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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA XIX RIUNIONE NAZIONALE DELLE DIRIGENTI DEL
MOVIMENTO «CONVEGNI MARIA CRISTINA DI SAVOIA»

Lunedì, 22 maggio 1967

 

CONOSCERE E VALUTARE I PROBLEMI DEL NOSTRO TEMPO

La vostra visita Ci reca grande conforto. Sappiamo che voi, celebrando codesto XIX Convegno nazionale, commemorate il trentesimo anniversario della istituzione dei Convegni di Maria Cristina di Savoia, e che ne prendete occasione per ricordare le ragioni del vostro Movimento, l’opera da esso compiuta in questo non breve periodo di vita, i meriti delle persone che vi hanno dedicato saggezza e pazienza, l’aiuto divino da cui specialmente è venuto e verrà il dono della perseveranza. È sempre motivo di consolazione e di ammirazione il vedere la perseveranza nel bene; e nell’ambito della Chiesa, sempre in atteggiamento di sfidare l’insidia divoratrice del tempo, si festeggia con piacere tutto ciò che, numerando gli anni della propria esistenza, non segna quelli della vecchiaia, ma quelli d’una persistente giovinezza e d’un’inesausta capacità di rinascita: tale è il carisma della tradizione, per cui il passato è sorgente di sempre fresco e nuovo avvenire.

Poi la vostra visita Ci reca piacere anche maggiore per la bontà dell’azione, che tutte vi tiene impegnate; un’azione rivolta ad abituare le Signore dei ceti abbienti e colti della società a rettamente conoscere e a ben valutare i problemi del nostro tempo, mostrando loro, da un lato, il tesoro di luce che la sapienza della fede cristiana proietta oggi sul mondo, e l’obbligo, la bellezza anzi, dall’altro, di conformare ai principii logici del pensiero cattolico la realtà della vita. Funzione codesta assai importante, non solo per l’incertezza e per l’inquietudine delle idee in quest’ora di transizione e di sviluppo della civiltà moderna, ma altresì per l’enorme e stupenda ricchezza di dottrina, che il Concilio ecumenico ha messo a disposizione della Chiesa e del mondo. Ci è noto lo sforzo compiuto e da compiersi dal vostro Movimento per divulgare la conoscenza e l’applicazione dei decreti conciliari; uno sforzo, che merita il Nostro incoraggiamento e la Nostra lode, e che qualifica il Movimento stesso come fedele, intelligente, provvidenziale; anche a tale sforzo auguriamo la virtù della costanza, metodica, ingegnosa, efficace.

SUPERARE IL DELETERIO CONFORMISMO

Ma il pensiero, che spontaneamente ricorre alla vostra presenza, è quello dell’ambiente, in cui si svolge la vostra vita, e che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, condiziona enormemente ogni vostra attività, fino ad osservare quanto sia vincolata la libertà di pensiero e di costume di chi ha la sorte di appartenere ai vostri ceti sociali. Il fenomeno dell’influsso sociologico, che si verifica in ogni settore della collettività, e che oggi, con la così detta civiltà di massa, si accentua in modo impressionante, assume nel vostro settore - voi lo potreste meglio di Noi documentare - forme caratteristiche di conformismo, che sembrano far parte della buona educazione: chi può sottrarsi alle esigenze della cultura di certa letteratura, di certi spettacoli, di certi svaghi del tempo libero? chi non subire gli imperativi della moda? chi rimanere indipendente dall’influsso della stampa e delle forme moderne di diffusione ideologica? e così via.

E il fenomeno non avrebbe grave rilevanza per noi, se, ad un dato momento di intensità e d’incidenza morale, non costituisse, ancor più che un pericolo, un’antitesi per la concezione cristiana della vita; ciò che si verifica quando l’ambiente diventa filosofia, e filosofia cieca sui più grandi doveri e sui più veri destini della umana esistenza. Filosofia è un termine difficile e non a tutti simpatico; diciamo: modo di pensare, criterio informatore della vita, mentalità appoggiata su principi banali e fragili, quali le nostre passioni, i nostri interessi, e soprattutto i nostri «rispetti umani» facilmente ci suggeriscono.

AVVICINARE LA PARTE DELL'UMANITÀ CHE RIFIUTA IL VANGELO

Vi è un termine, che il Leopardi riconobbe originale al Vangelo, e che definisce tale incompleta e perciò falsa e nociva concezione della vita modellata sull’ambiente; ed è il termine «mondo». Esso per noi dice tutto, in senso negativo e comparativo alla vita cristiana, perché il linguaggio consueto della predicazione religiosa ci ha abituati a darvi un significato ben noto, se non sempre preciso, quando lo intendiamo nella sua deteriore espressione. Mondo, in questo senso, è la porzione dell’umanità che ha rifiutato la luce del Vangelo: «Mundus Eum non cognovit» (Io. 1, 10), il mondo non conobbe Cristo venuto a portare la luce. È il regno dell’apparenza in confronto con quello della realtà, il regno delle finte virtù, dei valori mediocri e contingenti, delle passioni erette a principi, e perfino, nei casi tipici, delle perversioni ideali o morali legittimate, fino a fare scrivere all’evangelista Giovanni che tutto il mondo è posto sotto l’impero del maligno (1 Io. 5, 19), dove il peccato trova libera cittadinanza e organizzazione seducente e potente.

Ma nel linguaggio scritturale la parola mondo esprime due altre realtà, ben diversamente qualificate. Mondo è l’universo, il cosmo fisico, in cui la potenza e la sapienza creatrici si sono manifestate in maniera e in misura prodigiose, quali la scienza va ogni giorno maggiormente scoprendo, non per sostituire se stessa alla causalità generatrice dell’essere (follia questa altrettanto ingenua, quanto tentatrice), ma per avvertire l’invito, sempre più logico e pressante, alla ascensione metafisica verso la Causa prima e vivente, che chiamiamo Dio. E mondo è ancora l’umanità globalmente considerata, quel mondo «che Dio ha amato a tal punto da dare il suo Figlio unigenito» (Io. 3, 15) per la sua salvezza.

Così che un triplice atteggiamento questa parola «mondo» c’impone in conformità al suo triplice significato: di diffidenza e di difesa, se per mondo intendiamo il «secolo», come s’usa a dire, emancipato o ribelle rispetto all’ordine spirituale e morale dell’economia cristiana; poi di studio, di ammirazione, di giusta valutazione, se per mondo intendiamo il quadro delle cose offerte alla nostra conoscenza e alla nostra conquista; e finalmente di ricerca, di servizio e di amore, se col termine mondo vogliamo indicare gli uomini nostri simili e nostri fratelli.

ESSERE NEL MONDO E NON ESSERE DEL MONDO!

A queste semplici nozioni richiamiamo il vostro pensiero, affinché vogliate meglio comprendere la posizione drammatica in cui si deve svolgere la vostra vita, se cristiana vuole chiamarsi. A prescindere dall’interesse naturale e scientifico, che possiate avere per le bellezze e per i segreti del creato, voi, più di altri per la vostra posizione sociale, vi trovate sulla linea di tensione fra la divina riprovazione e la dilezione di Dio verso il mondo; fra la fuga o la immunizzazione dal mondo e la ricerca del mondo; fra il pericolo del suo inganno fatale e la chiamata al suo caritatevole soccorso; fra la condanna e l’amore. Vogliate comprendere. Se la Provvidenza ha collocato la vostra esistenza in questo dualismo, segno è che vuole qualche cosa di originale, di forte, di grande da voi. Vuole che sappiate realizzare in voi stesse la preghiera finale di Gesù per i suoi seguaci: «Non domando - così pregò il Signore nell’ultima sera della sua vita temporale - che Tu (o Padre), li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male» (Io. 17, 15). Essere nel mondo, e non essere del mondo! Le parole sono facili, ma la realtà morale di questa convivenza, immunizzata dalla cattiva seduzione, immorale o amorale del mondo, è tutt’altro che facile; voi lo sapete benissimo. Ma a questo cimento, a questa ascesi, a questo equilibrio vi impegna oggi più che mai la vocazione cristiana; e Noi, osservando, compiangendo, ma incoraggiando la vostra sorte, vi esortiamo, Figlie in Cristo carissime, ad assumere arditamente la funzione che sembra specificamente vostra: essere nel mondo e non essere del mondo. Conservare lucido il giudizio sugli avvenimenti e sui valori del nostro tempo, rimanere salde e costanti nella discriminazione fra il lecito e l’illecito, fra il bene ed il male, fra la virtù ed il vizio, saper talvolta rinunciare a idee e ad azioni che la rettitudine cristiana riprova, saper talora anche protestare a tutela della verità e dell’onestà, saper infondere nell’ambiente, in cui appunto vivete, qualche fremito di nobiltà morale, e mostrare normalmente come la dignità cristiana sappia vivere dappertutto con semplice ed elegante disinvoltura: questa, ed anche ben più ampia, Ci sembra la vostra missione, fatta audace ad affrontare i rischi ed i fastidi dell’apostolato d’ambiente.

AGIRE CON ALACRE ZELO FIAMMANTE DI CARITÀ

Ed anche ben più ampia, diciamo, la vostra missione, se dal polo negativo della vita del mondo ci rivolgiamo al polo positivo del mondo, ai suoi bisogni e al diritto ch’essi hanno al nostro interessamento. Diciamo di più: il Concilio ci esorta a guardare il mondo con occhio nuovo, non indulgente, ma più ottimista; con l’occhio di Dio che lo ha creato ed amato, e che tali valori Egli sempre vi riconosce da fargli dono del suo piano di salvezza, e da costituirvi Cristo Maestro e Redentore universale (cf. Gaudium et spes, n. 2). Il Concilio ci educa a scoprire con maggiore attenzione e con maggiore simpatia la immensa ricchezza dei valori positivi suoi propri, non che la loro ambivalenza, rispetto ai destini sia temporali, che eterni dell’umanità. Basti una citazione: «Il mondo si presenta oggi potente e debole ad un tempo, capace d’operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre davanti la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o della decadenza, della fraternità o dell’odio. Inoltre l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate, e che possono opprimerlo, o servirlo» (ibid. n. 9).

Per voi tutto questo significa che l’essere nel mondo non è più un ostacolo, ma un vantaggio per la missione di bene, che partecipando ai vostri Convegni vi assumete: voi siete già in posizione d’esercitarla, tale missione. Il primo passo dell’apostolato è la conoscenza dell’ambiente, nel quale deve svolgersi; voi già l’avete tale conoscenza; il secondo è l’avvicinamento; e voi, essendovi in mezzo, già potete profittarne; il terzo, ch’è poi l’unico e il sommo, è l’amore; e voi non potete non amare l’ambiente dove la Provvidenza vi ha collocate, solo che tale amore sia nuovo, sia puro, sia fiammante di carità.

È ciò che Noi auguriamo alle vostre persone e al vostro Movimento, mentre, nella medesima carità di Cristo, tutte vi benediciamo.

                                 



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