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PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Alla ricerca del vero tesoro

Venerdì, 21 giugno 2013

 

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 142, Sab. 22/06/2013)

 

«L’amore, la carità, il servizio, la pazienza, la bontà, la tenerezza» sono i «tesori bellissimi» di cui ha parlato Papa Francesco stamattina, venerdì 21 giugno, durante la messa nella cappella della Domus Sanctae Marthae. Ha concelebrato, tra gli altri, il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, che accompagnava un gruppo di officiali e collaboratori del dicastero. Tra i presenti anche un gruppo della basilica di san Giovanni in Laterano.

Come di consueto, il Pontefice ha incentrato la sua riflessione sulle letture del giorno, individuando in particolare nel brano del Vangelo di Matteo (6, 19-23) un “filo conduttore” fra i termini «tesoro, cuore e luce» e auspicando che «il Signore ci cambi il cuore per cercare il vero tesoro e così diventare persone luminose e non delle tenebre».

La prima cosa da fare, ha spiegato il Santo Padre, è domandarsi: «Qual è il mio tesoro?». E di certo non possono essere le ricchezze, visto che il Signore dice: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, perché alla fine si perdono». Del resto, ha sottolineato il Papa, sono «tesori rischiosi, che si perdono»; e sono anche «tesori che dobbiamo lasciare, non li possiamo portare con noi. Io non ho mai visto un camion di traslochi dietro un corteo funebre», ha commentato. Allora, si è chiesto, qual è il tesoro che possiamo portare con noi alla fine della nostra vicenda terrena? La risposta è semplice: «Puoi portare quello che hai dato, soltanto quello. Ma quello che hai risparmiato per te, non si può portare». Sono cose che possono essere rubate dai ladri, oppure cose che si rovinano, oppure cose che verranno prese dagli eredi. Mentre «quel tesoro che noi abbiamo dato agli altri» durante la vita, lo porteremo con noi dopo la morte «e quello sarà “il nostro merito”»; o meglio, ha puntualizzato, «il merito di Gesù Cristo in noi». Anche perché è l’unica cosa «che il Signore ci lascia portare». Lo ha detto chiaramente Gesù stesso ai dottori della legge che si vantavano della bellezza del tempio di Gerusalemme: «Non rimarrà pietra su pietra». Ciò vale pure «con i nostri tesori, quelli che dipendono dalle ricchezze, dal potere umano».

Ma Gesù — ha notato il Santo Padre — non si limita alla critica; fa un passo avanti e aggiunge: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». Occorre considerare che «il Signore ci ha fatti per cercarlo, per trovarlo, per crescere. Ma se il nostro tesoro non è vicino al Signore, non viene dal Signore, il nostro cuore diventa inquieto». Un esempio? «Tanta gente, anche noi, siamo inquieti — ha detto il Pontefice — per avere o per arrivare a qualcosa. E alla fine il nostro cuore si stanca, diventa pigro, diventa un cuore senza amore». È quella che il Papa ha definito con immagine efficace «la stanchezza del cuore. Pensiamo: io cosa ho? un cuore stanco, che vuol soltanto sistemarsi con tre o quattro cose, con un bel conto in banca? O ho un cuore inquieto, che sempre più cerca le cose del Signore?». Da qui l’invito a «curare sempre» quest’inquietudine del cuore. Perché da soli noi non possiamo molto; deve essere il Signore ad aiutarci, lui che ha promesso: «Io farò del vostro cuore di pietra un cuore di carne, un cuore umano». Ed essendo una promessa del Signore, noi possiamo chiedere la grazia: «Signore cambia il mio cuore». D’altro canto, il «Signore non può fare niente — ha messo in guardia Papa Francesco — se il mio cuore è attaccato a un tesoro della terra, a un tesoro egoista, a un tesoro dell’odio», uno di quei tesori da cui «vengono le guerre».

L’ultima parte della riflessione di Gesù rimanda all’espressione: «la lampada del corpo è l’occhio», ovvero «l’occhio è l’intenzione del cuore». Di conseguenza per il Pontefice «se il tuo occhio è semplice, viene da un cuore che ama, da un cuore che cerca il Signore, da un cuore umile, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso». In proposito il Santo Padre ha chiesto ai presenti di domandarsi com’è il nostro giudizio sulle cose: «Luminoso o tenebroso? Siamo persone di luce o di tenebre? L’importante è come giudichiamo le cose: con la luce che viene dal vero tesoro nel nostro cuore? O con le tenebre di un cuore di pietra?». Una risposta può venire dalla testimonianza di san Luigi Gonzaga, il giovane gesuita di cui proprio oggi ricorre la memoria liturgica. «Possiamo chiedere la grazia di un cuore nuovo — ha invitato il Papa — a questo coraggioso ragazzo», che non si è mai tirato indietro «nel servizio degli altri», tanto da dare la vita per curare gli appestati. Ecco allora l’esortazione del Santo Padre a domandare nella preghiera che «il Signore ci cambi il cuore. E tutti questi pezzi di cuore che sono di pietra il Signore li faccia umani, con quell’ansia buona di andare avanti cercando lui e lasciandosi cercare da lui». Perché, ha concluso, solo il Signore può salvare «dai tesori che non possono aiutarci nell’incontro con lui, nel servizio agli altri».

 



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