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Lectio Magistralis di S.Em.za il Sig. Cardinale Pietro Parolin,
Segretario di Stato, Cardinale Protettore e Gran Cancelliere
della Pontificia Accademia Ecclesiastica
Pace e giustizia nell’azione della diplomazia
della Santa Sede di fronte alle nuove sfide
Signori Cardinali,
Eccellentissimi Membri del Corpo Diplomatico.
Eccellenze,
Illustri Ospiti,
Signore e Signori.
1. Non senza trepidazione ringrazio tutti Voi che, nelle differenti responsabilità
e funzioni, vi siete voluti unire a questo momento celebrativo di un
anniversario, i 325 anni dalla fondazione della
Pontificia Accademica
Ecclesiastica. Al Segretario di Stato il compito di accoglierVi in una veste
nuova rispetto a precedenti occasioni, non solo come Protettore, ma come Gran
Cancelliere dell’Accademia, titolo assunto dopo la riforma dal Santo Padre
Francesco di venerata memoria, con il Chirografo
Il ministero petrino del
15 aprile 2025. Una responsabilità ulteriore per un’Istituzione che nel suo
cammino plurisecolare, pur nelle più diverse e inaspettate vicende della storia,
ha saputo custodire fedelmente la funzione di preparare giovani sacerdoti
chiamati ad esercitare il loro ministero nel servizio diplomatico della Santa
Sede.
Sono grato all’Ecc.mo Presidente, Mons. Salvatore Pennacchio, per aver fatto
risuonare ad inizio dei nostri lavori l’espressione “giubileo”, quella stessa
che ci ha accompagnato nell’anno appena trascorso e che abbiamo legato ad una
speranza che non delude. Una speranza posta a illuminare anche questa benemerita
Istituzione che, come parte integrante della Segreteria di Stato, risponde ad
un’esigenza concreta della Sede Apostolica. L’attività diplomatica mostra la
sollecitudine verso le chiese particolari del Successore di Pietro quale
«perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della
moltitudine dei fedeli» (Concilio Vaticano II,
Lumen gentium, 23). Da
questa stessa missione spirituale discende il diritto nativo del Romano
Pontefice di farsi rappresentare presso le Autorità degli Stati e le Istituzioni
intergovernative in modo che la Chiesa posa offrire «l'ausilio prezioso delle
sue energie spirituali e della sua organizzazione, per il raggiungimento del
bene comune della società» (Paolo VI,
Sollicitudo omnium ecclesiarum,
Preambolo).
Siamo qui nel giorno in cui la liturgia fa memoria del Protettore della nostra
Istituzione, Sant’Antonio Abate, il cui insegnamento rimane essenziale per
quanti sono parte della famiglia dell’Accademia: a chi gli chiedeva «Che cosa
devo fare per piacere a Dio?», Antonio rispose: «Ovunque tu vada, tieni sempre
Dio davanti ai tuoi occhi e qualunque cosa tu faccia, appoggiati sempre sulla
testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi posto abiti, non andartene
presto» (Vita e detti dei Padri del deserto, PJ, I, 1). Il nostro
Protettore ci ricorda che è Dio a condurre la storia e le vicende della famiglia
umana; che la Buona Novella è fonte di ispirazione dell’agire e dei pensieri nel
nostro quotidiano servizio; che l’obiettivo della pace e della giustizia, a cui
la diplomazia pontificia ispira la sua azione, ci domanda amore per tutte le
genti, qualunque ne sia la storia, la cultura, la realtà religiosa, gli usi e la
collocazione geografica.
Quella del Grande Abate è un’esortazione dal significato profondo, ancor più
valida nel momento che stiamo vivendo, che domanda un percorso di
conversione anche per coloro che agiscono sulla scena internazionale e, a
diverso titolo e ragione, si confrontano con le ansie di giustizia e i desideri
di pace della famiglia umana. Nonostante i segni della guerra, le violazioni
della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di
smarrimento siano ormai prevalenti, dalle diverse regioni del pianeta continuano
a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. E questo non può lasciare
indifferente specialmente chi opera nel contesto delle relazioni internazionali,
ma richiede di instaurare un nuovo stile, capace di dare risposte alle tante
difficoltà nella certezza che in ogni angolo della terra c’è attesa del bene,
nonostante ogni possibile incertezza del domani.
Mi permetto di dire che pur se il nostro servizio segue percorsi diversi – sono
qui presenti il mondo della diplomazia, la realtà ecclesiale, l’ambito
accademico e altre dimensioni del vivere sociale – l’incontro odierno ci unisce
nel riflettere su come la pace e la giustizia possano tornare ad essere i
pilastri dell’ordine fra le Nazioni e non limitarsi a semplici aspirazioni o a
vuote rivendicazioni. Nel contesto a dir poco critico per le relazioni
internazionali, non è difficile, purtroppo, riconoscere che la convivenza di
persone e popoli abbia perso di vista le modalità per realizzare le aspirazioni
più profonde della famiglia umana, ad iniziare dalla stabilità, dalla pace,
dallo sviluppo economico e sociale. E questo, a diverso modo, tocca il mondo
intero e non solo le aree dei conflitti. Basti pensare alle decisioni politiche
che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza che
ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario internazionale trovando
la radice in comportamenti che per la loro gravità ed effetti vanno oltre le
tragedie della guerra. Nella fase che viviamo, l’ordine internazionale non è più
quello che ottanta anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’ONU, del
Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli
Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto
internazionale. Di questo dobbiamo prendere atto, e non solo come spettatori,
magari con qualche nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare
come protagonisti.
Il momento che i rapporti internazionali stanno attraversando chiama tutti ad
una concreta presa di coscienza per formulare proposte, favorire la ricerca e
concorrere ad elaborare strategie per rendere credibili discorsi, programmi e
attività. Nelle diverse funzioni e nei compiti che ci sono affidati, la sfida è
saper offrire non un semplice apporto, pur competente, ma una visione del futuro
fatta di riflessioni, di idee e possibilità concrete.Oggi, per chi opera nelle istituzioni, di fronte alle vicende anche drammatiche
che toccano l’ordine internazionale non è facile spiegare perché alla giustizia
subentra la forza e alla pace si sostituisce la guerra. E la difficoltà aumenta
sapendo che le conseguenze sono la fragilità degli assetti mondiali,
l’accrescersi delle tensioni anche in situazioni che sembravano riconciliate,
l’aumentano delle diverse tipologie di crimini internazionali, l’ampliamento del
divario tra i livelli di sviluppo di popoli e Paesi. Paradossalmente la stessa dimensione della sicurezza, ormai invocata per ogni azione che va
dalla prevenzione al riarmo, necessita di un approccio non più limitato alla
sola questione militare e del terrorismo, ma aperto a garantire la sicurezza
alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica. E questo senza
dimenticare la sicurezza in materia religiosa che va assicurata di fronte alla
violenza esercitata verso chi crede con l’utilizzo delle armi, della
discriminazione, dell’isolamento; o con la strumentalizzazione della fede, la
privatizzazione della pratica religiosa e finanche l’indifferenza verso ogni
dimensione trascendente.
A questi elementi – già sufficientemente allarmanti per la diplomazia, la
Chiesa, la dimensione accademica e sociale – si affianca la costatazione che
sono messi in discussione principi come l’autodeterminazione dei popoli, la
sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra. Di fatto si
assiste alla relativizzazione di tutto l’apparato costruito dal diritto
internazionale per ambiti come il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il
rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale, gli scambi e i
transiti commerciali.
È in questa inquietudine che deve farsi strada ancora di più la volontà di dare
risposte e cioè la necessità di ricercare ed elaborare soluzioni che abbandonino
l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole
pur di raggiungere obiettivi che negano la giustizia. È il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna,
che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca. Se
di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la Scuola
di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava la
visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino – da Agostino d’Ippona
in poi era uno degli ambiti su cui la Chiesa rifletteva – così oggi appaiono
necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e le barriere che, prima
di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo. La pace, come ebbe a dire
Paolo VI davanti all’Assemblea Generale dell’ONU «non si costruisce soltanto con
la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito,
con le idee, con le opere della pace» (Paolo VI,
Discorso alle Nazioni Unite,
4 ottobre 1965). E in questo mi rivolgo anzitutto alla Pontificia Accademia
Ecclesiastica che nel rinnovato percorso affidatole deve coniugare la crescita
dei suoi alunni nel ministero sacerdotale con un’aggiornata formazione e ricerca
nelle scienze diplomatiche, proiettata sul domani delle esigenze che la Santa
Sede avrà nella sua azione internazionale.
2. L’immagine che abbiamo di fronte è fatta di appelli che invitano alla
collaborazione, al negoziato e alla trattativa, ma facilmente si confondono con
atti di imperio e di esclusione che giungono fino all’eliminazione dell’altro.
Questo significa che nell’analizzare i rapporti internazionali l’analisi non
riguarda solo la loro legittimità, ma richiede la capacità di identificare le
strade per superare ostacoli in modo preciso e concreto, anche quando sembra
prevalere un senso di impotenza che sovente tradotto come ingiustizia. Su questa
direttrice opera la Santa Sede con la sua diplomazia, intravedendo in ogni
livello di attività e di responsabilità la possibilità di cercare modalità e
strumenti per garantire un ordine internazionale secondo giustizia e nel quale
principio e fine della convivenza è la pace. E lo fa secondo i principi, gli usi
e il rispetto delle regole della diplomazia, mantenendo lo stile che le è
proprio. Come riporta il Pastor nella sua celebre Storia dei papi, Fabio
Chigi – futuro Papa Alessandro VII – mentre era Nunzio Apostolico a Colonia e
partecipava al negoziato di Münster che portò alla Pace di Westphalia del
1648, amava descrivere l’opera del diplomatico con l’espressione: «molto fare,
poco dire» (L. von Pastor, Storia dei Papi, vol. XIV/1, Roma 1961, 321).
Oggi il richiamo dei mezzi di comunicazione sembra aver adombrato questo
atteggiamento.
Un cammino quanto mai arduo e faticoso, ma che proprio nei momenti di
particolare difficoltà impegna tutti a costruire una visione del domani,
sorretti da un’autentica speranza e dalla capacità di coinvolgimento personale.
Sono questi i cardini che ispirano e conducono la riflessione del magistero
della Chiesa in età contemporanea di fronte a conflitti e distruzioni. Penso a
Benedetto XV che al tramonto del primo conflitto mondiale nell’enciclica
Pacem Dei munus (1920) avanzò l’idea della pace come dono di Dio che andava
però edificata secondo giustizia e attraverso l’apporto di ogni essere umano; a
Pio XII che nel
Radiomessaggio del Natale 1944, ancora durante il secondo
conflitto mondiale, delineò nella giustizia un presupposto per costruire un
pacifico ordine internazionale; a San Giovanni XXIII che nella
Pacem in
terris (1963) di fronte al baratro a cui conduceva il possibile uso
dell’arma atomica, non esitò a ricordare quanto la pace necessiti della
giustizia; a San Paolo VI che nella
Populorum Progressio (1967) fa dello
sviluppo il nuovo nome della pace; a San Giovanni Paolo II che nella
Sollicitudo rei socialis (1987) reclama un grado superiore di ordinamento
internazionale; a Benedetto XVI che nella
Caritas in Veritate (2009)
indica che la costruzione della pace esige l’azione della diplomazia; a
Francesco che in
Fratelli tutti (2020) propone un’architettura della pace
che gli artigiani della pace debbono realizzare.
Pace e giustizia sono ripresi nel loro significato più profondo poiché, come ci
ha ricordato Papa Leone XIV sin dall’inizio del Suo ministero, affondano le loro
radici nel mistero cristiano. Sono cioè un dono che si collega all’azione umana,
la ispira e conduce alla «via disarmante della diplomazia, della mediazione, del
diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di
accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la
delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle Istituzioni
sovranazionali» (Leone XIV,
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace,
1° gennaio 2026).
3. Trovandomi in un contesto di riflessione accademica, mi permetto di condividere
alcune riflessioni, a partire da due interrogativi: in un mondo sempre più
dominato dal primato del conflitto, come la diplomazia può coniugare le odierne
tragedie con le esigenze di un futuro di pace per popoli e Paesi? E quindi, come
il diplomatico può operare rispetto a quanto sta avvenendo?
Sinteticamente si potrebbe rispondere invitando a non limitarsi a leggere la
realtà. Da essa, infatti, ricaviamo solo che l’emergenza è diventata la modalità
di operare e il ricorso al conflitto è l’unico metodo utilizzato. Si deve invece
purtroppo cogliere la mancanza di una progettualità nell’elaborare scelte
politiche, regole giuridiche o programmi economici per ricostruire un ordine
internazionale adeguato alle esigenze reali, pensatoefinalizzatoa costituirele«fondamentainternazionalidituttalacomunitàumanaalfine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il progresso
in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma» (Concilio Vaticano II,
Gaudium et Spes, 84). Questa definizione dell’ordine internazionale non è
il richiamo a una convivenza ordinata o all’assenzadiconflittualità, ma è
piuttosto l’esigenzadistabilità nella Comunità degli Stati, sapendo che la
stabilità è per sua natura mutabile e si manifesta spesso in modo imprevedibile. La diplomazia, allora, non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o
l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene
comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità, quella
statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere dei
singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono
sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria
perfezione più pienamente e più celermente» (Concilio Vaticano II,
Gaudium et
Spes, 26).
Possiamo operare per concorrere a questo processo se abbiamo coscienza che la
pace rimane frutto della giustizia e non solo una conseguenza del buon agire
(cfr. Agostino, Esposizione al Salmo 71). Un invito che per chi ha
responsabilità è anche dovere. Soprattutto di fronte all’esigenza di uscire da
una crisi profonda che disconosce i valori sui quali si è gradualmente edificata
la Comunità delle Nazioni e, di conseguenza, anche le norme che ne regolano la
struttura, gli equilibri societari, la sovranità degli Stati e la loro
indipendenza politica, istituzionale ed economica.
Operando nelle dinamiche e nelle Istituzioni internazionali, al responsabile
compimento del nostro servizio fatto di competenza, dedizione, professionalità e
trasparenza, dobbiamo saper affiancare la capacità di concorrere a liberare la
diplomazia dalle forme ormai superate o da sentimenti nazionalistici e di
protezione di interessi particolari. Come avvenuto in altri momenti della storia
delle relazioni internazionali, senza ricorrere a toni declaratori – «molto
fare, poco dire» – si tratta di privilegiare il confronto con ciò che emerge o è
determinato in questa fase nelle società contemporanee. Diventa cioè necessario
operare rispetto a quanto accade, non rifugiarsi in scenari fantasiosi,
riconoscendo che nell’edificare la pace «l’adeguazione della realtà sociale alle esigenze obiettive della giustizia è
problema che non ammette mai una soluzione definitiva» (Pacem in terris,
81). Torna in mente il metodo delineato da Papa Francesco secondo cui: «Più che come
esperti in diagnosi apocalittiche o giudici oscuri che si compiacciono di
individuare ogni pericolo o deviazione, è bene che possano vederci come gioiosi
messaggeri di proposte alte, custodi del bene e della bellezza» (Francesco,
Evangelii gaudium, 168).
Di fronte alla violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e
delle regole base del vivere comune nella società degli Stati, della
conflittualità proposta quale unico metodo per governare le relazioni
internazionali, va superato quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia
di fronte ad un uso della forza che distrugge le aspirazioni di popoli, rende
più gravi le disparità e pianifica equilibri ingiusti. E questo nonostante il
diritto internazionale, in particolare quello prodotto e codificato a partire
dalla fine del secondo conflitto mondiale, abbia costituito un sistema normativo ispirato da principi etici e morali che congiuntamente
a valori di ordine religioso hanno concorso al suo fondamento, al suo sviluppo e
ad aprire prospettive. Quanti operano nelle relazioni internazionali debbono
confrontarsi con questi principi e valori, e non vederli come limiti alla loro
volontà e alle loro ambizioni. La coscienza e la ragione non potranno ancora tollerare le violazioni di
sovranità nelle forme più diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il
cambiamento della composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi
necessari per lo svolgimento di attività economica o la limitazione delle
libertà. La diplomazia della Santa Sede ha vissuto la storia ed è stata
testimone di momenti che insegnano come l’apparire di fattori incontrollati e
incontrollabili determina facilmente l’irrilevanza della forza. Questo è ancor
più valido oggi di fronte ad una rapida connessione degli avvenimenti, alla loro
immediata conoscenza e al conseguente facile ricorso a soluzioni immediate o a
reazioni emotive. L’esatto opposto del discernimento e della ponderazione che
dell’azione diplomatica sono caratteristiche essenziali.
4. Nell’uso della forza che si sostituisce alle regole, nelle forme di intesa
basate solo sul vantaggio e l’interesse di pochi, nella mancata capacità di
affrontare le questioni comuni mediante soluzioni che coinvolgono tutti,
ritroviamo la profonda crisi subita dal sistema multilaterale dei rapporti
internazionali. Un’analisi più approfondita, però, evidenzia che non si tratta
solo della volontà degli Stati di ridurre ad un ruolo marginale le Istituzioni
internazionali, ma piuttosto dell’affermarsi di un multipolarismo ispirato dal
primato della potenza e regolato dalla capacità di manifestare autosufficienza,
dalla determinazione di preservare confini statali e ultra statali pensando che
siano impermeabili. Eppure già Immanuel Kant, nel 1795, nel suo Per la pace
perpetua indicava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della
terra è avvertita in tutti i punti» (I. KANT, Scritti politici, Torino,
2010, 305).
Fattore caratterizzante del multipolarismo è il ricorso al conflitto – militare,
economico, ideologico – che spesso non si limita al solo uso delle armi, ma
sorregge orientamenti politici, sistemi di alleanze, diversa allocazione di
risorse all’interno degli Stati. Questo fatto è ancora più preoccupante, poiché
tocca non solo l’obiettivo che lo Stato o gli Stati intendono perseguire con
l’azione militare, ma direttamente anche l’intero andamento dei rapporti
internazionali. Infatti, si tratta di posizioni assunte non solo da Paesi parte
di conflitti, ma anche da quelli che sostengono la necessità di sicurezza come
via per prepararsi alla guerra o per avviare campagne di riarmo in forma
preventiva. Sembra ormai dimenticato che il diritto degli Stati di garantire la
propria sicurezza, e con essa gli spazi di sovranità e la vita di relazione di
coloro che vivono sul loro territorio, non autorizza ad attivare azioni o
attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale.
Quella legalità che, nonostante i tanti limiti, aveva dato stabilità al sistema
multilaterale, sostituendo lo iustum potentiae equilibrium presente nella
vita internazionale con il divieto dell’uso e della minaccia della forza –
guerra e deterrenza, dunque. Questo, come indicava Giovanni XXIII, per
consentire che «al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli
armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire
soltanto nella vicendevole fiducia» (Pacem in terris, 61). Dal
multipolarismo, oggi come nel corso della storia, si ricava che attraverso la
corsa al riarmo è possibile realizzare solo una pace armata o instaurare un
atteggiamento di reciproca sfiducia tra gli Stati. La deterrenza delle armi,
l’ampliarsi dell’industria e della ricerca bellica sono la strada per
l’isolamento e la chiusura, come pure la base per scelte di ordine politico,
militare ed economico giustificate per anticipare o fronteggiare ipotetici
attacchi. Chi opera nel contesto della diplomazia conosce bene come ciò che
distingue la prevenzione dall’arbitrio può essere facilmente ignorato se si
disattendono le norme giuridiche e i principi etici e morali che le ispirano e
ne garantiscono la legittimità.
Tutto questo trova immediata conferma se volgiamo lo sguardo ai sanguinosi
conflitti che diversi popoli stanno vivendo e che ci vedono spesso inermi
spettatori. Anzi diventano sempre di più coloro che sono quasi disinteressati,
anche perché incapaci di distinguere la veridicità di dati e informazioni,
oppure perché preferiscono assumere le posizioni di una parte, così inserendo
anche nel loro piccolo o grande mondo quotidiano la pratica della
contrapposizione che è propria della guerra. In altri casi, poi, il disinteresse
lascia trasparire quell’atteggiamento che emerge di fronte alla richiesta di
assumere, ciascuno, la propria responsabilità e riecheggia le parole di Caino:
«Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gn 4, 9). Infine, non sono
pochi quanti sostengono che nella vita della Comunità internazionale le guerre,
i conflitti di diverso tipo, non sono mai mancati.
Sono posizioni e atteggiamenti che è difficile sostenere di fronte alla
drammaticità delle situazioni e all’orientamento che fa dell’uso della forza
l’unico strumento per risolvere contrapposizioni, contrasti, visioni differenti
che possono verificarsi nei rapporti tra Stati. Si è generata cioè la
convinzione che la pace può nascere solo dopo che il nemico è stato
effettivamente annientato. E nemico può diventare un popolo, una Nazione,
un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte
di turno, dimenticando che la categoria del nemico non è una casualità, ma è
creata dal gioco della potenza o dalla volontà di manifestarla verso qualcuno.
5. Non è difficile cogliere come il tempo che stiamo vivendo domanda delle scelte
che interpellano non solo la diplomazia, ma coinvolgono altre dimensioni della
vita internazionale. L’idea di poter ricostruire un ordine internazionale che
possa preservare dal timore e dallo scoraggiamento, lascia altresì aperta la
ricerca dei modi per contribuire a dare un contributo fattivo. E questo
iniziando dall’interpretare le azioni che toccano i fondamenti della pace e il
significato della giustizia. Un compito che non può restare solo un desiderio,
ma deve piuttosto stimolarci ad uscire da realtà limitate, anche professionali,
in cui siamo immersi e nelle quali cerchiamo risposta ad ogni interrogativo,
spesso inutilmente.
Forse si dovrà iniziare dal valutare se sia giusto che si continui ad agire in
modo isolato, anche se l’isolamento è quello di un gruppo di Paesi,
contrapponendosi o addirittura cercando di eliminare ogni ostacolo che possa in
qualche modo disturbare l’ambizione o la realizzazione di desideri sconsiderati.
Disapplicare o ignorare le regole per la conduzione di una guerra, ad iniziare
dal fare della popolazione civile un obiettivo militare o di privarla dei mezzi
necessari alla sopravvivenza, non è soltanto un modo di condurre le ostilità o
il desiderio di chiudere i conflitti, quanto piuttosto la realizzazione di quel
principio del fait accompli che si manifesta nella volontà di governanti
e governati. Ormai un dato si è stabilizzato: quanto sta avvenendo non riguarda
problemi localizzati, ma assetti che toccano il mondo intero e le relazioni tra
i popoli. Pertanto, la necessità di predisporre risposte alternative fatte di
strategie e percorsi comuni, come pure la conclusione di intese tra gli Stati, è
imposta non soltanto all’attività diplomatica, ma è richiesta a tutti i livelli
istituzionali. Infatti, sono proprio le mancate risposte a egoismi, abusi,
ingiustizie o posizioni che pensate per garantire confini e territori spengono
la cultura della pace e la dimensione della giustizia, e cioè i fattori che
tengono insieme una società creando coesione e garantendo le identità.
Questo comporta un «appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno ha di
portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti» (Pacem in terris,
28). Il disprezzo della pace e della giustizia che attraversa la dimensione
internazionale in forme sempre più violente, va considerato negli effetti
prodotti e producibili. Pertanto, non può essere ignorato, né serve accettare o
rifiutare quelle posizioni assunte da alcuni dei protagonisti della vita
internazionale che contraddicono l’idea e l’obiettivo del bene comune. Ecco
perché reazioni frammentate e mancanti della necessaria fermezza e precisione
non sono più sufficienti.
Un comune contributo di idee e di fatti concreti deve orientarsi a dimostrare
quanto sia pericoloso l’atteggiamento di chi, senza considerarne la portata e le
conseguenze, confida nel conflitto come mezzo risolutivo di ogni problema,
ignorando qualunque considerazione su quanto la guerra sia disumana e
disumanizzante. Come pure va favorito un rinnovamento delle diverse Istituzioni
intergovernative non solo eliminando ogni condizione o architettura
istituzionale che, di fronte alle minacce alla pace e alla violazione della
giustizia, blocca il loro compito, ma rendendole funzionali agli scenari
presenti oggi nella Comunità internazionale: protezione della vita umana,
eliminazione del sottosviluppo, mobilità umana, trasferimento delle competenze
in materia di nuove tecnologie, disponibilità di risorse naturali,… e si
potrebbe proseguire. Non è solo un’elencazione di agende, ma sono le effettive
situazioni sulle quali prendono vita i conflitti o scaturiscono le guerre e che
solo l’azione multilaterale può prevenire, risolvere o governare.
6. Come operatori negli scenari internazionali possiamo ancora sperare nella pace
ed essere costruttori di un’effettiva giustizia così da ridare nuova linfa ai
rapporti internazionali? L’esperienza di un’Istituzione come la Pontificia
Accademia Ecclesiastica, proseguita pur nelle alterne vicende della Chiesa e del
mondo, mostra quanto sia necessario un impegno che partendo dal basso coinvolga,
esprima creatività, non nascondendo i problemi. Lo studio e la ricerca
diventano, infatti, fattori indispensabili non solo per una formazione
tecnicamente soddisfacente, ma per proporre possibili azioni e realizzarle
effettivamente anche quando si tratta di governare le situazioni più difficili.
La capacità del diplomatico si manifesta pienamente nel proporre non solo
soluzioni già previste e magari regolate, ma nel saper coerentemente e
saggiamente interpretare nuovi scenari, magari imprevedibili e distanti da
prassi consolidate.
E allora manifestare lungimiranza e sano realismo significa non essere confinati
all’attesa, né pensare che in fondo spetta ad altri operare e intervenire. Sono
il metodo per andare oltre il senso di impotenza che può giungere e per
garantire condizioni in grado di superare il dolore e l’angoscia per le vittime
dei conflitti e dell’ingiustizia. Per il diplomatico pontificio questo significa
condividere i problemi e la vita stessa di persone, popoli e Stati, con quella
Luce che viene dal Risorto e l’impegno di portare la Buona Novella a tutte le
genti, anche in condizioni fortemente limitate e soggette alle forme più diverse
di violenza e di illegalità.
Lo svolgersi dei rapporti internazionali è sottoposto a continui mutamenti e
quanti in essi operano sanno bene che la riuscita dei processi per determinare
una pace vera, come pure la costruzione di Istituzioni in grado di governare le
situazioni per prevenire e risolvere i conflitti, sono frutto di una leale
collaborazione realizzata in buona fede e nel rispetto reciproco. Unico modo per
superare opposte visioni e finanche conflittualità, a cui si aggiunge
l’atteggiamento e l’atto del perdono, poiché «[p]erdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male.
Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia
il rancore a decidere il futuro» (Leone XIV,
Udienza generale, 20 agosto
2025).
Formarsi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica per fare diplomazia significa
credere nel nostro vicino, nel compagno di viaggio, in coloro che incontriamo
per negoziare su obiettivi e divergenze, o con cui condividere spazi di vita e
di relazione. E questo con l’intenzione e la volontà di coinvolgere in una tale
propensione e metodologia tutti coloro che influiscono sul contesto
internazionale. Solo così potremmo essere veri “operatori di pace” capaci di
saziare «quelli che hanno fame e sete di giustizia» (Mt 5, 3-10).
Grazie!
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