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DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
DICASTERO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI
DICASTERO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
NOTA
UN CAMMINO DI SPERANZA
Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa
alla luce della Dichiarazione conciliare
Nostra
aetate
Indice
I. Introduzione
Origine e portata di Nostra aetate. Una risposta
alla Shoah
La specificità del dialogo con gli ebrei
II. Sviluppi post-conciliari: una continuità
arricchita dai Papi successivi
San Paolo VI
San Giovanni Paolo II
Benedetto XVI
Francesco
Leone XIV
III. I frutti e le sfide della Dichiarazione
Nostra aetate oggi
Frutti visibili e silenziosi
Resistenze e malintesi persistenti
Una pedagogia del dialogo da approfondire
IV. Prospettive e orientamenti per il futuro del
dialogo interreligioso
V. Conclusione
I. Introduzione
1.
Il 28 ottobre 1965, la Dichiarazione del
Concilio Vaticano II
Nostra
aetate «sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane»
apriva un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici, ebrei e
credenti di altre fedi e tradizioni spirituali. Molto più di un semplice
testo, essa segnava un cambiamento profondo nella comprensione e
nell’espressione del rapporto della Chiesa con i credenti di altre
religioni. In tale
Dichiarazione, in modo esplicito, la Chiesa affermava che
«nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», invitando i
fedeli a considerare con stima e rispetto «quei modi di agire e di vivere,
quei precetti e quelle dottrine»[1].
Redatta nel contesto della vitalità creativa e fraterna del Concilio, essa
mantiene una grande attualità in un mondo attraversato, da una parte, da
atteggiamenti generalizzati di chiusura e, dall’altra, da una ricerca di
convivenza entro una cittadinanza universale fondata sulla fratellanza e sul
riconoscimento reciproco.
2.
In quest’ottica,
Nostra
aetate si colloca nella medesima linea
dell’altra Dichiarazione conciliare
Dignitatis humanae, centrata sul
diritto alla libertà religiosa. Nessuna relazione rispettosa con le altre
religioni è sincera ed attuabile senza un contestuale rispetto della libertà
religiosa altrui:«Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori
dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella
società»[2]. Questa convinzione ci porta a chiedere la stessa libertà per i cristiani nei
paesi dove sono minoranza[3].
3.
A sessant’anni di distanza dalla sua pubblicazione,
Nostra
aetate
continua a ispirare le scelte pastorali e teologiche della Chiesa e ad
alimentare quel dialogo che è la forma stessa del darsi della vita umana ed
è divenuto vieppiù indispensabile nelle società del nostro tempo.
Tale dialogo, però, costituisce anche una sfida permanente: come coniugare
fedeltà all’identità cristiana e apertura sincera all’alterità? Come vivere
concretamente l’appello a una fratellanza universale in società segnate da
una crescente diversità culturale e religiosa, dalla guerra e dalla
violenza, e caratterizzate da una spinta crescente verso la
secolarizzazione? Questo documento commemorativo intende ripercorrere le
tappe essenziali del dialogo interreligioso dopo
Nostra
aetate,
valutarne le conquiste e le sfide, e tracciare alcune prospettive per
l’avvenire.
Origine e portata di
Nostra
aetate.
Una
risposta alla Shoah
4.
La Dichiarazione
Nostra
aetate nasce dopo la seconda guerra
mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni,
ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo
culminato nella Shoah.
San Giovanni XXIII, già molto sensibile a
questa tematica, dopo un incontro con l’ebreo Jules Isaac, reso possibile
dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche,
Maria Vingiani, incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo
conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il
popolo ebraico. Tale progetto venne sviluppato nelle sessioni del
Concilio Vaticano II ed ha trovato una forma concreta in un testo che, come
l’evangelico granello di senape (cf. Mc 4,31-32), è cresciuto oltre
ogni previsione, fino a diventare un grande albero che ha incluso, oltre al
rapporto con il giudaismo, il dialogo con le diverse religioni. In esso si
riconosce il disegno di un’accoglienza sempre più universale, che la Chiesa
desidera offrire ai fratelli e alle sorelle delle altre tradizioni
religiose, nel rispetto e nella ricerca condivisa della verità.
5.
Il dialogo cattolico-ebraico, nella sua forma ufficiale e istituzionale,
trova il suo fondamento nel n. 4 della Dichiarazione. Si tratta della prima
espressione magisteriale che riconosce chiaramente le radici ebraiche del
cristianesimo. In essa, si fa riferimento al brano di Rm
9,4-5, nel quale si attesta che agli israeliti appartengono i patriarchi e
che Cristo proviene da loro secondo la carne. La Dichiarazione afferma anche
che «dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della
Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo
il Vangelo di Cristo»[4]. A tal
proposito, parlando della persona di Gesù, un documento della
Commissione
per i rapporti religiosi con l’ebraismo del Segretariato per l’Unione
dei Cristiani (oggi Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani)
specifica che: «Gesù è ebreo e lo è per sempre […]. Gesù è pienamente un
uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo, di
cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come ci è stato rivelato
nella Bibbia (cf. Rm 1,3-4; Gal 4,4-5), sia la realtà
dell’incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza»[5]. Per dirla con l’evangelista
Giovanni (cf. Gv 1,14), secondo la reinterpretazione del teologo
protestante K. Barth, la Parola si fece «carne ebraica»[6] e venne ad abitare in mezzo a noi. Questa dimora di
Gesù è l’ebraismo del suo tempo, che è il terreno originario da cui si è
sviluppata la Ecclesia ex circumcisione e poi la Ecclesia ex
gentibus (si veda in proposito il mosaico della Basilica di Santa Sabina
a Roma).
Il dialogo con le religioni
6.
Sin dall’apertura del
Concilio Vaticano II, nel 1962,
San Giovanni XXIII,
considerato il «precursore del dialogo»[7], invitò esplicitamente a promuovere non solo l’unità dei
cristiani, ma anche una fratellanza più ampia con i credenti di altre
religioni, fondata sulla «stima e il rispetto»[8] reciproci. Questa visione, autenticamente umana e
profondamente evangelica, si impose progressivamente con evidenza teologica
e pastorale: l’incontro rispettoso con l’altro è condizione indispensabile
per vivere pienamente il Vangelo. Pochi mesi dopo, nell’enciclica
Pacem
in terris, il Pontefice invitò tutti al rispetto della dignità di
ciascuno[9].
7.
San Paolo VI ha confermato tale orientamento nell’enciclica
Ecclesiam
suam, invitando la Chiesa a «venire a dialogo col mondo in cui si trova
a vivere»[10]. Secondo tale
enciclica, la Chiesa è chiamata ad assumere con rinnovato fervore un
«dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, dentro e fuori l’ambito suo
proprio»[11], senza escludere
nessuno, ma nel rispetto delle specificità e delle dinamiche proprie dei
diversi contesti del dialogo. La visione di un dialogo strutturato
metodologicamente in diversi cerchi – il dialogo per la pace, il dialogo con
i credenti in Dio e il dialogo con i cristiani fratelli separati[12] – si è rivelata programmatica
per lo sviluppo del dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale nel
periodo postconciliare. Questo approccio è considerato come una componente
essenziale della missione della Chiesa, basato sulla chiarezza dottrinale,
sull’ascolto sincero e su un profondo rispetto degli interlocutori dei
cristiani[13]. Così, la Chiesa
afferma con chiarezza: la via del dialogo non è né una strategia di
circostanza né una rinuncia alla propria identità, ma un autentico cammino
evangelico.
8.
La particolarità del contributo di
Nostra
aetate venne sottolineata
da San Paolo VI in occasione della conclusione del
Concilio Vaticano II: «E
vogliano a questa manifestazione del volto reso più bello della Chiesa
cattolica guardare i nostri cari Fratelli cristiani, tuttora separati dalla
sua piena comunione; vogliano parimente guardare i seguaci delle altre
Religioni, fra tutti quelli a cui la parentela di Abramo ci unisce, gli
Ebrei specialmente, non già oggetto di riprovazione o di diffidenza, ma di
rispetto e di amore e di speranza. La Chiesa infatti progredisce nella
fermezza della verità e della fede, e nell’espansione della giustizia e
della carità. Così vive la Chiesa»[14].
9.
Nostra
aetate mette in luce un principio essenziale. Il rispetto e la
stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei
rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di
esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso: «Non
possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di
comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad
immagine di Dio. […] La Chiesa esecra, come contraria alla volontà di
Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata
per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione»[15]. In questo senso, la
Dichiarazione si colloca nell’antropologia della relazione di
Gaudium et
spes, in cui l’altro non è percepito come una minaccia, ma riconosciuto
come un interlocutore con cui costruire, in uno spirito di reciprocità, una
società più giusta e fraterna.
La specificità del dialogo con gli ebrei
10.
Sia l’ebraismo odierno che il cristianesimo contemporaneo si basano
sulla Parola rivelata nel Primo Testamento e affondano le loro radici
nell’ebraismo dei tempi di Gesù. Quest’ultimo, dopo la distruzione del
tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., si trasformò col tempo soprattutto in
ebraismo rabbinico, mentre il cristianesimo primitivo si sviluppò a partire
dal movimento avviato da Gesù e dai suoi discepoli, distinguendosi dalle
varie forme di ebraismo nel corso del tempo. Con l’ebreo Gesù, i primi
cristiani adottarono effettivamente principi dell’ebraismo di allora e li
adattarono alla nuova situazione post-pasquale. La Dichiarazione
Nostra
aetate afferma quindi: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio
spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole
promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si
ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno
dialogo»[16]. Questo ricco
patrimonio comune è una solida base, un vero tesoro per il dialogo
ebraico-cristiano.
11. Ma
ciò che Gesù ha portato nel cristianesimo come eredità ebraica forma parte
della struttura teologica del cristianesimo stesso. Nella sezione intitolata
Temi fondamentali delle Scritture del popolo ebraico e loro accoglienza
nella fede in Cristo (nn. 19-65), il documento della
Pontificia
Commissione Biblica del 24 maggio 2001,
Il popolo ebraico e le sue Sacre
Scritture nella Bibbia cristiana, fa riferimento agli aspetti
scritturistici principali e alla loro interpretazione. Si tratta di un testo
di alto valore.
12. In
effetti, che il Dio d’Israele si sia rivelato nella sua Parola, rivolgendosi
così agli esseri umani, è una convinzione comune tra ebrei e cristiani. Che
Dio, come creatore del cielo e della terra, abbia creato lo spazio vitale
per l’essere umano, che circondi e preservi tale spazio, che l’essere umano,
in quanto “immagine di Dio” (cf. Gen 1,26-27), sia il suo
amministratore e debba assumersi la giusta responsabilità nei confronti del
creato e che sia responsabile del bene dei suoi fratelli, specialmente dei
poveri, sono verità comuni sia all’ebraismo che al cristianesimo[17]. Ogni insegnamento etico per il
corretto rapporto dell’essere umano con Dio, con il mondo che lo circonda e
con il prossimo, ha la sua origine in Dio stesso e nella dignità di ogni
persona derivata dall’essere “immagine di Dio”: come il giudaismo rabbinico,
anche il cristianesimo ha adottato i “Dieci Comandamenti”. Questi sono
diventati pure un patrimonio morale riconosciuto da molte persone. Il doppio
comandamento dell’amore di Gesù, vale a dire amare Dio con tutto il proprio
cuore e con tutta la propria anima, con tutta la propria mente e con tutta
la propria forza, e amare il prossimo come se stessi (cf. Mc
12,30-31, Mt 22,37-39, Lc 10,27), è tratto dal Primo
Testamento, anche se ivi i due comandamenti non sono stati esplicitamente
collegati (cf. Dt 6,5 e Lv 19,18). Per questo, Papa
Benedetto XVI considerava gli ebrei come nostri “padri nella fede”[18] e sottolineava che il dialogo fra le due fedi
deve cominciare dalla gratitudine dei cristiani nei confronti degli ebrei,
poiché, nonostante le difficoltà da essi attraversate, essi hanno conservato
la fede nel Dio unico. Pertanto, l’allora card. Ratzinger poteva affermare che «il dialogo, per essere
fruttuoso, deve cominciare con una preghiera al nostro Dio perché doni prima di
tutto a noi cristiani una maggiore stima ed amore verso questo popolo, gli
israeliti»[19].
13.
Tenendo presente un tale ricco patrimonio spirituale comune a ebrei e
cristiani, è facile capire che il dialogo ebraico-cristiano non può essere
considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo
soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti
diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta
piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità
originaria. L’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile[20] e ciò interpella costantemente la Chiesa. Ciò non significa per i
cristiani che esistano due vie di salvezza[21] e che l’alleanza con il popolo ebraico sia parallela alla via di salvezza
cristiana: la Chiesa insegna che Cristo è l’unico redentore[22]. Tuttavia, tale alleanza irrevocabile ha un significato teologico.
Più un cristiano conosce e ama le radici ebraiche della propria tradizione,
più egli comprende sé stesso nella sua pratica di fede e la sua identità
religiosa si rafforza, anche se, affinché ciò avvenga, è essenziale che il
cristiano conosca bene la propria tradizione di fede e che vi sia ben
radicato. Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non
possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la
religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata alPrimoTestamento
– è rilevante per i cristiani. Così si esprime
Papa Francesco : «Dio
continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza»[23]. La religiosità ebraica, infatti, può essere
considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed
efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un
valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci (cf. Rm 11,29).
Di fondamentale importanza è, perciò, l’approfondimento biblico, esegetico,
liturgico e teologico della relazione con l’ebraismo, secondo i principi
esposti nelle Costituzioni conciliari
Dei Verbum e
Lumen gentium.
14.
Tale solidarietà con il popolo ebraico include anche la comune lotta contro
l’antisemitismo. Già
Nostra
aetate dichiara nettamente che la Chiesa
«deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di
antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque»[24], confermando e insieme facendo
un passo ulteriore rispetto a quanto già dichiarato dalla Suprema Sacra
Congregazione del Sant’Ufficio il 25 marzo 1928[25]. L’antisemitismo si è manifestato in modi crudeli lungo
la storia, anche nei nostri tempi, ma il suo punto più buio è rappresentato
certamente dall’evento della Shoah. Al riguardo restano molto precise
e forti le espressioni utilizzate da
Benedetto XVI, nel corso dell’Udienza
Generale del 28 gennaio 2009, all’indomani dell’annuale celebrazione della
Giornata della Memoria: «In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi
ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad
Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l’eccidio efferato di
milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso.
Mentre rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile
solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico
che la memoria della Shoah induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile
potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo. La Shoah sia
per tutti monito contro l’oblio, contro la negazione o il riduzionismo,
perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro
tutti. Nessun uomo è un’isola, ha scritto un noto poeta. La Shoah insegni
sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino
dell’ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le
culture e le religioni del mondo all’auspicato traguardo della fraternità e
della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo!»[26].
15.
I conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno
lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di
comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la
differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche
all’interno delle rispettive comunità religiose. Tuttavia i pilastri del
dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti
saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora
ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella
mutua conoscenza e stima «soprattutto con gli studi biblici e teologici e
con un fraterno dialogo»[27].
II. Sviluppi post-conciliari: una continuità
arricchita dai Papi successivi
San Paolo VI
16. Il
nuovo atteggiamento della Chiesa nei confronti delle altre fedi e tradizioni
religiose scaturito dal
Concilio Vaticano II è collocato da
San Paolo VI nel
quadro del «dialogo con il mondo» delineato nell’enciclica
Ecclesiam
suam, venendo ulteriormente sviluppato nel magistero successivo. Come
ricorda il Pontefice nell’Enciclica
Populorum progressio,
«lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere
autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla
promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo»[28]. Ne deriva un forte invito alla fratellanza, sostenuto
da un dialogo costante con le culture, le religioni e le coscienze, in vista
di uno sviluppo solidale, aperto alla trascendenza e orientato alla
fraternità universale[29]. In
questa prospettiva, San Paolo VI diede un impulso decisivo al dialogo
interreligioso, inserendolo nelle strutture stesse della Curia Romana.
17. Per
questo, già nel 1964, il Papa aveva istituito il Segretariato per i Non
Cristiani, divenuto oggi il
Dicastero per il Dialogo Interreligioso [30]. Sorto in pieno periodo
conciliare, prima ancora della promulgazione di
Nostra
aetate e della
Lettera enciclica
Ecclesiam
suam, questo organismo fu incaricato di
orientare, sostenere e coordinare le relazioni della Chiesa con i seguaci
delle altre religioni. Ancora oggi si impegna a promuovere «tra tutti gli
uomini una vera ricerca di Dio»[31].
18. San Paolo VI sottolineò con forza che le religioni non cristiane non dovevano
più essere percepite come avversarie, ma come compagne di cammino e «di
futura e già iniziata amicizia»[32].
Nella stessa dinamica, un decennio più tardi furono istituite due
commissioni specifiche: una per le relazioni religiose con l’ebraismo,
l’altra per quelle con l’islam[33],
con l’obiettivo di approfondire l’incontro con ebrei e musulmani e
rafforzare la collaborazione, anche in rapporto con le altre confessioni
cristiane[34]. Per volontà di
San Paolo VI, il dialogo si è radicato nelle istituzioni della Chiesa, ma
anche nel suo cuore missionario. È diventato una componente rilevante
della vita cristiana: un autentico stile di testimonianza evangelica, in
armonia con un mondo sempre più attraversato dalla pluralità delle credenze
e delle culture.
San Giovanni Paolo II
19. San Giovanni Paolo II portò a grande visibilità l’intuizione conciliare del
dialogo interreligioso. La sua azione per mettere in pratica i principi di
Nostra
aetate fu determinante, in particolare con l’organizzazione
dell’incontro storico di Assisi, il 27 ottobre 1986. Per la prima volta,
responsabili religiosi provenienti da tutto il mondo si ritrovarono,
esprimendo ognuno la propria fede, per pregare per la pace. Questo momento,
profondamente simbolico, fu un richiamo chiaro e forte a considerare le
religioni non più come fonti di divisione, ma come attori essenziali di una
pace duratura, basata sulla stima reciproca e sulla cooperazione fraterna[35]. Alla conclusione di quella
Giornata mondiale di preghiera, davanti ai rappresentanti delle diverse
religioni, il Papa dichiarò: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è
divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento
autenticamente religioso e il grande bene della pace […] L’umanità è entrata
in un’era di aumentata solidarietà e di aspirazione alla giustizia sociale»[36].
20. A
proposito del dialogo con gli ebrei,
San Giovanni Paolo II, quando
visitò la
sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, poté affermare davanti ai suoi
interlocutori ebraici che «la religione ebraica non ci è estrinseca, ma in
un certo qual modo, è intrinseca alla nostra religione. Abbiamo quindi verso
di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i
nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri
fratelli maggiori»[37]. Poiché
Gesù era ebreo, la Chiesa e l’ebraismo hanno una relazione unica, una
relazione che non esiste nei confronti delle altre religioni.
21.
Oltre a ciò, San Giovanni Paolo II, promuovendo quella che fu poi chiamata
«la logica di Assisi»[38],
condivideva con San Paolo VI la consapevolezza della necessità di chiarire
alcuni aspetti della relazione tra dialogo ed evangelizzazione. Il suo
pontificato fu segnato dalla pubblicazione di diversi documenti
fondamentali, come Dialogo e missione (1984) del Segretariato per i
Non Cristiani[39] e la Lettera
enciclica
Redemptoris missio (1990), che riafferma il valore
permanente del mandato missionario, seguita da Dialogo e annuncio
(1991), che fu redatto dal Pontificio Consiglio per il Dialogo
Interreligioso in collaborazione con la Congregazione per l’Evangelizzazione
dei Popoli[40].
22. In
linea con il
Concilio Vaticano II, questi testi articolano due esigenze
inscindibili, la cui attualità resta viva. A coloro che sarebbero tentati di
insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo, si ricorda che
la Dichiarazione
Nostra
aetate include la necessità del dialogo con
le altre tradizioni religiose, considerato che ormai esso «fa parte della
missione evangelizzatrice della Chiesa»[41]. A coloro, invece, che al contrario tendono a
relativizzare la loro identità, la stessa Dichiarazione richiama l’esigenza
di fedeltà a Gesù Cristo, «via, verità e vita» (Gv 14,6)[42]. Il dialogo presuppone dunque
una chiara coscienza della propria identità religiosa e culturale, insieme a
una reale apertura all’alterità, condizione indispensabile per la convivenza
nelle società pluralistiche. Deve essere privo di ambiguità, evitando il
relativismo e il sincretismo, nel rispetto della massima identità e
nell’impegno per il massimo dialogo.
23. Una
delle preoccupazioni principali del pontificato di
San Giovanni Paolo II fu,
senza dubbio, la promozione di un vero «dialogo tra le culture»[43] al servizio della pace nel
mondo, soprattutto di fronte ai sempre più numerosi episodi di violenza
commessa in nome di Dio. All’alba del 2000, il Pontefice ribadì con forza
che spetta alle persone di fede dimostrare che le religioni non sono un
ostacolo alla pace, ma ne costituiscono un elemento essenziale. Ogni
strumentalizzazione della religione a fini violenti è una grave distorsione
della sua essenza. La religione non deve mai essere pretesto per i
conflitti: «La religione e la pace vanno di pari passo: dichiarare guerra in
nome della religione è un’evidente contraddizione»[44]. Da qui l’appello chiaro ai responsabili religiosi:
spetta a loro testimoniare, con i fatti e con l’impegno, che è la loro
stessa fede a spingerli ad operare per la pace.
Benedetto XVI
24.
Sempre nello spirito di
Nostra
aetate e in occasione del ventesimo
anniversario dell’evento di Assisi, nel 2006, Papa
Benedetto XVI ribadì che
«non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di
comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio»[45], perché la fede in Dio non può
che incoraggiare rapporti di fratellanza universale tra tutti gli esseri
umani[46]. La perseveranza nel
dialogo interreligioso vuole essere la dimostrazione che il fondamentalismo
è una falsificazione delle religioni, che si contrappone alla loro vocazione
profonda. In un noto discorso, riprendendo le parole di un Imperatore
bizantino, egli affermò che «la diffusione della fede mediante la violenza è
cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la
natura dell’anima»[47].
25.
Collegando strettamente la ricerca della pace alle esigenze della ragione e
della verità, Benedetto XVI affermò con costanza che nessuna religione o
cultura può legittimamente giustificare il fanatismo o il ricorso alla
violenza. Per questo i credenti devono continuare a incontrarsi e hanno il
dovere comune di servire la verità, e quindi l’umanità. In particolare, «il
dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può
ridursi ad una scelta stagionale. Esso è infatti una necessità vitale, da
cui dipende in gran parte il nostro futuro»[48].
26.
D’altronde, il dialogo deve svolgersi anche con le culture, le scienze e le
istituzioni politiche, in vista di una comprensione più profonda dell’essere
umano in tutta la sua complessità. Questo dialogo “allargato” ha come
finalità lo sviluppo integrale della persona e l’armonia della società.
Perché, in realtà, il vero pericolo non risiede tanto nello scontro fra
blocchi religiosi, quanto in quello fra culture incapaci di comprendersi e
di dialogare.
Francesco
27.
Papa Francesco ha proseguito l’attuazione di
Nostra
aetate seguendo
l’insegnamento dei suoi predecessori, affermando che «tre orientamenti
fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere
dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni»[49]. Il dialogo con le altre
tradizioni religiose deve essere caratterizzato da un atteggiamento di
apertura nella verità e nella carità[50], «nonostante i vari ostacoli e difficoltà». E ha
ribadito che tale dialogo è «una condizione necessaria per la pace nel
mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità
religiose»[51].
28. E a
proposito delle caratteristiche specifiche del dialogo con gli ebrei,
Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, si è riferito al fondamento
teologico del dialogo ebraico-cristiano, quando ha affermato, sulla base di
Nostra
aetate: «Questo fondamento è teologico, e non semplicemente
espressione del nostro desiderio di rispetto e stima reciproci, pertanto è
importante che il nostro dialogo sia sempre profondamente segnato dalla
consapevolezza della nostra relazione con Dio»[52].
29. Di
grande importanza sono i tre paragrafi dedicati al rapporto con
l’ebraismo nell’Esortazione apostolica
Evangelii gaudium[53]¸ che costituisce il
documento fondamentale per interpretare il suo pontificato. Alcuni dei temi
che il Pontefice ha voluto enucleare per definire la comprensione del
rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo sono: l’accoglienza della
Parola rivelata insieme al popolo ebraico, per aiutarci «vicendevolmente a
sviscerare le ricchezze della Parola»[54], il dialogo e l’amicizia come parte della vita dei
discepoli di Gesù, il dispiacere per le terribili persecuzioni di cui fu
oggetto il popolo ebraico, particolarmente per quelle che hanno coinvolto i
cristiani, come pure il condividere molte convinzioni etiche e la comune
preoccupazione per la giustizia e lo sviluppo dei popoli.
30. Con
Papa Francesco, il dialogo interreligioso è entrato in una nuova fase,
profondamente impregnata della visione della «fratellanza universale»[55], nel senso proprio di
fratellanza che si trova in San Francesco d’Assisi. Come si legge
nell’Enciclica
Fratelli tutti, «la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi
crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore
infinito»[56]. In continuità con il
principio per il quale «l’unità è superiore al conflitto»[57], il Pontefice afferma: «la
cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la
conoscenza reciproca come metodo e criterio»[58]. Di fronte alla tentazione di frammentare il mondo in
universi culturali e religiosi ermetici,
Papa Francesco ha esortato ad
abbattere i «muri di separazione»[59]
e a fare la scelta risoluta dell’incontro: «Isolamento, no; vicinanza, sì.
Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì»[60].
31. Le
persone e i popoli possono davvero portare frutti buoni solo se accettano di
aprirsi agli altri con creatività e generosità. In questa prospettiva,
Papa Francesco ha ricordato anche che è impossibile comprendere pienamente se
stessi, o cogliere a fondo la realtà del proprio Paese, della propria Chiesa
o della propria comunità, senza un confronto rispettoso con chi è diverso.
L’alterità diventa allora una fonte di arricchimento reciproco, a condizione
che le altre fedi o tradizioni spirituali e culture non siano percepite come
minacce.
32.
Tuttavia, occorre ricordare che il «“dialogo” non è una formula magica»[61]. Non viene da sé, e coloro che
vi si impegnano non devono essere ingenui, né idealisti ciechi: essi sono
chiamati a essere gli «eroi del futuro»[62]. Rifiutando sia il ripiegamento identitario, sia la
logica dell’aggressività, intraprendono una via media, esigente ma feconda:
quella della costruzione paziente della fratellanza umana[63]. Un principio fondamentale deve
sempre guidare la loro azione: la consapevolezza che credere in Dio e
adorarlo non garantisce necessariamente una vita conforme alla sua volontà[64]. Da qui l’importanza di un
criterio di discernimento universale che può trovarsi nei testi sacri delle
diverse religioni: l’accoglienza o il rifiuto della persona ferita ai
bordi della strada. L’attenzione concreta ai più vulnerabili è
l’indicatore essenziale per valutare la correttezza di ogni progetto, che
sia politico, economico, sociale, accademico, religioso o culturale. Il
povero – in tutte le sue forme di precarietà – è la bussola che ci permette
di sapere se stiamo procedendo nella giusta direzione[65].
Leone XIV
33.
Nel suo primo messaggio al Corpo diplomatico, Papa
Leone XIV ha ricordato
le tre parole chiave che devono accompagnare ogni forma di dialogo: pace,
giustizia, verità[66]. Sul
solco dei suoi predecessori, Papa
Leone XIV ha poi fatto memoria del
sessantesimo anniversario della dichiarazione
Nostra
aetate
affermando che, con questo documento, «venne piantato un seme di speranza per il dialogo interreligioso»[67]. Il Pontefice ha anche ricordato come ci siano stati dei martiri del dialogo,
che hanno dato la vita per opporsi alla violenza e all’odio[68]. Inoltre, egli ha sottolineato che «possiamo
guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che
denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la
pace per tutti i nostri fratelli e sorelle»[69]. Nell’Udienza Generale del 29 ottobre 2025, dedicata alla
Nostra
aetate, il Santo Padre ha infine ribadito: «Questo luminoso
Documento ci insegna a incontrare i seguaci di altre religioni non come
estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità; a onorare le
differenze affermando la nostra comune umanità; e a discernere, in ogni
ricerca religiosa sincera, un riflesso dell’unico Mistero divino che
abbraccia tutta la creazione»[70].
34.
Papa Leone XIV, nel suo
primo discorso ai Rappresentanti di altre Chiese e
Comunità ecclesiali e di altre religioni, il 19 maggio 2025, riassume il
nucleo del dialogo ebraico-cristiano e sottolinea anche l’importanza del
dialogo teologico: «A motivo delle radici ebraiche del cristianesimo, tutti
i cristiani hanno una relazione particolare con l’ebraismo. La Dichiarazione
conciliare
Nostra
aetate (n. 4) sottolinea la grandezza del
patrimonio spirituale comune a cristiani ed ebrei, incoraggiando alla mutua
conoscenza e stima. Il dialogo teologico tra cristiani ed ebrei rimane
sempre importante e mi sta molto a cuore. Anche in questi tempi difficili,
segnati da conflitti e malintesi, è necessario continuare con slancio questo
nostro dialogo così prezioso»[71].
Cristiani ed ebrei, non potendo fare a meno gli uni degli altri, dovrebbero
percorrerlo insieme sino alla fine del tempo terreno. E insieme dovrebbero
aspettare il giorno che «solo Dio conosce, in cui tutti i popoli
acclameranno il Signore con una sola voce e “lo serviranno sotto uno stesso
giogo” (Sof 3,9)»[72].
35. Il
tema del dialogo con le diverse religioni da promuovere e coltivare viene,
tra gli altri, chiaramente ripreso nella
dichiarazione congiunta
con il
Patriarca Ecumenico Bartolomeo I del 29 novembre 2025: «rifiutiamo qualsiasi
uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo
che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di
sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza tra popoli
appartenenti a tradizioni e culture diverse. Memori del 60° anniversario
della dichiarazione
Nostra
aetate, esortiamo tutti gli uomini e le
donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto
e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così
la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio,
l’avidità di profitto e la xenofobia»[73]. In tale prospettiva, il dialogo che si apre nel solco
di
Nostra
aetate non è un esercizio meramente teorico, ma un impegno
etico e spirituale condiviso, orientato alla pace, alla giustizia e alla
custodia della casa comune.
36.
Soprattutto nell’attuale contesto internazionale, purtroppo fortemente
segnato da tante guerre, che causano ogni giorno numerose vittime e
situazioni di enorme e ingiusta sofferenza, Papa
Leone XIV ha voluto
ribadire il ruolo decisivo del dialogo tra le religioni nel rifiutare la
logica della violenza: «Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo,
violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione
significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo “spirito di Assisi”,
suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di
Papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar –, mostra
che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche
delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio
sacralizzato»[74].
III. I frutti e le sfide della Dichiarazione
Nostra aetate oggi
Frutti visibili e silenziosi
37.
Sessant’anni dopo la sua promulgazione, sono evidenti i frutti che
Nostra
aetate ha portato nei rapporti con l’ebraismo e nel dialogo con l’islam
e le altre religioni. In riferimento a queste ultime, per fare alcuni
esempi, in questo arco di tempo la Chiesa cattolica ha dialogato e
collaborato – in diversi ambiti e a vari livelli – con i seguaci
dell’induismo, del buddhismo, del jainismo, del sikhismo, dello shintoismo,
del taoismo, del confucianesimo e dello zoroastrismo, oltre che con le
religioni tradizionali, in particolare quelle africane.
38. Uno
degli effetti più significativi di
Nostra
aetate è stato senza dubbio
una trasformazione dello sguardo che ha avuto delle importanti conseguenze.
Sono state instaurate relazioni durature di amicizia tra responsabili
religiosi, sono stati avviati progetti educativi e sociali congiunti, sono
state pubblicate dichiarazioni comuni di fronte a drammi umanitari, guerre o
crisi ambientali[75]. Dove un
tempo regnavano il rifiuto, la diffidenza o l’ignoranza, questi gesti
concreti hanno contribuito a costruire una cultura del dialogo e una
«cultura dell’incontro»[76]. La
rivista Pro Dialogo, pubblicata dal Dicastero per il Dialogo
Interreligioso, fa regolarmente eco a queste numerose iniziative,
raccogliendo e diffondendo i molteplici frutti di questi incontri in tutto
il mondo. D’altronde, il Dicastero per il Dialogo Interreligioso invia
messaggi augurali agli amici delle altre tradizioni religiose in occasione
delle loro feste principali, per rinvigorire e rafforzare i legami di stima
reciproca e collaborazione. Lo stesso fa la Commissione per i Rapporti
Religiosi con l’Ebraismo.
39.
Come conseguenza della riflessione teologica e dell’evoluzione pastorale del
dialogo interreligioso, seguendo l’intuizione originaria di
San Paolo VI, il
dialogo[77] si attua ormai in
vari ambiti, recepiti nel documento intitolato Dialogo e Annuncio: il
dialogo nella vita, che abbraccia la quotidianità multi religiosa, sia nei
villaggi, sia nelle città, grandi e piccole; il dialogo nell’azione con
iniziative comuni, che i seguaci delle diverse religioni possono
intraprendere di comune accordo; il dialogo teologico – fatto da esperti –
che consiste nel confronto tra le conoscenze religiose su un piano
prevalentemente dottrinale; infine, il dialogo dell’esperienza religiosa,
portato avanti soprattutto dai monaci e dalle monache aderenti al Dialogo
Interreligioso Monastico[78].
40. Tra
i frutti del dialogo iniziato con
Nostra
aetate si possono ricordare
il Women’s Network for Interreligious Dialogue, promosso dal
Dicastero per il Dialogo Interreligioso per ampliare la partecipazione delle
donne, e la collaborazione pluridecennale tra il medesimo Dicastero e la
Commissione per il Dialogo Interreligioso del Consiglio Ecumenico delle
Chiese, che ha portato a documenti importanti come Testimonianza
cristiana in un mondo multireligioso: Raccomandazioni per il comportamento
(2011).
41.
Questi frutti sono spesso vissuti anche nel silenzio e nella discrezione,
radicati nella quotidianità. Sacerdoti, religiosi, laici vivono oggi in
quartieri multireligiosi dove il semplice fatto di vivere in pace, di essere
presenti l’uno per l’altro – come vicini – è già una testimonianza. Coppie
interreligiose, gruppi di giovani, comunità locali inventano sempre nuove
forme di convivialità. Tutti questi risultati, talora embrionali, invisibili
ma fecondi, incarnano l’intuizione di
Nostra
aetate: vivere nel mondo
come testimoni dell’amore di Dio, in dialogo con tutti.
42. In
continuità con l’intuizione di
Nostra
aetate e con l’insegnamento del
Magistero recente, si auspica la promozione, con rinnovato discernimento, di
conversazioni e di forme di collaborazione anche con membri dei “nuovi
movimenti religiosi” e con i rappresentanti di nuove esperienze religiose.
Tali incontri fraterni, che non possono essere intesi né come dialogo
ecumenico né come dialogo tra religioni, fondati sulla chiarezza della
propria identità e sul rispetto reciproco, possono offrire concrete
opportunità per lavorare insieme alla promozione di valori condivisi e al
perseguimento del bene comune. Essi possono, inoltre, contribuire a una più
attenta comprensione delle aspirazioni spirituali contemporanee, ampliando
gli spazi di testimonianza, di reciproca conoscenza e di cooperazione a
servizio della dignità umana, della pace sociale e della cura del creato.
43. Va
infine ricordata la crescente consapevolezza critica di fronte alle
manifestazioni di islamofobia, che non distinguono adeguatamente i casi di
fondamentalismo e violenza dall’esistenza pacifica degli altri
credenti musulmani che si integrano e lavorano nei paesi che li accolgono.
Dobbiamo ringraziare le comunità cristiane che sono cresciute in uno spirito
di accoglienza ed anche di migliore conoscenza e stima dei credenti
musulmani che, come ricorda
Nostra
aetate, «adorano l’unico Dio,
vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e
della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con
tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso
anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. […]. Così pure
hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la
preghiera, le elemosine e il digiuno»[79].
Resistenze e malintesi persistenti
44.
Nonostante questi progressi, le difficoltà del dialogo permangono. Alcuni
ambienti continuano a dubitare circa la sua opportunità, temendo un
relativismo dottrinale o una diluizione dell’identità religiosa. Persistono,
anche dopo il documento Dialogo e Annuncio, incomprensioni sulla
natura stessa del dialogo. Alcuni si domandano ancora se si tratta di un
problema pastorale, di un atto di carità, di uno scambio teologico oppure
della necessità di un impegno politico per il bene comune.
45. Al
di fuori dei confini ecclesiali, i malintesi non sono minori. In alcune
regioni, le relazioni tra credenti di religioni diverse sono storicamente
conflittuali, e il ricordo delle ferite antiche rende difficile la fiducia
reciproca, nonostante l’esortazione della Dichiarazione
Nostra
aetate
«a dimenticare il passato e a sforzarsi sinceramente per la comprensione
reciproca»[80], in particolare
tra cristiani e musulmani. A questo proposito, si possono ricordare le
parole di Papa Francesco: «Per sostenere il dialogo con l’Islam è
indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché
siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché
siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le
preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le
convinzioni comuni. Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto
gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e
preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica.
Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani
affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo
conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali!»[81]. Altrove, la crescita dei
fondamentalismi, il permanere dei pregiudizi, la manipolazione politica
delle appartenenze religiose o le violenze in nome di Dio minano le stesse
basi del dialogo. Nelle società secolarizzate, la parola religiosa viene
talvolta marginalizzata o strumentalizzata, ridotta a folklore, a opinione
soggettiva o del tutto offuscata.
46. Il
cammino resta impegnativo: richiede umiltà, coraggio e discernimento. Per il
cristiano, questa esigenza non è sorprendente, perché il vero credente non è
mosso dall’arroganza; «al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più
che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi
dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende
possibile la testimonianza e il dialogo con tutti»[82]. Questo dialogo richiede spesso una «pazienza
inesauribile»[83] e non può
essere ridotto a un semplice generico consenso. Radicato nella missione
evangelizzatrice della Chiesa – di cui è una dimensione essenziale – esso
presuppone un impegno sincero, una conoscenza approfondita dell’altro e il
riconoscimento della libertà di coscienza come fondamento di ogni autentica
relazione[84]. Non si tratta,
dunque, di rinunciare alla verità, ma di annunciarla in modo evangelico: con
stima, ascolto e carità. È una vera condivisione di ciò che abita il proprio
cuore: «Parlare di Cristo, con la testimonianza o la parola, in modo tale che
gli altri non debbano fare un grande sforzo per amarlo, questo è il
desiderio più grande di un missionario dell’anima. Non c’è proselitismo in
questa dinamica d’amore: le parole dell’innamorato non disturbano, non
impongono, non forzano, solamente portano gli altri a chiedersi come sia
possibile un tale amore. Con il massimo rispetto per la libertà e la dignità
dell’altro, l’innamorato semplicemente spera che gli sia permesso di
raccontare questa amicizia che riempie la sua vita»[85].
47. Da
ultimo, ma certamente non in misura meno importante, è necessario
evidenziare le persecuzioni che soffrono i cristiani, in varie parti del
mondo, da parte di gruppi religiosi estremisti. Ogni persecuzione per
ragioni religiose è sempre una violazione della dignità umana, rispetto alla
quale urge trovare una risposta comune che, nello spirito di
Nostra
aetate, promuova in tutti e verso di tutti rispetto, dialogo e
convivenza pacifica.
Una pedagogia del dialogo da approfondire
48. Di
fronte alle sfide contemporanee, la Chiesa è chiamata a rinnovare e
intensificare la sua pedagogia del dialogo. Ciò presuppone, innanzitutto,
una formazione approfondita nei seminari, negli istituti teologici e nei
percorsi pastorali. Non basta più proclamare l’importanza del dialogo:
occorre ora viverlo, fornire ai fedeli gli strumenti per parteciparvi in
modo informato, critico e sereno. La conoscenza delle religioni, la storia
delle relazioni interreligiose, l’elaborazione di linee guida per il dialogo
e la promozione della competenza religiosa (religious literacy) sono
fattori che favoriscono e sostengono l’incontro e il dialogo interreligioso,
così come è necessario integrare la comprensione delle questioni culturali e
geopolitiche contemporanee nella formazione cristiana.
49.
Parallelamente, occorre valorizzare le iniziative concrete portate avanti
nelle Chiese locali, che sono in prima linea. Sono loro che, sul territorio,
sviluppano le forme più creative e coraggiose di incontro: commissioni di
dialogo, progetti comuni, azioni educative o umanitarie, celebrazioni
condivise. Raccogliendo, condividendo e mettendo in rete queste esperienze,
la Chiesa universale può non solo arricchirsi, ma anche individuare e
orientare nuovi percorsi pastorali.
50.
Particolare attenzione deve essere riservata anche alla dimensione
spirituale del dialogo. Poiché ciò a cui si tende non è un semplice
esercizio intellettuale, ma un incontro autentico – incontro con un’alterità
credente, in uno spirito di pace, amicizia e ricerca condivisa del vero e
del bene[86]. Il dialogo
sincero esclude ogni forma di strumentalizzazione. Mira alla comprensione
reciproca, alla scoperta di ciò che è giusto e autentico per tutti.
Dialogare, nello spirito di
Nostra
aetate, presuppone dunque uno
sguardo contemplativo rivolto all’“altro diverso”: «Avvicinarsi, esprimersi,
ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di
contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”»[87].
51. In
questo senso, il dialogo interreligioso può diventare un’occasione per una
più grande fedeltà all’amore universale di Dio, manifestato in Gesù Cristo.
Trasforma le persone, le comunità e talvolta anche le strutture ecclesiali.
Lungi dall’essere un tema marginale, esso è un luogo teologico, dove lo
Spirito Santo vuole farsi sentire, attraverso l’incontro con l’altro[88].
IV. Prospettive e orientamenti per il futuro del
dialogo interreligioso
52. Il
futuro del dialogo interreligioso oggi richiede una riflessione rinnovata e
impegni particolarmente chiari. Se i decenni successivi al
Concilio Vaticano II hanno permesso di instaurare relazioni più serene tra le diverse
tradizioni religiose, i cambiamenti geopolitici, culturali ed ecologici
degli ultimi anni pongono sfide inedite. Le tensioni identitarie, le
chiusure delle comunità, le ideologie fondamentalistiche, i conflitti a
connotazione religiosa, la manipolazione politica del fatto religioso, ma
anche l’indifferenza crescente in molti Paesi verso ogni forma di
spiritualità, obbligano a rinnovare le modalità del dialogo in un mondo in
rapida trasformazione.
53. Non
si tratta, in verità, di fondare una grande religione mondiale in cui tutte
le credenze vengano appiattite. Tale possibilità va esclusa per rispetto di
se stessi e degli altri. Si tratta, invece, di costruire una società
fraterna capace di accettare le differenze. Questa intenzione rimane al
cuore del dialogo interreligioso, come già lo era nella Dichiarazione
Nostra
aetate e negli sforzi in tal senso che hanno caratterizzato i
decenni successivi alla sua promulgazione. Dialogare non consiste solo
nell’esporre le proprie dottrine o nel confrontare le proprie visioni del
mondo; oggi, di fronte a chi fomenta divisioni e prepara conflitti, i
credenti delle diverse tradizioni, e in primis i loro capi,
consapevoli delle loro differenze irriducibili, sono chiamati a cercare, con
lucidità e speranza, le condizioni di una convivenza pacifica.
54. Per
giungere a tale traguardo, è necessario operare una vera trasformazione
delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, di ostilità o di
conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo, coraggioso. I
modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della
realtà, risultano sempre più inadeguati e in ultima analisi fonte di
violenza e di sofferenza per i più deboli. La difesa indisponente della
propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con
“l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a
un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento. Lo ricorda
Papa Francesco nel 2019,
all’università Chulalongkorn di Bangkok, davanti a
responsabili religiosi buddisti, musulmani, indù, sikh e cristiani: «Sono
finiti i tempi in cui la logica dell’insularità poteva predominare come
concezione del tempo e dello spazio e imporsi come strumento valido per la
risoluzione dei conflitti. Oggi è tempo di immaginare, con coraggio, la
logica dell’incontro e del dialogo vicendevole come via, la collaborazione
comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio; e, in
questa maniera, offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti,
contribuire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato. Credo
che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di
rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni
particolari, hanno molto da apportare e da offrire; tutto ciò che facciamo
in questo senso è un passo significativo per garantire alle generazioni più
giovani il loro diritto al futuro, e sarà anche un servizio alla giustizia e
alla pace»[89].
55.
Agli antipodi rispetto a quegli atteggiamenti rigidi che pretendono di
risolvere i conflitti con la forza, è il momento di promuovere una nuova
etica del dialogo: una cultura della complessità, della flessibilità e
dell’amicizia. Non si tratta più di temere o di tenere a distanza “l’altro
credente”, un’altra civiltà, un altro modo di pensare, ma di osare
l’incontro. Colui che un tempo era percepito come una minaccia, un nemico da
temere, rispettare da lontano o addirittura da distruggere, può diventare un
interlocutore, un alleato, un amico, persino un «pellegrino della verità»[90] con cui condividere un tratto di
strada. Le civiltà e le religioni possono certamente entrare in tensione, ma
possono anche entrare in risonanza, in una dinamica creativa, sapendo
trasformare la diversità in solidarietà. L’alterità non deve più essere
vissuta come un ostacolo, ma come una sfida da affrontare. In un mondo
chiuso nell’asfissia dell’immanenza, i credenti, appartenenti a diverse
religioni, non vogliono rinunciare a presentare al mondo la verità della
trascendenza e l’amore di Dio per tutti gli esseri umani. Ciò è importante
specialmente in un tempo in cui a volte «si disprezzano gli scritti che sono
sorti nell’ambito di una convinzione credente, dimenticando che i testi
religiosi classici possono offrire un significato destinato a tutte le
epoche, posseggono una forza motivante che apre sempre nuovi orizzonti,
stimola il pensiero, allarga la mente e la sensibilità»[91].
56. Un
modello di dialogo più ricco e articolato è quindi non solo auspicabile per
il futuro, ma si trova già in germoglio, all’interno della Chiesa e nelle
sue relazioni con altre tradizioni religiose. Questo modello, dalle
molteplici sfaccettature, potrebbe essere paragonato a un poliedro: richiede
di confrontarsi con più dimensioni contemporaneamente, di mostrare pazienza,
lucidità, ma anche immaginazione e creatività[92]. È in questa interazione che si costruisce un futuro
comune, in cui pace e amicizia non sono più utopie, ma frutti maturi
dell’incontro.
V. Conclusione
57.
Sessant’anni dopo la Dichiarazione
Nostra
aetate, la Chiesa cattolica
guarda al cammino percorso con profonda gratitudine. In sei decenni, questo
testo, breve ma audace, ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni
interreligiose. La Chiesa è passata da un atteggiamento spesso riservato o
distante a un coraggioso cammino di dialogo sincero, di incontro rispettoso
e di cooperazione fraterna. Questa eredità costituisce ormai un patrimonio
vivente e irrinunciabile, che continua a interpellare i credenti di oggi e
li impegna a proseguire questa avventura umana e spirituale, così vitale per
il nostro tempo.
58. In
un mondo al contempo profondamente interconnesso e frammentato, il messaggio
di
Nostra
aetate rimane dunque di grande attualità. La fratellanza
tra credenti di diverse tradizioni religiose non è un semplice ideale, ma
un’esigenza morale, spirituale e sociale. Di fronte alle sfide contemporanee
– estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi
ecologiche e sociali – le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e
la società perché siano espressioni fraterne della volontà di Dio.
Questo impegno passa necessariamente attraverso una rinnovata educazione al
dialogo, in particolare presso le giovani generazioni, per superare paure e
pregiudizi e radicare una vera cultura dell’incontro.
59.
Celebrando il 60° anniversario della Dichiarazione
Nostra
aetate, la
Chiesa riafferma con convinzione la propria determinazione a proseguire
questo cammino esigente, nell’ascolto dello Spirito Santo, sempre all’opera
nella storia dell’umanità e all’interno delle diverse culture e religioni
dei popoli, nelle quali, secondo modalità che solo Lui conosce, accende la
fiamma della sapienza e dispensa i suoi molteplici doni. La Chiesa invita
tutti a diventare «costruttori di ponti, non di muri»[93], artigiani di pace e di fraternità, capaci di
accogliere l’altro nella sua differenza, di riconoscerne le ricchezze
spirituali e di collaborare alla costruzione di una società più giusta e più
umana. Come ha auspicato Papa
Leone XIV: «La testimonianza della nostra
fraternità, che mi auguro potremo mostrare con gesti efficaci, contribuirà
certamente a edificare un mondo più pacifico, come desiderano in cuor loro
tutti gli uomini e le donne di buona volontà»[94].
60.
Oggi più che mai, è necessario avanzare risolutamente in questa direzione,
sostenuti dalla grazia di Dio e dal tesoro spirituale delle tradizioni
religiose.
Nostra
aetate, «sessant’anni fa, ha portato speranza al
mondo del secondo dopoguerra. Oggi siamo chiamati a rifondare quella
speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente
naturale degradato»[95]. Questo
cammino di speranza resta aperto, e tutti siamo invitati a percorrerlo
insieme, con coraggio.
Il Sommo Pontefice Leone XIV, nell’Udienza concessa il giorno 22
giugno 2026 ai sottoscritti Prefetti e Segretari del Dicastero per la
Dottrina della Fede, del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei
Cristiani e del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, ha approvato la
presente Nota e ne ha ordinato la pubblicazione.
Dato in Roma, presso le sedi del Dicastero per la Dottrina della Fede,
del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e del Dicastero per
il Dialogo Interreligioso, il 16 settembre 2026, Memoria Liturgica dei Santi
Cornelio, papa, e Cipriano, Vescovo, Martiri.
|
Víctor Manuel Card. Fernández
Prefetto
|
Kurt Card. Koch
Prefetto |
|
George Jacob Card. Koovakad
Prefetto
|
|
Mons. Armando Matteo
Segretario
|
S.E. Mons. Flavio Pace
Segretario |
|
Mons. Indunil Janakaratne Kodithuwakku Kankanamalage
Segretario
|
Ex Audientia Die 22 Iunii 2026
Leo PP XIV
[1] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 2: AAS 58 (1966), 741.
[2] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Dignitatis humanae (7 dicembre 1965), n. 1:
AAS 58 (1966), 929-930.
[3] Cf. Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n.
253: AAS 105 (2013), 1121.
[4] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 4: AAS 58 (1966), 742.
[5] Segretariato per l’Unione dei Cristiani,
Ebrei ed ebraismo nella Chiesa Cattolica (24 giugno 1985), III,
1: EV 9, 1639.
[6] Cf. K. Barth, Die Kirchliche Dogmatik, IV/1, 1953, 181.
[7] J.-L. Tauran,
«Cinquant’anni di dialogo interreligioso»: Pro Dialogo 151-52
(2016), 71.
[8] Giovanni XXIII,
Discorso per la solenne apertura del Concilio ecumenico Vaticano II
(11 ottobre 1962), n. 8.2: AAS 54 (1962), 794.
[9] Cf. Giovanni XXIII, Lett.
enc.
Pacem
in terris (11 aprile 1963), n. 83: AAS 55
(1963), 299.
[10] Paolo VI, Lett. enc.
Ecclesiam
suam (6 agosto 1964), n. 67: AAS 56 (1964), 639.
[11] Paolo VI, Lett. enc.
Ecclesiam
suam (6 agosto 1964), n. 97: AAS 56 (1964), 649.
[12] Cf. Paolo VI, Lett.
enc.
Ecclesiam
suam (6 agosto 1964), nn. 110-115: AAS 56 (1964), 654-657.
[13] Cf. Paolo VI, Lett.
enc.
Ecclesiam
suam (6 agosto 1964), n. 83: AAS 56 (1964), 644-645.
Così, come afferma il Santo Padre, il dialogo è «un modo d’esercitare la
missione apostolica; è un’arte di spirituale comunicazione». Il
Pontefice ne definisce anche le caratteristiche: prima di tutto, la
chiarezza; poi la dolcezza: «il dialogo non è orgoglioso, non è
pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità
che espone. […] È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è
generoso». Vi è poi la fiducia; e infine la prudenza pedagogica per
tenere conto delle condizioni psicologiche e morali dell’ascoltatore.
[14] Paolo VI,
Omelia in
occasione della promulgazione di cinque documenti conciliari del
Vaticano II (28 ottobre 1965): AAS 57 (1965), 903.
[15] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 5: AAS 58 (1966),
743-744.
[16] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 4: AAS 58 (1966), 743.
[17] Cf. N. Hofmann, «Nella
“Giornata dell’ebraismo”. Tradizioni, valori e impegni comuni»:
L’Osservatore Romano, 17 gennaio 2023, 5.
[18] Cf. Benedetto XVI,
Discorso ai membri della Conferenza dei Presidenti delle maggiori
organizzazioni ebraiche americane (12 febbraio 2009): Insegnamenti, V/1 (2009), 235; Benedetto XVI – P. Seewald,
Luce
del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi, Città del
Vaticano 2010, 123.
[19] J. Ratzinger,
«L’eredità d’Abramo: dono di Natale»: L’Osservatore Romano, 29
dicembre 2000, 1.
[20] Cf. Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 121.
[21] Cf. Segretariato per l’Unione dei Cristiani,
Ebrei ed ebraismo nella Chiesa Cattolica (24 giugno 1985), I, 7:
EV 9, 1623.
[22] Cf. Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani,
“Perché
i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29).
Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni
cattolico-ebraiche in occasione del 50° anniversario di Nostra
aetate (n. 4) (10 dicembre 2015), n. 35: EV 31, 2055; Congregazione per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dominus Iesus (6 agosto 2000):
AAS 92 (2000) 742-765.
[23] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 249:
AAS 105 (2013), 1120.
[24] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 4:
AAS 58 (1966), 743.
[25] Cf. AAS 20 (1928), 103-104.
[26] Benedetto XVI,
Udienza Generale, (28 gennaio 2009),
Insegnamenti, V/1
(2009), 157.
[27] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 4:
AAS 58 (1966), 743.
[28] Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio (26 marzo 1967), n. 14:
AAS 59
(1967), 264.
[29] Cf. Paolo VI, Lett. enc.
Populorum progressio (26 marzo 1967), n. 42:
AAS 59
(1967), 278.
[30] Il Segretariato per i
Non Cristiani fu istituito da San Paolo VI il 19 maggio 1964 con la
Lettera apostolica in forma di “Motu proprio”
Progrediente Concilio
(cf. AAS 56 [1964], 560), allo scopo di prestare attenzione «a
quanti sono privi della religione cristiana, ed ai quali pure sembrano
fare riferimento le parole del Signore: “Ed ho altre pecore, che non
sono di questo ovile: anche queste io devo condurre” (Gv 10,16)»
(ibid.). La sua creazione è resa necessaria «soprattutto in
questi tempi in cui fra gli uomini di ogni razza, lingua e religione si
vanno sviluppando molteplici rapporti» (ibid.). Nel 1988 il
Segretariato ha assunto il nome di Pontificio Consiglio per il Dialogo
Interreligioso (cf. Giovanni Paolo II, Cost. ap.
Pastor Bonus [28
giugno 1988], artt. 159-162: AAS 80 [1988], 902) e,
successivamente, nel 2022, di Dicastero per il Dialogo Interreligioso
(cf. Francesco, Cost. ap.
Praedicate Evangelium [19 marzo 2022],
artt.
147-152:
AAS 114 [2022], 426-427).
[31] Francesco, Cost. ap.
Praedicate Evangelium (19 marzo 2022), art. 149 §1:
AAS
114 (2022), 426.
[32] Paolo VI,
Allocuzione di apertura della III Assemblea Generale del Sinodo dei
Vescovi (27 settembre 1974): AAS 66 (1974), 561.
[33] La Commissione per i
Rapporti Religiosi con l’Ebraismo e la Commissione per i Rapporti
Religiosi con i Musulmani furono create lo stesso giorno, il 22 ottobre
1974.
[34] Cf. P. Rossano, «Le cheminement du dialogue interreligieux de
Nostra
aetate à nos jours»: Pro Dialogo 74 (1991), 131-142; S. Schmidt,
«Cardinal Bea and Interreligious Dialogue»: Pro Dialogo 74 (1991),
143-149.
[35] Cf. Giovanni Paolo II,
Udienza generale (22 ottobre 1986), n. 5:
Insegnamenti,
IX/2 (1986), 1147: «Dopo essere state spesso causa di divisioni, tutte
vorrebbero adesso adempiere un ruolo decisivo nella costruzione della
pace mondiale».
[36] Giovanni Paolo II,
Discorso ai Rappresentanti delle Chiese cristiane e Comunità ecclesiali
e delle Religioni mondiali convenuti in Assisi (27 ottobre 1986),
nn. 6.8: Insegnamenti, IX/2 (1986), 1268.1269.
[37] Giovanni Paolo II,
Discorso in occasione dell’incontro con la comunità ebraica nella
sinagoga della città di Roma (13 aprile 1986), n. 4: Insegnamenti,
IX/1 (1986), 1027.
[38] Giovanni Paolo II,
Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 1988),
n. 4: AAS 80 (1988), 284-285.
[39] Il documento Dialogo e missione costituisce un riferimento essenziale per
comprendere la visione della Chiesa sul dialogo interreligioso. Esso
afferma che il dialogo è una dimensione integrante della missione
evangelizzatrice della Chiesa, precisando tuttavia che esso non
sostituisce l’annuncio esplicito di Cristo, ma lo accompagna e lo
arricchisce. Il documento distingue quattro livelli complementari: il
dialogo della vita, che consiste in una convivenza rispettosa e fraterna
tra credenti di religioni diverse; il dialogo delle opere, basato su una
collaborazione concreta al servizio della giustizia e della pace; il
dialogo teologico, che favorisce gli scambi intellettuali e dottrinali
tra specialisti e responsabili religiosi; e infine il dialogo
spirituale, fondato su un autentico incontro delle tradizioni religiose
nella preghiera e nella contemplazione. Precisando questi livelli, il
testo pone così le basi per un impegno concreto e diversificato della
Chiesa all’interno delle società pluralistiche.
[40] Il documento Dialogo e annuncio approfondisce la riflessione sul rapporto tra
dialogo interreligioso e annuncio esplicito del Vangelo. Pur ricordando
chiaramente che l’annuncio di Cristo rimane il cuore della missione
cristiana, sottolinea che il dialogo interreligioso non solo è
compatibile con questo annuncio, ma ne costituisce una dimensione
essenziale e complementare. Il dialogo è presentato come un autentico
percorso spirituale, un mezzo privilegiato per i cristiani per
testimoniare la loro fede nel rispetto e nell’ascolto sincero
dell’altro. Il documento insiste sul fatto che dialogo e annuncio non
sono mai in opposizione: sono piuttosto due vie complementari di
un’unica missione ecclesiale, radicata nell’amore di Dio e nel profondo
riconoscimento della dignità e della libertà di ogni persona.
[41] Giovanni Paolo II,
Lett. enc.
Redemptoris missio (7 dicembre 1990), n. 55:
AAS 83 (1991), 302.
[42] Cf. Conc. Ecum. Vat. II,
Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 2: AAS 58
(1966), 741.
[43] Giovanni Paolo II,
Messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio
2001): AAS 93 (2001), 234-247.
[44] Giovanni Paolo II,
Discorso Partecipanti alla cerimonia conclusiva dell’Assemblea
interreligiosa (28 ottobre 1999), n. 3: Insegnamenti, XXII/2
(1999), 653.
[45] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 5: AAS 58 (1966), 743.
[46] Cf. Benedetto XVI,
Lettera a S.E. Mons. Domenico Sorrentino in occasione del XX
anniversario dell’Incontro interreligioso di preghiera per la pace
(2 settembre 2006): AAS 98 (2006), 750.
[47] Benedetto XVI,
Discorso in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza
(12 settembre 2006): Insegnamenti, II/2 (2006), 259.
[48] Benedetto XVI,
Discorso ai rappresentanti di alcune comunità musulmane (20 agosto
2005): Insegnamenti, I (2005), 448. Cf. Id.,
Discorso
ad Ambasciatori dei Paesi a maggioranza musulmana accreditati presso la
Santa Sede e ad alcuni esponenti delle comunità musulmane in Italia
[25 settembre 2006]: AAS 98 [2006], 705.
[49] Francesco,
Discorso
ai partecipanti alla Conferenza Internazionale per la Pace (28
aprile 2017): AAS 109 (2017), 495.
[50] Cf. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso,
Dialogo nella verità e nella carità. Orientamenti pastorali per il
dialogo interreligioso (19 maggio 2014): EV 30, 843-928.
[51] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 250: AAS
105
(2013), 1120.
[52] Francesco,
Discorso alla delegazione dell’“American Jewish Committee” (13
febbraio 2014): Insegnamenti, II/1 (2014), 166.
[53] Cf. Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 247-249: AAS
105 (2013), 1119-1120.
[54] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 249: AAS
105
(2013), 1120.
[55] Cf.
Documento a firma di Papa Francesco e di Ahmad Al-Tayyeb sulla fratellanza
umana per la pace mondiale e la convivenza comune (4 febbraio 2019): AAS
111 (2019), 349-356.
[56] Francesco, Lett. enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 85: AAS
112 (2020),
998.
[57] Francesco, Lett. enc.
Lumen Fidei
(29 giugno 2013), n. 55: AAS 105 (2013), 592. Cf. Id., Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), nn. 226-230: AAS
105
(2013), 1112-1113.
[58] Francesco, Lett. enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 285: AAS
112 (2020),
1073, che cita
Documento a firma di Papa Francesco e di Ahmad Al-Tayyeb sulla fratellanza
umana per la pace mondiale e la convivenza comune
(4 febbraio 2019): AAS 111 (2019), 350.
[59] Francesco,
Discorso
in occasione del Convegno “La Teologia dopo Veritatis Gaudium nel
contesto del Mediterraneo” (21 giugno 2019): AAS 111 (2019),
1098.
[60] Francesco, Lett. enc.
Fratelli tutti
(3 ottobre 2020), n. 30: AAS 112 (2020), 980.
[61] Francesco,
Discorso
in occasione del Convegno “La Teologia dopo Veritatis Gaudium nel
contesto del Mediterraneo” (21 giugno 2019): AAS 111 (2019),
1101.
[62] Francesco, Lett. enc.
Fratelli tutti
(3 ottobre 2020), n. 202: AAS 112 (2020), 1041.
[63] Cf. Francesco, Lett.
enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 199: AAS
112
(2020), 1040.
[64] Cf. Francesco, Lett.
enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 74: AAS
112
(2020), 995.
[65] Cf. Francesco, Lett.
enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 69: AAS
112
(2020), 993.
[66] Cf. Leone XIV,
Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (16
maggio 2025): L’Osservatore Romano, 16 maggio 2025, 1-3.
[67] Leone XIV,
Discorso
per il 60° anniversario di
Nostra
aetate “Camminando insieme nella
speranza” (28 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 29
ottobre 2025, 4.
[68] Cf. Leone XIV,
Discorso
per il 60° anniversario di
Nostra
aetate “Camminando insieme nella
speranza” (28 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 29
ottobre 2025, 4-5.
[69] Leone XIV,
Discorso
per il 60° anniversario di
Nostra
aetate “Camminando insieme nella
speranza” (28 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 29
ottobre 2025, 5.
[70] Leone XIV,
Udienza generale. Catechesi in occasione del 60° anniversario della
Dichiarazione conciliare
Nostra
aetate (29 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 29 ottobre 2025, 2.
[71] Leone XIV,
Discorso
ai rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre
religioni (19 maggio 2025): L’Osservatore Romano, 19 maggio
2025, 6.
[72] Conc. Ecum. Vat. II, Dic.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 4:
AAS 58 (1966), 743.
[73]
La Dichiarazione
congiunta firmata dal Papa Leone XIV e dal Patriarca ecumenico
(Istanbul, 29 novembre 2025): L’Osservatore Romano, 29 novembre
2025, 3.
[74] Leone XIV, Lett.
enc.
Magnifica Humanitas (15 maggio 2026), n. 223, che cita Francesco,
Appello di pace ad Assisi per la Giornata mondiale di preghiera per
la pace. “Sete di pace. Religioni e culture in dialogo” (20
settembre 2016): AAS 108 (2016), 1124.
[75] Cf.
Documento a firma di Papa Francesco e di Ahmad Al-Tayyeb sulla fratellanza
umana per la pace mondiale e la convivenza comune (Abu Dhabi, 4 febbraio
2019); Dichiarazione finale del VII Congresso dei leader delle
religioni mondiali e tradizionali (Nur-Sultan, 15 settembre 2022);
Dichiarazione congiunta di Istiqlal firmata da Papa Francesco e dal
Grande imam Nasaruddin Umar (Giacarta, 5 settembre 2024). Tutti
questi testi testimoniano l’impegno continuo per la comprensione
reciproca, la collaborazione concreta e la convivenza pacifica tra
persone di diverse tradizioni religiose.
[76] Francesco,
Discorso
alla Sessione conclusiva delle “Rencontres Méditerranéennes” (23
settembre 2023): AAS 115 (2023), 1146.
[77] Parlando del contesto
del pluralismo religioso, il dialogo significa «“l’insieme dei rapporti
interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre
fedi, per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento”,
nell’obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà. Ciò include
sia la testimonianza che la scoperta delle rispettive convinzioni
religiose» (Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per
l’Evangelizzazione dei Popoli, Istr. Dialogo e annuncio [19 maggio 1991],
n. 9: AAS 84 [1992], 417-418; che cita il Segretario per i Non Cristiani,
L’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei seguaci delle altre
religioni: Riflessioni e Orientamenti su Dialogo e Missione: Bollettino del Segretariato per i non-Cristiani 56 [1984/2], n. 13).
[78] Cf. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per
l’Evangelizzazione dei Popoli, Istr. Dialogo e annuncio (19 maggio 1991),
n. 42: AAS 84 (1992), 428.
[79] Conc. Ecum. Vat. II,
Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 3: AAS 58
(1966), 741.
[80] Conc. Ecum. Vat. II, Dich.
Nostra
aetate (28 ottobre 1965), n. 3:
AAS 58 (1966), 742.
[81] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 253: AAS 105
(2013), 1121.
[82] Francesco, Lett. enc.
Lumen Fidei
(29 giugno 2013), n. 34: AAS 105 (2013), 577.
[83] G.C. Anawati, O.P., «Excursus on Islam», in H. Vorgrimler, ed.,
Commentary on the Documents of Vatican II, vol. III (London 1969), 154.
[84] Cf. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per
l’Evangelizzazione dei Popoli, Istr. Dialogo e annuncio (19 maggio 1991),
n. 77: AAS 84 (1992), 441-442.
[85] Francesco, Lett. enc.
Dilexit nos (24 ottobre 2024), n. 210:
AAS 116 (2024),
1435-1436.
[86] Cf. Francesco, Lett.
enc.
Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 271: AAS
112
(2020), 1066.
[87] Francesco, Lett. enc.
Fratelli tutti
(3 ottobre 2020), n. 198: AAS 112 (2020), 1039.
[88] Cf. Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso – Congregazione per
l’Evangelizzazione dei Popoli, Istr. Dialogo e annuncio (19 maggio 1991),
n. 38: AAS 84 (1992), 427.
[89] Francesco,
Discorso
nell’Incontro con i Leader cristiani e di altre religioni (22
novembre 2019): AAS 111 (2019), 1957.
[90] Benedetto XVI,
Intervento alla
Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia
nel mondo “Pellegrini della verità, Pellegrini della pace” (Assisi, 27 ottobre 2011):
Insegnamenti, VII/2 (2011), 514.
[91] Francesco, Esort. ap.
Evangelii gaudium
(24 novembre 2013), n. 256: AAS 105 (2013), 1123.
[92] Cf. Francesco, Esort.
ap.
Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 236: AAS
105
(2013), 1115.
[93] Francesco,
Messaggio
Urbi et orbi (21 aprile 2019): AAS 111 (2019), 731.
[94] Leone XIV,
Discorso
ai Rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali e di altre
religioni (19 maggio 2025): L’Osservatore Romano, 19 maggio
2025, 6.
[95] Leone XIV,
Udienza generale.
Catechesi in occasione del 60° anniversario della
Dichiarazione conciliare Nostra aetate (29 ottobre 2025): L’Osservatore Romano, 29 ottobre 2025, 3.
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