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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PARTECIPANTI AL VI CONGRESSO
INTERNAZIONALE DI CHIRURGIA
*

Sala Regia - Venerdì, 21 maggio 1948

 

Adunati in Roma dai vari Paesi del mondo per discutere fra voi i molteplici problemi riguardanti la chirurgia, voi avete stimato a ragione, illustri Signori, che le questioni di ordine tecnico e pratico sono ben lungi dall'esaurire il vostro argomento e che quelle di ordine morale e spirituale meritano, per la loro importanza capitale, di fermare la vostra attenzione.

Coscienti come siete della vostra responsabilità, voi vi rendete conto che essa deriva dal fatto, dominante tutta questa materia, che nell'esercizio della vostra professione voi avete tra le vostre mani, sotto i vostri ferri, persone umane, il cui corpo vivente è degno di tutto il vostro rispetto e ha diritto a tutte le vostre cure. Anche quando non è in giuoco la vita stessa, voi disponete — e ne siete pienamente consapevoli — di due grandi cose: l'integrità del corpo umano, la misteriosa realtà della umana sofferenza.

In virtù di questa intima convinzione voi vi sottoponete ad uno studio serio e costante, affine di tenervi accuratamente informati dei progressi delle scienze anatomiche e biologiche, dei metodi chirurgici che incessantemente si rinnovano e si perfezionano coi loro vantaggi, ma talvolta anche coi loro rischi. A ciò servono la lettura dei libri e delle riviste, le conferenze, i congressi, il tutto congiunto con l'assiduità alla pratica chirurgica, in cui voi fate tesoro dei risultati della vostra propria esperienza, arricchita dalle osservazioni scambiate coi vostri colleghi.

Ma il semplice studio teorico, per quanto possa essere intenso, non è sufficiente, se non vi si aggiunge un altro lavoro, anch'esso perseverante e continuo, lavoro più interiore e profondo, di formazione e addestramento veramente personale, nell'esercizio delle vostre facoltà intellettuali, delle vostre qualità morali e psicologiche, delle vostre attitudini fisiche, dei vostri sensi, delle vostre dita. Di tutto questo voi stessi sentite vivo il bisogno, prima e nel corso dell'intervento operatorio. r.

Prima dell'intervento. Grave è la responsabilità della determinazione da prendere. Le risorse della medicina sono state tutte adoperate, finchè potevano sembrare da sè sole efficaci? l'operazione apparisce necessaria? quali pericoli essa presenta, ma, d'altra parte, a quali disavventure esporrebbe l'astensione? E ancora: il momento è opportuno? conviene differire, o invece bisogna affrettarsi e agire rapidamente? correre i rischi dell'urgenza, ovvero quelli dell'indugio? Quale contegno tenere nel consulto coi medici curanti? Ognuno, infatti, ha la sua parola da dire; soprattutto in casi di problemi complessi, i pareri possono essere discordi; e allora ciascuno, pur sostenendo la propria opinione, può rendersi conto della fondatezza delle ragioni degli altri. Quando però ha tutto ben considerato, (compreso il carattere morale dell'atto), il chirurgo non deve più esitare. Ma, anche dopo aver formato coscienziosamente e debitamente il suo giudizio, gli rimane ancora un ufficio assai delicato da compiere. Senza dubbio è suo obbligo di far conoscere l'utilità o la necessità dell'operazione, come anche di indicare le incertezze che spesso permangono; ma fino a qual punto deve egli semplicemente suggerire ovvero consigliare o insistere presso il malato e la sua famiglia? Come illuminarli lealmente, pur usando i dovuti riguardi e rispettando la loro libertà?

Altri casi si presentano, non vogliamo dire più imbarazzanti, perchè qui il dovere è chiaro, ma più dolorosi, a causa delle tragiche conseguenze, che talvolta derivano dall'osservanza di quel dovere. Sono i casi in cui la legge morale impone il suo veto. Se si trattasse soltanto di voi, non vi riuscirebbe forse difficile di chiudere l'orecchio alle suggestioni di una pietà malintesa e di dar luogo alla ragione contro la sensibilità. Ma quante volte vi converrà reagire non solo contro le pretese di un volgare e turpe interesse, di una inescusabile passione, bensì contro le angosce comprensibili dell'amore coniugale o paterno! Eppure il principio è inviolabile. Iddio solo è Signore della vita e della integrità dell'uomo, delle sue membra, dei suoi organi, delle sue potenze, di quelle particolarmente che lo associano all'opera creatrice. Nè i genitori, nè il coniuge, nè l'interessato stesso possono disporne liberamente. Se è riprovevole di mutilare un uomo, anche a sua insistente richiesta, affine di sottrarlo al dovere di combattere per la difesa della patria, o di uccidere un innocente per salvarne un altro, non è meno illecito, sia pure per salvare la madre, di cagionare direttamente la morte di un piccolo essere chiamato, se non per la vita di quaggiù, almeno per la futura, a un alto e sublime destino, ovvero di inaridire o sterilizzare, mediante una operazione che nessun altro motivo giustifica, le sorgenti della vita. Non è lecito di mettere a repentaglio la vita — di sopprimerla, giammai — se non nella speranza di tutelare un bene più prezioso, ovvero di salvare o prolungare essa stessa.

2. Durante l'intervento. La sala operatoria, linda, ariosa. fornita di lampade scialitiche, è pronta; il preventivo esame dell'operando accuratamente compiuto; la sterilizzazione degli strumenti e delle mani dell'operatore e degli assistenti perfetta; l'anestesia o l'analgesia, la preparazione della cute del paziente, effettuate. Eccovi dunque ora chini sulla tavola operatoria, ove giace il vostro malato. Voi siete consapevoli di non essere più, come in altri momenti. gli anatomisti della sala di dissezione, i virtuosi dello scalpello o del trapano, ma uomini di fronte ad uomini, vostri fratelli, che si sono affidati interamente a voi. Quindi non vengono più solamente in considerazione l'abile finezza dei vostri sensi, la destrezza delle vostre dita, l'acutezza della vostra attenzione, la rapidità, la genialità, la sicurezza della vostra intuizione; voi vi mettete all'opera con tutto il vostro cuore, ma in guisa che questo vi sia veramente di aiuto ora esso non vi sarà di sostegno che se, pur essendo profondamente sensibile, saprà al tempo stesso mantenervi in una imperturbabile calma. Se vi mancasse la sensibilità, voi non fareste che esercitare un mestiere; se vi mancasse la calma, il vostro turbamento, rendendo meno ferma la vostra mano, rischierebbe di compromettere l'esito dell'operazione, e forse anche la vita del paziente.

Questo dramma intimo, nel fondo dell'anima vostra, si rinnova ogni giorno, talora più volte al giorno, con maggiore o minor intensità; ma se voi non sentiste questa commozione, non vi credereste più degni dell'opera vostra; se non la dominaste, non vi stimereste più capaci di eseguirla. Dramma che, a lungo andare, logora un uomo di coscienza e di cuore, ma che dà alla vostra professione il suo carattere sacro.

3. Quanto sarebbe in errore chi pensasse che, terminata l'operazione, voi non avete più che d'andarvene tranquilli, come se il sipario si fosse abbassato alla fine di un semplice dramma! No, esso si prolunga in voi, poichè voi non potete non provare un'affezione, per così dire, paterna verso l'infermo, la cui vita è stata per alcuni momenti, forse anche per alcune ore, nelle vostre mani. Voi avete compiuto la parte essenziale del vostro proprio ufficio, ma tutto non è finito con ciò; quante alee rimangono ancora! Sono tutti quei pericoli ed inconvenienti, alcuni di breve durata, altri gravi e talvolta mortali, che conseguono ogni atto operativo cruento. Perciò voi vigilate il corso della febbre, l'acceleramento o il rallentamento dei battiti del polso. Rimosso il pericolo di complicazioni, voi seguite attentamente il progresso della guarigione; poi discretamente vi ritirate e lasciate il posto presso il capezzale ad altri, che saranno testimoni della convalescenza e riceveranno forse più fervide manifestazioni di animo riconoscente! Che se, invece, nonostante la vostra prudenza, la vostra abilità e le vostre cure, le conseguenze del male, perchè troppo grave o già troppo avanzato, sono state penose o l'effetto si è dimostrato meno soddisfacente di quel che si sperava, oh allora non di rado i rimproveri, o espliciti o velati, saranno indirizzati a voi. Certi però, come siete, che la vostra responsabilità dinanzi a Dio e alla vostra coscienza è pienamente al coperto, sicuri di aver trattato tutti, specialmente i meno abbienti, con riguardo, con moderazione e con carità, voi non vi lasciate turbare o inasprire dalla ingiustizia o dalla ingratitudine degli uomini; ma come potreste non sentirla?

Per buona sorte, l'ingratitudine e l'ingiustiza non sono la regola generale; spesso la riconoscenza cordiale di colui che avete salvato e di tutti i suoi è per voi una dolce ricompensa. Ben a ragione voi ne gustate la delicatezza, cui si accompagna la gioiosa soddisfazione professionale dinanzi al felice risultato dell'opera da voi compiuta. Ma Cristo che soffre nella carne di tutti i pazienti, Egli infinitamente tenero e buono, vi è grato per le cure loro prestate e vi benedice. E mentre Noi preghiamo che le più abbondanti grazie celesti discendano su di voi e vi assistano in tutti i vostri interventi, con effusione di cuore impartiamo a voi, alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, X,
 Decimo anno di Pontificato, 2 marzo 1948- 1° marzo 1949, pp. 97-100
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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