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LETTERA DEL SANTO PADRE LEONE XIV 
AI VESCOVI DELL'AMERICA LATINA E DEI CARAIBI IN OCCASIONE DEL
III CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE DI SAN TORIBIO DI MOGROVEJO

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Cari fratelli nell’Episcopato,

accogliendo la richiesta dell’Episcopato peruviano e in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei Vescovi dell’America Latina, vi saluto con affetto nel Signore e vi ringrazio per il servizio che prestate ogni giorno. Nel rivolgervi queste parole, sono profondamente grato per il privilegio di aver esercitato il ministero episcopale in Perú. Lì ho conosciuto da vicino la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e ho compreso meglio cosa significhi essere pastore. Quell’esperienza mi ha avvicinato in modo particolare a San Toribio, che anch’egli giunse da lontano in una terra che divenne la sua grazie alla carità pastorale.

I miei predecessori si sono soffermati ampiamente sulla figura dell’«illustre Metropolita di Lima» [1] , ricordando il suo zelo evangelizzatore [2], il suo impegno per l’edificazione e il rinnovamento della vita ecclesiale [3] e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili. [4]. Senza tornare ora sulla biografia, desidererei riflettere sul suo ministero alla luce di un segno che ci rimanda all’origine stessa della nostra missione: l’accoglienza del Vescovo nella sua chiesa cattedrale [5]. Un rito simile è previsto per la visita pastorale a una comunità [6], come se la Chiesa volesse ricondurre il prelato, più e più volte, al significato di quel primo ingresso. Ciò che la liturgia esprime in pochi gesti, l’Apostolo delle Ande lo ha fatto diventare vita nel corso degli anni da pastore. Il modo migliore per onorare la sua memoria sarà lasciarci interpellare da come ha vissuto il ministero che anche noi abbiamo ricevuto, e imitarlo.

Il rito ha inizio sulla soglia della cattedrale. Lì il nuovo Vescovo viene accolto dalla Chiesa alla quale è stato inviato. Giunge in una comunità che lo precede, che ha percorso un cammino di fede e nella quale lo Spirito Santo stava già operando. Varcando quella soglia, entra in una storia che non inizia con lui e rimane legato, attraverso il suo ministero, a un popolo concreto. Il Santo Arcivescovo giunse in una terra di cui conosceva a malapena i popoli e le culture. Per guidarla doveva addentrarsi in quella realtà, e per questo la percorse in lungo e in largo. Le visite pastorali e la preoccupazione affinché il Vangelo potesse essere annunciato nelle lingue locali rafforzarono sempre più il suo legame con quella terra e la sua gente. Ci sono realtà di una Diocesi che difficilmente giungono fino a una scrivania. Per questo, cerchiamo di fare in modo che la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge e cerchiamo coloro che raramente hanno l’occasione di avvicinarsi al Vescovo. Il ministero di un successore degli Apostoli esige di vivere con il cuore in cielo e i piedi a terra.

Ancora sulla soglia, il Vescovo riceve un crocifisso e lo bacia. La Chiesa gli pone davanti Colui che ha amato i suoi fino alla fine. Quel gesto racchiude una promessa di dedizione. Il ministero potrà condurlo su sentieri che non aveva previsto e chiedergli rinunce che forse non avrebbe mai immaginato. La croce gli ricorda che deve rimanere accanto al gregge quando arriveranno i momenti difficili e che la protezione delle pecore può avere un prezzo per il pastore stesso. Toribio prolungò quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo gli indigeni, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e a coloro che soffrivano. Cari fratelli, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando la comodità, la paura o i propri interessi pesano più del bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che può perdere; il pastore sa che dovrà donare qualcosa di sé per rimanere fedele (cfr. Gv 10, 12-13).

Successivamente, il Vescovo riceve l’acqua benedetta, si asperge e asperge i presenti. Questo gesto lo riconduce alla fonte comune del Battesimo. Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere il Popolo di Dio, si annovera tra i battezzati, resi figli in Cristo. La santità del pastore non può essere data per scontata (cfr. 1 Tm 4, 16). San Toribio ha potuto chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché ha iniziato a misurarsi proprio con quella stessa esigenza. Chi ha ricevuto la missione di santificare ha ancora bisogno di essere santificato; chi annuncia la misericordia vive anche di essa. Curiamo, dunque, la nostra vita interiore e conserviamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.

Il rito conduce poi il Vescovo davanti al Santissimo Sacramento, dove si inginocchia e lo adora. Prima di iniziare il proprio ministero, si ferma in silenzio davanti al Santissimo. I Vescovi passano; Cristo rimane (cfr. Eb 13, 8). I pastori cambiano, sorgono nuove urgenze e si susseguono i progetti, ma la Chiesa vive del Signore. Per questo vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. L’amore di Toribio per l’Eucaristia si manifestò nella sua sollecitudine di avvicinare tutti a Gesù. Offriamo ai nostri fedeli tempo e spazi per rimanere davanti a Lui e incoraggiamo l’adorazione prolungata. Sono convinto che la santa presenza del Signore, accolta e adorata con fedeltà, sostiene ciò che le nostre forze non riescono a raggiungere e apre strade che nessuna pianificazione potrebbe prevedere. Sarà il Suo amore a trasformare le nostre Diocesi.

Dopo essersi vestito, il Vescovo si avvicina all’altare e lo bacia. È lo stesso Signore, davanti al quale si è appena inginocchiato, ora contemplato come Colui che riunisce la sua Chiesa attorno a sé e la rende un unico corpo (cfr. 1 Cor 10, 17). Il Santo prelato ha servito una Chiesa immensa e plurale, impegnandosi a mantenerla unita. Anche a noi spetta vegliare affinché la diversità delle nostre Diocesi trovi in Cristo la propria unità. L’altare ci ricorda che la comunione appartiene al cuore stesso della nostra missione.

Successivamente si reca alla cattedra e vengono lette le Lettere apostoliche, la Bolla con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella Chiesa particolare. Il Vescovo non si è attribuito da solo tale missione, ma l’ha ricevuta e la esercita nella comunione della Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio Episcopale. L’insegnamento che offre dalla cattedra non nasce da una parola propria che debba imporre. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon deposito», ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che sono affidati alle sue cure (cfr. 2 Tm 1, 13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. L’adesione al Concilio di Trento, i concili provinciali, i sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il desiderio di trasmettere integralmente la fede e di renderla accessibile a coloro che aveva davanti. In un’epoca in cui tante voci rivendicano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al Vescovo offrire un insegnamento chiaro, paziente e radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

A seguire, il clero e i fedeli si avvicinano per «manifestare obbedienza e riverenza» [7]. La riverenza ricevuta si trasforma per il Vescovo in una responsabilità, e l’obbedienza offerta richiede la sua paternità. Ciò si manifesta in modo particolare nel rapporto con i presbiteri, uniti a lui in modo singolare nell’unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio si occupò della loro formazione, fu esigente nell’ammissione agli ordini, visitò i sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero si riflette su quella del popolo. Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero, favoriamo una vera fraternità e facciamo in modo che nessun sacerdote senta di potersi avvicinare al proprio Vescovo solo quando c’è un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce spesso quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della casa vescovile.

Dopo il Vangelo, il Vescovo si rivolge per la prima volta al suo popolo. Fino a quel momento, la liturgia lo ha posto in un atteggiamento di accoglienza e di ascolto, e lo ha condotto al silenzio dell’adorazione. Solo allora prende la parola. Questo semplice ordine racchiude un insegnamento che è bene tenere sempre presente. Tra le tante responsabilità che occupano la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della Parola» (At 6, 4). San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo annuncio risultava credibile perché aveva permesso al Vangelo di plasmare prima di tutto la sua esistenza. Che nessuna urgenza né alcun compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera come preludio alla predicazione. Riserviamo sempre il tempo necessario per ascoltare la Parola e preparare con cura il modo in cui offrirla al nostro popolo.

Terminati i riti dell’accoglienza e celebrata la liturgia della Parola, giunge il momento di presentare l’offerta. In quell’offertorio possiamo intravedere in anticipo tutto ciò che il Vescovo dovrà deporre, giorno dopo giorno, nelle mani del Signore: il suo lavoro, i progetti che intraprenderà, le decisioni che dovrà prendere, le persone che gli sono state affidate, le preoccupazioni e le speranze. Ci saranno momenti in cui vedrà chiaramente la strada da seguire e altri in cui sperimenterà la propria piccolezza: tutto questo trova posto sulla patena. Al Vescovo spetta donarsi con fedeltà; il frutto, in ultima analisi, appartiene a Dio (cfr. 1 Cor 3, 6-7).

La celebrazione stessa mostra da dove scaturisce tale fecondità. Nella Santa Messa si attualizza sacramentalmente l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo, mentre il suo Popolo è associato all’offerta del proprio Signore. Da questo Santo Sacrificio sgorga la grazia di cui vive la Chiesa e grazie alla quale Cristo continua a riunirla e a santificarla nel corso della storia. Il Vescovo, come ogni sacerdote, presta la propria voce e le proprie mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che celebra deve protrarsi anche nella sua stessa vita, sempre più unita all’offerta del Signore, finché tutta l’esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre.

La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è caratterizzata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra l’altare e la vita. La figura di San Toribio, quindi, non è isolata. Nel corso dei secoli e in diverse regioni del continente si è andata formando una vera e propria costellazione di Vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande Arcivescovo di Lima si trovano i Santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i Beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo ed Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri Vescovi. Approfondiamo il ministero e gli scritti di questi pastori e facciamoli conoscere nelle nostre Chiese particolari. La loro testimonianza può aiutarci a comprendere meglio la missione del Vescovo e riveste un interesse speciale per la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. Le loro vite mostrano come una stessa missione possa assumere forme diverse a seconda dei tempi e delle circostanze e costituiscono una scuola di pastori nata dalla nostra storia ecclesiale. I santi continuano a formare santi (cfr. Eb 13, 7).

Affidiamo a Santa Maria di Guadalupe il nostro desiderio di vivere con rinnovata fedeltà la missione che ci è stata affidata. All’alba dell’evangelizzazione di quel caro continente, Ella volle che San Juan Diego portasse la sua richiesta al Vescovo e che fosse lui a discernere e ad accogliere ciò che il Signore stava compiendo attraverso un umile messaggero. Quell’incontro continua ad essere un invito per noi pastori: essere attenti all’azione di Dio, che spesso si manifesta per vie impreviste e si serve di coloro da cui meno ci si aspetterebbe. Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando giungerà l’ora di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: «Bene, servo buono e fedele […] prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25, 21).

Con affetto fraterno, vi benedico di cuore.

Dal Vaticano, 8 settembre 2026,
Natività della Beata Vergine Maria.
 

LEONE PP. XIV

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[1] Pio XII, Radiomessaggio al V Congresso Interamericano di Educazione Cattolica, 12 gennaio 1954.

[2] Cfr. S. Giovanni Paolo II, Incontro con l’Episcopato del Perú, 2 febbraio 1985.

[3] Cfr. Benedetto XVI, Messaggio per le celebrazioni del IV centenario della morte di San Toribio di Mogrovejo, 23 marzo 2006.

[4] Cfr. Francesco, Incontro con i Vescovi a Lima, 21 gennaio 2018.

[5] Cfr. Cæremoniale Episcoporum, 1141-1144.

[6] Cfr. Ibid., 1180.

[7] Ibid., 1143.

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 214, lunedì 21 settembre 2026, p. 3.