quotidiane che provocano
le grandi decisioni, come quella della fede; o che creano cultura, come quella
della vocazione.
In ogni caso la cultura vocazionale, in quanto complesso di valori, deve
passare sempre più dalla coscienza ecclesiale a quella civile, dalla
consapevolezza del singolo o della comunità credente alla convinzione
universale di non poter costruire alcun futuro, per l'Europa del duemila, su un
modello d'uomo senza vocazione. Continua infatti il Papa: « Il disagio che
attraversa il mondo giovanile rivela, anche nelle nuove generazioni, pressanti
domande sul significato dell'esistenza, a conferma del fatto che nulla e nessuno
può soffocare nell'uomo la domanda di senso e il desiderio di
verità. Per molti è questo il terreno sul quale si pone la ricerca
vocazionale ».(19)
Proprio questa domanda e questo desiderio fanno nascere un'autentica cultura
della vocazione; e se domanda e desiderio sono nel cuore d'ogni uomo, anche di
chi li nega, allora questa cultura potrebbe diventare una sorta di terreno
comune ove la coscienza credente incontra la coscienza laica e con essa si
confronta. Ad essa donerà con generosità e trasparenza quella
sapienza che ha ricevuto dall'alto.
Tale nuova cultura diverrà così vero e proprio terreno di
nuova evangelizzazione, ove potrebbe nascere un nuovo modello d'uomo e
potrebbero fiorire anche nuova santità e nuove vocazioni per l'Europa del
duemila. La penuria, infatti, delle vocazioni specifiche le vocazioni al
plurale è soprattutto assenza di coscienza vocazionale della vita
la vocazione al singolare , ovvero assenza di cultura della vocazione.
Questa cultura diventa oggi, probabilmente, il primo obiettivo della
pastorale vocazionale (20) o, forse, della pastorale in genere. Che pastorale è,
infatti, quella che non coltiva la libertà di sentirsi chiamati da Dio, né
fa nascere novità di vita?
c) Pastorale delle vocazioni: il « salto di qualità »
C'è un altro elemento che lega tra loro la riflessione
precongressuale con l'analisi congressuale. È la consapevolezza che la
pastorale delle vocazioni si trova di fronte all'esigenza di un cambiamento
radicale, di un « "sussulto" idoneo », secondo il documento
preparatorio,(21) o di « un salto di qualità », come il Papa ha
raccomandato nel suo Messaggio a fine Congresso.(22) Ancora una volta ci
troviamo dinanzi a una convergenza evidente e da intendere nel suo significato
autentico, in questa analisi della situazione che stiamo proponendo.
Non si tratta solo d'un invito a reagire a una sensazione di stanchezza o di
sfiducia per i pochi risultati; né s'intende con queste parole provocare
a rinnovare semplicemente certi metodi o a recuperare energia ed entusiasmo, ma
si vuole indicare, in sostanza, che la pastorale vocazionale in Europa è
giunta a uno snodo storico, a un passaggio decisivo. C'è stata una
storia, con una preistoria e poi delle fasi che si sono lentamente succedute,
lungo questi anni, come stagioni naturali, e che ora devono necessariamente
procedere verso lo stato « adulto » e maturo della pastorale
vocazionale.
Non si tratta dunque né di sottovalutare il senso di questo
passaggio, né d'incolpare alcuno per quello che non si sarebbe fatto nel
passato; anzi, il sentimento nostro e di tutta la Chiesa è di sincera
riconoscenza verso quei fratelli e sorelle che, in condizioni di notevole
difficoltà, hanno con generosità aiutato tanti ragazzie e giovani
a cercare e a trovare la propria vocazione. Ma si tratta, in ogni caso, di
comprendere ancora una volta la direzione che Dio, il Signore della storia, sta
imprimendo alla nostra storia, anche alla ricca storia delle vocazioni in
Europa, oggi dinanzi a un crocevia decisivo.
Se la pastorale delle vocazioni è nata come emergenza legata a
una situazione di crisi e indigenza vocazionale, oggi non può più
pensarsi con la stessa precarietà e motivata da una congiuntura negativa,
ma al contrario appare come espressione stabile e
coerente della maternità della Chiesa, aperta al piano inarrestabile
di Dio, che sempre in essa genera vita;
se un tempo la promozione vocazionale si riferiva solo o soprattutto
ad alcune vocazioni, ora si dovrebbe tendere sempre più verso la
promozione di tutte le vocazioni, poiché nella Chiesa del Signore
o si cresce insieme o non cresce nessuno;
se ai suoi inizi la pastorale vocazionale provvedeva a circoscrivere
il suo campo d'intervento ad alcune categorie di persone (« i nostri »,
quelli più vicini agli ambienti di chiesa o coloro che sembravano
mostrare subito un certo interesse, i più buoni e meritevoli, quelli che
avevano già fatto un'opzione di fede, e così via), adesso
s'avverte sempre più la necessità d'estendere con coraggio a tutti,
almeno in teoria, l'annuncio e la proposta vocazionale, in nome di quel Dio che
non fa preferenza di persone, che sceglie peccatori in un popolo di peccatori,
che fa di Amos, che non era figlio di profeti ma solo raccoglitore di sicomori,
un profeta, e chiama Levi e va in casa di Zaccheo, ed è capace di far
sorgere figli di Abramo anche dalle pietre (cfr. Mt 3, 9);
se prima l'attività vocazionale nasceva in buona parte dalla
paura (dell'estinzione o di contare di meno) e dalla pretesa di mantenere
determinati livelli di presenze o di opere, ora la paura, che è sempre
pessima consigliera, cede il posto alla speranza cristiana, che
nasce dalla fede ed è proiettata verso la novità e il futuro di
Dio;
se una certa animazione vocazionale è, o era, perennemente
incerta e timida, da sembrar quasi in condizione d'inferiorità rispetto a
una cultura antivocazionale, oggi fa vera promozione vocazionale solo chi è
animato dalla certezza che in ogni persona, nessuno escluso, c'è
un dono originale di Dio che attende d'essere scoperto;
se l'obiettivo un tempo sembrava essere il reclutamento, e il metodo
la propaganda, spesso con esiti forzosi sulla libertà dell'individuo o
con episodi di « concorrenza », ora deve essere sempre più
chiaro che lo scopo è il servizio da dare alla persona, perché
sappia discernere il progetto di Dio sulla sua vita per l'edificazione della
Chiesa, e in esso riconosca e realizzi la sua propria verità; (23)
se in epoca non proprio lontana c'era chi s'illudeva di risolvere la
crisi vocazionale con scelte discutibili, ad esempio « importando vocazioni
» da altrove (spesso sradicandole dal loro ambiente), oggi nessuno dovrebbe
illudersi di risolvere la crisi vocazionale aggirandola, poiché il
Signore continua a chiamare in ogni Chiesa e in ogni luogo;
e così, sulla stessa linea, il « cireneo vocazionale »,
volonteroso e spesso solitario improvvisatore, dovrebbe sempre più
passare da un'animazione fatta d'iniziative ed esperienze episodiche a
un'educazione vocazionale che s'ispiri alla sapienza d'un metodo collaudato
d'accompagnamento, per poter dare un aiuto appropriato a chi è in
ricerca;
di conseguenza, lo stesso animatore vocazionale dovrebbe diventare
sempre più educatore alla fede e formatore di vocazioni, e
l'animazione vocazionale divenire sempre più azione corale,(24)
di tutta la comunità, religiosa o parrocchiale, di tutto l'istituto o di
tutta la diocesi, di ogni presbitero o consacratoa o credente, e per tutte le
vocazioni in ogni fase della vita;
è ora, infine, che si passi decisamente dalla « patologia
della stanchezza » (25) e della rassegnazione, che si giustifica
attribuendo all'attuale generazione giovanile la causa unica della crisi
vocazionale, al coraggio di porsi gl'interrogativi giusti, per capire gli
eventuali errori e inadempienze, per arrivare a un nuovo slancio creativo
fervido di testimonianza.
d) Piccolo gregge e grande missione (26)
Sarà la coerenza con cui si procede in questa linea che aiuterà
sempre più a riscoprire la dignità della pastorale vocazionale e
la sua naturale posizione di centralità e sintesi nell'ambito pastorale.
Anche qui veniamo da esperienze e concezioni che hanno rischiato di
emarginare, in qualche modo, nel passato, la stessa pastorale delle vocazioni,
considerandola come meno importante. Essa talvolta presenta un volto non
vincente della Chiesa attuale o viene giudicata come un settore della pastorale
meno teologicamente fondato rispetto ad altri, prodotto recente d'una situazione
critica e contingente.
La pastorale vocazionale vive forse ancora in una situazione d'inferiorità,
che da un lato può nuocere alla sua immagine e indirettamente
all'efficacia della sua azione, ma dall'altro può anche diventare un
contesto favorevole per individuare e sperimentare con creatività e
libertà libertà anche di sbagliare nuovi cammini
pastorali.
Soprattutto tale situazione può ricordare quell'altra «
inferiorità » o povertà di cui parlava Gesù osservando
le folle che lo seguivano: « La messe è molta, ma gli operai sono
pochi » (Mt 9, 37). Di fronte alla messe del Regno di Dio, di
fronte alla messe della nuova Europa e della nuova evangelizzazione, gli «
operai » sono e saranno sempre pochi, « piccolo gregge e grande
missione », perché risalti meglio che la vocazione è
iniziativa di Dio, dono del Padre, Figlio e Spirito Santo.
PARTE SECONDA
TEOLOGIA DELLA VOCAZIONE
« Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo
Spirito... » (1 Cor 12, 4)
Lo scopo fondamentale di questa parte teologica è di far cogliere
il senso della vita umana in rapporto a Dio comunione trinitaria. Il mistero del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo fonda l'esistenza piena dell'uomo, come
chiamata all'amore nel dono di sé e nella santità; come dono nella
Chiesa per il mondo. Ogni antropologia sganciata da Dio è illusoria.
Si tratta ora di cogliere gli elementi strutturali della vocazione
cristiana, la sua architettura essenziale che, evidentemente, non può che
essere teologica. Questa realtà, già oggetto di molte analisi
anche del Magistero, è ricca d'una tradizione spirituale,
biblico-teologica, che ha formato non solo generazioni di chiamati, ma anche una
spiritualità della chiamata.
La domanda di senso per la vita
14. Alla scuola della parola di Dio la comunità cristiana accoglie la
risposta più alta alla domanda di senso che insorge, più o meno
chiaramente, nel cuore dell'uomo. È una risposta che non viene dalla
ragione umana, pur sempre drammaticamente provocata dal problema dell'esistere e
del suo destino, ma da Dio. É Lui stesso a consegnare all'uomo la chiave
di lettura per chiarire e risolvere i grandi interrogativi che fanno dell'uomo
un soggetto interrogante: « Perché siamo al mondo? Che cos'è
la vita? Quale l'approdo oltre il mistero della morte? ».
Non va però dimenticato che nella cultura della distrazione, in cui
si trovano imbarcati soprattutto i giovani di questo tempo, le domande
fondamentali corrono il rischio di essere soffocate, o di essere rimosse. Il
senso della vita, oggi, più che cercato viene imposto: o da ciò
che si vive nell'immediato o da ciò che gratifica i bisogni, soddisfatti
i quali, la coscienza diventa sempre più ottusa e gli interrogativi più
veri restano elusi.(27)
È dunque compito della teologia pastorale e dell'accompagnamento
spirituale aiutare i giovani a interrogare la vita, per giungere a formulare,
nel dialogo decisivo con Dio, la stessa domanda di Maria di Nazaret: « Come
è possibile? » (Lc 1, 34).
L'icona trinitaria
15. In ascolto della Parola, non senza stupore, scopriamo che la categoria
biblico-teologica più comprensiva e più aderente per esprimere il
mistero della vita, alla luce di Cristo, è quella di « vocazione ».(28)
« Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del
Padre e del Suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la
sua altissima vocazione ».(29)
Per questo la figura biblica della comunità di Corinto presenta i
doni dello Spirito, nella Chiesa, in subordine al riconoscimento di Gesù
come il Signore. Davvero la cristologia sta a fondamento di ogni antropologia ed
ecclesiologia. Cristo è il progetto dell'uomo. Solo dopo che il
credente ha riconosciuto che Gesù è il Signore « sotto
l'azione dello Spirito Santo » (1 Cor 12, 3) può accogliere
lo statuto della nuova comunità dei credenti: « Vi sono poi diversità
di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di
ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di
operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti » (1 Cor
12, 4-6).
L'immagine paolina mette in chiara evidenza tre aspetti fondamentali dei
doni vocazionali nella Chiesa, strettamente connessi con la loro origine dal
grembo della comunione trinitaria e con riferimento specifico alle singole
Persone.
Alla luce dello Spirito i doni sono espressione della Sua infinita gratuità.
Egli stesso è carisma (Atti 2, 38), sorgente di ogni dono ed
espressione dell'incontenibile creatività divina.
Alla luce di Cristo i doni vocazionali sono « ministeri »,
esprimono la poliforme diversità del servizio che il Figlio ha vissuto
sino al dono della vita. Egli infatti « non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la sua vita... » (Mt 20, 28). Gesù
pertanto è il modello di ogni ministero.
Alla luce del Padre i doni sono « operazioni », perché
da Lui, fonte della vita, ogni essere sprigiona il proprio dinamismo creaturale.
La Chiesa dunque riflette, come icona, il mistero di Dio Padre, di Dio
Figlio e di Dio Spirito Santo; ed ogni vocazione reca in sé i tratti
caratteristici delle tre Persone della comunione trinitaria. Le Persone divine
sono sorgente e modello d'ogni chiamata. Anzi, la Trinità, in se stessa, è
un misterioso intreccio di chiamate e risposte. Solo lì, all'interno di
quel dialogo ininterrotto, ogni vivente ritrova non solo le sue radici, ma anche
il suo destino e il suo futuro, ciò che è chiamato a essere e a
diventare, nella verità e libertà, nella concretezza della sua
storia.
I doni, infatti, nello statuto ecclesiologico della 1 Corinzi, hanno una
destinazione storica e concreta: « A ciascuno è data una
manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune » (1
Cor 12, 7). C'è un bene superiore che scavalca regolarmente il dono
personale: costruire nell'unità il Corpo di Cristo; rendere epifanica la
sua presenza nella storia « perché il mondo creda » (Gv
17, 21).
Pertanto la comunità ecclesiale, da una parte, è afferrata dal
mistero di Dio, ne è icona visibile, e, dall'altra, è totalmente
coinvolta con la storia dell'uomo nel mondo, in stato di esodo, verso « i
cieli nuovi ».
La Chiesa, ed ogni vocazione in essa, esprimono un identico dinamismo:
essere chiamati per una missione.
Il Padre chiama alla vita
16. L'esistenza di ciascuno è frutto dell'amore creativo del Padre,
del suo desiderio efficace, della sua parola generativa.
L'atto creatore del Padre ha la dinamica di un appello, di una chiamata alla
vita. L'uomo viene alla vita perché amato, pensato e voluto da una Volontà
buona che l'ha preferito alla non esistenza, che l'ha amato ancor prima che
fosse, conosciuto prima di formarlo nel seno materno, consacrato prima che
uscisse alla luce (cfr. Ger 1, 5; Is 49, 1.5; Gal 1,
15).
La vocazione, allora, è ciò che spiega alla radice il mistero
della vita dell'uomo, ed è essa stessa un mistero, di predilezione e
gratuità assoluta.
a) « ...a sua immagine »
Nella « chiamata creativa » l'uomo appare subito in tutta la
pregnanza della sua dignità quale soggetto chiamato alla relazione con
Dio, a stare di fronte a Lui, con gli altri, nel mondo, con un volto che
riflette le stesse fattezze divine: « Facciamo l'uomo a nostra immagine e
somiglianza » (Gn 1, 26). Questa triplice relazione appartiene al
disegno originario, perché il Padre « in Lui, in Cristo
ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al
suo cospetto nella carità » (Ef 1, 4).
Riconoscere il Padre significa che noi esistiamo alla maniera Sua, avendoci
creati a Sua immagine (Sap 2, 23). In questo, dunque, è contenuta
la fondamentale vocazione dell'uomo: la vocazione alla vita e a una vita subito
concepita a somiglianza di quella divina. Se il Padre è l'eterna sorgività,
la totale gratuità, la fonte perenne dell'esistenza e dell'amore, l'uomo è
chiamato, nella misura piccola e limitata del suo esistere, a essere come Lui; e
dunque a « dare la vita », a farsi carico della vita di un altro.
L'atto creatore del Padre, allora, è ciò che provoca la
consapevolezza che la vita è una consegna alla libertà dell'uomo,
chiamato a dare una risposta personalissima e originale, responsabile e colma di
gratitudine.
b) L'amore, senso pieno della vita
In questa prospettiva della chiamata alla vita una cosa è da
escludersi: che l'uomo possa considerare l'esistere come una cosa ovvia, dovuta,
casuale.
Forse non risulta facile, nella cultura odierna, provare stupore dinanzi
al dono della vita.(30)
Mentre è più facile percepire il senso d'una vita donata,
quella che ridonda a beneficio degli altri, ci vuole invece una coscienza più
matura, una qualche formazione spirituale, per percepire che la vita di
ciascuno, in ogni caso e prima di qualsiasi scelta, è amore ricevuto, e
che in tale amore è già nascosto un consequenziale progetto
vocazionale.
Il semplice fatto di esserci dovrebbe anzitutto riempire tutti di
meraviglia e di gratitudine immensa verso Colui che in modo del tutto gratuito
ci ha tratti dal nulla pronunciando il nostro nome.
E allora la percezione che la vita è un dono non dovrebbe suscitare
soltanto un atteggiamento riconoscente, ma dovrebbe lentamente suggerire la
prima grande risposta alla domanda fondamentale di senso: la vita è il
capolavoro dell'amore creativo di Dio ed è in se stessa una chiamata ad
amare. Dono ricevuto che tende per natura sua a divenire bene donato.
c) L'amore, vocazione d'ogni uomo
L'amore è il senso pieno della vita. Dio ha tanto amato l'uomo da
dargli la sua stessa vita e da renderlo capace di vivere e voler bene alla
maniera divina. In questo eccesso di amore, l'amore degli inizi, l'uomo trova la
sua radicale vocazione, che è « vocazione santa » (2 Tim
1, 9), e scopre la propria inconfondibile identità, che lo rende subito
simile a Dio, « a immagine del Santo » che lo ha chiamato (1 Pt
1, 15). « Creandola a sua immagine e continuamente conservandola
nell'essere commenta Giovanni Paolo II Dio inscrive nell'umanità
dell'uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la
responsabilità dell'amore e della comunione. L'amore è pertanto la
fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano ».(31)
d) Il Padre educatore
Grazie a quell'amore che l'ha creato nessuno può sentirsi «
superfluo », poiché è chiamato a rispondere secondo un
progetto da Dio pensato apposta per lui.
E allora l'uomo sarà felice e pienamente realizzato stando al suo
posto, cogliendo la proposta educativa divina, con tutto il timore e tremore che
una simile pretesa suscita in un cuore di carne. Dio creatore che dà la
vita, è anche il Padre che « educa », tira fuori dal nulla ciò
che ancora non è per farlo essere; tira fuori dal cuore dell'uomo quello
che Lui vi ha posto dentro, perché sia pienamente se stesso e quello che
Lui lo ha chiamato a essere, alla maniera Sua.
Di qui la nostalgia di infinito che Dio ha messo nel mondo interiore di
ciascuno. Come un sigillo divino.
e) La chiamata del Battesimo
Questa vocazione alla vita e alla vita divina viene celebrata nel
Battesimo. In questo sacramento il Padre si china con tenerezza premurosa sulla
creatura, figlio o figlia dell'amore di un uomo e d'una donna, per benedire il
frutto di quell'amore e renderlo pienamente figlio suo. Da quel momento la
creatura è chiamata alla santità dei figli di Dio. Niente e
nessuno potrà mai cancellare questa vocazione.
Con la grazia del Battesimo, Dio Padre interviene per manifestare che Lui,
e solo Lui è l'autore del piano di salvezza, entro cui ogni essere umano
trova il suo personale ruolo. Il Suo atto è sempre precedente, anteriore,
non aspetta l'iniziativa dell'uomo, non dipende dai suoi meriti, né si
configura a partire dalle sue capacità o disposizioni. È il Padre
che conosce, designa, imprime un impulso, mette un sigillo, chiama ancora «
prima della creazione del mondo » (Ef 1, 4). E poi dà forza,
cammina vicino, sostiene la fatica, è Padre e Madre per sempre...
La vita cristiana acquista così il significato d'una esperienza
responsoriale: diventa risposta responsabile nel far crescere un rapporto
filiale con il Padre e un rapporto fraterno nella grande famiglia dei figli di
Dio. Il cristiano è chiamato a favorire, attraverso l'amore, quel
processo di somiglianza con il Padre che si chiama vita teologale.
Pertanto la fedeltà al Battesimo spinge a porre alla vita, e a se
stessi, domande sempre più precise; soprattutto per disporsi a vivere
l'esistenza non solo in base alle attitudini umane, che pure sono doni di Dio,
ma in base alla Sua volontà; non secondo prospettive mondane, troppe
volte da piccolo cabotaggio, ma secondo i desideri e i progetti di Dio.
La fedeltà al Battesimo significa allora guardare in alto, da figli,
per fare discernimento della Sua volontà sulla propria vita e sul proprio
futuro.
Il Figlio chiama alla sequela
17. « Signore mostraci il Padre e ci basta » (Gv 14, 8).
È la domanda di Filippo a Gesù, la sera vigilia della
passione. È la struggente nostalgia di Dio, presente nel cuore di ogni
uomo: conoscere le proprie radici, conoscere Dio. L'uomo non è infinito, è
immerso nella finitezza, ma il suo desiderio gravita attorno all'infinito.
E la risposta di Gesù sorprende i discepoli: « Da tanto tempo
sono con voi e tu non mi hai conosciuto Filippo? Chi ha visto me ha visto il
Padre » (Gv 14, 9).
a) Mandato dal Padre per chiamare l'uomo
Il Padre ci ha creati nel Figlio, « che è irradiazione della
sua gloria e impronta della sua sostanza » (Ebr 1, 3),
predestinandoci a essere conformi all'immagine Sua (cfr. Rom 8, 29). Il
Verbo è l'immagine perfetta del Padre. Questi è Colui nel quale il
Padre si è reso visibile, il Logos per mezzo del quale « ha parlato
a noi » (Ebr 1, 2). Tutto il suo essere è di « essere
inviato », per rendere Dio, in quanto Padre, vicino agli uomini, per
svelare il Suo volto e il Suo nome agli uomini (Gv 17, 6).
Se l'uomo è chiamato a essere figlio di Dio, di conseguenza nessuno
meglio del Verbo Incarnato può « parlare » all'uomo di Dio e
raffigurare l'immagine riuscita del figlio. Per questo il Figlio di Dio, venendo
su questa terra, ha chiamato a seguirLo, a essere come Lui, a condividere la Sua
vita, la Sua parola, la Sua pasqua di morte e risurrezione; addirittura i Suoi
sentimenti.
Il Figlio, il mandato di Dio s'è fatto uomo per chiamare l'uomo:
il mandato dal Padre è il chiamante degli uomini.
Per questo non esiste un brano del vangelo, o un incontro, o un dialogo, che
non abbia un significato vocazionale, che non esprima, direttamente o
indirettamente, una chiamata da parte di Gesù. É come se i Suoi
appuntamenti umani, provocati dalle più diverse circostanze, fossero per
lui un'occasione per mettere comunque la persona di fronte alla domanda
strategica: « Che cosa fare della mia vita? », « Qual è la
mia strada? ».
b) L'amore più grande: dare la vita
A che cosa chiama Gesù? A seguirLo per essere e agire come Lui. Più
in particolare, a vivere la medesima Sua relazione nei confronti del Padre e
degli uomini: ad accogliere la vita come dono dalle mani del Padre per «
perdere » e riversare questo dono su coloro che il Padre gli ha
affidati.(32)
C'è un tratto unificante nella identità di Gesù che
costituisce il senso pieno dell'amore: la missione. Essa esprime l'oblatività,
che raggiunge la sua epifania suprema sulla croce: « Nessuno ha un amore più
grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13).
Pertanto ogni discepolo è chiamato a ripetere e rivivere i sentimenti
del Figlio, che trovano una sintesi nell'amore, motivazione decisiva di ogni
chiamata. Ma soprattutto ogni discepolo è chiamato a rendere visibile la
missione di Gesù, è chiamato per la missione: « Come
il Padre ha mandato me, così anch'io mando voi » (Gv 20,
21). La struttura di ogni vocazione, anzi la sua maturità, sta nel
continuare Gesù nel mondo, per fare, come Lui, della vita un dono.
L'invio-missione è infatti la consegna della sera di Pasqua (Gv 20,
21) ed è l'ultima parola prima di salire al Padre (Mt 28, 16-20).
c) Gesù, il formatore
Ogni chiamato è segno di Gesù: in qualche modo il
Suo cuore e le Sue mani continuano ad abbracciare i piccoli, a sanare i malati,
a riconciliare i peccatori e a lasciarsi inchiodare in croce per amore di tutti.
L'essere per gli altri, con il cuore di Cristo, è il volto maturo di ogni
vocazione. Per questo è il Signore Gesù il formatore di
coloro che chiama, l'unico che può plasmare in loro i Suoi stessi
sentimenti.
Ogni discepolo, rispondendo alla Sua chiamata e lasciandosi da Lui formare,
esprime i tratti più veri della propria scelta. Per questo « il
riconoscimento di Lui come il Signore della vita e della storia comporta
l'auto-riconoscimento del discepolo (...) L'atto di fede coniuga necessariamente
insieme il riconoscimento cristologico con l'auto-riconoscimento antropologico ».(33)
Di qui la pedagogia dell'esperienza vocazionale cristiana evocata dalla
Parola di Dio: « Gesù ne costituì dodici che stessero con Lui
e anche per mandarli a predicare » (Mc 3, 14). La vita cristiana
per essere vissuta in pienezza, nella dimensione del dono e della missione, ha
bisogno di motivazioni forti, e soprattutto di comunione profonda con il
Signore: nell'ascolto, nel dialogo, nella preghiera, nella interiorizzazione dei
sentimenti, nel lasciarsi ogni giorno formare da Lui e soprattutto nel desiderio
ardente di comunicare al mondo la vita del Padre.
d) L'Eucaristia: la consegna per la missione
In tutte le catechesi della comunità cristiana delle origini è
palese la centralità del mistero pasquale: annunciare Cristo morto e
risorto. Nel mistero del pane spezzato e del sangue versato per la vita del
mondo la comunità credente contempla l'epifania suprema dell'amore, la
vita donata del Figlio di Dio.
Per questo nella celebrazione dell'Eucaristia, « culmine e fonte »
(34) della vita cristiana, viene celebrata la massima rivelazione della missione
di Gesù Cristo nel mondo; ma nel contempo si celebra anche l'identità
della comunità ecclesiale convocata per essere inviata, chiamata per la
missione.
Nella comunità celebrante il mistero pasquale ogni cristiano prende
parte ed entra nello stile del dono di Gesù, diventando come Lui pane
spezzato per l'offerta al Padre e per la vita del mondo.
L'Eucaristia diventa così sorgente di ogni vocazione cristiana; in
essa ogni credente è chiamato a conformarsi al Cristo Risorto totalmente
offerto e donato. Diventa icona di ogni risposta vocazionale; come in Gesù,
in ogni vita e in ogni vocazione, c'è una difficile fedeltà da
vivere sino alla misura della croce.
Colui che vi prende parte accoglie l'invito-chiamata di Gesù a «
fare memoria » di Lui, nel sacramento e nella vita, a vivere «
ricordando » nella verità e libertà delle scelte quotidiane
il memoriale della croce, a riempire l'esistenza di gratitudine e di gratuità,
a spezzare il proprio corpo e versare il proprio sangue. Come il Figlio.
L'Eucaristia genera al fine la testimonianza, prepara la missione: «
Andate in pace ». Si passa dall'incontro con Cristo nel segno del Pane,
all'incontro con Cristo nel segno di ogni uomo. L'impegno del credente non si
esaurisce nell'entrare, ma nell'uscire dal tempio. La risposta alla chiamata
incontra la storia della missione. La fedeltà alla propria vocazione
attinge alle sorgenti dell'Eucaristia e si misura nella Eucaristia della vita.
Lo Spirito chiama alla testimonianza
18. Ogni credente, illuminato dall'intelligenza della fede, è
chiamato a conoscere e riconoscere Gesù come il Signore; e in Lui a
riconoscere se stesso. Ma ciò non è frutto solo di un desiderio
umano o della buona volontà dell'uomo. Anche dopo aver vissuto
l'esperienza prolungata con il Signore, i discepoli hanno sempre bisogno di Dio.
Anzi, la vigilia della passione, essi provano un certo turbamento (Gv
14, 1), paventano la solitudine; e Gesù li incoraggia con una promessa
inaudita: « Non vi lascerò orfani » (Gv 14, 18). I
primi chiamati del vangelo non resteranno soli: Gesù assicura loro la
solerte compagnia dello Spirito.
a) Consolatore e amico, guida e memoria
« Egli è il "Consolatore", lo Spirito di bontà,
che il Padre manderà nel nome del Figlio, dono del Signore risorto »,(35)
« perché rimanga con voi sempre » (Gv 14, 16).
Lo Spirito diventa così l'amico di ogni discepolo, la guida dallo
sguardo geloso su Gesù e sui chiamati, per farne dei testimoni
contro-corrente dell'evento più sconvolgente del mondo: il Cristo morto e
risorto. Egli, infatti, è « memoria » di Gesù e della
sua Parola: « Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò
che io vi ho detto » (Gv 14, 26); anzi « vi guiderà
alla verità tutta intera » (Gv 16, 13).
La permanente novità dello Spirito consiste nel guidare verso
un'intelligenza progressiva e profonda della verità, quella verità
che non è nozione astratta, ma il progetto di Dio nella vita di ogni
discepolo. È la trasformazione della Parola in vita e della vita secondo
la Parola.
b) Animatore e accompagnatore vocazionale
In tal modo lo Spirito diventa il grande animatore di ogni vocazione,
Colui che accompagna il cammino perché giunga alla meta, l'iconografo
interiore che plasma con fantasia infinita il volto di ciascuno secondo Gesù.
La Sua presenza è sempre accanto ad ogni uomo e donna, per condurre
tutti al discernimento della propria identità di credenti e di chiamati,
per plasmare e modellare tale identità esattamente secondo il modello
dell'amore divino. Questo « stampo divino » lo Spirito santificatore
cerca di riprodurre in ciascuno, quale paziente artefice delle anime nostre e «
consolatore perfetto ».
Ma soprattutto lo Spirito abilita i chiamati alla « testimonianza »:
« Egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete
testimonianza » (Gv 15, 26-27). Questo modo di essere di ogni
chiamato costituisce la parola convincente, il contenuto stesso della missione.
La testimonianza non consiste solo nel suggerire le parole dell'annuncio come
nel vangelo di Matteo (Mt 10, 20); bensì nel custodire Gesù
nel cuore e nell'annunciare Lui come vita del mondo.
c) La santità, vocazione di tutti
E allora la domanda circa il salto di qualità da imprimere alla
pastorale vocazionale oggi diviene interrogativo che senza dubbio impegna
all'ascolto dello Spirito: perché è Lui l'annunciatore delle «
cose future » (Gv 16, 13), è Lui a donare un'intelligenza
spirituale nuova per capire la storia e la vita a partire dalla Pasqua del
Signore, nella cui vittoria c'è il futuro di ogni uomo.
Diventa così legittimo chiedersi: dove sta la chiamata dello Spirito
Santo per questi nostri anni? Dove dobbiamo correggere i cammini della pastorale
vocazionale?
Ma la risposta verrà solo se accogliamo il grande appello alla
conversione, rivolto alla comunità ecclesiale e a ciascuno in essa, come
un vero itinerario di ascetica e di rinascita interiore, per ricuperare ognuno
alla fedeltà alla propria vocazione.
C'è un primato della vita nello Spirito, che sta alla base di
ogni pastorale vocazionale. Ciò richiede il superamento di un diffuso
pragmatismo e di quell'esteriorismo sterile che porta a dimenticare la vita
teologale della fede, della speranza e della carità. L'ascolto profondo
dello Spirito è il nuovo respiro di ogni azione pastorale della comunità
ecclesiale.
Il primato della vita spirituale è la premessa per rispondere a
quella nostalgia di santità che, come abbiamo già
ricordato, attraversa pure questo tempo della Chiesa d'Europa. La santità
è la vocazione universale di ogni uomo,(36) è la via maestra in
cui convergono i tanti sentieri delle vocazioni particolari. Pertanto il grande
appuntamento dello Spirito per questa curva di storia postconciliare è la
santità dei chiamati.
d) Le vocazioni al servizio della vocazione della Chiesa
Ma il tendere efficacemente verso questa meta significa aderire all'azione
misteriosa dello Spirito in alcune precise direzioni, che preparano e
costituiscono il segreto di una vera vitalità della Chiesa del duemila.
Allo Spirito Santo si addice anzitutto l'eterno protagonismo della
comunione che si riflette nell'icona della comunità ecclesiale,
visibile attraverso la pluralità dei doni e dei ministeri.(37) È
proprio nello Spirito, infatti, che ogni cristiano scopre la sua assoluta
originalità, l'unicità della sua chiamata e, al tempo stesso, la
sua naturale e incancellabile tendenza all'unità. È nello Spirito
che le vocazioni nella Chiesa sono tante e assieme sono una stessa unica
vocazione, all'unità dell'amore e della testimonianza. È ancora
l'azione dello Spirito che rende possibile la pluralità delle vocazioni
nell'unità della struttura ecclesiale: le vocazioni nella Chiesa sono
necessarie nella loro varietà per realizzare la vocazione della Chiesa, e
la vocazione della Chiesa a sua volta è quella di rendere
possibili e praticabili le vocazioni della e nella Chiesa. Tutte le diverse
vocazioni sono dunque protese verso la testimonianza dell'agape, verso
l'annuncio di Cristo unico salvatore del mondo.
Proprio questa è l'originalità della vocazione cristiana: far
coincidere il compimento della persona con la realizzazione della comunità;
ciò vuol dire ancora una volta far prevalere la logica
dell'amore su quella degli interessi privati, la logica della condivisione su
quella dell'appropriazione narcisistica dei talenti (cfr. 1 Cor 12-14).
La santità diventa pertanto la vera epifania dello Spirito santo
nella storia. Se ogni persona della Comunione Trinitaria ha il suo volto, e se è
vero che i volti del Padre e del Figlio sono abbastanza familiari perché
Gesù facendosi uomo come noi ha rivelato il volto del Padre, i santi
diventano la più parlante icona del mistero dello Spirito. Così
pure ogni credente fedele al vangelo, nella propria vocazione particolare e
nella chiamata universale alla santità, nasconde e rivela il volto dello
Spirito Santo.
e) Il « sì » allo Spirito nella Cresima
Il sacramento della Cresima è il momento che esprime in modo più
evidente e consapevole il dono e l'incontro con lo Spirito Santo.
Il cresimando di fronte a Dio e al Suo gesto d'amore (« Ricevi il
sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono » (38), ma dinanzi
anche alla propria coscienza e alla comunità cristiana risponde «
amen ». È importante recuperare a livello formativo e catechistico
il senso pregnante di questo « amen ».(39)
Esso vuole anzitutto significare il « sì » allo Spirito
Santo, e con lui a Gesù. Ecco perché la celebrazione del
sacramento della Cresima prevede la rinnovazione delle promesse battesimali e
chiede al cresimando l'impegno a rinunciare al peccato e alle opere del maligno,
sempre al varco per sfigurare l'immagine cristiana; e soprattutto l'impegno a
vivere il vangelo di Gesù e in particolare il grande precetto dell'amore.
Si tratta di confermare e rinnovare la fedeltà vocazionale alla propria
identità di figli di Dio.
L'« amen » è un « sì » anche alla
Chiesa. Nella Cresima il giovane dichiara di farsi carico della missione di Gesù
continuata dalla comunità. Impegnandosi in due direzioni, per dare
concretezza al suo « amen »: la testimonianza e la missione.
Il cresimato sa che la fede è un talento da trafficare; è un
messaggio da trasmettere agli altri con la vita, con la testimonianza
coerente di tutto il suo essere; e con la parola, con il coraggio
missionario di diffondere la buona novella.
Ed infine l'« amen » esprime la docilità allo Spirito santo
nel pensare e decidere il futuro secondo il progetto di Dio. Non solo
secondo le proprie aspirazioni e attitudini; non solo negli spazi messi a
disposizione dal mondo; ma soprattutto in sintonia con il disegno, sempre
inedito e imprevedibile, che Dio ha su ciascuno.
Dalla Trinità alla Chiesa nel mondo
19. Ogni vocazione cristiana è « particolare » perché
interpella la libertà di ogni uomo e genera una risposta personalissima
in una storia originale ed irripetibile. Per questo ciascuno nella propria
esperienza vocazionale trova una vicenda irriducibile a schemi generali; la
storia d'ogni uomo è una piccola storia, ma sempre parte, inconfondibile
e unica, d'una grande storia. Nel rapporto tra queste due storie, tra il suo
piccolo e quel grande che gli appartiene e lo supera, l'essere umano gioca la
sua libertà.
a) Nella Chiesa e nel mondo, per la Chiesa e per il mondo
Ogni vocazione nasce in un luogo preciso, in un contesto concreto e
limitato, ma non torna su se stessa, non tende verso la privata perfezione o
l'autorealizzazione psicologica o spirituale del chiamato, bensì fiorisce
nella Chiesa, in quella Chiesa che cammina nel mondo verso il Regno compiuto,
verso la realizzazione d'una storia che è grande perché è
di salvezza.
La stessa comunità ecclesiale ha una struttura profondamente
vocazionale: essa è chiamata per la missione; è segno di Cristo
missionario del Padre. Come dice la Lumen Gentium: « è in Cristo
come un sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano ».(40)
Da una parte la Chiesa è segno che riflette il mistero di Dio; è
icona che rimanda alla comunione trinitaria nel segno della comunità
visibile, e al mistero di Cristo nel dinamismo della missione universale.
Dall'altra la Chiesa è immersa nel tempo degli uomini, vive nella storia
in condizione di esodo, è in missione al servizio del Regno per
trasformare l'umanità nella comunità dei figli di Dio.
Pertanto l'attenzione alla storia chiede alla comunità ecclesiale di
porsi in ascolto delle attese degli uomini, di leggere quei segni dei tempi che
costituiscono codice e linguaggio dello Spirito Santo, di entrare in dialogo
critico e fecondo con il mondo contemporaneo, accogliendo con benevolenza
tradizioni e culture per rivelare in esse il disegno del Regno e gettarvi il
lievito dell'evangelo.
Con la storia della Chiesa nel mondo si intreccia, così, la piccola
grande storia di ogni vocazione. Come è nata nella Chiesa e nel mondo,
così ogni chiamata è al servizio della Chiesa e del mondo.
b) La Chiesa, comunità e comunione di vocazioni
Nella Chiesa, comunità di doni per l'unica missione, si realizza quel
passaggio dalla condizione in cui si trova il credente inserito in Cristo
attraverso il Battesimo, alla sua vocazione « particolare » come
risposta al dono specifico dello Spirito. In tale comunità ogni vocazione
è « particolare » e si specifica in un progetto di vita; non
esistono vocazioni generiche.
E nella sua particolarità ogni vocazione è « necessaria »
e « relativa » insieme. « Necessaria », perché Cristo
vive e si rende visibile nel suo corpo che è la Chiesa e nel discepolo
che ne è parte essenziale. « Relativa », perché nessuna
vocazione esaurisce il segno testimoniale del mistero di Cristo, ma ne esprime
solo un aspetto. Soltanto l'insieme dei doni rende epifanico l'intero corpo del
Signore. Nell'edificio ogni pietra ha bisogno dell'altra (1 Pt 2, 5);
nel corpo ogni membro ha bisogno dell'altro per far crescere l'intero organismo
e giovare all'utilità comune (1 Cor 12, 7).
Ciò richiede che la vita di ciascuno venga progettata a partire da
Dio che ne è la sorgente unica e tutto provvede per il bene del tutto;
esige che la vita venga riscoperta come veramente significativa solo se aperta
alla sequela di Gesù.
Ma è anche importante che vi sia una comunità ecclesiale che
aiuti di fatto ogni chiamato a scoprire la propria vocazione. Il clima di fede,
di preghiera, di comunione nell'amore, di maturità spirituale, di
coraggio dell'annuncio, d'intensità della vita sacramentale fa della
comunità credente un terreno adatto non solo allo sbocciare di vocazioni
particolari, ma alla creazione d'una cultura vocazionale e d'una disponibilità
nei singoli a recepire la loro personale chiamata. Quando un giovane percepisce
la chiamata e decide nel suo cuore il santo viaggio per realizzarla, lì,
normalmente, c'è una comunità che ha creato le premesse per questa
disponibilità obbedienziale.(41)
Come dire: la fedeltà vocazionale d'una comunità credente è
la prima e fondamentale condizione per il fiorire della vocazione nei singoli
credenti, specie nei più giovani.
c) Segno, ministero, missione
Pertanto ogni vocazione, come scelta stabile e definitiva di vita, si apre
in una triplice dimensione: in rapporto a Cristo ogni chiamata è «
segno »; in rapporto alla Chiesa è « ministero »;
in rapporto al mondo è « missione » e testimonianza del
Regno.
Se la Chiesa è « in Cristo come un sacramento », ogni
vocazione rivela la dinamica profonda della comunione trinitaria, l'azione del
Padre, del Figlio e dello Spirito, come evento che fa essere in Cristo
creature nuove e modellate su di Lui.
Ogni vocazione, allora, è segno, è un modo particolare
di rivelare il volto del Signore Gesù. « L'amore di Cristo ci spinge
» (2 Cor 5, 14). Gesù diventa così movente e modello
decisivo di ogni risposta agli appelli di Dio.
In rapporto alla Chiesa ogni vocazione è ministero, radicato
nella pura gratuità del dono. La chiamata di Dio è un dono per la
comunità, per l'utilità comune, nel dinamismo dei molti servizi
ministeriali. Ciò è possibile in docilità allo Spirito che
fa essere la Chiesa come « comunità dei volti » (42) e genera
nel cuore del cristiano l'agape, non solo come etica dell'amore, ma anche come
struttura profonda della persona, chiamata e abilitata a vivere in relazione con
gli altri, nell'atteggiamento del servizio, secondo la libertà dello
Spirito.
Ogni vocazione, infine, in rapporto al mondo, è missione. È
vita vissuta in pienezza perché vissuta per gli altri, come quella di Gesù,
e dunque generatrice di vita: « la vita genera la vita ».(43) Di qui
l'intrinseca partecipazione di ogni vocazione all'apostolato e alla missione
della Chiesa, germe del Regno. Vocazione e missione costituiscono due facce
dello stesso prisma. Definiscono il dono e il contributo di ciascuno al progetto
di Dio, a immagine e somiglianza di Gesù.
d) La Chiesa, madre di vocazioni
La Chiesa è madre di vocazioni perché le fa nascere al suo
interno, con la potenza dello Spirito, le protegge, le nutre e le sostiene. É
madre, in particolare, perché esercita una preziosa funzione mediatrice e
pedagogica.
« La Chiesa, chiamata da Dio, costituita nel mondo come comunità
di chiamati, è a sua volta strumento della chiamata di Dio. La Chiesa è
appello vivente, per volontà del Padre, per i meriti del Signore Gesù,
per la forza dello Spirito Santo (...). La comunità, che prende coscienza
di essere chiamata, allo stesso tempo prende coscienza che deve continuamente
chiamare ».(44) Attraverso e lungo questa chiamata, nelle sue varie forme,
scorre anche l'appello che viene da Dio.
Questa funzione mediatrice la Chiesa esercita quando aiuta e stimola ogni
credente a prendere coscienza del dono ricevuto e della responsabilità
che il dono porta con sé.
La esercita, ancora, quando si fa interprete autorevole dell'appello
esplicito vocazionale e chiama essa stessa, presentando le necessità
legate alla sua missione e alle esigenze del popolo di Dio, e invitando a
rispondere generosamente.
La esercita, ancora, quando chiede al Padre il dono dello Spirito che
suscita l'assenso nel cuore dei chiamati, e quando li accoglie e riconosce in
loro la chiamata stessa, dando esplicitamente e affidando con fiducia e
trepidazione assieme una missione concreta e sempre difficile tra gli uomini.
Potremmo, infine, aggiungere che la Chiesa manifesta la sua maternità
quando, oltre a chiamare e riconoscere l'idoneità dei chiamati, provvede
perché costoro abbiano una formazione adeguata, iniziale e permanente, e
perché siano di fatto accompagnati lungo la via d'una risposta sempre più
fedele e radicale. La maternità ecclesiale non può certo esaurirsi
nel tempo dell'appello iniziale. Né può dirsi madre quella comunità
di credenti che semplicemente « attende » demandando totalmente
all'azione divina la responsabilità della chiamata, quasi timorosa di
rivolgere appelli; o che dà per scontato che i ragazzi e i giovani, in
particolare, sappiano recepire immediatamente l'appello vocazionale; o che non
offre cammini mirati per la proposta e l'accoglienza della proposta.
La crisi vocazionale dei chiamati è anche crisi, oggi, dei
chiamanti, a volte latitanti e poco coraggiosi. Se non c'è nessuno
che chiama, come potrebbe esserci chi risponde?
La dimensione ecumenica
20. L'Europa odierna, ha bisogno di nuovi santi e di nuove vocazioni, di
credenti capaci di « gettare ponti » per unire sempre più le
Chiese. È un tipico aspetto di novità, questo, un segno dei tempi
della pastorale vocazionale di fine millennio. In un continente segnato da una
profonda aspirazione unitaria, le Chiese devono dare per prime l'esempio d'una
fraternità più forte di qualsiasi divisione e pur sempre da
costruire e ricostruire. « La pastorale vocazionale oggi in Europa deve
avere una dimensione ecumenica. Tutte le vocazioni, presenti in ogni Chiesa
d'Europa, sono impegnate insieme ad assumere la grande sfida
dell'evangelizzazione alle soglie del terzo millennio, dando una testimonianza
di comunione e di fede in Gesù Cristo, unico salvatore del mondo ».(45)
In tale spirito d'unità ecclesiale vanno promossi e favoriti la
condivisione dei beni che lo Spirito di Dio ha seminato ovunque e l'aiuto
reciproco tra le Chiese.
Le Chiese Cattoliche d'Oriente
21. Maggiore attenzione, da parte delle Chiese dell'Europa occidentale, deve
essere data ai cammini spirituali e formativi delle Chiese Cattoliche Orientali;
questo non può che esercitare un benefico influsso sulla pastorale
vocazionale di tutte le Chiese.
Singolare importanza ha la santa Liturgia in ordine alla formazione delle
vocazioni per le Chiese d'Oriente. Essa è il luogo dove si fa la
proclamazione e l'adorazione del Mistero della salvezza e dove nasce la
comunione e si costruisce la fraternità fra i credenti, sino a diventare
la vera formatrice della vita cristiana, la sintesi più completa dei suoi
vari aspetti. Nella Liturgia la confessione gioiosa di appartenere alla
tradizione delle Chiese d'Oriente è unita alla piena comunione con la
Chiesa di Roma.
Non si può essere suscitatori di vocazioni al sacerdozio e alla vita
monastica se non si ritorna alle fonti delle proprie tradizioni originarie, in
sintonia con i Santi Padri e con il loro profondo senso della Chiesa. Questo
processo di grande respiro richiede tempo, pazienza, rispetto della sensibilità
dei fedeli, ma anche determinazione.
Per questo i Vescovi, i Superiori religiosi e gli Operatori pastorali delle
Chiese Cattoliche Orientali d'Europa sono sollecitati a sentire l'urgenza per
tutte le loro Chiese, ricuperando e custodendo integro il rispettivo patrimonio
liturgico, che contribuisce in modo insostituibile alla nascita e allo sviluppo
della teologia e della catechesi. Questo, sull'esempio del metodo mistagogico
dei Padri, apre all'esperienza della chiamata e della vita spirituale, e matura
un sicuro e forte spirito ecumenico.(46)
Nelle esperienze ecclesiali diversificate, e attraverso studi che presentano
il patrimonio storico, teologico, giuridico e spirituale delle proprie Chiese
d'appartenenza, i giovani orientali possono opportunamente trovare ambienti
educativi adatti a maturare il senso universale della loro dedizione a Cristo e
alla Chiesa.
È compito dei Vescovi promuovere, accostare con simpatia e
accompagnare con cura paterna i giovani che singolarmente o in gruppo domandano
di dedicarsi alla vita monastica valorizzando il carisma delle comunità
monastiche, ricche di formatori e di guide spirituali.
Il ministero ordinato e le vocazioni nella reciprocità della
comunione
22. « In molte Chiese particolari, la pastorale vocazionale ha bisogno
ancora di fare chiarezza attorno al rapporto tra ministero ordinato, vocazione
di speciale consacrazione e tutte le altre vocazioni. La pastorale vocazionale
unitaria si fonda sulla vocazionalità della Chiesa e di ogni vita umana
come chiamata e risposta. Ciò sta alla base dell'impegno unitario di
tutta la Chiesa per tutte le vocazioni e in particolare per le vocazioni di
speciale consacrazione ».(47)
a) Il ministero ordinato
Entro questa sensibilità generale una particolare attenzione
pastorale sembra doversi dare oggi al ministero ordinato, che rappresenta la
prima modalità specifica di annuncio del vangelo. Esso rappresenta «
la garanzia permanente della presenza sacramentale di Cristo Redentore nei
diversi tempi e luoghi »,(48) ed esprime proprio la dipendenza diretta
della Chiesa da Cristo, che continua a inviare il suo Spirito perché essa
non resti chiusa in se stessa, nel suo cenacolo, ma cammini per le vie del mondo
ad annunciare la buona notizia.
Questa modalità vocazionale si può esprimere secondo tre
gradi: episcopale (cui è legata la garanzia della successione
apostolica), presbiterale (che è la « ripresentazione
sacramentale di Cristo come pastore ») (49) e diaconale (segno
sacramentale di Cristo servo).(50) Ai vescovi è affidato il ministero
della chiamata nei riguardi di coloro che aspirano agli Ordini sacri, per
divenire loro cooperatori nell'ufficio apostolico.
Il ministero ordinato fa essere la Chiesa, soprattutto attraverso la
celebrazione dell'Eucaristia, « culmen et fons » (51) della vita
cristiana e della comunità chiamata a fare memoria del Risorto. Ogni
altra vocazione nasce nella Chiesa e fa parte della sua vita. Pertanto il
ministero ordinato ha un servizio di comunione nella comunità e, in forza
di questo, ha l'inderogabile compito di promuovere ogni vocazione.
Di qui la traduzione pastorale: il ministero ordinato per tutte le vocazioni
e tutte le vocazioni per il ministero ordinato nella reciprocità della
comunione. Il vescovo, dunque, con il suo presbiterio, è chiamato a
discernere e a coltivare tutti i doni dello Spirito. Ma in modo particolare la
cura del seminario deve diventare preoccupazione di tutta la chiesa diocesana
per garantire la formazione dei futuri presbiteri e il costituirsi di comunità
eucaristiche come piena espressione della esperienza cristiana.
b) L'attenzione a tutte le vocazioni
Il discernimento e la cura della comunità cristiana va prestata a
tutte le vocazioni, sia a quelle entrate nella tradizione della Chiesa sia ai
nuovi doni dello Spirito: la consacrazione religiosa nella vita monastica e
nella vita apostolica, la vocazione laicale, il carisma degli istituti secolari,
le società della vita apostolica, la vocazione al matrimonio, le varie
forme laicali di aggregazione-associazione collegate agli istituti religiosi, le
vocazioni missionarie, le nuove forme di vita consacrata.
Questi diversi doni dello Spirito sono presenti in vario modo nelle Chiese
d'Europa; ma tutte queste Chiese, in ogni caso, sono chiamate a dare
testimonianza di accoglienza e di cura di ogni vocazione. Una Chiesa è
viva quanto più ricca e varia in essa è l'espressione delle
diverse vocazioni.
In un tempo, poi, come il nostro, bisognoso di profezia, è saggio
favorire quelle vocazioni che sono un segno particolare di « quel che
saremo e non ci è stato ancora rivelato » (1 Gv 3, 2), come
le vocazioni di speciale consacrazione; ma è pure saggio e
indispensabile favorire l'aspetto profetico tipico d'ogni vocazione cristiana,
compresa quella laicale, perché la Chiesa sia sempre più,
di fronte al mondo, segno delle cose future, di quel Regno che è «
già adesso e non ancora ».
Maria, madre e modello di ogni vocazione
23. C'è una creatura in cui il dialogo tra la libertà di Dio e
la libertà dell'uomo avviene in modo perfetto, così che le due
libertà possano interagire realizzando in pieno il progetto vocazionale;
una creatura che ci è data perché in lei possiamo contemplare un
perfetto disegno vocazionale, quello che dovrebbe compiersi in ciascuno di noi.
È Maria, l'immagine riuscita del sogno di Dio sulla creatura! È
infatti creatura, come noi, piccolo frammento in cui Dio ha potuto riversare il
tutto del suo amore divino; speranza che ci è data, perché vedendo
lei possiamo anche noi accogliere la Parola, affinché si compia in noi.
Maria è la donna in cui la Trinità Santissima può
manifestare pienamente la sua libertà elettiva. Come dice S.
Bernardo, commentando il messaggio dell'angelo Gabriele, nell'annunciazione: «
Questa non è una Vergine trovata all'ultimo momento, né per caso,
ma fu scelta prima dei secoli; l'Altissimo l'ha predestinata e se l'è
preparata ».(52) Gli fa eco S. Agostino: « Prima che il Verbo nascesse
dalla Vergine, Egli l'aveva già predestinata come sua madre ».(53)
Maria è l'immagine della scelta divina d'ogni creatura, scelta che è
fin dall'eternità e sovranamente libera, misteriosa e amante. Scelta che
va regolarmente al di là di ciò che la creatura può pensare
di sé: che le chiede l'impossibile e le domanda solo una cosa, il
coraggio di fidarsi.
Ma la vergine Maria è anche il modello della libertà umana
nella risposta a questa scelta. Ella è il segno di ciò che Dio può
fare quando trova una creatura libera d'accogliere la Sua proposta. Libera di
dire il suo « sì », libera di incamminarsi lungo il
pellegrinaggio della fede, che sarà anche il pellegrinaggio della sua
vocazione di donna chiamata a essere Madre del Salvatore e Madre della Chiesa.
Quel lungo viaggio si compirà ai piedi della croce, attraverso un «
sì » ancor più misterioso e doloroso che la renderà
pienamente madre; e poi ancora nel cenacolo, ove genera e continua ancor oggi a
generare, con lo Spirito, la Chiesa e ogni vocazione.
Maria, infine, è l'immagine perfettamente realizzata della donna,
perfetta sintesi della genialità femminile e della fantasia dello
Spirito, che in lei trova e sceglie la sposa, vergine madre di Dio e dell'uomo,
figlia dell'Altissimo e madre di tutti viventi. In lei ogni donna ritrova la sua
vocazione, di vergine, di sposa, di madre!
PARTE TERZA
PASTORALE DELLE VOCAZIONI
« ... Ciascuno li sentiva parlare la propria lingua »
(At 2, 6)
Gli orientamenti concreti della pastorale vocazionale non discendono
soltanto da una corretta teologia della vocazione, ma attraversano alcuni
principi operativi, in cui la prospettiva vocazionale è l'anima e
criterio unificante di tutta la pastorale.
Vengono poi indicati gli itinerari di fede e i luoghi concreti in cui
la proposta vocazionale deve diventare impegno quotidiano di ogni pastore ed
educatore.
L'analisi della situazione ci ha offerto, nella prima parte, il quadro
della realtà vocazionale europea attuale; la seconda parte ha invece
proposto una riflessione teologica sul significato e sul mistero della
vocazione, a partire dalla realtà della Trinità fino a coglierne
il senso nella vita della Chiesa.
È proprio questo secondo aspetto che ora vorremmo approfondire,
specie dal punto di vista dell'applicazione pastorale.
Nell'udienza concessa ai partecipanti al Congresso, Giovanni Paolo II ha
affermato: « Le mutate condizioni storiche e culturali esigono che la
pastorale delle vocazioni sia percepita come uno degli obiettivi primari
dell'intera Comunità cristiana ».(54)
L'icona della Chiesa primitiva
24. Cambiano le situazioni storiche, ma resta identico il punto di
riferimento nella vita del credente e della comunità credente, quel punto
di riferimento che è rappresentato dalla Parola di Dio, specie laddove
racconta le vicende della Chiesa delle origini. Tali vicende e il modo di
viverle della primitiva comunità, costituiscono per noi l'exemplum,
il modello dell'essere Chiesa. Anche per quanto concerne la pastorale
vocazionale. Cogliamo solo alcuni elementi essenziali e particolarmente
esemplari, così come ce li propone il libro degli Atti degli
Apostoli, nel momento in cui la Chiesa degli inizi era numericamente molto
povera e debole. La pastorale vocazionale ha gli stessi anni della Chiesa;
nacque allora, assieme ad essa, in quella povertà improvvisamente abitata
dallo Spirito.
Agli albori di questa storia singolare, infatti, che è poi quella di
tutti noi, c'è la promessa dello Spirito Santo, fatta da Gesù
prima di salire al Padre. « Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti
che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito santo
che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la
Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,
7-8). Gli Apostoli sono riuniti nel cenacolo, « assidui e concordi
nella preghiera ... con Maria, la madre di Gesù » (1, 14), e
subito provvedono a riempire il posto lasciato vuoto da Giuda con un altro
scelto tra coloro che sono stati fin dall'inizio con Gesù: perché «
divenga insieme con noi testimone della sua risurrezione » (1, 22).
E la promessa si compie: scende lo Spirito, con effetti fragorosi, e riempie la
casa e la vita di coloro che prima erano timidi e paurosi, come un rombo, un
vento, un fuoco... « E cominciarono a parlare in altre lingue..., e
ciascuno li sentiva parlare la propria lingua » (2, 4.6). E Pietro
proclama il discorso nel quale racconta la storia della salvezza, « in
piedi ... e a voce alta » (2, 14), un discorso che « trafigge il cuore
» di chi l'ascolta e provoca la domanda decisiva della vita: « che
cosa dobbiamo fare? » (2, 37).
A questo punto gli Atti descrivono la vita della prima comunità,
scandita da alcuni elementi essenziali, come l'assiduità nell'ascolto
dell'insegnamento degli Apostoli, l'unione fraterna, la frazione del pane, la
preghiera, la condivisione dei beni materiali; ma insieme anche gli affetti e i
beni dello Spirito (cfr. 2, 42-48).
Nel frattempo Pietro e gli Apostoli continuano a fare prodigi nel nome di
Gesù e ad annunciare il kerigma della salvezza, regolarmente rischiando
la vita, ma sempre sorretti dalla comunità, entro cui i credenti sono «
un cuore solo e un'anima sola » (4, 32). In essa, per altro, cominciano
anche ad aumentare e a diversificarsi le esigenze, e così vengono
istituiti i diaconi per venire incontro alle necessità anche materiali
della comunità, specie dei più deboli (cfr. 6, 1-7).
La testimonianza, forte e coraggiosa, non può non provocare il
rifiuto delle autorità, e così ecco il primo martire, Stefano,
a sottolineare che la causa del vangelo prende tutto dell'uomo, anche la vita
(cfr. 6, 8-7, 70). Alla sentenza che condanna Stefano dà pure il suo
assenso Saulo, il persecutore dei cristiani, colui che, di lì a poco, sarà
scelto da Dio per annunciare ai pagani il mistero nascosto nei secoli e ora
rivelato.
E la storia continua, sempre più come storia sacra: storia di Dio che
sceglie e chiama gli uomini alla salvezza, in modi anche imprevedibili, e storia
di uomini che si lasciano chiamare e scegliere da Dio.
A noi possono bastare queste note per cogliere nella comunità delle
origini le tracce fondamentali della pastorale d'una Chiesa tutta vocazionale:
sul piano dei metodi e dei contenuti, dei princìpi generali, degli
itinerari da percorrere e delle strategie specifiche per realizzarla.
Aspetti teologici della pastorale vocazionale
25. Ma quale teologia fonda, ispira e motiva la pastorale vocazionale in
quanto tale?
La risposta è importante nel nostro contesto, perché fa da
elemento mediatore tra la teologia della vocazione e una prassi pastorale con
essa coerente, che nasca da quella teologia e vi ritorni. Su questo
interrogativo, in effetti, il Congresso ha espresso l'esigenza di una ulteriore
riflessione di studio, nell'intento di scoprire i motivi che legano
intrinsecamente persone e comunità all'azione vocazionale e per
evidenziare una migliore relazione tra teologia della vocazione, teologia della
pastorale vocazionale e prassi pedagogico-pastorale.
« La pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone
al servizio di essa ».(55) Il fondamento teologico della pastorale delle
vocazioni quindi « può scaturire solo dalla lettura del mistero
della Chiesa come mysterium vocationis ».(56)
Giovanni Paolo II ricorda chiaramente, al riguardo, che la « dimensione
vocazionale è connaturale ed essenziale alla pastorale della Chiesa »,
cioè alla sua vita e alla sua missione.(57) La vocazione definisce,
dunque, in un certo senso, l'essere profondo della Chiesa, prima ancora che il
suo operare. Nello stesso nome, « Ecclesia », è indicata la sua
fisionomia vocazionale, poiché essa è veramente assemblea di
chiamati.(58) Giustamente, allora, l'Instrumentum laboris del Congresso nota
che « la pastorale unitaria si fonda sulla vocazionalità della
Chiesa ».(59)
Di conseguenza, la pastorale delle vocazioni, per natura sua, è
un'attività ordinata all'annuncio di Cristo e all'evangelizzazione dei
credenti in Cristo. Ecco allora la risposta alla nostra domanda: proprio nella
chiamata della Chiesa a comunicare la fede è radicata la teologia della
pastorale vocazionale. Ciò riguarda la Chiesa universale, ma si
attribuisce in modo speciale ad ogni comunità cristiana,(60) specie
nell'attuale momento storico del vecchio continente. « Per questa sublime
missione di far fiorire una nuova età di evangelizzazione in Europa si
richiedono oggi evangelizzatori particolarmente preparati ».(61)
In proposito conviene richiamare alcuni punti fermi, indicati dall'attuale
magistero pontificio, perché divengano punti di partenza della prassi
pastorale delle Chiese particolari.
a) Una volta evidenziata la dimensione vocazionale della Chiesa, si
comprende come la pastorale vocazionale non sia elemento accessorio o
secondario, finalizzato semplicemente al reclutamento di operatori pastorali, né
momento isolato o settoriale, determinato da una situazione ecclesiale
d?emergenza, quanto piuttosto un'attività legata all'essere della
Chiesa e dunque anche intimamente inserita nella pastorale generale di ogni
Chiesa.(62)
b) Ogni vocazione cristiana viene da Dio, ma giunge alla Chiesa e
passa sempre attraverso la sua mediazione. La Chiesa (« ecclesia »),
che per nativa costituzione è vocazione, è al tempo stesso
generatrice ed educatrice di vocazioni.(63) Di conseguenza « la
pastorale vocazionale ha come soggetto attivo, come protagonista la comunità
ecclesiale come tale, nelle sue diverse espressioni: dalla Chiesa universale
alla Chiesa particolare e, analogamente da questa alla parrocchia e a tutte le
componenti del popolo di Dio ».(64)
c) Tutti i membri della Chiesa, nessuno escluso, hanno la grazia
e la responsabilità della cura delle vocazioni. È un dovere
che rientra nel dinamismo vitale della Chiesa e nel processo del suo sviluppo.
Solo sulla base di questa convinzione la pastorale vocazionale potrà
manifestare il suo volto veramente ecclesiale e sviluppare un'azione concorde,
servendosi anche di organismi specifici e di adeguati strumenti di comunione e
corresponsabilità.(65)
d) La Chiesa particolare scopre la propria dimensione esistenziale e
terrena nella vocazione di tutti i suoi membri alla comunione, alla
testimonianza, alla missione, al servizio di Dio e dei fratelli... Perciò
essa rispetterà e promuoverà la varietà dei carismi e
dei ministeri, quindi delle diverse vocazioni, tutte manifestazioni
dell'unico Spirito.
e) Cardine di tutta la pastorale vocazionale è la
preghiera comandata dal Salvatore (Mt 9, 38). Essa impegna non solo
i singoli ma anche le intere comunità ecclesiali.(66) « Dobbiamo
rivolgere insistente preghiera al Padrone della messe, perché invii
operai alla sua Chiesa, per far fronte alle urgenze della nuova evangelizzazione
».(67)
Ma l'autentica preghiera vocazionale, giova ricordare, merita questo nome e
diviene efficace solo quando crea coerenza di vita nell'orante stesso,
anzitutto, e s'associa, nel resto della comunità credente, con l'annunzio
esplicito e la catechesi adeguata, per favorire nei chiamati al sacerdozio e
alla vita consacrata, come a qualsiasi altra vocazione cristiana, quella
risposta libera, pronta e generosa, che rende operante la grazia della
vocazione.(68)
Princìpi generali della pastorale vocazionale
26. Da più parti si avverte la necessità di dare alla
pastorale una chiara impronta vocazionale. Per raggiungere questo obiettivo
programmatico vediamo di delineare alcuni princìpi teorico-pratici, che
deduciamo dalla teologia della pastorale e, in particolare, dai « punti
fermi » ad essa collegati. Concentriamo questi princìpi attorno ad
alcune affermazioni tematiche.
a) La pastorale vocazionale è la prospettiva originaria della
pastorale generale
L'Instrumentum laboris del Congresso sulle vocazioni lo afferma in
modo esplicito: « Tutta la pastorale e in particolare, quella giovanile, è
nativamente vocazionale »; (69) in altre parole, dire vocazione significa
dire dimensione costitutiva ed essenziale della stessa pastorale ordinaria,
perché la pastorale è fin dagl'inizi, per natura sua, orientata al
discernimento vocazionale. È questo un servizio reso a ogni persona,
affinché possa scoprire il cammino per la realizzazione di un progetto di
vita come Dio vuole, secondo le necessità della Chiesa e del mondo
d'oggi.(70)
Così già si disse al Congresso latino-americano sulle
vocazioni del 1994.
Ma la prospettiva va allargata: vocazione non è solo il progetto
esistenziale, ma lo sono tutte le singole chiamate di Dio, evidentemente sempre
correlate su un piano fondamentale di vita, comunque disseminate lungo tutto
l'arco dell'esistenza. L'autentica pastorale rende il credente vigilante,
attento alle moltissime chiamate del Signore, pronto a captare la sua voce e a
risponderGli.
È proprio la fedeltà a questo tipo di chiamate quotidiane che
rende il giovane oggi capace di riconoscere e accogliere « la chiamata »
della sua vita, e l'adulto domani non solo capace di esserle fedele, ma di
scoprirne sempre più la freschezza e la bellezza. Ogni vocazione,
infatti, è « mattutina », è la risposta di ciascun
mattino a un appello nuovo ogni giorno.
Per questo la pastorale sarà pervasa di attenzione vocazionale, per
destarla in ogni credente; partirà dall'intento esplicito di porre il
credente dinanzi alla proposta di Dio; si adoprerà per provocare nel
soggetto assunzione di responsabilità in ordine al dono ricevuto o alla
Parola di Dio ascoltata; di fatto cercherà di condurre il credente a
compromettersi di fronte a questo Dio.(71)
b) La pastorale vocazionale è la vocazione della pastorale oggi
In tal senso si può ben dire che si deve « vocazionalizzare
» tutta la pastorale, o fare in modo che ogni espressione della pastorale
manifesti in modo chiaro e inequivocabile un progetto o un dono di Dio fatto
alla persona, e stimoli nella stessa una volontà di risposta e di
coinvolgimento personale. O la pastorale cristiana conduce a questo confronto
con Dio, con tutto ciò che esso implica in termini di tensione, di lotta,
a volte di fuga o di rifiuto, ma anche di pace e gioia legate all'accoglienza
del dono, o non merita questo nome.
Oggi ciò si manifesta in modo del tutto particolare, al punto di
poter giungere ad affermare che la pastorale vocazionale è la vocazione
della pastorale: ne costituisce forse l'obiettivo principale, come una sfida per
la fede delle Chiese d'Europa. La vocazione è il caso serio della
pastorale odierna.
E allora, se la pastorale in genere è « chiamata » e
attesa, oggi, a questa sfida, essa dev'essere probabilmente più
coraggiosa e franca, più esplicita nell'andare al centro e al cuore del
messaggio-proposta, più diretta alla persona e non solo al gruppo, più
fatta di coinvolgimento concreto e non di vaghi richiami a una fede astratta e
lontana dalla vita.
Forse dovrà anche essere una pastorale più pro-vocante che
consolante; capace, in ogni caso, di trasmettere il senso drammatico della vita
dell'uomo, chiamato a far qualcosa che nessuno potrà fare al posto suo.
Nel brano che abbiamo citato questa attenzione e tensione vocazionale è
evidente: nella scelta di Mattia, nel discorso coraggioso (« in piedi e a
voce alta ») di Pietro alla folla, nel modo in cui il messaggio cristiano è
annunciato e recepito (« si sentirono trafiggere il cuore »).
Soprattutto appare chiaro nella sua capacità di cambiare la vita di
coloro che vi aderiscono, come risulta dalle conversioni e dal tipo di vita
della comunità degli Atti.
c) La pastorale vocazionale è graduale e convergente
Abbiamo già implicitamente visto che nell'uomo, e lungo la sua
vita, esistono vari tipi di chiamata: alla vita, anzitutto, e poi all'amore;
alla responsabilità del dono, quindi alla fede; alla sequela di Gesù;
alla testimonianza peculiare della propria fede; a essere padre o madre, e a un
servizio particolare per la Chiesa o per la società.
Fa animazione vocazionale chi tiene presente, per prima cosa, quel ricco
complesso di valori e significati umani e cristiani da cui nasce il senso
vocazionale della vita e d'ogni vivente. Essi consentono di aprire la vita
stessa a numerose possibilità vocazionali, convergendo poi verso la
definitiva scelta personale.
In altre parole è necessario, per una corretta pastorale
vocazionale, rispettare una certa gradualità, e partire dai valori
fondamentali e universali (il bene straordinario della vita) e dalle verità
che sono tali per tutti (la vita è un bene ricevuto che tende per natura
sua a divenire bene donato), per passare poi a una specificazione progressiva,
sempre più personale e concreta, credente e rivelata, della chiamata.
Sul piano più propriamente pedagogico, prima è importante
formare al senso della vita e alla gratitudine per essa, poi,
trasmettere quel fondamentale atteggiamento di responsabilità nei
confronti dell'esistenza, e che chiede per natura sua una conseguente risposta
da parte di ciascuno nella linea della gratuità. Di qui si sale
alla trascendenza di Dio, Creatore e Padre.
Solo a questo punto è possibile e convincente una proposta forte e
radicale (quale sempre dovrebbe essere la vocazione cristiana), come quella di
dedizione a Dio nella vita sacerdotale o consacrata.
d) La pastorale vocazionale è generica e specifica
La pastorale vocazionale, insomma, parte necessariamente da un'idea ampia
di vocazione (e di conseguente appello rivolto a tutti), per poi restringersi e
precisarsi secondo la chiamata d'ognuno. In tal senso la pastorale vocazionale è
prima generica e poi specifica, entro un ordine che non sembra ragionevole
invertire e che sconsiglia, in genere, la proposta immediata, senz'alcuna
catechesi progressiva, d'una vocazione particolare.
D'altro canto, sempre in forza di tale ordine, la pastorale vocazionale non
si limita a sottolineare in modo generico il significato dell'esistenza, ma
spinge verso un coinvolgimento personale in una scelta precisa. Non vi è
stacco, e tanto meno contrasto, tra un appello che sottolinea i valori comuni e
fondanti dell'esistenza e un appello a servire il Signore « secondo la
misura della grazia ricevuta ».
L'animatore vocazionale, ogni educatore nella fede, non deve temere di
proporre scelte coraggiose e di donazione totale, anche se difficili e non
conformi alla mentalità del secolo.
Pertanto, se ogni educatore è animatore vocazionale, ogni
animatore vocazionale è educatore, ed educatore di ogni vocazione,
rispettandone lo specifico carisma. Ogni chiamata è legata all'altra,
infatti, la suppone e la sollecita, mentre tutte assieme rimandano alla stessa
fonte e al medesimo obiettivo, che è la storia della salvezza. Ma ognuna
ha una sua modalità particolare.
L'autentico educatore vocazionale non solo indica le differenze tra una
chiamata e l'altra, rispettando le diverse tendenze nei singoli chiamati, ma
lascia intravedere e richiama quelle « supreme possibilità »,
di radicalità e dedizione, che sono aperte alla vocazione d'ognuno e
insite in essa.
Educare in profondità ai valori della vita, ad esempio, significa
proporre (e imparare a proporre) un cammino che naturalmente sfocia
nella sequela di Cristo e che può condurre alla scelta della sequela
tipica dell'apostolo, del presbitero o del religiosoa, del monaco che abbandona
il mondo, come del laico consacrato nel mondo.
D'altro lato proporre tale sequela qualificata come obiettivo di vita esige,
per natura sua, un'attenzione e formazione previa ai valori elementari della
vita, della fede, della gratitudine, dell'imitazione di Cristo richiesti a ogni
cristiano.
Ne risulta una strategia vocazionale teologicamente meglio fondata e anche
più efficace sul piano pedagogico. C'è chi teme che l'allargamento
dell'idea di vocazione possa nuocere alla specifica promozione delle vocazioni
al sacerdozio e alla vita consacrata; in realtà è esattamente il
contrario.
La gradualità nell'annuncio vocazionale, infatti, consente di
muoversi dall'oggettivo al soggettivo e dal generico allo specifico, senza
anticipare né bruciare le proposte, ma facendole convergere tra
loro e verso la proposta decisiva per la persona, da indicare al tempo giusto e
da calibrare con accortezza, secondo un ritmo che tenga conto del destinatario
in situazione.
L'ordine armonico e progressivo rende molto più provocante e
accessibile la proposta decisiva alla persona. In concreto, quanto più il
giovane viene formato a passare con naturalezza dalla gratitudine per il dono
ricevuto della vita alla gratuità del bene donato, tanto più sarà
possibile proporgli il dono totale di sé a Dio come esito naturale e per
taluni inevitabile.
e) La pastorale vocazionale è universale e permanente
Si tratta d'una duplice universalità: in riferimento alle persone
cui è diretta, e in riferimento all'età della vita in cui è
fatta.
Anzitutto la pastorale vocazionale non conosce frontiere. Come già
detto sopra, essa non si rivolge solo ad alcune persone privilegiate o che già
hanno fatto un'opzione di fede, né unicamente a coloro da cui sembra
lecito attendersi un assenso positivo, ma è rivolta a tutti,
proprio perché fondata sui valori elementari dell'esistenza. Non è
pastorale d'élite, ma di popolo; non è un premio per i più
meritevoli, ma grazia e dono di Dio per ogni persona, perché ogni vivente
è chiamato da Dio. Né va intesa come qualcosa che solo alcuni
potrebbero comprendere o ritenere interessante per la loro vita, perché
ogni essere umano è inevitabilmente desideroso di conoscersi e di
conoscere il senso della vita e il proprio posto nella storia.
Inoltre, non è proposta che venga fatta una sola volta nella vita
(all'insegna del « prendere o lasciare ») e che venga in pratica
ritirata dopo un rifiuto da parte del destinatario. Essa dev'essere invece come
una continua sollecitazione, fatta in modi diversi e con intelligenza
propositiva, che non s'arrende dinanzi a un iniziale disinteresse, che spesso è
solo apparente o difensivo.
Va anche corretta l'idea che la pastorale vocazionale sia esclusivamente
giovanile, poiché in ogni età della vita risuona un invito del
Signore a seguirLo, e solo in punto di morte una vocazione può dirsi
realizzata completamente. Anzi, la morte è la chiamata per eccellenza,
così come c'è una chiamata nella vecchiaia, nel passaggio da una
stagione all'altra della vita, nelle situazioni di crisi.
C'è una giovinezza dello spirito che permane nel tempo, nella misura
in cui l'individuo si sente continuamente chiamato e cerca e trova ad ogni ciclo
vitale un compito diverso da svolgere, un modo specifico di essere, di servire e
di amare, una novità di vita e di missione da svolgere.(72) In tal senso
la pastorale vocazionale è legata alla formazione permanente della
persona, ed è essa stessa permanente. « Tutta la vita e ogni
vita è una risposta ».(73)
Negli Atti, Pietro e gli Apostoli non fanno assolutamente differenza di
persone, parlano a tutti, giovani e vecchi, ebrei e stranieri: Parti, Medi,
Elamiti stanno proprio a indicare la grande massa senza differenze né
esclusioni cui sono rivolti l'annuncio e la pro-vocazione, con l'arte di parlare
a ognuno « nella sua propria lingua », secondo le sue esigenze,
problemi, attese, difese, età o fase della vita.
È il miracolo di Pentecoste e dunque dono straordinario, dello
Spirito. Ma lo Spirito è sempre con noi...
f) La pastorale vocazionale è personale e comunitaria
Può sembrare una contraddizione, ma in realtà questo
principio dice la natura ambivalente, in certo senso, della pastorale
vocazionale, capace quando è autentica di comporre le due
polarità del soggetto e della comunità. Dal punto di vista
dell'animatore vocazionale è urgente oggi passare da una pastorale
vocazionale gestita da un singolo operatore a una pastorale concepita sempre più
come azione comunitaria, di tutta la comunità nelle sue diverse
espressioni: gruppi, movimenti, parrocchie, diocesi, istituti religiosi e
secolari...
La Chiesa è sempre più chiamata a essere oggi tutta
vocazionale: all'interno di essa « ogni evangelizzatore deve prendere
coscienza di diventare una "lampada" vocazionale, capace di suscitare
un'esperienza religiosa che porti i bambini, gli adolescenti, i giovani e gli
adulti al contatto personale con Cristo, nel cui incontro si rivelano le
vocazioni specifiche ».(74)
Allo stesso modo il destinatario della pastorale vocazionale è
ancora tutta la Chiesa. Se è tutta la comunità ecclesiale
che chiama, è ancora tutta la comunità ecclesiale che è
chiamata, senz'alcuna eccezione. Polo emittente e polo ricevente in qualche modo
s'identificano, all'interno delle diverse articolazioni ministeriali del tessuto
ecclesiale. Ma il principio è importante; è il riflesso di quella
misteriosa identificazione tra chiamante e chiamato all'interno della realtà
trinitaria.
In tal senso la pastorale vocazionale è comunitaria. Ed è
bello, sempre in tal senso, che siano tutti gli Apostoli, il giorno di
Pentecoste, a rivolgersi alla folla, e che poi Pietro prenda la parola a nome
dei dodici. Anche quando si tratta di scegliere sia Mattia che Stefano e poi
ancora Barnaba e Saulo, tutta la comunità prende parte al discernimento
con la preghiera, il digiuno, l'imposizione delle mani.
Al tempo stesso, però, è il singolo che deve farsi
interprete della proposta vocazionale, è il credente che, in forza della
sua fede, deve in qualche modo farsi carico della vocazione dell'altro.
Non tocca, dunque, solo ai presbiteri o ai consacratie il ministero
dell'appello vocazionale, ma a ogni credente, ai genitori, ai catechisti, agli
educatori.
Se è vero che l'appello va rivolto a tutti, tuttavia è
altrettanto vero che lo stesso appello va personalizzato, indirizzato a
una precisa persona, alla sua coscienza, all'interno d'una relazione del tutto
personale.
C'è un momento nella dinamica vocazionale in cui la proposta va da
persona a persona, e ha bisogno di tutto quel clima particolare che solo la
relazione individuale può garantire. È vero, allora, che Pietro e
Stefano parlano alla folla; ma Saulo ha poi bisogno di Anania per discernere ciò
che Dio vuole da lui (9, 13-17), come poi l'eunuco con Filippo (8, 26-39).
g) La pastorale vocazionale è la prospettiva unitario-sintetica
della pastorale
Come è il punto di partenza così è anche il punto
d'arrivo. In quanto tale, la pastorale vocazionale si pone come la categoria
unificante della pastorale in genere, come la destinazione naturale d'ogni
fatica, il punto d'approdo delle varie dimensioni, quasi una sorta di elemento
di verifica della pastorale autentica.
Ripetiamo: se la pastorale non arriva a « trafiggere il cuore » e
a porre l'ascoltatore dinanzi alla domanda strategica (« che cosa devo
fare? »), non è pastorale cristiana, ma ipotesi innocua di lavoro.
Di conseguenza la pastorale vocazionale è e dev'essere in rapporto
con tutte le altre dimensioni, ad esempio con quella familiare e culturale,
liturgica e sacramentale, con la catechesi e il cammino di fede nel
catecumenato; coi vari gruppi d'animazione e formazione cristiana (non solo coi
ragazzi e giovani, ma anche coi genitori, coi fidanzati, con gli ammalati e gli
anziani...) e di movimenti (dal movimento per la vita alle varie iniziative di
solidarietà sociale).(75)
Soprattutto la pastorale vocazionale è la prospettiva unificante
della pastorale giovanile.
Non va dimenticato che l'età evolutiva è fortemente
progettuale ed un'autentica pastorale giovanile non può eludere la
dimensione vocazionale, bensì la deve assumere, perché proporre
Gesù Cristo significa proporre un preciso progetto di vita.
Di qui una feconda collaborazione pastorale, pur nella distinzione dei due
ambiti: sia perché la pastorale giovanile abbraccia altre problematiche
oltre quella vocazionale, sia perché la pastorale vocazionale non
riguarda solo il mondo giovanile, bensì ha un orizzonte più ampio
e con problematiche specifiche.
Pensiamo, inoltre, quanto potrebbe esser importante una pastorale vocazionale-familiare
che educhi progressivamente i genitori a essere i primi animatori-educatori
vocazionali; o quanto sarebbe preziosa una pastorale vocazionale tra i malati,
che non inviti semplicemente gli infermi a offrire le proprie sofferenze per le
vocazioni sacerdotali, ma li aiuti a vivere l'evento della malattia, con tutto
il carico di mistero che essa contiene, come vocazione personale, che il
malato-credente ha il « dovere » di vivere per e nella Chiesa e il «
diritto » di essere aiutato a vivere dalla Chiesa.
Questo legame facilita il dinamismo pastorale perché di fatto gli è
connaturale: le vocazioni, come i carismi, si cercano tra loro, s'illuminano a
vicenda, sono complementari l'una all'altra. Diventano invece incomprensibili se
isolate; né fa pastorale di Chiesa chi rimane chiuso nel proprio settore
specialistico.
Naturalmente il discorso vale in doppio senso: è la pastorale in
genere che deve confluire nell'animazione vocazionale per favorire l'opzione
vocazionale; ma è la pastorale vocazionale che deve a sua volta restare
aperta alle altre dimensioni, inserendosi e cercando sbocchi in quelle
direzioni.
Essa è il punto terminale che sintetizza le varie provocazioni
pastorali e consente di metterle a frutto nella vicenda esistenziale del singolo
credente. In definitiva, la pastorale delle vocazioni chiede attenzione, ma in
cambio offre una dimensione destinata a rendere vera e autentica l'iniziativa
pastorale di ogni settore. La vocazione è il cuore pulsante della
pastorale unitaria! (76)
Itinerari pastorali vocazionali
27. L'icona biblica attorno alla quale abbiamo articolato la nostra
riflessione ci consente di fare un passo avanti, procedendo dai princìpi
teorici all'identificazione di alcuni itinerari pastorali vocazionali.
Essi sono cammini comunitari di fede, corrispondenti a precise funzioni
ecclesiali e a dimensioni classiche dell'essere credente, lungo i quali matura
la fede e si rende sempre più manifesta o si conferma progressivamente la
vocazione del singolo, a servizio della comunità ecclesiale.
La riflessione e la tradizione della Chiesa indicano che normalmente il
discernimento vocazionale avviene lungo alcuni precisi cammini comunitari: la
liturgia e la preghiera, la comunione ecclesiale, il servizio della carità,
l'esperienza dell'amore di Dio ricevuto e offerto nella testimonianza. Grazie ad
essi nella comunità descritta dagli Atti « si moltiplicava
grandemente il numero dei discepoli a Gesusalemme » (At 6, 7).
La pastorale dovrebbe anche oggi battere queste strade per stimolare e
accompagnare il cammino vocazionale dei credenti. Un'esperienza personale e
comunitaria, sistematica e impegnativa in queste direzioni, potrebbe e dovrebbe
aiutare il singolo credente a scoprire l'appello vocazionale.
E questo renderebbe la pastorale davvero vocazionale.
a) La liturgia e la preghiera
La liturgia significa e indica ad un tempo l'espressione, l'origine e
l'alimento di ogni vocazione e ministero nella Chiesa. Nelle celebrazioni
liturgiche si fa memoria di quell'agire di Dio per Cristo nello Spirito a cui
rimandano tutte le dinamiche vitali del cristiano. Nella liturgia, culminante
con l'Eucarestia, si esprime la vocazione-missione della Chiesa e di ogni
credente in tutta la sua pienezza.
Dalla liturgia viene sempre un appello vocazionale per chi partecipa.(77)
Ogni celebrazione è un evento vocazionale . Nel mistero celebrato il
credente non può non riconoscere la propria personale vocazione, non può
non udire la voce del Padre che nel Figlio, per la potenza dello Spirito, lo
chiama a donarsi a sua volta per la salvezza del mondo.
Anche la preghiera diventa via per il discernimento vocazionale, non solo
perché Gesù stesso ha invitato a pregare il padrone della messe,
ma perché è solo nell'ascolto di Dio che il credente può
giungere a scoprire il progetto che Dio stesso ha pensato: nel mistero
contemplato il credente scopre la propria identità, « nascosta con
Cristo in Dio » (Col 3, 3).
E ancora, è solo la preghiera che può attivare quegli
atteggiamenti di fiducia e di abbandono che sono indispensabili per pronunciare
il proprio « sì » e superare paure e incertezze. Ogni
vocazione nasce dalla in-vocazione.
Ma anche l'esperienza personale della preghiera, come dialogo con Dio,
appartiene a questa dimensione: anche se « celebrata » nell'intimità
della propria « cella » è relazione con quella paternità
da cui deriva ogni vocazione. Tale dimensione è quanto mai evidente
nell'esperienza della Chiesa delle origini, i cui membri erano assidui «
nella frazione del pane e nella preghiera » (At 2, 42). Ogni
decisione, in tale comunità, era preceduta dalla preghiera; ogni scelta,
soprattutto per la missione, avveniva in un contesto liturgico (At 6,
1-7; 13, 1-5).
È la logica orante che la comunità aveva imparato da Gesù
quando, di fronte alle « folle stanche e sfinite come gregge senza pastore,
aveva detto: "La messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate
dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe" »
(Mt 9, 36-38; Lc 10, 2).
Le comunità cristiane d'Europa hanno sviluppato in questi anni
molteplici iniziative di preghiera per le vocazioni, che hanno trovato ampia eco
durante il Congresso. La preghiera nelle comunità diocesane e
parrocchiali, in molti casi resa anche « incessante », giorno e notte,
è una delle vie maggiormente percorse per creare nuova sensibilità
e nuova cultura vocazionale favorevole al sacerdozio e alla vita consacrata.
L'icona evangelica del « Padrone della messe » conduce al cuore
della pastorale delle vocazioni: la preghiera. Preghiera che sa « guardare »
con sapienza evangelica al mondo e ad ogni uomo nella realtà dei suoi
bisogni di vita e di salvezza. Preghiera che esprime la carità e la «
compassione » (Mt 9, 36) di Cristo verso l'umanità, che
anche oggi appare come « un gregge senza pastore » (Mt 9, 36).
Preghiera che esprime la fede nella voce potente del Padre, che solo può
chiamare e mandare a lavorare nella Sua vigna. Preghiera che esprime la speranza
viva in Dio, il quale non farà mai mancare alla Chiesa gli « operai »
(Mt 9, 38) necessari a portare a compimento la sua missione.
Nel Congresso hanno suscitato molto interesse le testimonianze
sull'esperienza di lectio divina in prospettiva vocazionale. In alcune
diocesi sono molto diffuse le « scuole di preghiera » o le «
scuole della Parola ». Il principio al quale esse si ispirano è
quello, ormai classico, contenuto nella Dei Verbum: « Tutti i
fedeli acquisiscano la sublime scienza di Gesù Cristo con la frequente
lettura della Divina Scrittura, accompagnata dalla preghiera ».(78)
Quando tale scienza diviene sapienza che si nutre di frequentazione
abituale, gli occhi e le orecchie del credente si aprono nel riconoscere la
Parola che chiama senza sosta. Allora il cuore e la mente sono in grado di
accoglierla e di viverla senza paura.
b) La comunione ecclesiale
La prima funzione vitale che sgorga dalla liturgia è la
manifestazione della comunione che si vive all'interno della Chiesa, come popolo
riunito in Cristo attraverso la sua croce, come comunità in cui ogni
divisione è per sempre superata nello Spirito di Dio che è Spirito
di unità (Ef 2, 11-22;Gal 3, 26-28; Gv 17, 9-26).
La Chiesa si propone come lo spazio umano di fraternità in cui ogni
credente può e deve fare esperienza di quella unione fra gli uomini e con
Dio che è dono dall'alto. Di questa dimensione ecclesiale sono splendido
esempio gli Atti degli Apostoli, dove è descritta una comunità di
credenti profondamente segnata dall'unione fraterna, dalla condivisione dei beni
materiali e spirituali, degli affetti e dei sentimenti (At 2, 42-48), al
punto da essere « un cuore solo ed un'anima sola » (At 4, 32).
Se ogni vocazione nella Chiesa, è un dono da vivere per gli
altri, come servizio di carità nella libertà, allora è
anche un dono da vivere con gli altri. Dunque lo si scopre solo vivendo
in fraternità.
La fraternità ecclesiale non è solo virtù
comportamentale, ma itinerario vocazionale. Solo vivendo la si può
scegliere come componente fondamentale di un progetto vocazionale, o solo
gustandola è possibile aprirsi a una vocazione che in ogni caso sarà
sempre vocazione alla fraternità.(79) Al contrario, non può
avvertire alcuna attrazione vocazionale chi non sperimenta alcuna fraternità
e si chiude al rapporto con gli altri o interpreta la vocazione solo come
perfezione privata e personale.
La vocazione è relazione; è manifestazione dell'uomo che Dio
ha creato aperto alla relazione e anche nel caso di una vocazione all'intimità
con Dio nella vocazione claustrale, implica una capacità di apertura e di
condivisione che si può acquisire solo con l'esperienza d'una fraternità
reale. « Il superamento di una visione individualistica del ministero e
della consacrazione, della vita nelle singole comunità cristiane è
un contributo storico decisivo ».(80)
La vocazione è dialogo, è sentirsi chiamati da un Altro e
avere il coraggio di risponderGli. Come può maturare questa capacità
di dialogo in chi non ha imparato, nella vita di tutti i giorni e nelle
relazioni quotidiane, a lasciarsi chiamare, a rispondere, a riconoscere l'io nel
tu? Come può farsi chiamare dal Padre chi non si preoccupa di rispondere
al fratello?
La condivisione con il fratello e con la comunità dei credenti
diventa allora via, lungo la quale si impara a rendere partecipi gli altri dei
progetti propri, per accogliere infine su di sé il piano pensato da Dio.
Che sarà sempre e comunque progetto di fraternità.
Un'esperienza di condivisione attorno alla Parola, segnalata da alcune
Chiese europee, è costituita dai centri di ascolto, gruppi cioè
di credenti che si incontrano periodicamente nelle loro case per riscoprire il
messaggio cristiano e comunicarsi le rispettive esperienze e i doni di
interpretazione della Parola stessa.
Per i giovani questi centri ricevono una connotazione vocazionale
nell'ascolto della Parola che chiama, nella catechesi e nella preghiera vissute
in modo più personale e coinvolgente, più libero e creativo. Il
centro di ascolto diviene così stimolo alla corresponsabilità
ecclesiale, perché qui si possono scoprire i diversi modi di servire la
comunità e vi possono sovente maturare vocazioni specifiche.
Altra esperienza positiva di itinerario vocazionale nelle Chiese particolari
e nei vari Istituti di vita consacrata è la comunità di
accoglienza, che realizza l'invito di Gesù: « Venite e vedrete ».
Dal Sommo Pontefice è definita la « regola d'oro della pastorale
vocazionale ».(81) In queste comunità o centri di orientamento
vocazionale, grazie a un'esperienza molto specifica e immediata, i giovani
possono fare un vero e graduale cammino di discernimento. Sono dunque
accompagnati perché al momento giusto siano in grado non solo
d'identificare il progetto di Dio su di loro, ma di decidere di sceglierlo come
propria identità.
c) Il servizio della carità
È una delle funzioni più tipiche della comunità
ecclesiale. Consiste nel vivere l'esperienza della libertà in Cristo, in
quel vertice supremo che è costituito dal servizio. « Chi vorrà
diventare grande tra voi si farà vostro servo » (Mt 20, 26),
« chi vuol essere il primo sia il servo di tutti » (Mc 9, 35).
Nella Chiesa primitiva questa lezione sembra sia stata molto presto appresa,
dato che il servizio appare come una delle componenti strutturali di essa, al
punto che vengono istituiti i diaconi proprio per « il servizio delle mense
».
Proprio perché il credente vive per grazia l'esperienza di libertà
in Cristo, egli è chiamato a essere testimone di libertà e agente
di liberazione per gli uomini. Di quella liberazione che si realizza non con la
violenza e il dominio, ma con il perdono e l'amore, con il dono di sé e
il servizio, sull'esempio di Cristo Servo. È il servizio della carità,
le cui possibilità espressive sono senza limite.
È forse la via regia, in un itinerario vocazionale, per discernere la
propria vocazione, perché l'esperienza di servizio, specie dove è
ben preparata, guidata e penetrata nel suo significato più vero, è
esperienza di grande umanità, che porta a conoscere meglio se stessi e la
dignità altrui nonché la bellezza di dedicarsi agli altri.
L'autentico servo nella Chiesa è colui che ha imparato ad assaporare
come un privilegio il lavare i piedi ai fratelli più poveri, è
colui che ha conquistato la libertà di perdere il proprio tempo per le
necessità altrui. L'esperienza del servizio è un'esperienza di
grande libertà in Cristo.
Chi serve il fratello, inevitabilmente incontra Dio ed entra in una
particolare sintonia con Lui. Non gli sarà difficile scoprire la Sua
volontà su di sé e, soprattutto, sentirsi attratto a compierla. E
sarà in ogni caso una vocazione di servizio per la Chiesa e per il mondo.
Così è stato per moltissime vocazioni in questi ultimi
decenni. L'animazione vocazionale del post-Concilio è progressivamente
passata dalla « pastorale della propaganda » alla « pastorale del
servizio », in particolare per i più poveri e bisognosi.
Molti giovani hanno davvero ritrovato Dio e se stessi, lo scopo del vivere e
la felicità vera, donando tempo e attenzioni ai fratelli, fino a decidere
di dedicare loro non un segmento della vita, ma tutta l'esistenza. La vocazione
cristiana è, infatti, esistenza per gli altri.
d) La testimonianza-annuncio del Vangelo
Essa è la proclamazione della vicinanza di Dio all'uomo lungo tutta
la storia della salvezza, specie in Cristo, e dunque anche delle viscere di
misericordia del Padre per l'uomo, perché abbia la vita in abbondanza.
Tale annuncio è all'origine del cammino di fede di ogni credente. La
fede, infatti, è un dono ricevuto da Dio e testimoniato dall'esempio
della comunità credente e di tanti fratelli e sorelle all'interno di
essa, così come attraverso l'istruzione catechistica sulle verità
del vangelo.
Ma la fede va trasmessa, e viene il tempo in cui ogni testimonianza
diventa dono attivo: il dono ricevuto diventa dono donato attraverso la
personale testimonianza e il personale annuncio.
La testimonianza della fede coinvolge tutto l'uomo e può essere fatta
solo con la totalità dell'esistenza e della propria umanità, con
tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze, fino al dono anche
cruento della vita.
È interessante questo crescendo di significati del termine, un
crescendo che in fondo ritroviamo nel brano biblico che ci sta guidando: vedi la
testimonianza-catechesi di Pietro e degli Apostoli il giorno di Pentecoste e,
successivamente, la coraggiosa catechesi di Stefano culminante nel suo martirio
(At 6, 8; 7, 60) e degli Apostoli « lieti di essere stati
oltraggiati per amore del nome di Gesù » (At 5, 41).
Ma più interessante ancora è scoprire come questa
testimonianza-annuncio evangelico possa divenire specifico itinerario
vocazionale.
La coscienza grata d'aver ricevuto il dono della fede, dovrebbe tradursi
regolarmente in desiderio e volontà di trasmettere agli altri quanto si è
ricevuto, sia attraverso l'esempio della propria vita, sia attraverso il
ministero della catechesi. Questa, poi, « è destinata a illuminare
le molteplici situazioni della vita insegnando a ciascuno a vivere la propria
vocazione cristiana nel mondo ».(82) E se il catechista è anche
prima di tutto un testimone, tale dimensione vocazionale risalterà ancor
più evidente.(83)
Il Congresso ha confermato l'importanza della catechesi in prospettiva
vocazionale e ha indicato nella celebrazione del sacramento della Confermazione
uno straordinario itinerario vocazionale per preadolescenti e adolescenti. L'età
della Cresima potrebbe essere proprio « l'età della vocazione »,
stagione qualificata, sul piano teologico e pedagogico, per la scoperta, la
realizzazione e la testimonianza del dono ricevuto.
L'azione catechistica dovrebbe suscitare la capacità di riconoscere e
di manifestare il dono dello Spirito.(84)
L'incontro diretto di credenti che vivono con fedeltà e coraggio la
loro vocazione, di testimoni credibili che offrono esperienze concrete di
vocazioni riuscite, può essere decisivo per aiutare i cresimandi a
scoprire e accogliere la chiamata di Dio.
La vocazione, in ogni caso, è sempre originata dalla coscienza di un
dono, e da una coscienza così grata che trova del tutto logico porre al
servizio degli altri la propria esperienza, per farsi carico della loro crescita
nella fede.
Chi vive con attenzione e generosità la testimonianza della fede, non
tarderà a cogliere il progetto di Dio su di sé, per dedicare alla
sua realizzazione tutte le energie.
Dagli itinerari pastorali alla chiamata personale
28. Potremmo dire, in sintesi, che nelle dimensioni della liturgia, della
comunione ecclesiale, del servizio della carità e della testimonianza del
vangelo si condensa la condizione esistenziale d'ogni credente. Questa è
la sua dignità e la sua vocazione fondamentale, ma è anche la
condizione perché ognuno possa scoprire la sua peculiare identità.
Ogni credente, dunque, deve vivere il comune evento della liturgia, della
comunione fraterna, del servizio caritativo e dell'annuncio del vangelo, perché
solo attraverso tale esperienza globale potrà identificare il suo
particolare modo di vivere queste stesse dimensioni dell'essere cristiano. Di
conseguenza, questi itinerari ecclesiali vanno privilegiati, rappresentano un
po' la strada-maestra della pastorale vocazionale, grazie alla quale può
svelarsi il mistero della vocazione di ognuno.
Sono peraltro itinerari classici, che appartengono alla vita stessa d'ogni
comunità che voglia dirsi cristiana e ne rivelano al tempo stesso la
solidità o precarietà. Proprio per questo non solo rappresentano
una via obbligata, ma soprattutto offrono garanzia all'autenticità della
ricerca e del discernimento.
Queste quattro dimensioni e funzioni, infatti, da un lato provocano un
coinvolgimento globale del soggetto, dall'altro lo portano alle soglie d'una
esperienza molto personale, d'un confronto stringente, d'un appello impossibile
da ignorare, d'una decisione da prendere, che non si può tramandare
all'infinito. Per questo la pastorale vocazionale dovrà espressamente
aiutare a fare opera di rilevamento attraverso un'esperienza profondamente e
globalmente ecclesiale, che conduca ogni credente « alla scoperta e
assunzione della propria responsabilità nella Chiesa ».(85) Le
vocazioni che non nascono da quest'esperienza e da questo inserimento
nell'azione comunitaria ecclesiale rischiano di essere viziate alla radice e
di dubbia autenticità.
Ovviamente tali dimensioni saranno tutte presenti, armonicamente coordinate
per un'esperienza che potrà esser decisiva solo se totalizzante.
Spesso, in effetti, vi sono giovani che privilegiano spontaneamente l'una o
l'altra di queste funzioni (o unicamente impegnati nel volontariato, o fin
troppo attratti dalla dimensione liturgica, o grandi teorici un po' idealisti).
Sarà allora importante che l'educatore vocazionale provochi nel senso
d'un impegno che non sia su misura dei gusti del giovane, ma sulla misura
oggettiva dell'esperienza di fede, la quale non può, per definizione,
esser qualcosa di addomesticabile. È solo il rispetto di questa misuraoggettiva
che può lasciar intravedere la propria misurasoggettiva.
L'oggettività, in tal senso, precede la soggettività, e il
giovane deve imparare a darle la precedenza, se vuole davvero scoprire se stesso
e quello che è chiamato a essere. Ovvero, deve prima realizzare ciò
che è richiesto a tutti se ci tiene a essere se stesso.
Non solo, ma ciò che è oggettivo, regolato sulla base d'una
norma e d'una tradizione e mirante a un obiettivo preciso che trascende la
soggettività, ha una notevole forza di attrazione e di trazione
vocazionale. Naturalmente l'esperienza oggettiva dovrà pure divenire
soggettiva, o esser riconosciuta dall'individuo come sua. Sempre tuttavia a
partire da una fonte o da una verità che non è il soggetto a
determinare e che s'avvale della ricca tradizione della fede cristiana. In
definitiva « la pastorale vocazionale ha le tappe fondamentali di un
itinerario di fede ».(86) E anche questo sta a dire la gradualità e
poi la convergenza della pastorale vocazionale.
Dagli itinerari alle comunità cristiane
a) La comunità parrocchiale
29. Il Congresso europeo si è proposto un obiettivo, tra gli altri:
portare la pastorale vocazionale nel vivo delle comunità cristiane
parrocchiale, là dove la gente vive e dove i giovani in particolare sono
coinvolti più o meno significativamente in un'esperienza di fede.
Si tratta di far uscire la pastorale vocazionale dalla cerchia degli
addetti ai lavori per raggiungere i solchi periferici della Chiesa particolare.
Ma nel contempo è ormai urgente superare la fase
esperienzialistica, in atto in molte Chiese d'Europa, per passare a veri cammini
pastorali, innestati nel tessuto delle comunità cristiane, valorizzando
ciò che è già vocazionalmente eloquente.
Particolare attenzione va all'anno liturgico, che è una
scuola permanente di fede, in cui ogni credente, aiutato dallo Spirito Santo, è
chiamato a crescere secondo Gesù. Dall'Avvento, tempo della speranza,
alla Pentecoste e al Tempo Ordinario, il cammino ciclicamente ricorrente
dell'anno liturgico celebra e prospetta un modello di uomo chiamato a misurarsi
sul mistero di Gesù, il « primogenito tra molti fratelli » (Rom
8, 29).
L'antropologia che l'anno liturgico porta ad esplorare è un disegno
autenticamente vocazionale, che sollecita ogni cristiano a rispondere sempre di
più alla chiamata, per una precisa e personale missione nella storia. Di
qui l'attenzione agli itinerari quotidiani in cui ogni comunità cristiana
è coinvolta. La sapienza pastorale chiede in modo particolare ai pastori,
guide delle comunità cristiane, una cura puntuale e un attento
discernimento per far parlare i segni liturgici, i vissuti dell'esperienza di
fede; perché è dalla presenza di Cristo, nei tempi ordinari
dell'uomo, che vengono gli appelli vocazionali dello Spirito.
Non va dimenticato che il pastore, soprattutto il presbitero responsabile di
una comunità cristiana, è il « coltivatore diretto » di
tutte le vocazioni.
In verità non dovunque si riconosce la piena titolarità
vocazionale della comunità parrocchiale; mentre sono proprio « i
Consigli Pastorali diocesani e parrocchiali, in rapporto con i centri
vocazionali nazionali, ... gli organi competenti in tutte le comunità e
in tutti i settori della pastorale ordinaria ».(87)
È dunque da incoraggiare l'iniziativa di quelle parrocchie che hanno
costituito al loro interno gruppi di responsabili dell'animazione vocazionale e
delle varie attività per risolvere « un problema che si colloca nel
cuore stesso della chiesa » (88) (gruppi di preghiera, giornate e settimane
vocazionali, catechesi e testimonianze e quant'altro può contribuire a
tenere alta l'attenzione vocazionale) (89)
b) I « luoghi-segno » della vita-vocazione
In questo delicato ed urgente passaggio, da una pastorale vocazionale
delle esperienze ad una pastorale vocazionale dei cammini, è necessario
far parlare non solo gli appelli vocazionali provenienti dagli itinerari che
attraversano la vita feriale della comunità cristiana, ma è
sapiente rendere significativi i luoghi-segno della vita come vocazione e i luoghi
pedagogici della fede. Una Chiesa è viva se, con i doni dello
Spirito, sa percepire e valorizzare tali luoghi.
I luoghi-segno della vocazionalità dell'esistenza in una
Chiesa particolare sono le comunità monastiche, testimoni del volto
orante della comunità ecclesiale, le comunità religiose
apostoliche e le fraternità degli istituti secolari.
In un contesto culturale fortemente curvo sulle cose penultime e immediate,
attraversato dal vento gelido dell'individualismo, le comunità oranti ed
apostoliche aprono a dimensioni vere di vita autenticamente cristiana,
soprattutto per le ultime generazioni chiaramente più attente ai segni
che alle parole.
Segno particolare della vocazionalità della vita è la comunità
del seminario diocesano o interdiocesano. Esso vive una singolare
vicenda all'interno delle nostre Chiese. Da una parte è un segno
forte, perché costituisce una promessa di futuro. I giovani che vi
approdano, figli di questa generazione, saranno i preti del domani. Non solo, ma
il seminario sta a richiamare concretamente la vocazionalità della vita e
l'urgenza del ministero ordinato per l'esistenza della comunità
cristiana.
Dall'altra il seminario è un segno debole, perché
chiede una costante attenzione della Chiesa particolare, sollecita una seria
pastorale vocazionale per ripartire ogni anno con nuovi candidati. Ed anche la
solidarietà economica può essere una sollecitazione pedagogica per
educare il popolo di Dio alla preghiera per tutte le vocazioni.
c) I luoghi pedagogici della fede
Oltre ai luoghi-segno sono preziosi i luoghi pedagogici
della pastorale vocazionale, costituiti dai gruppi, dai movimenti, dalle
associazioni e dalla stessa scuola.
Al di là della diversa configurazione sociologica di tali forme di
aggregazione, soprattutto a livello giovanile, è da apprezzare la loro
valenza pedagogica, come luoghi in cui le persone possono essere sapientemente
aiutate a raggiungere una vera maturità di fede.
Ciò può essere efficacemente perseguito se non vengono
disattese tre dimensioni dell'esperienza cristiana: la vocazione di ciascuno, la
comunione della Chiesa e la missione con la Chiesa.
d) Figure di formatori e di formatrici
Un'altra attenzione pedagogica, pastorale viene proposta con particolare
insistenza in questo preciso momento storico: la formazione di precise figure
educative.
È infatti risaputa, un po' ovunque, la debolezza e la problematicità
dei luoghi pedagogici della fede, messi a dura prova dalla cultura
dell'individualismo, dell'aggregazionismo spontaneo, o dalla crisi delle
istituzioni.
D'altra parte emerge soprattutto nei giovani il bisogno di confronto, di
dialogo, di punti di riferimento. I segnali al riguardo sono molti. C'è
insomma urgenza di maestri di vita spirituale, di figure significative, capaci
di evocare il mistero di Dio e disposti all'ascolto per aiutare le persone ad
entrare in un serio dialogo con il Signore.
Le personalità spirituali forti non sono soltanto alcune persone
particolarmente dotate di carisma, ma sono il risultato di una formazione
particolarmente attenta al primato assoluto dello Spirito.
Nella cura delle figure educative delle nostre comunità, due
attenzioni vanno sapientemente tenute presenti: da una parte si tratta di
rendere esplicita e vigile la coscienza educativa vocazionale in tutte quelle
persone che sono già chiamate ad operare nella comunità accanto ai
ragazzi e ai giovani (sacerdoti, religiosei e laici); dall'altra va
accuratamente incoraggiata e formata la ministerialità educativa
della donna, perché sia soprattutto accanto alle giovani una figura
di riferimento e una guida sapiente. Di fatto la donna è ampiamente
presente nelle comunità cristiane e sono risapute le capacità
intuitiva del « genio femminile » e la grande esperienza della donna
in campo educativo (famiglia, scuola, gruppi, comunità).
L'apporto della donna è da ritenersi assai prezioso, per non dire
decisivo, soprattutto nell'ambito del mondo giovanile femminile, non riducibile
a quello maschile, perché bisognoso di una riflessione più attenta
e specifica, soprattutto sul versante vocazionale.
Forse anche questo fa parte di quella svolta che caratterizza la pastorale
vocazionale. Mentre in passato anche le vocazioni femminili scaturivano da
figure significative di padri spirituali, autentiche guide di persone e di
comunità, oggi le vocazioni al « femminile » hanno bisogno di
riferimento a figure femminili, personali e comunitarie, capaci di dare
concretezza alla proposta di modelli oltre che di valori.
e) Gli organismi della pastorale vocazionale
La pastorale vocazionale per proporsi come prospettiva unitaria e
sintetica della pastorale in genere, deve esprimere per prima al suo interno, la
sintesi e la comunione dei carismi e dei ministeri.
Già da tempo nella Chiesa si è avvertita la necessità
di questo coordinamento (90) che, grazie a Dio, ha già dato notevoli
frutti: Organismi parrocchiali, Centri vocazionali diocesani e nazionali già
da diversi anni funzionano con grande vantaggio.
Non è però dovunque così. Il Congresso ora celebrato
ha lamentato in certi casi l'assenza, o la scarsa incidenza di queste strutture
in alcune nazioni europee,(91) e fa voti perché quanto prima vengano
regolarmente istituite o adeguatamente potenziate.
Ancora da più parti si osserva che, mentre i Centri nazionali
sembrano garantire un notevole apporto di stimoli costruttivi per la pastorale
vocazionale d'insieme, i Centri diocesani non paiono animati ovunque dalla
stessa volontà di lavorare e collaborare davvero per le vocazioni di
tutti. C'è un certo progetto generale di pastorale unitaria che ancora
stenta a divenire prassi di Chiesa locale, e sembra in qualche modo incepparsi
quando dalle proposte generali si passa alla traduzione capillare nella realtà
diocesana o parrocchiale. Qui infatti non sono ancora del tutto sparite
prospettive e prassi particolaristiche e meno ecclesiali.(92)
Per quanto riguarda i Centri diocesani e nazionali, più che
ribadire qui quanto già in maniera esemplare sottolineano vari documenti
circa la loro funzione, sembra necessario ricordare che non si tratta
semplicemente d'una questione d'organizzazione pratica, quanto di coerenza con
uno spirito nuovo che deve permeare la pastorale vocazionale nella Chiesa e in
particolare nelle Chiese d'Europa. La crisi vocazionale è anche crisi di
comunione nel favorire e far crescere le vocazioni. Non possono nascere
vocazioni laddove non si vive uno spirito autenticamente ecclesiale.
Oltre a raccomandare una ripresa d'impegno in tale campo e un più
stretto collegamento tra Centro nazionale, Centri diocesani e organismi
parrocchiali, il Congresso e questo Documento auspicano che tali organismi
prendano maggiormente a cuore due questioni: la promozione d'una autentica
cultura vocazionale nella società civile ed ecclesiale, prima
sottolineata, e la formazione degli educatori-formatori vocazionali, vero e
proprio elemento centrale e strategico dell'attuale pastorale vocazionale.(93)
Il Congresso, inoltre, chiede che si prenda in seria considerazione per
l'Europa la costituzione di un organismo o Centro unitario di pastorale
vocazionale sovranazionale, come segno ed espressione concreta di comunione e
condivisione, di coordinamento e scambio di esperienze e persone tra le singole
Chiese nazionali,(94) salvaguardando le peculiarità di ciascuna.
PARTE QUARTA
PEDAGOGIA DELLE VOCAZIONI
« Non ci ardeva forse il cuore nel petto?... » (Lc
24, 32)
Questa parte pedagogica viene colta all'interno del vangelo,
sull'esempio di quello straordinario animatore-educatore vocazionale che è
Gesù, e in vista di un'animazione vocazionale scandita da precisi
atteggiamenti pedagogici evangelici: seminare, accompagnare, educare, formare,
discernere.
Siamo all'ultima sezione, quella che, nella logica del documento, dovrebbe
rappresentare la parte metodologico-applicativa. Si è infatti partiti
dall'analisi della situazione concreta, per poi definire gli elementi teologici
portanti del tema della vocazione, e quindi si è cercato di tornare alla
vita concreta delle nostre comunità credenti per delineare il senso e la
direzione della pastorale delle vocazioni.
Resta ora da vedere la dimensione pedagogica della pastorale vocazionale.
Crisi vocazionale e crisi educativa
30. Molte volte, nelle nostre Chiese, sono chiari gli obiettivi e le
strategie di fondo, ma restano un po' indefiniti i passi da fare, per suscitare
nei nostri giovani la disponibilità vocazionale; e questo perché
oggi risulta debole un certo impianto educativo, dentro e fuori della Chiesa,
quell'impianto che dovrebbe poi offrire, assieme alla precisione dell'obiettivo
da raggiungere, anche i percorsi pedagogici che vi conducono. Lo dice ancora con
il solito realismo l'Instrumentum laboris: « Stiamo verificando...
la debolezza di tanti luoghi pedagogici (gruppo, comunità, oratori,
scuola e soprattutto famiglia) ».(95) La crisi vocazionale è
certamente anche crisi di proposta pedagogica e di cammino educativo.
Si cercherà di indicare allora, sempre a partire dalla Parola di Dio,
proprio questa convergenza tra fine e metodo, nella convinzione che una buona
teologia normalmente si lascia tradurre nella pratica, diviene pedagogia, fa
intravedere dei percorsi, col desiderio sincero di offrire ai vari operatori
pastorali un aiuto, uno strumento utile a tutti.
Il vangelo della vocazione
31. Ogni incontro o dialogo nel vangelo ha un significato vocazionale:
quando Gesù cammina per le strade della Galilea è sempre inviato
dal Padre per chiamare l'uomo a salvezza e svelargli il progetto del Padre
stesso. La buona notizia, l'evangelo, è proprio questa: il Padre ha
chiamato l'uomo attraverso il Figlio nello Spirito, l'ha chiamato non solo alla
vita, ma alla redenzione, e non solo a una redenzione da altri meritata, ma a
una redenzione che lo coinvolge in prima persona, rendendolo responsabile della
salvezza di altri.
In questa salvezza attiva e passiva, ricevuta e condivisa, è
racchiuso il senso d'ogni vocazione; è racchiuso il senso stesso della
Chiesa, come comunità di credenti, santi e peccatori, tutti «
chiamati » a partecipare dello stesso dono e responsabilità. È
il vangelo della vocazione.
La pedagogia della vocazione
32. All'interno di questo vangelo cerchiamo una pedagogia corrispondente,
che è poi quella di Gesù, autentica pedagogia della vocazione.
È la pedagogia che ogni animatore vocazionale o ogni evangelizzatore
dovrebbe saper mettere in atto, per condurre il giovane a riconoscere il Signore
che lo chiama e a risponderGli.
Se punto di riferimento della pedagogia vocazionale è il mistero di
Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, vi sono molti aspetti e significative
dimensioni nel suo agire « vocazionale ».
Anzitutto Gesù ci è presentato nei vangeli molto più
come formatore che come animatore, proprio perché opera sempre in
strettissima unione col Padre, che sparge il seme della Parola ed educa
(traendo dal nulla), e con lo Spirito che accompagna nel cammino di
santificazione.
Tali aspetti aprono prospettive importanti a chi lavora nella pastorale
delle vocazioni ed è chiamato, perciò stesso, a esser non solo
animatore vocazionale, ma ancor prima seminatore del buon seme della
vocazione, e poi accompagnatore nel cammino che conduce il cuore ad «
ardere », educatore alla fede e all'ascolto del Dio che chiama,
formatore degli atteggiamenti umani e cristiani di risposta all'appello
di Dio; (96) ed è chiamato infine a discernere la presenza del
dono che viene dall'alto.
Sono le cinque caratteristiche centrali del ministero vocazionale o
le cinque dimensioni del mistero della chiamata che da Dio giunge
all'uomo attraverso la mediazione d'un fratellosorella o d'una comunità.
Seminare
33. « Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una
parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito
germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il
sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un'altra parte
cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde
sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il
trenta » (Mt 13, 3-8).
Questo brano indica, in qualche modo, il primo passo d'un cammino
pedagogico, il primo atteggiamento da parte di colui che si pone come mediatore
tra il Dio che chiama e l'uomo che è chiamato, e che s'ispira
necessariamente all'agire di Dio. È Dio-Padre il seminatore; Chiesa e
mondo sono i luoghi ove continua a spargere abbondantemente il suo seme, con
libertà assoluta e senza esclusioni di sorta, una libertà che
rispetta quella del terreno ove il seme cade.
a) Due libertà in dialogo
La parabola del seminatore mostra che la vocazione cristiana è un
dialogo fra Dio e la persona umana. L'interlocutore principale è Dio, che
chiama chi vuole, quando vuole e come vuole « secondo il suo proposito e la
sua grazia » (2 Tim 1, 9); che chiama tutti alla salvezza, senza
farsi limitare dalle disposizioni del ricevente. Ma la libertà di Dio
s'incontra con la libertà dell'uomo, in un dialogo misterioso e
affascinante, fatto di parole e di silenzi, di messaggi e azioni, di sguardi e
gesti, una libertà che è perfetta, quella di Dio, e l'altra
imperfetta, quella umana. La vocazione è dunque totalmente attività
di Dio, ma anche realmente attività dell'uomo: lavoro e penetrazione di
Dio nel cuore della libertà umana, ma anche fatica e lotta dell'uomo per
esser libero d'accogliere il dono.
Chi si pone accanto a un fratello nel cammino di discernimento vocazionale
entra nel mistero della libertà, e sa che potrà dare un aiuto solo
se rispetta tale mistero. Anche quando ciò dovesse significare, almeno
apparentemente un minor risultato. Come per il seminatore del vangelo.
b) Il coraggio di seminare ovunque
Proprio il rispetto d'entrambe le libertà significa anzitutto il
coraggio di seminare il buon seme del vangelo, della Pasqua del Signore, della
fede e infine della sequela. Questa è la condizione previa; non si fa
nessuna pastorale vocazionale se non c'è questo coraggio. Non solo, ma
bisogna seminare dovunque, nel cuore di chiunque, senz'alcuna preferenza
o eccezione. Se ogni essere umano è creatura di Dio, è anche
portatore d'un dono, d'una vocazione particolare che attende d'essere
riconosciuta.
Spesso ci si lamenta nella Chiesa della scarsità di risposte
vocazionali e non ci si accorge che altrettanto spesso la proposta è
fatta entro un cerchio ristretto di persone, e magari subito ritirata dopo un
primo diniego. Giova qui ricordare il richiamo di Paolo VI: « Che nessuno,
per colpa nostra, ignori ciò che deve sapere, per orientare, in senso
diverso e migliore, la propria vita ».(97) Eppure quanti giovani non si
sono mai sentiti rivolgere alcuna proposta cristiana circa la loro vita e il
futuro!
È singolare osservare il seminatore della parabola nel gesto ampio
della mano che semina « ovunque »; è commovente riconoscere in
tale icona il cuore di Dio-Padre. È l'immagine di Dio che semina nel
cuore d'ogni vivente un piano di salvezza; o se vogliamo, è
l'immagine dello « spreco » della generosità divina, che
s'effonde su tutti perché tutti vuol salvare e chiamare a Sé.
È quella stessa immagine del Padre che torna evidente nell'agire di
Gesù, il quale chiama a Sé i peccatori, sceglie di costruire la
sua Chiesa con gente apparentemente inadatta per questa missione, non conosce
barriere e non fa preferenze di persone.
È specchiandosi in quest'immagine che l'operatore vocazionale, a sua
volta, annuncia, propone, scuote, con l'identica generosità; ed è
proprio la certezza del seme deposto dal Padre nel cuore d'ogni creatura, che
gli dà la forza d'andare ovunque e di seminare comunque il buon seme
vocazionale, di non restare dentro gli spazi soliti e d'affrontare ambienti
nuovi, per tentare approcci insoliti e rivolgersi a ogni persona.
c) La semina al tempo giusto
Fa parte della saggezza del seminatore spargere il buon seme della
vocazione al momento propizio. Che non significa affatto affrettare i tempi
della scelta o pretendere che un preadolescente abbia la maturità
decisionale d'un giovane, ma capire e rispettare il senso vocazionale della vita
umana.
Ogni stagione dell'esistenza ha un significato vocazionale, a
cominciare dal momento in cui il ragazzoa si apre alla vita e ha bisogno di
coglierne il senso, e prova a interrogarsi sul suo ruolo in essa. Il lasciar
cadere tale domanda al momento giusto potrebbe pregiudicare il germogliare del
seme: « l'esperienza pastorale mostra che la prima manifestazione della
vocazione nasce, nella maggior parte dei casi, nell'infanzia e nell'adolescenza.
Per questo sembra importante recuperare o proporre formule che possano
suscitare, sostenere e accompagnare questa prima manifestazione vocazionale ».(98)
Senza tuttavia limitarsi a essa. Ogni persona ha i suoi ritmi e i suoi tempi di
maturazione. L'importante è che accanto a sé abbia un buon
seminatore.
d) Il più piccolo di tutti i semi
Non è certo operazione semplice, oggi, quella del « seminatore
vocazionale ». Per i motivi che sappiamo: non esiste, propriamente
parlando, una cultura vocazionale; il modello antropologico prevalente sembra
essere quello dell'« uomo senza vocazione »; il contesto sociale è
eticamente neutro e privo di speranza e di modelli progettuali. Tutti elementi
sembrano concorrere a indebolire la proposta vocazionale e ci consentono, forse,
di applicare ad essa quanto Gesù dice, a proposito del regno di Dio (cfr.
Mt 13, 31ss.): il seme della vocazione è come un granellino di
senapa che, quando viene seminato, o quando viene proposto o indicato come
presente, è il più piccolo di tutti i semi; non suscita molto
spesso alcun immediato consenso; anzi è negato e smentito, è come
soffocato da altre attese e progetti, non preso sul serio; oppure viene visto
con sospetto e diffidenza, quasi fosse un seme d'infelicità.
Ed allora il giovane, rifiuta, si dichiara non interessato, ha già
ipotecato il suo futuro (o altri l'hanno già fatto per lui); o forse gli
piacerebbe e l'interessa, ma non è così sicuro, e poi è
troppo difficile e gli fa paura...
Nulla di strano e assurdo in questa reazione timorosa e negativa; in fondo
l'aveva già detto il Signore. Il seme della vocazione è il più
piccolo di tutti i semi, è debole e non s'impone, proprio perché è
espressione della libertà di Dio che intende rispettare fino in fondo la
libertà dell'uomo.
E allora è necessaria anche la libertà di chi guida il cammino
dell'uomo: una libertà del cuore che consenta di continuare a non tirarsi
indietro di fronte all'iniziale rifiuto o disinteresse.
Gesù dice, sempre nella breve parabola del grano di senapa, che «
una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi » (Mt
13, 32); dunque è un seme che possiede una sua forza, anche se non è
subito evidente e dirompente e, anzi, ha bisogno di molta cura per maturare. C'è
una sorta di segreto elementare che fa parte della sapienza contadina: per
garantire un qualsiasi raccolto nella stagione giusta, bisogna curare tutto,
proprio tutto, dal terreno al seme; porre attenzione a tutto, da ciò che
lo fa crescere a quanto ne ostacola la crescita. Anche contro le imponderabili
intemperie delle stagioni. In campo vocazionale succede qualcosa di simile. La
semina è solo il primo passo, ma deve essere seguito da altre ben precise
attenzioni perché le due libertà entrino nel mistero del dialogo
vocazionale.
Accompagnare
34. « Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per
un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e
conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano
insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i
loro occhi erano incapaci di riconoscerlo » (Lc 24, 13-16).
Scegliamo, per descrivere le articolazioni pedagogiche dell'accompagnare,
educare e formare, l'episodio dei due discepoli di Emmaus. È un brano
significativo, perché, oltre alla sapienza del contenuto e del metodo
pedagogico seguito da Gesù, ci sembra di vedere nei due discepoli
l'immagine di tanti giovani d'oggi, un po' tristi e sfiduciati, che sembrano
avere smarrito il gusto di cercare la loro vocazione.
Il primo passo, o la prima attenzione in questo cammino, è il porsi
accanto: il seminatore, o colui che ha risvegliato nel giovane la coscienza
del seme seminato nel terreno del suo cuore, diventa ora accompagnatore.
Nella parte teologica della presente riflessione, è stato indicato
come tipico dello Spirito il ministero dell'accompagnamento; è infatti lo
Spirito del Padre e del Figlio che rimane accanto all'uomo per ricordargli la
Parola del Maestro; è ancora lo Spirito, che dimora nell'uomo per
suscitare in lui la coscienza d'esser figlio del Padre. È dunque lo
Spirito il modello cui deve ispirarsi quel fratello o sorella maggiore che
accompagna un fratello o una sorella minore in ricerca.
a) Itinerario vocazionale
Definito l'itinerario vocazionale pastorale, ci domandiamo ora: che cos'è
un itinerario vocazionale sul piano pedagogico?
L'itinerario pedagogico vocazionale è un viaggio mirato verso la maturità
della fede, come un pellegrinaggio verso lo stato adulto dell'essere
credente, chiamato a decidere di sé e della propria vita in libertà
e responsabilità, secondo la verità del misterioso progetto
pensato da Dio per lui. Tale viaggio procede per tappe in compagnia
d'un fratello o sorella maggiore nella fede e nel discepolato, che
conosce la strada, la voce e i passi di Dio, che aiuta a riconoscere il Signore
che chiama e a discernere la via lungo la quale andare verso Lui e risponderGli.
Un itinerario vocazionale, allora, è anzitutto cammino con Lui, il
Signore della vita, quel « Gesù in persona », come annota con
precisione Luca, che s'accosta al cammino dell'uomo, fa lo stesso percorso ed
entra nella sua storia. Ma gli occhi di carne spesso non lo sanno riconoscere e
allora l'andare umano resta solitario e il discorrere inutile, mentre il cercare
rischia di perpetuarsi, in un interminabile e a volte narcisistico « far
esperienze », anche vocazionali, senz'alcun esito decisionale. È
forse il primo compito dell'accompagnatore vocazionale, quello d'indicare la
presenza d'un Altro, o di confessare la natura relativa della
propria vicinanza o del proprio accompagnamento, per essere mediazione di tale
presenza, o itinerario verso la scoperta del Dio che chiama e si fa vicino a
ogni uomo.
Come i due di Emmaus, o come Samuele nella notte, sovente i nostri giovani
non hanno occhi per vedere o orecchi per udire Colui che cammina accanto a
ciascuno e, con insistenza e delicatezza insieme, pronuncia il loro nome. Il
fratello che accompagna è segno di quella insistenza e delicatezza; suo
compito è quello d'aiutare a riconoscere la provenienza della voce
misteriosa; non parla di sé, ma annuncia un Altro che pure è già
presente; come Giovanni Battista.
Il ministero dell'accompagnamento vocazionale è ministero umile, di
quell'umiltà serena e intelligente che nasce dalla libertà nello
Spirito, e si esprime « con il coraggio dell'ascolto, dell'amore e del
dialogo ». Grazie a questa libertà risuona con maggiore chiarezza e
forza incisiva la voce di Colui che chiama. E il giovane si trova di fronte a
Dio, scopre con sorpresa che è l'Eterno che cammina nel tempo accanto a
lui, e lo chiama a una scelta per sempre!
b) I pozzi d'acqua viva
« Gesù, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo... »
(Gv 4, 6): è l'avvio di quello che potremmo considerare un inedito
colloquio vocazionale: l'incontro di Gesù con la Samaritana. La donna,
infatti, attraverso quest'incontro, compie un itinerario verso la scoperta di se
stessa e del Messia, addirittura divenendo in qualche modo sua annunciatrice.
Anche da questo brano traspare la sovrana libertà di Gesù nel
cercare ovunque e in chiunque i suoi messaggeri; ma è pure
singolare l'attenzione, da parte di Colui che è la via dell'uomo verso il
Padre, d'incrociare la creatura lungo le sue vie, o d'aspettarla ove più
evidente e intensa è la sua attesa. È quanto si può dedurre
dall'immagine simbolica del « pozzo ». I pozzi, nell'antica società
giudaica, erano fonte di vita, condizione basilare di sopravvivenza per un
popolo sempre alle prese con la penuria d'acqua; ed è proprio attorno a
questo simbolo, l'acqua per e della vita, che Gesù
costruisce con finissima pedagogia il suo approccio con la donna.
Accompagnare un giovane vuol dire saper identificare « i pozzi »
di oggi: tutti quei luoghi e momenti, quelle provocazioni e attese, ove prima o
poi tutti i giovani devono passare con le loro anfore vuote, con i loro
interrogativi inespressi, con la loro sufficienza ostentata e spesso solo
apparente, con la loro voglia profonda e incancellabile di autenticità e
di futuro.
La pastorale vocazionale non può essere « attendista » ma
azione di chi cerca e non si dà per vinta finché non abbia
trovato, e si fa trovare al posto o al pozzo giusto, laddove il giovane dà
l'appuntamento alla vita e al futuro.
L'accompagnatore vocazionale deve essere « intelligente », da
questo punto di vista, uno che non impone necessariamente le sue domande, ma
parte da quelle del giovane stesso, di qualsiasi tipo; o è capace
se necessario di « suscitare e scoprire la domanda vocazionale che
abita il cuore di ogni giovane, ma che aspetta di essere scavata da veri
formatori vocazionali ».(99)
c) Condivisione e con-vocazione
Fare accompagnamento vocazionale significa anzitutto condividere:
il pane della fede, dell'esperienza di Dio, della fatica della ricerca, fino a
condividere anche la vocazione: non per imporla, evidentemente, ma per
confessare la bellezza d'una vita che si realizza secondo il progetto di Dio.
Il registro comunicativo tipico dell'accompagnamento vocazionale non è
quello didattico o esortativo, e neppure quello amicale, da un lato, o del
direttore spirituale, dall'altro (inteso come chi imprime subito una direzione
precisa alla vita d'un altro), ma è il registro della confessio
fidei.
Chi fa accompagnamento vocazionale testimonia la propria scelta o,
meglio, il proprio essere stato scelto da Dio, racconta non
necessariamente a parole il suo cammino vocazionale e la scoperta
continua della propria identità nel carisma vocazionale, e dunque
racconta anche o lascia capire la fatica, la novità, il rischio, la
sorpresa, la bellezza.
Ne viene una catechesi vocazionale da persona a persona, da cuore a cuore,
ricca d'umanità e originalità, di passione e forza convincente,
un'animazione vocazionale sapienziale ed esperienziale. Un po' come l'esperienza
dei primi discepoli di Gesù, che « andarono e videro dove abitava, e
quel giorno si fermarono presso di lui » (Gv 1, 39); e fu
esperienza profondamente toccante se Giovanni, dopo molti anni, ricorda ancora
che « erano circa la quattro del pomeriggio ».
Si fa animazione vocazionale solo per contagio, per contatto
diretto, perché il cuore è pieno e l'esperienza della bellezza
continua ad avvincere. « I giovani sono molto interessati alla
testimonianza di vita delle persone che sono già in un cammino
spirituale. Sacerdoti e religiosie devono avere il coraggio di offrire segni
concreti nel loro cammino spirituale. Per questo è importante spendere
tempo coi giovani, camminare al loro livello, laddove essi si trovano,
ascoltarli e rispondere alle questioni che sorgono nell'incontro ». (100)
Proprio per questo l'accompagnatore vocazionale è anche un entusiasta
della sua vocazione e della possibilità di trasmetterla ad altri; è
testimone non solo convinto, ma contento, e dunque convincente e credibile.
Solo così il messaggio raggiunge la totalità spirituale della
persona, cuore-mente-volontà, proponendo qualcosa che è
vero-bello-buono.
È il senso della con-vocazione: nessuno può passare
accanto all'annunciatore d'una così « buona notizia » e non
sentirsi toccato, « totalmente » chiamato, a ogni livello della sua
personalità, e continuamente chiamato, da Dio, certamente; ma anche da
tante persone, ideali, situazioni inedite, provocazioni varie, mediazioni umane
della chiamata divina.
Allora il segnale vocazionale può esser meglio percepito.
Educare
35. « Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state
facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno
di loro, di nome Cleopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in
Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?".
Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che
riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole,
davanti a Dio e a tutto il popolo...". Ed egli disse loro: "Sciocchi e
tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo
sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E cominciando
da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò
che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti,
egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta
con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino".
Egli entrò per rimanere con loro » (Lc 24, 17-29).
Dopo la semina, lungo il cammino d'accompagnamento, si tratta di educare
il giovane. Educare nel senso etimologico del verbo, come un tirar fuori (e-ducere)
da lui la sua verità, quel che ha in cuore, anche ciò che non sa e
non conosce di sé: debolezze e aspirazioni, per favorire la libertà
della risposta vocazionale.
a) Educare alla conoscenza di sé
Gesù s'accosta ai due e domanda loro di che cosa stiano parlando.
Lui lo sa, ma vuole che entrambi si manifestino a se stessi e, verbalizzando la
loro tristezza e le speranze deluse, li aiuta a prendere coscienza del loro
problema e del motivo reale del loro turbamento. Così i due sono
praticamente costretti a rileggere la recente storia, facendo trasparire il
motivo vero della loro tristezza.
« Noi speravamo... »; ma la storia pare esser andata in senso
diverso rispetto alle loro attese. In realtà, anzi, essi hanno fatto
tutte le esperienze significative a contatto con Gesù, « potente in
opere e in parole »; ma è come se questo cammino di fede si fosse
improvvisamente interrotto dinanzi a un evento incomprensibile quale la passione
e morte di Colui che avrebbe dovuto liberare Israele.
« Noi speravamo, ma... »: come non riconoscere in questa storia
incompiuta la vicenda di tanti giovani che sembrano interessati al discorso
vocazionale, si lasciano provocare e mostrano una buona predisposizione, ma poi
s'arrestano di fronte alla scelta da fare? Gesù in qualche modo costringe
i due ad ammettere il divario tra le loro speranze e il piano di Dio come si è
concretizzato in Gesù; tra il loro modo d'intendere il Messia e la sua
morte di croce, tra le loro aspettative così umane e interessate e il
senso d'una salvezza che viene dall'alto.
Allo stesso modo è importante e decisivo aiutare i giovani a far
emergere l'equivoco di fondo: quell'interpretazione della vita troppo terrena e
centrata attorno all'io che rende difficile o addirittura impossibile la scelta
vocazionale, o fa sentire eccessive le esigenze della chiamata, come se il
progetto di Dio fosse nemico del bisogno di felicità dell'uomo.
Quanti giovani non hanno accolto l'appello vocazionale non perché
ingenerosi e indifferenti, ma semplicemente perché non aiutati a
conoscersi, a scoprire la radice ambivalente e pagana di certi schemi mentali e
affettivi; e perché non aiutati a liberarsi delle loro paure e
difese, consce e inconsce nei confronti della vocazione stessa. Quanti aborti
vocazionali a causa di questo vuoto educativo.
Educare significa anzitutto far emergere la realtà dell'io, così
com'è, se si vuole poi portarlo a essere come deve essere: la sincerità
è un passo fondamentale per giungere alla verità, ma è
necessario in ogni caso un aiuto esterno per vedere bene l'interno. L'educatore
vocazionale, allora, deve conoscere i sotterranei del cuore umano, per
accompagnare il giovane nella costruzione dell'io vero.
b) Educare al mistero
E qui nasce il paradosso. Quando il giovane è condotto alle
sorgenti di sé, e può vedere in faccia anche le sue debolezze e i
suoi timori, ha la sensazione di capire meglio il motivo di certi suoi
atteggiamenti e reazioni e, al tempo stesso, coglie sempre più la realtà
del mistero come chiave di lettura della vita e della sua persona.
È indispensabile che il giovane accetti di non sapere, di non
potersi conoscere fino in fondo.
La vita non è interamente nelle sue mani, perché la vita è
mistero e, d'altra parte, il mistero è vita; ovvero, il
mistero è quella parte dell'io che ancora non è stata scoperta,
ancora non vissuta e che attende d'esser decifrata e realizzata; mistero è
quella realtà personale che ancora deve crescere, ricca di vita e di
possibilità esistenziali ancora intatte, è la parte germinativa
dell'io.
E allora accettare il mistero è segno d'intelligenza, di libertà
interiore, di voglia di futuro e di novità, di rifiuto d'una concezione
ripetitiva e passiva, noiosa e banale della vita. Ecco perché abbiamo
detto all'inizio che la pastorale vocazionale dev'esser mistagogica, e dunque
partire e ripartire dal Mistero di Dio per ricondurre al mistero dell'uomo.
La perdita del senso del mistero è una delle maggiori cause della
crisi vocazionale.
Al tempo stesso la categoria del mistero diventa categoria propedeutica alla
fede. È possibile, e per certi versi naturale, che a questo punto il
giovane si senta nascere dentro come un bisogno di rivelazione, il
desiderio, cioè, che l'Autore stesso della vita gliene sveli il senso e
il posto che in essa ha da occupare. Chi altri, al di fuori del Padre, può
compiere tale svelamento?
D'altronde non è importante che il giovane scopra subito (o che la
guida intuisca immediatamente) la strada che ha da seguire: ciò che conta
è che scopra e decida in ogni caso di collocare fuori di sé,
in Dio Padre, la ricerca del fondamento della sua esistenza. Un autentico
cammino vocazionale porta sempre e comunque alla scoperta della paternità
e maternità di Dio!
c) Educare a leggere la vita
Nel vangelo Gesù invita i due di Emmaus in qualche modo a ritornare
alla vita, a quegli eventi che avevano causato la loro tristezza attraverso un
sapiente metodo di lettura: capace non solo di ricomporre tra loro gli eventi
attorno a un significato centrale, ma di decifrare, nel tessuto misterioso
dell'esistenza umana, il filo rosso d'un progetto divino. È il metodo che
potrebbe essere chiamato genetico-storico, che fa cercare e trovare nella
propria biografia i passi e le tracce del passaggio di Dio, e dunque anche la
sua voce che chiama. Tale metodo
è assieme deduttivo e induttivo, o storico-biblico:
parte infatti dalla verità rivelata e assieme dalla realtà
storica, e favorisce così il dialogo ininterrotto tra vissuto soggettivo
(i fatti citati dai due discepoli) e riferimento alla Parola (« E
cominciando da Mosè e da tutti profeti spiegò loro in tutte le
Scritture ciò che si riferiva a lui », Lc 24, 27);
indica nella normatività della Parola e nella
centralità del mistero pasquale del Cristo morto e risorto un preciso
punto d'interpretazione agli eventi esistenziali, senza rifiutare alcun
avvenimento, specie quelli più difficili e dolorosi (« Non bisognava
che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? »,
Lc 24, 26).
La lettura della vita diventa così operazione altamente spirituale,
non solo psicologica, perché conduce a riconoscere in essa la presenza
luminosa e misteriosa di Dio e della sua Parola. (101) E, all'interno di questo
mistero, consente piano piano di scorgere il seme della vocazione, che lo stesso
Padre-seminatore ha deposto nei solchi della vita. Quel seme, pur piccolo, ora
comincia a esser visibile e a crescere.
d) Educare a in-vocare
Se la lettura della vita è operazione spirituale, essa porta
necessariamente la persona non solo a riconoscere il suo bisogno di rivelazione,
ma a celebrarlo, con la preghiera di invocazione. Educare vuol dire
e-vocare la verità dell'io. Tale evocazione nasce esattamente
dall'in-vocazione orante, da una preghiera che è più preghiera di
fiducia che di domanda, preghiera come sorpresa e gratitudine; ma anche come
lotta e tensione, come « scavo » sofferto delle proprie ambizioni per
accogliere attese, domande, desideri dell'Altro: del Padre che nel Figlio può
dire a colui che cerca la via da seguire.
Ma allora la preghiera diventa il luogo del discernimento vocazionale,
dell'educazione all'ascolto del Dio che chiama, perché qualsiasi
vocazione ha origine negli spazi d'una preghiera invocante, paziente e
fiduciosa; sorretta non dalla pretesa d'una risposta immediata, ma dalla
certezza o dalla speranza che l' invocazione non può non esser accolta, e
farà scoprire a suo tempo, a colui che invoca, la sua vocazione.
Nell'episodio di Emmaus tutto questo è rivelato con un'espressione
essenziale, forse la più bella preghiera mai pregata da cuore umano: «
Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino »
(Lc 24, 29). È la supplica di chi sa che senza il Signore si fa
subito notte nella vita, senza la Sua parola c'è l'oscurità
dell'incomprensione o della confusione d'identità; la vita appare senza
senso e senza vocazione. È l'invocazione di chi ancora non ha scoperto,
forse, la sua strada, ma intuisce che stando con Lui ritrova se stesso, perché
Lui solo ha « parole di vita eterna » (Gv 6, 67-68).
Questo tipo di preghiera in-vocante non s'apprende spontaneamente, ma ha
bisogno d'un lungo apprendistato; e non s'impara da soli, ma con l'aiuto di chi
ha imparato ad ascoltare i silenzi di Dio. Né chiunque può
insegnare tale preghiera, ma solo chi è fedele alla sua vocazione.
E allora, se la preghiera è la via naturale della ricerca
vocazionale, oggi come ieri o più di ieri, sono necessari educatori
vocazionali che preghino, che insegnino a pregare, che educhino alla
in-vocazione.
Formare
36. « Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione,
lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo
riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un
l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi
lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» » (Lc 24,
30-32).
La formazione è in qualche modo il momento culminante del processo
pedagogico, perché è il momento in cui al giovane viene proposta
una forma, un modo di essere, nel quale egli stesso riconosce la
sua identità, la sua vocazione, la sua norma.
È il Figlio, Colui che è l'impronta del Padre, il formatore
degli uomini, poiché rappresenta l'immagine secondo la quale il Padre ha
creato gli uomini. Per questo Egli invita coloro che chiama ad avere i suoi
stessi sentimenti e a condividere la sua vita, ad avere la sua « forma ».
È Lui, al tempo stesso, a essere il formatore e la forma.
Il formatore vocazionale è tale in quanto mediatore di quest'azione
divina, e si pone accanto al giovane per aiutarlo a « riconoscere » in
essa la sua chiamata, e a farsi formare da essa.
a) Riconoscimento di Gesù
Il momento decisivo dell'episodio di Emmaus è senz'altro quello in
cui Gesù prende il pane, lo spezza e lo dà a ciascuno di loro: «
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero ». C'è qui una
serie di « riconoscimenti » collegati tra loro.
Anzitutto i due riconoscono Gesù, scoprono la vera identità
del viandante che s'è unito a loro, esattamente perché quel gesto
lo poteva fare solo Lui, come ben sapevano i due.
In prospettiva vocazionale ciò sta a dire l'importanza di porre in
atto gesti forti, segnali inequivocabili, proposte alte, progetti di sequela
totale. (102)
Il giovane ha bisogno d'essere stimolato da ideali grandi, in vista di
qualcosa che lo supera ed è al di sopra delle sue capacità, per
cui vale la pena di dare la propria vita. Lo ricorda, anche l'analisi
psicologica: chiedere a un giovane qualcosa che è al di sotto delle sue
possibilità, significa offendere la sua dignità e impedire la sua
piena realizzazione; detto in positivo, al giovane va proposto il massimo di
quel che può dare perché diventi e sia se stesso.
E se Gesù viene riconosciuto « allo spezzare del pane », la
dimensione eucaristica dovrebbe sottendere ogni cammino vocazionale: come «
luogo » tipico della sollecitazione vocazionale, come mistero che dice il
senso generale dell'esistenza umana, come obiettivo finale di qualsiasi
pastorale vocazionale che voglia essere cristiana.
b) Riconoscimento della verità della vita
Ma a questo punto, in un autentico processo di formazione alla scelta
vocazionale, scatta un secondo « riconoscimento »: il
riconoscimento-scoperta, dentro il segno eucaristico, del significato della
vita. Se l'Eucaristia è sacrificio di Cristo che salva l'umanità e
se tale sacrificio è corpo spezzato e sangue versato per la salvezza
dell'umanità, anche la vita del credente è chiamata a modellarsi
sulla stessa correlazione di significati: anche la vita è bene
ricevuto che tende, per natura sua, a divenire bene donato, come la vita del
Verbo. È la verità della vita, d'ogni vita.
Le conseguenze sul piano vocazionale sono evidenti. Se c'è un dono
all'inizio dell'esistenza dell'uomo, che lo costituisce nell'essere, allora la
vita ha la strada segnata: se è dono sarà pienamente se stesso
solo se si realizza nella prospettiva del donarsi; sarà felice a
condizione di rispettare questa sua natura. Potrà fare la scelta che
vuole, ma sempre nella logica del dono, altrimenti diventerà un essere in
contraddizione con se stesso, una realtà « mostruosa »; sarà
libero di decidere l'orientamento specifico, ma non sarà libero di
pensarsi al di fuori della logica del dono.
Tutta la pastorale vocazionale è costruita su questa catechesi
elementare del significato della vita. Se passa questa verità
antropologica allora si può fare qualsiasi proposta vocazionale. Allora
anche la vocazione al ministero ordinato o alla consacrazione religiosa o
secolare, con tutto il suo carico di mistero e mortificazione, diventa la piena
realizzazione dell'umano e del dono che ogni uomo ha ed è
nel più profondo di sé.
c) La vocazione come riconoscenza
Ma se è nel gesto eucaristico che i due di Emmaus «
riconoscono » il Signore e ogni credente il senso della vita, allora la
vocazione nasce dalla « riconoscenza ». Nasce sul terreno fecondo
della gratitudine, poiché la vocazione è risposta, non iniziativa
del singolo: è essere scelti, non scegliere.
Proprio a questo atteggiamento interiore di gratitudine dovrebbe portare la
lettura di tutta la vita passata. La scoperta d'aver ricevuto in modo immeritato
ed eccedente, dovrebbe « costringere » psicologicamente il giovane a
concepire l'offerta di sé, nell'opzione vocazionale, come una conseguenza
inevitabile, come un atto certamente libero, perché determinato
dall'amore; ma in certo senso anche dovuto, poiché di fronte
all'amore ricevuto da Dio egli sente di non poter fare a meno di donarsi. È
bello e del tutto logico che sia così; di per sé non è cosa
straordinaria.
La pastorale vocazionale è diretta a formare a questa logica
della riconoscenza gratitudine;, molto più sana e convincente, sul
piano umano, e più teologicamente fondata della cosiddetta « logica
dell'eroe », di colui che non ha abbastanza maturato la consapevolezza
d'aver ricevuto e si sente lui stesso autore del dono e della scelta. Tale
logica ha pochissima presa sulla sensibilità giovanile odierna, poiché
sovverte la verità della vita come bene ricevuto che tende naturalmente
a divenire bene donato.
È la sapienza evangelica del « gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date » (Mt 10, 8) (103) rivolta da Gesù ai
discepoli-annunciatori della sua parola, che dice la verità d'ogni
essere umano: nessuno potrebbe non riconoscersi in essa.
Da questa verità deriva quella forma che poi la vita è
chiamata ad assumere, o è da questa figura unica della fede che nascono
poi le diverse raffigurazioni vocazionali della fede stessa.
Allora diventa possibile anche chiedere scelte altrettanto forti e radicali,
come una chiamata di speciale consacrazione, al sacerdozio e alla vita
consacrata. Per questo la proposta di Dio, per difficile e singolare che possa
sembrare (e lo è in realtà), diventa anche una promozione
impensata delle autentiche aspirazioni umane e garantisce il massimo della
felicità. La felicità, colma di gratitudine che Maria canta nel «
Magnificat ».
d) Riconoscimento di Gesù e autoriconoscimento del discepolo
Gli occhi dei discepoli di Emmaus si aprono dinanzi al gesto eucaristico
di Gesù.
È di fronte a questo gesto che Cleopa e il compagno percepiscono
anche il senso del loro cammino, come un viaggio non solo verso il
riconoscimento di Gesù, ma anche verso il proprio riconoscimento: «
Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il
cammino, quando ci spiegava le Scritture? » (Lc 24, 32).
Non c'è semplicemente una certa commozione nei due pellegrini che
ascoltano la spiegazione del Maestro, ma la sensazione che la Sua vita, la Sua
Eucaristia, la Sua Pasqua, il Suo mistero saranno sempre più la loro
stessa vita, eucaristia, pasqua, mistero.
Nel cuore che arde c'è la scoperta della vocazione e la storia d'ogni
vocazione. Sempre legata a una esperienza di Dio, in cui la persona scopre anche
se stessa e la propria identità.
Formare alla scelta vocazionale vuol dire mostrare sempre più il
legame tra esperienza di Dio e scoperta dell'io, tra teofania e autoidentità.
È molto vero quanto afferma l'Instrumentum laboris: « Il
riconoscimento di Lui come Signore della vita e della storia comporta
l'autoriconoscimento del discepolo ». (104) E quando l'atto di fede riesce
a coniugare il « riconoscimento cristologico » con «
l'autoriconoscimento antropologico » il seme della vocazione è già
maturo, anzi, sta fiorendo.
Discernere
37. « E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove
trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero
il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi
riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano
riconosciuto nello spezzare il pane » (Lc 24, 33-35).
Affinché il cammino di Emmaus divenga itinerario vocazionale ci vuole
un passaggio conclusivo dopo la serie di « riconoscimenti » e «
autoriconoscimenti »: la scelta effettiva da parte del giovane, cui
corrisponde, da parte di colui che lo ha accompagnato lungo il cammino
vocazionale, il processo di discernimento. Un discernimento che certo
non finirà nel tempo dell'orientamento vocazionale, ma dovrà poi
continuare fino alla maturazione d'una decisione definitiva, « per tutta la
vita ». (105)
a) La scelta effettiva del chiamato
Capacità decisionale
Nell'episodio evangelico che ha tracciato la strada della nostra
riflessione la scelta è ben espressa al versetto 33: « E partirono
senz'indugio... ».
L'annotazione temporale (« senz'indugio ») dice con efficacia la
determinazione dei due, provocata dalla parola e dalla persona di Gesù,
dall'incontro con Lui, e messa coraggiosamente in atto da una scelta che sa di
rottura con ciò che erano o facevano prima, e indica novità di
vita.
È proprio questa decisione che sovente viene a mancare nei giovani
d'oggi.
Per tale motivo, al fine di « aiutare i giovani a superare
l'indecisione di fronte agli impegni definitivi, sembra utile prepararli
progressivamente ad assumere responsabilità personali, (...), affidare
compiti adeguati alle capacità e alla loro età, (...) favorire
un'educazione progressiva alle piccole scelte quotidiane di fronte ai valori
(gratuità, costanza, sobrietà, onestà...) ». (106)
D'altro canto, va ricordato che molto spesso queste e altre paure e
indecisioni segnalano la debolezza non solo dell'impianto psicologico della
persona, ma anche dell'esperienza spirituale e, in particolare, dell'esperienza
della vocazione come scelta che viene da Dio.
Quando è povera questa certezza il soggetto si affida
inevitabilmente a se stesso e alle proprie risorse; e quando ne constata la
precarietà non è strano che si lasci sopraffare dalla paura di
fare una scelta definitiva.
L'incapacità decisionale non è necessariamente
caratteristica della generazione giovanile attuale: non raramente è
conseguenza d'un accompagnamento vocazionale che non ha sottolineato abbastanza
il primato di Dio nella scelta, o che non ha formato a lasciarsi scegliere da
Lui. (107)
« Ritorno a casa »
La scelta vocazionale indica novità di vita, ma in realtà è
anche segno d'un recupero della propria identità, quasi un « ritorno
a casa », alle radici dell'io. Nel brano di Emmaus è simboleggiato
dall'espressione: « ...e fecero ritorno a Gerusalemme ».
È molto importante, nella formazione alla scelta vocazionale,
ribadire l'idea che essa rappresenta la condizione per essere se stessi e
realizzarsi secondo quell'unico progetto che può dare felicità.
Troppi giovani pensano ancora il contrario circa la vocazione cristiana, la
guardano con diffidenza e temono che essa non possa renderli felici; ma
finiscono poi per esser infelici come il giovane triste del vangelo (cfr. Mc 10,
22).
Quante volte anche gli atteggiamenti degli adulti, genitori compresi, hanno
contribuito a creare un'immagine negativa della vocazione, in particolare al
sacerdozio e alla vita consacrata, creando anche ostacoli per la sua
realizzazione e scoraggiando chi vi si sentiva chiamato! (108)
Non si risolve, peraltro, questo problema con una banale propaganda
contraria, che enfatizzerebbe gli aspetti positivi e gratificanti della
vocazione stessa, ma soprattutto sottolineando l'idea, che la vocazione è
il pensiero di Dio sulla creatura, è il nome da Lui dato alla persona.
Scoprire e rispondere alla vocazione da credenti vuol dire trovare quella
pietra su cui è scritto il proprio nome (cfr. Ap 2, 17-18), o
tornare alle sorgenti dell'io.
Testimonianza personale
A Gerusalemme i due « trovarono riuniti gli Undici e gli altri che
erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è
apparso a Simone". Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la
via e come Lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane » (Lc 24,
33-35).
L'elemento più significativo di questo brano, in relazione alla
scelta vocazionale, è la testimonianza dei due, una testimonianza
particolare, perché avviene in un contesto comunitario e ha un preciso
senso vocazionale.
Quando infatti i due arrivano, l'assemblea sta proclamando la sua fede con
una formula (« Davvero il Signore è risorto ed è apparso a
Simone »), che sappiamo essere tra le testimonianze più antiche
della fede oggettiva. Cleopa e il compagno aggiungono, in qualche modo, la loro
esperienza soggettiva, che conferma quanto la comunità stava proclamando,
e conferma anche il loro personale cammino credente e vocazionale.
È come se quella testimonianza fosse il primo frutto della vocazione
scoperta e ritrovata, che viene messa subito, com'è nella natura della
vocazione cristiana, a servizio della comunità ecclesiale.
Ritorna pertanto quanto già detto circa il rapporto tra itinerari
ecclesiali oggettivi e itinerario personale soggettivo, in un rapporto di
sinergia e complementarità: la testimonianza del singolo aiuta e fa
crescere la fede della Chiesa, la fede e la testimonianza della Chiesa suscita e
incoraggia la scelta vocazionale del singolo.
b) Il discernimento da parte della guida
Nell'Esortazione Apostolica postsinodale Pastores dabo vobis Giovanni
Paolo II afferma: « La conoscenza della natura e della missione del
sacerdozio ministeriale è il presupposto irrinunciabile, e nello stesso
tempo la guida più sicura e lo stimolo più incisivo, per
sviluppare nella Chiesa l'azione pastorale di promozione e di discernimento
delle vocazioni sacerdotali e di formazione dei chiamati al ministero ordinato ».
(109)
Lo stesso si potrebbe dire, per analogia, quando si tratta del discernimento
di qualsiasi vocazione alla vita consacrata. Presupposto irrinunciabile per
discernere tali vocazioni è, prima di tutto, aver presente la natura e la
missione di quello stato di vita nella Chiesa. (110)
Tale presupposto deriva direttamente dalla certezza che è Dio che
chiama, e dunque dalla ricerca di quei segnali che indicano la chiamata divina.
Vengono ora indicati alcuni criteri di discernimento, distinguibili in
quattro aree.
L'apertura al mistero
Se la chiusura al mistero, caratteristica di certa mentalità
moderna, inibisce qualsiasi disponibilità vocazionale, il suo contrario,
ovvero l'apertura al mistero, è non solo condizione positiva per la
scoperta della propria vocazione, ma indice che segnala una sana opzione
vocazionale.
a) L'autentica certezza soggettiva vocazionale è quella che
fa spazio al mistero e alla sensazione che la propria decisione, pure
ferma, dovrà restare aperta a una continua indagine del mistero stesso.
La certezza non autentica è, invece, non solo quella debole e
incapace di dar luogo a una decisione, ma anche il suo contrario, e cioè
la pretesa d'aver già capito tutto, d'aver esaurito le profondità
del mistero personale, pretesa che non può che creare irrigidimenti e una
certezza che molte volte è smentita dal seguito della vita.
b) L'atteggiamento tipicamente vocazionale è espressione
della virtù della prudenza, più che di ostentata capacità
personale. Proprio per questo la sicurezza di questa lettura del proprio futuro
è quella della speranza e dell'affidamento che nasce dalla
fiducia riposta in un Altro, di cui ci si può fidare; non è
dedotta dalla garanzia delle proprie capacità percepite come rispondenti
alle esigenze del ruolo scelto.
c) È ancora buon indice vocazionale le capacità diaccogliere
e integrare quelle polarità contrapposte che costituiscono la
dialettica naturale dell'io e della vita umana. Ad esempio, possiede tale
capacità un giovane che è sufficientemente consapevole dei suoi
aspetti sia positivi che negativi, dei suoi ideali e delle sue contraddizioni,
della parte sana e della parte meno sana del suo stesso progetto vocazionale, e
che non presuma né disperi di fronte al negativo di sé.
d) Ha buona familiarità con il mistero della vita come luogo
in cui percepire una presenza e un appello il giovane che scopre i segni della
sua chiamata da parte di Dio non solo in eventi straordinari, ma nella sua
storia; negli eventi che ha imparato a leggere da credente, nelle sue
domande, ansie e aspirazioni.
e) Rientra in questa categoria dell'apertura al mistero un'altra
fondamentale caratteristica dell'autentico chiamato: quella della gratitudine.
La vocazione nasce nel terreno fecondo della gratitudine; e va interpretata con
slancio di generosità e radicalità, proprio perché nasce
dalla consapevolezza dell'amore ricevuto.
L'identità nella vocazione
Il secondo ordine di criteri ruota attorno al concetto di « identità
». L'opzione vocazionale infatti indica e implica proprio la definizione
della propria identità; è scelta e realizzazione dell'io ideale,
più che dell'io attuale, e dovrebbe portare la persona ad aver un senso
sostanzialmente positivo e stabile del proprio io.
a) Prima condizione è che la persona mostri d'esser in grado
di staccarsi dalla logica dell'identificazione ai livelli corporale (=
il corpo come fonte di identità positiva) e psichico (= le
proprie doti come unica e preminente garanzia di autostima), e scopra invece la
propria positività radicale legata stabilmente all'essere, ricevuto in
dono da Dio (è il livello ontologico), non alla precarietà
dell'avere o dell'apparire. La vocazione cristiana è ciò che porta
a compimento tale positività realizzando al massimo grado le possibilità
del soggetto, ma secondo un progetto che regolarmente lo supera, perché
pensato da Dio.
b) « Vocazione » vuol dire fondamentalmente «
chiamata »: c'è dunque un soggetto esterno, un appello
oggettivo, e una disponibilità interiore a lasciarsi chiamare e a
riconoscersi in un modello che non è stato il chiamato a creare.
c) Circa la motivazione o la modalità della scelta
vocazionale il criterio fondamentale è quello della totalità
(o legge della totalità); e cioè che la decisione sia
espressione d'un coinvolgimento totale delle funzioni psichiche
(cuore-mente-volontà), e sia decisione assieme
mentale-etica-emotiva.
d) Più in particolare, c'è maturità vocazionale
quando la vocazione è vissuta e interpretata come un dono, ma anche come
appello esigente: da vivere per gli altri, non solo per la propria perfezione, e
con gli altri, nella Chiesa madre di tutte le vocazioni, in una specifica «
sequela Christi ».
Un progetto vocazionale ricco di memoria credente
La terza area su cui andrebbe concentrata l'attenzione di chi discerne una
vocazione è quella relativa alla qualità del rapporto tra passato
e presente, tra memoria e progetto.
a) Anzitutto è importante che il giovane sia sostanzialmente
riconciliato col suo passato: con l'inevitabile negativo, d'ogni genere,
che è parte di esso, e pure col suo positivo, che dovrebbe esser in grado
di riconoscere con gratitudine; riconciliato pure con le figure significative
del suo passato, con le loro ricchezze e debolezze.
b) Va allora considerato con attenzione il tipo di memoria
che il giovane ha della propria storia, quale interpretazione dà della
propria vita: in chiave di grazie o di lamento? Si sente consciamente o
inconsciamente in credito, e quindi ancora in attesa di ricevere, o aperto a
dare?
c) Particolarmente significativo è l'atteggiamento del
giovane di fronte ai traumi nella vita passata, più o meno gravi.
Progettare di consacrarsi a Dio vuol dire in ogni caso riappropriarsi della
vita che si vuol donare, in tutti i suoi aspetti; tendere a integrare
queste componenti meno positive, riconoscendole con realismo e assumendo
un atteggiamento responsabile, e non semplicemente autocommiserativo, dinanzi a
esse. Giovane « responsabile » è colui che si impegna ad
assumere un atteggiamento attivo e creativo nei confronti dell'evento
negativo, o cerca di sfruttare in modo intelligente l'esperienza
personale negativa.
Bisogna prestare molta attenzione alle vocazioni che nascono da sofferenze,
delusioni o incidenti vari non ancora ben integrati. In tal caso è
necessario un più attento discernimento, anche facendo ricorso a visite
specialistiche per non caricare pesi impossibili su spalle deboli.
La docibilitas vocazionale
L'ultima fase dell'itinerario vocazionale è quella della decisione.
In riferimento a tale fase i criteri di maturità vocazionale sembrano
esser questi:
a) il requisito fondamentale è il grado di docibilitas
della persona, ovvero la libertà interiore di lasciarsi guidare da un
fratello o sorella maggiore; in particolare nelle fasi strategiche della
rielaborazione e riappropriazione del proprio passato, specie quello più
problematico, e la conseguente libertà di imparare e di saper cambiare.
b) Il requisito della docibilitas è in fondo il requisito
dell'esser giovane, non tanto come qualità anagrafica, quanto
come atteggiamento globale esistenziale. È importante che chi chiede di
entrare in seminario o nella vita consacrata sia veramente « giovane »,
con le virtù e vulnerabilità tipiche di questa stagione della
vita, con la voglia di fare e il desiderio di dare il massimo di sé,
capace di socializzare e di apprezzare la bellezza della vita, cosciente dei
propri difetti e delle proprie potenzialità, consapevole del dono
d'essere stato scelto.
c) Un'area particolarmente degna d'attenzione, oggi più di
ieri, è quella affettivo-sessuale. (111) È importante che
il giovane mostri di poter acquisire quelle due certezze che rendono la persona
libera affettivamente, ovvero la certezza che viene dall'esperienza diesser
già stato amato e la certezza, sempre esperienziale, disaper
amare. In concreto il giovane dovrebbe mostrare quell'equilibrio umano che
gli consente di saper stare in piedi da solo, dovrebbe possedere quella
sicurezza e autonomia che gli facilitano il rapporto sociale e l'amicizia
cordiale, e quel senso di responsabilità che gli consente di vivere da
adulto lo stesso rapporto sociale, libero di dare e ricevere.
d) Per quanto riguarda le inconsistenze, sempre nell'area
affettivo-sessuale, un oculato discernimento dovrebbe tener conto della
centralità di quest'area nell'evoluzione generale del giovane e nella
cultura attuale. Non è così strano o raro che il giovane mostri
delle specifiche debolezze in questo settore.
A quali condizioni si può prudentemente accogliere la richiesta
vocazionale di giovani con questo tipo di problemi? La condizione è che
vi siano assieme questi tre requisiti:
1° che il giovane sia cosciente della radice del suo problema,
che molto spesso non è sessuale all'origine.
2° La seconda condizione è che il giovane senta la sua debolezza
come un corpo estraneo alla propria personalità, qualcosa che non
vorrebbe e che stride con il suo ideale, e contro cui lotta con tutto se stesso.
3° Infine è importante verificare se il soggetto sia in grado di
controllare queste debolezze, in vista di un superamento, sia perché
di fatto ci cade sempre meno, sia perché tali inclinazioni disturbano
sempre meno la sua vita (anche psichica) e gli consentono di svolgere i suoi
doveri normali senza creargli tensione eccessiva né occupare
indebitamente la sua attenzione. (112) Questi tre criteri devono esser tutti
presenti per consentire un discernimento positivo.
e) La maturità vocazionale, infine, è decisa da un
elemento essenziale che dà veramente senso al tutto: l'atto di fede.
L'autentica opzione vocazionale è a tutti gli effetti espressione
dell'adesione credente, e tanto più è genuina quanto più è
parte ed epilogo d'un cammino di formazione alla maturità della fede.
L'atto di fede, all'interno d'una logica che fa spazio al mistero, è
proprio quel punto centrale che consente di tenere insieme le polarità a
volte contrapposte della vita, perennemente tesa tra la certezza della chiamata
e la coscienza della propria inettitudine, tra la sensazione del perdersi e del
trovarsi, tra la grandezza delle aspirazioni e la pesantezza dei propri limiti,
tra la grazia e la natura, tra Dio che chiama e l'uomo che risponde. Il giovane
autenticamente chiamato dovrebbe mostrare la saldezza dell'atto credente proprio
mantenendo assieme queste polarità.
CONCLUSIONE
Verso il Giubileo
38. Questo documento è indirizzato alle Chiese d'Europa nel momento
in cui il popolo di Dio si sta preparando a celebrare un tempo di grazia e di
misericordia, di conversione e rinnovamento nel Giubileo dell'anno duemila.
Anche il Congresso vocazionale, è parte di questo cammino di preparazione
e in qualche modo contribuisce a orientarlo. In due direzioni.
La prima è un invito alla conversione. La crisi vocazionale
che abbiamo vissuto e stiamo tuttora vivendo non può non farci riflettere
anche sulle nostre responsabilità, in quanto credenti e chiamati a
diffondere il dono della fede e a favorire in ogni fratello la disponibilità
alla chiamata.
Tutti, in modi diversi, dobbiamo ammettere di non aver risposto pienamente a
questa chiamata, d'aver reso la Chiesa, la chiesa delle nostre famiglie e degli
ambienti di lavoro, delle nostre parrocchie e diocesi, delle nostre
congregazioni religiose e istituti secolari, meno fedele al compito di mediare
la voce del Padre che chiama a seguire il Figlio nello Spirito. Usciremo dalla
crisi vocazionale solo se questo processo di conversione sarà sincero e
darà frutti di novità di vita.
La seconda direzione che questo documento vorrebbe contribuire a imprimere
al pellegrinaggio della Chiesa verso il Giubileo è un invito alla speranza.
Invito che emerge da tutto il Congresso e che vorremmo ora ribadire con tutta la
forza della nostra fede. Forse non esiste settore nella vita della Chiesa che
abbia bisogno d'aprirsi alla speranza come la pastorale vocazionale, specie
laddove più pungente si fa sentire la crisi.
Per questo noi riaffermiamo, al termine di questa riflessione, la nostra
certezza che il Signore della messe non farà mancare alla Chiesa operai
per la sua messe. Anzi, se la speranza è fondata non sulle nostre
previsioni e sui nostri calcoli, che spesso la storia passata ha provveduto a
smentire, ma « sulla Tua parola », allora possiamo e vogliamo credere
in una rinnovata fioritura vocazionale per le Chiese d'Europa.
Questo documento vuol essere come un inno all'ottimismo della fede colma di
speranza, per risvegliarlo nei ragazzi, adolescenti e giovani, nei genitori e
negli educatori, nei pastori e nei presbiteri, nei consacrati e consacrate, in
tutti coloro che servono la vita accanto alle nuove generazioni, in tutto il
popolo di Dio che è in Europa.
Preghiamo il Padrone della messe
39. Il nostro documento, che si è aperto con il rendimento di grazie
al Signore Dio, non può chiudersi senza una preghiera alla Trinità
santissima, fonte e destino d'ogni vocazione.
« Dio Padre, sorgente dell'amore, che da tutta l'eternità
chiami alla vita e la doni in abbondanza, volgi il tuo sguardo su questa terra
d'Europa. Chiamala ancora, come l'hai chiamata un tempo; ma fa soprattutto che
sia consapevole della Tua chiamata, delle sue radici cristiane, della
responsabilità che ne deriva. Rendila cosciente della sua vocazione a
promuovere una cultura della vita, al rispetto per l'esistenza d'ogni uomo in
tutte le sue forme e in ogni istante d'essa, all'unità tra i popoli,
all'accoglienza dello straniero, alla promozione di forme civili e democratiche
di vita sociale, perché sia sempre più un'Europa unita nella pace
e nella fraternità.
Verbo eterno, che da tutta l'eternità accogli l'amore del
Padre e rispondi alla Sua chiamata, apri il cuore e la mente dei giovani di
questa terra perché imparino a lasciarsi amare da Chi li ha pensati a
immagine del Figlio suo e, lasciandosi amare, abbiano il coraggio di realizzare
questa immagine, che è la Tua. Rendili forti e generosi, capaci di
rischiare sulla Tua parola, liberi di volare alto, affascinati dalla bellezza
della Tua sequela. Suscita tra loro gli annunciatori del tuo vangelo:
presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, religiosi e laici, missionari e
missionarie, monaci e monache, che con la loro vita sappiano a loro volta
chiamare e proporre la sequela del Cristo Salvatore.
Spirito santo, amore sempre giovane di Dio, voce dell'Eterno che non
cessa di risuonare e chiamare, libera il vecchio continente da ogni spirito di
sufficienza, dalla cultura dell'« uomo senza vocazione », da quella
paura che impedisce di rischiare e rende la vita piatta e senza gusto, da quel
minimalismo che crea assuefazione alla mediocrità e uccide qualsiasi
slancio interiore e l'autentico spirito giovanile nella Chiesa. Fa riscoprire ai
nostri giovani il senso pieno della sequela come chiamata a esser pienamente se
stessi, pienamente e per sempre giovani, ognuno secondo un progetto pensato
apposta per lui, unico-singolo-irripetibile. In un'Europa che rischia di
divenire sempre più vecchia fa il dono di nuove vocazioni che sappiano
testimoniare la « giovinezza » di Dio e della Chiesa, universale e
locale, dall'Est all'Ovest, e sappiano promuovere progetti di nuova santità,
per la nascita d'una nuova Europa.
Vergine Santa, giovane figlia d'Israele, che il Padre ha scelto come
sposa dello Spirito per generare il Figlio in terra, genera nei giovani d'Europa
lo stesso tuo coraggio ardimentoso; quel coraggio che un giorno ti rese libera
di credere a un progetto più grande di te, libera di sperare che Dio lo
avrebbe realizzato. A te che sei la madre dell'Eterno Sacerdote affidiamo i
giovani chiamati al presbiterato; a te che sei la prima consacrata del
Padre affidiamo quei giovani e quelle giovani che scelgono d'appartenere
totalmente al Signore, unico tesoro e bene sommamente amato, nella vita
religiosa e consacrata; a te che hai vissuto come nessuna creatura la
solitudine dell'intimità più piena con il Signore Gesù
affidiamo chi lascia il mondo per dedicare tutta la vita alla preghiera nellavita
monastica; a te che hai generato e assistito con materno amore la Chiesa
nascente affidiamo tutte le vocazioni di questa Chiesa, perché
annuncino, oggi come allora, a tutte le genti che Gesù Cristo, è
il Signore, nello Spirito santo, a gloria di Dio Padre! Amen ».
Roma, 8 dicembre 1997, Immacolata Concezione della B. V. Maria.
Pio Card. Laghi Presidente
e
José Saraiva Martins Arcivescovo tit. di Tuburnica
Vice Presidente
(1) Al Congresso hanno partecipato 253 delegati provenienti da 37 nazioni
europee e rappresentanti delle varie categorie vocazionali (laici, consacratie,
sacerdoti, vescovi), con la presenza pure di alcuni esponenti delle Chiese
sorelle (Protestanti, Ortodossi e Anglicani).
(2) Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, La pastorale delle
vocazioni nelle Chiese particolari d'Europa. Documento di lavoro del Congresso
sulle vocazioni al Sacerdozio e alla Vita Consacrata in Europa, Roma 1996, n.
88. D'ora in poi questo testo verrà citato come IL (Instrumentum
Laboris).
(3) Ibidem, 15.
(4) Vedi, tra gli altri, Sviluppi della cura pastorale delle vocazioni
nelle Chiese particolari, esperienze del passato e programmi per l'avvenire.
Documento conclusivo del II Congresso internazionale di Vescovi e altri
responsabili delle vocazioni ecclesiastiche (a cura delle Congregazioni per le
Chiese Orientali, per i Religiosi e gli Istituti Secolari, per
l'Evangelizzazione dei Popoli, per l'Educazione Cattolica), Roma, 10-16 maggio
1981; Pontificia Opera per le Vocazioni Ecclesiastiche, Sviluppi della
pastorale delle vocazioni nelle Chiese particolari (a cura delle
Congregazioni per l'Educazione Cattolica e per gli Istituti di Vita Consacrata e
le Società di Vita Apostolica), Roma 1992; Dichiarazione finale del I
Congresso Continentale latino-americano sulle Vocazioni, Itaici 1994
(pubblicata in Seminarium; 34 $[1994$
(5) Cfr. IL, 18.
(6) Cfr. Proposizioni conclusive del Cogresso europeo sulle Vocazioni al
Sacerdozio e alla Vita Consacrata, 8. D'ora in poi questo testo verrà
citato come Proposizioni.
(7) IL, 32.
(8) Proposizioni, 7.
(9) Proposizioni, 3.
(10) Proposizioni, 4.
(11) Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 2. Vedi anche, sull'argomento,
di Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 33-34, e Redemptoris
missio, 33-34.
(12) Proposizioni, 19.
(13) Lumen gentium, 32; 39-42 (cap. V).
(14) IL, 6.
(15) Proposizioni, 16.
(16) Proposizioni, 19.
(17) La « cultura vocazionale » fu il tema del Messaggio
Pontificio per la XXX Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni,
celebrata il 2V1993 (cfr. « L'Osservatore Romano », 18XII1992; cfr.
anche Congregazione per l'Educazione Cattolica, P.O.V.E., Messaggi Pontifici
per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, Roma 1994, pp.
241-245).
(18) Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Congresso sulle
vocazioni in Europa, in « L'Osservatore Romano », 11V1997, 4.
(19) Ibidem.
(20) Cfr. Proposizioni, 12.
(21) IL, 6.
(22) Discorso del S. Padre, in « L'Osservatore Romano »,
11 maggio 1997, n. 107.
(23) Cfr. Proposizioni, 20.
(24) Cfr. Giovanni Paolo II, Vita consecrata, 64.
(25) IL, 85.
(26) Un'espressione analoga è già stata usata nel Documento
conclusivo del II Congresso internazionale di Vescovi e altri responsabili delle
vocazioni ecclesiastiche, cfr. Sviluppi, 3. D'ora in poi lo citeremo con
la sigla DC (documento conclusivo).
(27) Proposizioni, 3.
(28) Paolo VI, Populorum progressio, 15.
(29) Gaudium et spes, 22.
(30) A tal proposito così s'è espressa una tesi finale del
Congresso: « Nel contesto europeo è importante fare emergere il
primo momento vocazionale, quello della nascita. L'accoglienza della vita mostra
che si crede in quel Dio che "vede" e "chiama" fin dal seno
materno » (Proposizioni, 34).
(31) Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 11.
(32) Per questo, come ricorda una tesi del Congresso, « solo nel
contatto vivo con Gesù Cristo Salvatore i giovani possono sviluppare la
capacità di comunione, maturare la propria personalità e decidersi
per Lui » (Proposizioni, 13).
(33) IL, 55.
(34) Sacrosanctum Concilium, 10.
(35) Cfr. Veritatis splendor, 23-24.
(36) Cfr. Lumen gentium, cap. V.
(37) Cfr. Proposizioni, 16.
(38) Rito della Cresima.
(39) Cfr. Proposizioni, 35.
(40) Lumen gentium, 1.
(41) Cfr. Proposizioni, 21.
(42) II Epiclesi.
(43) DC, 18.
(44) DC, 13.
(45) Proposizioni, 28.
(46) Questo fa parte dell'insegnamento insistentemente richiamato da
Giovanni Paolo II nelle Lettere Encicliche Slavorum Apostoli (1985) e
Ut unum sint (1995) come nell'Esortazione Apostolica Orientale lumen
(1995).
(47) IL, 58.
(48) Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 55.
(49) Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 15.
(50) « Nella pastorale specifica delle vocazioni sia dato un posto alla
vocazione al diaconato permanente. I diaconi permanenti sono già una
presenza preziosa in diverse parrocchie e sarebbe riduttivo se essi non
venissero inclusi come nuove vocazioni della nuova Europa » (Proposizioni,
18).
(51) Sacrosanctum Concilium, 10.
(52) « In laudibus Virginis Matris », Homilia II, 4: Sancti
Bernardi opera, IV, Romae, Editiones Cistercenses, 1966, p. 23.
(53) « In Iohannis Evangelium », Tractatus VIII, 9: CCL 36, p. 87.
(54) Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti al Congresso sul
tema: « Nuove vocazioni per una nuova Europa », in «
L'Osservatore Romano », 11 maggio 1997, n. 107.
(55) DC, 5.
(56) L'espressione è nell'Esortazione Apostolica di Giovanni Paolo II
Pastores dabo vobis, n. 34. Nel medesimo documento sono ben delineati i
motivi fondanti che legano intrinsecamente la pastorale vocazionale alla Chiesa.
(57) Ibidem.
(58) Ibidem.
(59) IL, 58.
(60) L'espressione « comunità cristiana » è,
di per sé, espressione generica che sta a indicare una Chiesa particolare
o locale, come pure una parrocchia. È equivalente a un gruppo di
cristiani viventi in un luogo e rappresenta la Chiesa in maniera attuale, quando
si raduna per pregare e servire, per rendere testimonianza dell'amore e della
presenza di Cristo in mezzo a loro. L'espressione « comunità
ecclesiale » ha un significato, invece, più mirato, poiché
evidenzia la presenza degli elementi che costituiscono la Chiesa, a partire
dalla centralità del mistero eucaristico; in modo proprio si applica alla
diocesi e alle parrocchie che sono comunità ecclesiali eucaristiche
grazie alla presenza del ministero ordinato; le altre lo sono per estensione di
significato. Cfr. in proposito DC, 13-16.
(61) Giovanni Paolo II, Discorso al VI Simposio delle Conferenze
Episcopali Europee, 11.10.1985.
(62) Pastores dabo vobis, 34.
(63) Ibidem, 35.
(64) Ibidem, 41.
(65) Cfr. ibidem, 41.
(66) Ibidem, 38.
(67) Vita consecrata, 64.
(68) Ibidem.
(69) IL, 59.
(70) Cfr. Dichiarazione, 26.
(71) Cfr. Proposizioni, 25.
(72) Cfr. Vita consecrata, 70.
(73) Proposizioni, 4.
(74) Proposizioni, 13.
(75) Cfr. Proposizioni, 10.
(76) Cfr. Proposizioni, 10.
(77) « La liturgia risulta per se stessa un appello. Essa è il
luogo privilegiato dove tutto il popolo di Dio si ritrova in modo visibile e si
realizza il mistero della fede » (Proposizioni, 13).
(78) Dei Verbum, 25.
(79) « Il primo luogo di testimonianza è la vita di una Chiesa
che si riscopre « comunione » e dove le parrocchie e le realtà
associative sono vissute come comunione di comunità » (Proposizioni,
14).
(80) Proposizioni, 21.
(81) Vita consecrata, 64.
(82) Cfr. Lumen gentium 12; 35; 40-42.
(83) Cfr. Catechesi tradendae, 186.
(84) Proposizioni, 35, ove si ricorda ancora una volta ai Vescovi la
grande opportunità loro offerta dalla celebrazione della Cresima di «
chiamare » i giovani che ricevono tale sacramento.
(85) Proposizioni, 10.
(86) Proposizioni, 11.
(87) Proposizioni, 10.
(88) Pastores dabo vobis, 41.
(89) Cfr. le sagge indicazioni sull'argomento nel Documento Conclusivo
del II Congresso Internazionale del 1981, DC, 40.
(90) Cfr. Optatam totius, 2; DC, 57-59; cfr. anche Sviluppi
della pastorale, 89-91.
(91) Cfr. Proposizioni, 10.
(92) « Alle volte s'è osservato al Congresso si
rileva una certa fatica nel rapporto tra Chiesa locale e vita religiosa. È
importante uscire da una lettura funzionale della vita religiosa stessa, anche
se già si intravvedono segnali di nuovi orientamenti dopo il Sinodo sulla
vita consacrata. Lo stesso vale per gli Istituti Secolari » (Proposizioni,
16).
(93) « In una situazione religiosa e culturale che sta cambiando
rapidamente, diventa indispensabile il formare gli animatori di base:
catechisti, parroci, diaconi, consacrati, vescovi... e curare la loro formazione
permanente » (Proposizioni, 17).
(94) Cfr. Proposizioni, 29, ove, parlando di questo Centro
vocazionale europeo, s'esprime il desiderio che esso, come gesto di carità
e di scambio di doni, « provveda anche ad una "banca" di persone
qualificate per collaborare alla formazione dei formatori ». Circa la
costituzione di tale organismo, vi è una sollecitazione in tal senso
anche nell'Instrumentum laboris, 83 e 90h. Un'esperienza positiva già
in atto esiste da diversi anni nell'America Latina. In Bogotà (Colombia),
presso la sede del Consejo Episcopal Latino Americano (CELAM), opera in forma
stabile il « Departimento de Vocaciones y Ministerios » (DEVYM).
Questo organismo è stato anche il punto di riferimento per la
preparazione e la celebrazione del Primo Congresso Continentale, svoltosi per
l'America Latina a Itaici (São Paulo del Brasile) dal 23 al 27 maggio
1994.
(95) IL, 86.
(96) Cfr. Proposizioni, 9.
(97) Paolo VI, Guardate a Cristo e alla Chiesa, Messaggio per la XV
Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (16IV1978), in Insegnamenti
di Paolo VI, XVI, 1978, pp. 256-260 (cfr. anche Congregazione per
l'Educazione Cattolica, P.O.V.E., Messaggi Pontifici, 127).
(98) Proposizioni, 15.
(99) Proposizioni, 9.
(100) Proposizioni, 22. E ancora: « il sorgere dell'interesse
per il vangelo e per una vita dedicata radicalmente ad esso nella consacrazione,
dipende in grande misura dalla testimonianza personale di sacerdoti e religiosei
felici della loro condizione. La maggioranza dei candidati alla vita consacrata
ed al sacerdozio dice di attribuire la propria vocazione ad un incontro avuto
con un sacerdote o consacratoa » (ibidem, 11).
(101) Proposizioni, 12.
(102) Così la Proposizione 23: « È importante
sottolineare che i giovani sono aperti alle sfide ed alle proposte forti (che
siano "superiori alla media", che cioè abbiano qualcosa "in
più"!) ».
(103) Che ritorna sotto forma di provocazione nelle parole di Paolo nei
confronti dei Corinzi: « Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? »
(1 Cor 4, 7).
(104) IL, 55.
(105) Proposizioni, 27.
(106) Proposizioni, 25.
(107) Cfr. Proposizioni, 25.
(108) Cfr. Proposizioni, 14.
(109) Pastores dabo vobis, 11.
(110) Cfr. Jurado, Il discernimento, 262. Cfr. anche L. R. Moran, «
Orientaciones doctrinales para una pastoral eclesial de las vocaciones »,
in Seminarium, 4 (1991), 697-725.
(111) Parliamo qui d'una maturità affettivo-sessuale di base, come
condizione previa per l'ammissione ai voti religiosi e al ministero ordinato,
secondo le due vie delle Chiese cattoliche d'Europa, al ministero celibe (Chiesa
occidentale) e al ministero uxorato (Chiese orientali). È importante che
dalla pastorale vocazionale alla formazione vera e propria i programmi
pedagogici siano coerenti e mirati, perché la preparazione al ministero
ordinato sia adeguata in un caso come nell'altro, specie sul piano della solidità
affettiva, e l'esercizio del ministero stesso possa così raggiungere
l'obiettivo dell'annuncio dell'amore di Dio come origine e termine dell'amore
umano.
(112) Vedi in tal senso la raccomandazione del Potissimum Institutioni
a scartare, circa l'omosessualità, non quelli che hanno tali tendenze, ma
« quelli che non giungeranno a padroneggiare tali tendenze » (39),
anche se quel « padroneggiare » va inteso riteniamo in
senso pieno, non solo come sforzo volitivo, ma come libertà progressiva
nei confronti delle tendenze stesse, nel cuore e nella mente, nella volontà
e nei desideri.
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