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VISITA DEL PATRIARCA AMBA SHENOUDA III

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE PAOLO VI
NELLA BASILICA VATICANA

Domenica, 6 maggio 1973

 

Fratello in Cristo carissimo,

È con grande gioia che estendiamo a Lei il nostro cordiale saluto nel Signore e il nostro benvenuto in questa grande Basilica, dedicata all’apostolo Pietro, che fino alla morte ha dato testimonianza della sua fede ardente nel Figlio incarnato di Dio Gesù Cristo e che, con San Paolo, noi veneriamo come fondatore della Chiesa di Roma.

Salutiamo anche i vescovi vostri fratelli, il clero ed i laici, distinti rappresentanti dell’intera comunità della Chiesa capto-ortodossa. Salutiamo inoltre i due venerabili vescovi della Chiesa etiopica, che sono degna parte della vostra delegazione. Siano i benvenuti nella nostra casa e nei nostri cuori.

Non è solo in nome nostro che stiamo parlando. Intorno a noi ci sono i nostri fratelli dell’episcopato cattolico, e migliaia di sacerdoti e laici, riuniti qui alla tomba dell’apostolo per onorare un altro grande testimone di fede, Atanasio di Alessandria.

In questo giorno solenne la Chiesa di Roma saluta la Chiesa di Alessandria con gesto fraterno di amore e di pace.

Più di milleseicento anni fa il grande Sant’Atanasio fu ricevuto dal nostro predecessore Giulio I, il quale vedeva in lui un sostenitore di quella fede, che stava per essere compromessa ed anche negata da gente più forte di lui nel potere politico, ma più debole nella fede e nella comprensione. La Chiesa di Roma lo appoggiava fermamente. Egli, a sua volta, riconosceva nella Chiesa dell’occidente una sicura identità di fede, anche se vi erano alcune diversità sia di vocabolario, sia nel modo teologico di approfondire il mistero di Dio Trino. Il suo successore Pietro trovava una simile accoglienza ed appoggio fraternodal nostro predecessore Damaso. Mezzo secolo dopo le Chiese di Alessandria e di Roma, nelle persone dei loro vescovi Cirillo e Celestino, ancora una volta apparivano come un raggio di luce, quando la fede nel Dio uomo, Gesù Cristo, fu oscurata da coloro che rifiutavano di rendere alla santa Madre di Dio il titolo glorioso di «Teotokos». Questi sono i nostri grandi Padri, dottori di fede e pastori di uomini.

Umilmente consci delle nostre debolezze, chiediamo le loro intercessioni, affinché ci sia data la forza di rimanere fedeli alla vocazione, alla quale Dio ci ha chiamati.

Veramente Dio ci ha chiamati a cose grandi. In modo particolare vuole che noi apportiamo al mondo il suo dono di fede, di riconciliazione e di pace. Gli uomini, alienati da lui e fra loro stessi, devono essere riconciliati per mezzo del nostro ministero.

Prima di tutto, tuttavia, dobbiamo domandarci fino a qual punto possiamo fare questo, se noi cristiani non siamo riconciliati fra noi. La questione è importante per noi. Per grazia di Dio noi, insieme con voi, condividiamo la fede nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. In Gesù Cristo professiamo il Figlio di Dio incarnato, che per noi e la nostra salvezza è nato dalla Vergine Maria, ha sofferto, è morto ed è risorto. Incorporati in Lui nel battesimo, condividiamo la sua vita divina nei sacramenti della sua Chiesa; condividiamo le tradizioni apostoliche, trasmesseci dai nostri Padri comuni; la nostra vita liturgica, teologica, spirituale e devozionale è nutrita dalle stesse fonti, anche se si esprimono in diverse forme legittime. Siamo in particolare consci che i principii della vita spirituale provenienti dai grandi del deserto egiziano, a partire da Sant’Antonio, hanno influito su tutto il mondo cristiano.

Nondimeno con umiltà e con dolore dobbiamo riconoscere che nella storia delle nostre Chiese vi sono state aspre dispute sulle formole dottrinali, dispute che hanno offuscato l’accordo sostanziale sulla realtà che le parole volevano esprimere. Metodi estranei al Vangelo di Cristo talora sono stati usati da alcuni per imporre quel Vangelo.

Ragioni di carattere culturale, politico, oltre che teologico sono state usate per giustificare ed anche per approfondire una divisione, che non avrebbe dovuto mai esistere. Non possiamo ignorare questa triste eredità. Riconosciamo che dobbiamo fare molto per superare i suoi effetti nefasti. Siamo tuttavia decisi ad impedire che questa triste eredità continui ad influire sui nostri rapporti.

Stiamo costatando un nuovo fenomeno, di cui il nostro incontro di oggi dà una testimonianza eloquente. Nella mutua fedeltà al nostro stesso Signore stiamo riscoprendo i molteplici legami che ancora ci uniscono.

In risposta all’invito fraterno rivoltogli dal nostro venerato predecessore Giovanni XXIII, il vostro predecessore di felice memoria Kyrillos VI ha mandato osservatori a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II. Questi osservatori hanno potuto costatare gli sforzi compiuti da quella grande assemblea per promuovere la riforma e l’aggiornamento nella Chiesa cattolica. Siamo lieti di salutare due di essi che sono ritornati oggi con voi in questa Basilica, come vescovi della nostra Chiesa.

Nel 1968 partecipavamo insieme alla gioia del ritorno di reliquie dell’evangelista San Marco da Venezia alla venerabile Chiesa di Alessandria.

Nel 1969 abbiamo avuto il piacere di accogliere un numeroso pellegrinaggio, composto dal clero e dai laici della Chiesa copto-ortodossa; più di recente una nostra delegazione speciale ha assistito alla intronizzazione solenne di Vostra Santità come Padre e Capo della vostra Chiesa. Noi riconosciamo, in questi eventi, i segni di Dio. Questo è il momento favorevole che il Signore ci accorda; condividiamo con Vostra Santità la risoluzione di approfittarne, con la piena consapevolezza che esistano ancora ostacoli di ordine teologico, psicologico ed istituzionale da superare. Non li neghiamo, ma ci rifiutiamo di averne paura. Una volta il mondo cristiano, sconvolto da dissensi e da scismi, ha potuto finalmente riconoscere nella fede, predicata insieme da Damaso di Roma e da Pietro di Alessandria, la fede cattolica genuina.

Con fiducia nella grazia di Dio e movendoci nel suo spirito, tenteremo di superare gli ostacoli esistenti, affinché le nostre Chiese possano ancora una volta dare una testimonianza comune più perfetta, al mondo che ha tanto bisogno di Lui.

Venerabile Fratello, ci siamo incontrati in questa solenne e felice occasione, in cui la Chiesa di Roma celebra il sedicesimo centenario della morte di Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria. Egli è stato un uomo di fede costante, di ottimistica speranza e di cuore generoso ed aperto anche per i suoi oppositori. Perché egli era costante nella sua fede, poteva sperare contro la speranza. E dopo un amaro esilio, quando Dio gli permise di ritornare al suo gregge, egli aprì il suo cuore a tutti gli uomini, sempre cercando quella riconciliazione e quella pace, che sono i doni nel suo Figlio incarnato.

Che Atanasio, il nostro Padre comune, interceda affinché possiamo essere più fedeli servi di Dio nella sua Chiesa, e pastori più efficaci di coloro per i quali Cristo ci ha dato la missione di spezzare il pane del suo Corpo e della sua Parola.



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