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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
NEL 420° ANNIVERSARIO DELLA
CONFRATERNITA DI GESÙ NAZARENO DI SONSONATE (EL SALVADOR)

A Sua Eccellenza Reverendissima
Mons. Constantino Barrera
Vescovo di Sonsonate
e a tutti i devoti di Gesù Nazareno

Cari fratelli e sorelle,

Vi ringrazio per avermi reso partecipe della commemorazione dell’arrivo dell’immagine di Gesù Nazareno in queste terre, nel 1604, e per l’opportunità di unirmi alla vostra celebrazione in questo solenne santo Venerdì.

È significativo vedere come il Signore si avvale del nostro povero linguaggio per farci giungere il messaggio divino. Anche oggi attendiamo, come fecero i nostri antenati più di 400 anni fa, di vedere apparire l’immagine di Gesù Nazareno. Ma, che cosa vogliamo vedere? Una bella statua? Un’opera d’arte preziosa? Il trambusto della gente? Niente di tutto ciò, come ogni anno, se ci affacciamo alla porta delle nostre case è per vedere giungere Gesù, ricordando, in qualche modo, l’atteggiamento del Popolo d’Israele, quando, ognuno all’ingresso della propria tenda, seguiva con lo sguardo Mosè che andava incontro alla Gloria di Dio (cfr. Es 33, 8).

Come Mosè, anche noi possiamo salire alla presenza del Signore per conversare con Lui, “faccia a faccia, come un uomo parla con un amico” (cfr. 11). Lo possiamo fare nella preghiera, se imitiamo la sua fede. In quella preghiera Mosè chiedeva al Signore qualcosa che anche noi cerchiamo, che “gli indicasse la sua via” (cfr. Es 33, 13). Dio gli promise: “o camminerò con te e ti darò riposo” (v. 14), e con quella fiducia il profeta attraversò il deserto. Tuttavia, essendo Dio così grande, Mosè non ebbe l’opportunità di vedere il suo volto (cfr. v. 20) e dinanzi alle prove della vita spesso la sua fiducia venne meno. Noi, invece, sì possiamo contemplare il volto divino e sentire i suoi piedi camminare al nostro fianco. È questa la promessa che Dio ci fa quando il Nazareno devia i propri passi per entrare nel nostro quartiere, attraversare la nostra strada e fermarsi alla porta delle nostre case. Il suo sguardo di amore spogliato ci scruta e c’interpella, come fa con san Pietro, dicendoci: “mi ami?” (cfr. Lc 22, 61; Gv 21, 15-17).

Fratelli, nonostante la nostra indegnità, le nostre continue ingratitudini, rispondiamogli sempre con generosità: “Signore, tu lo sai che ti amo”. Perché, rispondendo così, replichiamo nella nostra vita l’atteggiamento degli israeliti, che restavano “prostrati”, ognuno all’ingresso della propria tenda, quando la Gloria di Dio discendeva su di loro (cfr. 10). In questo atteggiamento di adorazione, mostriamoci docili alle mozioni del suo Spirito che, come la nube di fuoco, guida i nostri passi in questo deserto (cfr. Es 40, 37).

Che triste sarebbe se ogni anno, in questo santo Venerdì, i nostri cuori rimanessero semplicemente a “guardare dal balcone” una curiosa scena, senza prostrarsi al passaggio di Gesù, senza sentire come Pietro il suo invito a seguirlo (cfr. Gv 21, 19). Che peccato se non comprendessimo che è aggrappati alla sua Croce che siamo capaci di camminare con Lui, e non percepissimo che è Lui che porta questo giogo affinché noi possiamo trovare il nostro riposo.

Fratelli, oggi il Signore, come ogni anno, come ogni istante, ci viene incontro, seguiamolo, portandolo sulle nostre spalle, consolandolo nella piaga aperta dei nostri fratelli che soffrono. Chiediamogli di mostrarci come dobbiamo “glorificare Dio” con la nostra vita, facendo del nostro servizio una lode, nel lavoro quotidiano, in famiglia, nell’impegno per creare una società più fraterna, in sostanza, nella testimonianza di bene che tutti possiamo dare, indipendentemente dalla vocazione a cui siamo stati chiamati (cfr. Gv 21, 19).

Che Gesù Nazareno dal Calvario vi benedica e sua Madre Addolorata vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Fraternamente,

Roma, San Giovanni in Laterano, 22 marzo 2024, Venerdì di Dolore.

Francesco

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L'Osservatore Romano, Anno CLXIV n. 72, giovedì 28 marzo 2024, p. 10.



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