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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII
AI PARTECIPANTI AL XXXVI CONGRESSO NAZIONALE
DELLA SOCIETÀ OFTALMOLOGICA ITALIANA*

Martedì, 30 settembre 1947

 

Il pensiero, che ha ispirato la vostra domanda di adunarvi qui intorno a Noi, bastava da sè solo ad assicurarvi da parte Nostra il più favorevole accoglimento; accoglimento che vi era del resto dovuto anche per un altro titolo, quello d'insigni benefattori della umanità. La vostra professione volge infatti tutte le vostre cure a due fra i più preziosi beni dell'ordine naturale: l'occhio, e la vista di cui esso è l'organo; beni così preziosi, che il comune linguaggio ne ha fatto, a causa della loro eccellenza, quasi il termine supremo di paragone, e non soltanto il linguaggio umano, ma la stessa parola divina nelle Sacre Scritture. Se gli uomini credono di aver detto tutto, quando affermano di una cosa che l'hanno cara come la pupilla dei loro occhi, non fanno che attenuare la parola di Dio medesimo, il quale per bocca del suo profeta assicurava che « chi toccava il suo popolo, toccava la pupilla dei suoi occhi » (cfr. Zach. 2, 8). Per quanto appassionato possa essere il lamento di Ifigenia, che, in cammino verso il fatale sacrificio, esclamava : « È così dolce di vedere la luce » (Euripide, Ifigenia in Aulide, v. 1218-1219), è pur sempre meno commovente della risposta del vecchio Tobia all'Angelo: « Quale gioia vi può essere per me, che siedo nelle tenebre e non vedo la luce del cielo? » (Tob. 5, 12), o della preghiera del cieco a Gesù: « Rabboni, ut videam »: Maestro, che io veda! (Marc. 10, 51), o della esultante speranza di Giobbe nel profondo della sua angoscia: « Nella mia carne vedrò il mio Dio; io stesso lo vedrò; lo contempleranno i miei occhi, e non un altro » (Tob. 19, 27).

Le sofferenze dell'occhio: chi potrebbe farsene un'idea senza averle provate, e, d'altra parte, chi non ne ha provate abbastanza per indovinare a qual grado di acutezza esse possono giungere? Un impercettibile granello di polvere sembra intollerabile e, finchè rimane nell'occhio, può rendere l'uomo incapace di proseguire il suo lavoro. Eppure che cosa è in paragone della più leggera congiuntivite, di un'ulcera passeggera della cornea?

L'occhio può soffrire in tante maniere, dalle sue difese esteriori e dalle sue parti esterne sino a quelle più profonde, senza parlare inoltre delle sofferenze morali, conseguenze ben umane, ma pur comprensibili, dell'alterazione di un volto amato, che illuminavano già due occhi, i più belli, i più puri.

Quanti progressi hanno effettuato la vostra scienza e l'arte vostra, dopo la invenzione dell'oftalmoscopio di Helmholtz, e soprattutto dopo gli studi del Bichat! Di tutte le affezioni, che si classificano prima complessivamente sotto il nome generico di oftalmie, è apparsa, con la varietà delle loro cause, l'innumerevole moltiplicità. Infezioni diverse, traumi, debolezza generale, deperimento senile; e poi i poveri occhi bruciati dal clima, dalla Iute troppo cruda, dal sole ardente, dall'eccesso di lavoro, ed anche dalle lacrime.

Si è detto con verità che molte cose possono esser vedute soltanto dagli occhi che hanno molto pianto. Tuttavia, un giorno, all'apparire della gran luce che brilla senza ombra e che non abbaglia, Iddio lassù « absterget omnem lacrimam ab oculis eorum » (Apoc. 21, 4) : asciugherà ogni lacrima dagli occhi degli eletti. Non vi saranno allora più nè lutti, nè dolori, nè pianti, perchè il tempo loro sarà passato. Nella impossibilità di anticipare quaggiù il giorno di quella luce celeste, voi vorreste almeno conservare o rigenerare per la gioia dei poveri mortali la vista di quella che splende su questa terra.

Nell'intimo del vostro cuore vi sembra di udire, come in un eco, il grido supplichevole del cieco : « Ut videam! » Che io veda! Pazientemente, diligentemente, voi scrutate il meraviglioso apparecchio di ottica costruito da Dio, in confronto del quale i più perfezionati — e ve ne sono di così perfetti — non sembrano che macchine grossolane. Voi ne scoprite tuttavia i difetti accidentali che sapete correggere, le infermità che sapete sanare, le lesioni che sapete riparare, il logoramento a cui, fino ad un certo segno, sapete rimediare.

Dopo aver così cordialmente compatito le pene e così attentamente lavorato per alleviarle, voi non conoscete più bella ricompensa da parte dei vostri pazienti che di udire dalle loro labbra, di leggere soprattutto nel loro sguardo illuminato, questa semplice parola di commossa gratitudine: Io vedo! Ma un premio infinitamente più bello vi è offerto dal « Padre dei lumi » (Iac. 1, 17), il quale vuoi donare in questa vita alle vostre intelligenze il lume della fede, affinchè vi sia dato un giorno di entrare per sempre nel lume della gloria.

Con quanto affetto il Nostro cuore domanda per voi questa ricompensa! in auspicio della quale diamo a voi, alle vostre famiglie, a tutti coloro che vi sono cari, la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IX,
 Nono anno di Pontificato, 2 marzo 1947- 1° marzo 1948, pp. 249-251
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 



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