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IT]
COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE
QUO VADIS, HUMANITAS?
PENSARE L’ANTROPOLOGIA CRISTIANA DI FRONTE AD
ALCUNI
SCENARI SUL FUTURO DELL’UMANO
Nota preliminare
Introduzione
1. Il metodo del documento nella ricorrenza dei 60 anni di
Gaudium et spes
2. La struttura del documento: categorie portanti
3. Il focus del documento: un confronto con le sfide del trans- e
post-umanesimo
4. Discernimento e dimensione kerigmatica della teologia: la vocazione integrale
dell’essere umano
Capitolo I: LO SVILUPPO: UMANESIMO E POSTUMANESIMO
1. Il discernimento del Magistero su sviluppo e tecnologia
2. Alcune conseguenze antropologiche dello sviluppo tecnologico recente
2.1. La relazione con l’ambiente naturale.
2.2. La relazione con gli altri nel mondo digitale
2.3. La comprensione di sé stessi: coscienza e corporeità
2.4. La relazione con Dio
3. L’impatto culturale delle rivoluzioni tecnologiche: per un discernimento
critico
Capitolo II: LA VITA COME VOCAZIONE: LA PERSONA UMANA ATTORE NELLA STORIA
1. La dimensione storica dell’esperienza umana: il tempo e lo spazio
1.1. Vivere il tempo con un sano senso storico
1.2. Abitare lo spazio: dallo spazio proprio alle “soglie”
2. Relazioni e senso di appartenenza: l’intersoggettività
3. Vocazione integrale alla realizzazione nell’amore
Capitolo III: Il DONO DELLA VITA E DELLA COMUNIONE DI FRONTE AGLI SCENARI SUL FUTURO
DELL’UMANO
1. L’identità personale: un dono e un compito
1.1 Il compito di diventare sé stessi: dono, amore, libertà
1.2 La complessità dell’identità
2. Il dono della vita e della comunione di fronte al transumanesimo e
postumanesimo
2.1. Plasmare la propria identità a partire dal corpo donato
2.2. Essere un dono per gli altri
2.3. La trascendenza del dono di Dio che ci apre ad un orizzonte infinito
3. La singolare posizione dell’essere umano nel cosmo
Capitolo IV: L’UMANITÀ AFFERMATA, SALVATA ED ELEVATA
1. Le “tensioni polari” della condizione creaturale
2. L’esperienza umana nel dramma del peccato e della grazia
2.1 La rottura delle relazioni costitutive dell’identità umana
2.2. La salvezza attraverso l’umanità di Cristo
3. La nuova umanità nello Spirito di Gesù Cristo, il Figlio di Dio
Conclusione: IL DONO DELLA DIVINIZZAZIONE COME VERA UMANIZZAZIONE
1. La Madre pienamente umana
2. La sfida dei poveri
Nota preliminare
La Commissione Teologica Internazionale non è un gruppo di
persone che si riuniscono solo per redigere un testo, ma piuttosto
uno spazio di libero scambio e discussione che ha la ricchezza dello
sguardo di una varietà di persone che provengono da contesti molto
diversi.
Nel corso del suo decimo quinquennio, la
Commissione Teologica Internazionale ha
avuto modo di approfondire uno studio sull’antropologia cristiana di fronte alle
sfide culturali contemporanee, ispirato dalla ricorrenza del LX anniversario
della promulgazione della Costituzione pastorale
Gaudium et spes
(1965-2025) del
Concilio Ecumenico Vaticano II. Il lavoro è stato condotto da
una speciale Sottocommissione, presieduta dal Rev.do Javier Prades López e
composta dai seguenti membri: Rev.do Alberto Cozzi, Rev.do Simon Francis Gaine,
O.P., Rev.do Carlos Maria Galli, Prof. Reinhard Huetter, Rev.do Victor Ronald La
Barrera Villarreal, Prof.ssa Isabell Naumann, I.S.S.M., Rev.da Josee Ngalula,
R.S.A., Rev.do Bernard Pottier, S.I.
Le discussioni generali su tale argomento sono avvenute sia nel corso dei vari
incontri della Sottocommissione sia in occasione delle Sessioni Plenarie della
Commissione stessa, negli anni 2022-2025, con il coordinamento del Segretario
Generale, Mons. Piero Coda. Questo testo è stato sottoposto al voto e approvato in forma specifica
all’unanimità dai membri della Commissione Teologica Internazionale durante la
sessione plenaria del 2025. Il documento è stato in seguito sottoposto
all’approvazione del suo Presidente, Sua Eminenza il Cardinale Víctor Manuel
Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il quale, dopo
aver avuto l’approvazione del Santo Padre Leone XIV, ne ha autorizzato la
pubblicazione il 9 febbraio 2026.
Introduzione
1. La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i
progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle
grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua
grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua
fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato
la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al
male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle
diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza
di grandezza e fragilità, che non può essere negata.
Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa
ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la
fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la
forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca
tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure
rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le
potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e
spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con
responsabilità la propria identità esige di non semplificare
l’umano.
2. Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è
qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un
regalo gratuito che ci precede.[1] E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa
che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre,
diventando un compito intrasferibile. Appropriarsi di questo dono, dando forma
alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in
libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli
altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originalee unico
alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto
all’interno di un “noi”, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in
cui si cresce.
3. L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana
propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra
grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione
originaria e fondante con Dio. Nel Salmo 8, rivolgendosi a Dio in un
dialogo accorato, l’orante si chiede «che cosa è mai l’uomo, perché
di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi» (Sal
8,5). Risponde notando la grandezza che Dio gli ha conferito nella
sua creazione: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e
di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue
mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Sal 8, 6-7).[2] Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù
Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine
introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della
figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il
disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito.
4. Papa Francesco ha ripreso la domanda del Salmo 8,
sottolineando la risposta dell’antropologia biblica, centrata sugli
elementi fondamentali della relazione libera e responsabile col
creato, con gli altri e con Dio. Ma poi ha constatato come «oggi ci
rendiamo conto che i grandi principi e i concetti fondamentali
dell’antropologia sono non di rado messi in questione anche sulla
base di una maggiore consapevolezza della complessità della
condizione umana ed esigono un approfondimento ulteriore».[3] Papa Leone XIV ha giustificato la scelta del suo nome richiamando come
«oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per
rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza
artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della
giustizia e del lavoro».[4]
5. La riflessione sull’antropologia alla luce della rivelazione è
chiamata a interpretare le complesse condizioni di un mondo che sta
vivendo un cambiamento così profondo da essere definito come
“epocale”. La comprensione dell’umano aveva raggiunto nella storia
del pensiero (in particolare nella tradizione dell’Occidente) dei
risultati ben definiti. Poteva dunque sembrare che la riflessione
ulteriore si dovesse concentrare sul chiarimento di taluni aspetti
particolari dell’agire umano. Invece, oggi, ci si scopre di nuovo
impegnati a esplorare il mistero dell’essere umano in quanto tale,
nella sua identità. Le sfide odierne ci costringono ad uscire dalle
sicurezze acquisite e possono destare anche timori, spesso non
infondati. La riflessione sull’umano, in diverse aree della vita
personale e sociale, sembra spingersi oltre l’umano, interrogando la
specificità della stessa natura umana.
1. Il metodo del documento nella
ricorrenza dei 60 anni di
Gaudium et spes
6. La ragione illuminata dalla fede deve stabilire un confronto
fra i nuovi orizzonti antropologici e le esigenze perenni della
condizione umana: «Il discernimento deve fare un’attenta distinzione
tra elementi compatibili col Vangelo e quelli che vi sono contrari,
tra contributi positivi e aspetti ideologici, ma la maggiore
comprensione del mondo che ne risulta non può che spingere verso un
più penetrante apprezzamento di Cristo Signore e del Vangelo, poiché
Cristo è il Salvatore del mondo».[5]
7. Questo discernimento si lascia ispirare dalla ricorrenza del
60º anniversario della “Costituzione pastorale”
Gaudium et spes
(1965-2025), un anniversario che orienta il presente documento a una
nuova riflessione collegata all’antropologia personale e sociale
proposta in essa e nel Magistero successivo, che ne ha recepito e
sviluppato l’insegnamento. Si deve sottolineare la natura singolare
della
Gaudium et spes, una Costituzione conciliare con
specifico valore magisteriale, declinato nell’impegno a considerare
accuratamente la condizione dell’umanità nel mondo di oggi. Per la
prima volta nella storia, un documento di questo livello propone in
forma sistematica una visione dell’essere umano illuminata dal
mistero di Cristo. Nella sua scia si tratta dunque di riproporre
oggi l’antropologia cristiana in un dialogo aperto e critico con le
istanze più recenti delle culture e dell’esperienza umana. Proprio
nel riferimento alla
Gaudium et spes, viene posto al centro
del documento l’essere umano, quello «integrale, nell’unità di corpo
ed anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà»,[6] al fine di promuovere quell’umanesimo integrale e solidale «capace di
animare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e
sulla libertà di ogni persona umana, da attuare nella pace, nella giustizia e
nella solidarietà».[7]
2. La struttura del documento:
categorie portanti
8. Per svolgere in modo adeguato l’impegno del discernimento
critico di fronte ad alcuni degli scenari più rilevanti sul futuro
dell’umano, il documento propone quattro categorie portanti, in
ciascuno dei capitoli di cui si compone. Si inizia dalla
considerazione della nozione di sviluppo, che sta alla base
di molte delle novità tecnologiche e sociali in corso. L’esigenza di
garantire uno sviluppo umano integrale porta poi a riflettere sulla
categoria di vocazione, come chiave di comprensione
antropologica che a sua volta rimanda alla questione dell’identità
umana, sia a livello personale che sociale. Infine, si
approfondisce la condizione drammatica, vale a dire storica e
libera, che caratterizza l’identità umana, intesa come vocazione, e
il suo dialogo con le nuove sfide tecno-scientifiche.
9. Riflettendo sullo sviluppo, si vuole prendere atto, da
una parte, della condizione storico-temporale di un’umanità cresciuta come mai prima nella sua storia, triplicando la sua
popolazione nell’arco di 70 anni. Dall’altra, questo orientamento offre
l’opportunità di un esame critico delle concrete condizioni della
vita dei singoli e dei popoli in questo progredire del ventunesimo
secolo, segnato dalla crescita esponenziale delle risorse
tecno-scientifiche e dal loro impatto sulla vita dell’umanità. Lo
sviluppo attuale oscilla infatti in una tensione fra l’adoperarsi
per un concreto miglioramento delle condizioni di vita dei popoli e
i sogni di realizzare addirittura una sostituzione dell’umano.
10. La seconda categoria è quella di vocazione integrale,
ripresa da
Gaudium et spes, in quanto, a partire dall’analisi
delle condizioni concrete di tempo, di spazio e di
intersoggettività, che caratterizzano l’esperienza umana comune,
l’antropologia cristiana appare costitutivamente relazionale e
responsoriale, e come tale responsabile.
11. La terza nozione, quella di identità, non è stata
esplicitamente approfondita in documenti precedenti.[8] La questione dell’identità umana si impone in effetti come un segno dei
nostri tempi proprio per le dimensioni assunte dal progresso tecno-scientifico,
che sembra oggi permettere interventi sulla natura umana fino a poco tempo fa
impensabili, al punto da incoraggiare la pretesa dei singoli e delle società a
un’autodeterminazione assoluta.[9]
12. La quarta parola-chiave del documento rimanda alla
condizione drammatica del processo di realizzazione
dell’identità umana. Il percorso della sua scoperta, maturazione e
compimento è complesso: passa attraverso le concrete circostanze
storiche, nelle quali ogni singola persona e ogni popolo devono
mettersi in gioco liberamente e si espongono anche a rischi, cadute
e sofferenze. La ricerca umana dell’identità non è una questione
predefinita, da applicare in modo deduttivo. La rivelazione del Dio
trinitario dischiude l’orizzonte di una reciprocità asimmetrica
nell’incontro delle libertà divina e umana (secondo le categorie
bibliche di alleanza e sponsalità). In questa reciprocità la
libertà e l’amore di Dio sono “ab-soluti”, in quanto originari e
incondizionati; la libertà umana, invece, è suscitata e
responsoriale, chiamata a decidersi per il vero bene, in conformità
con la volontà di Dio. Ogni persona, nel suo realizzare l’umanità
donatale da Dio, rappresenta qualcosa di nuovo e indeducibile. La
propria identità si deve dunque sempre (ri)scoprire e attuare
personalmente, grazie al dialogo con il Dio vivo, nel contesto delle
diverse circostanze di un’umanità situata, dove si sperimentano
quelle tensioni che papa Francesco ha denominato “tensioni
bipolari”.[10]
3. Il focus del documento: un
confronto con le sfide del trans- e post-umanesimo
13. La condizione drammatica del processo storico di
umanizzazione – redento e portato a gratuito compimento in Cristo –
si dispiega nella coscienza che ogni essere umano ha della
propria finitezza nell’ineludibile incontro con l’infinito.[11]
Gli esseri umani sono le uniche creature che sanno di essere finite
e devono quindi affrontare questo fatto. È possibile considerare
diverse opzioni che così si aprono davanti a ciascun essere umano:
si può tentare di assolutizzare la finitezza; si può tentare di
sfuggire alla finitezza in un infinito fittizio; si può cercare di
venire a patti con la finitezza; si può abitare la tensione tra
finitezza e infinito, nella speranza di un compimento ricevuto in
dono.
Le quattro possibilità attestano, in modi diversi, che gli esseri
umani non possono trovare appagamento nella condizione finita, ma
sono rimandati all’“altro di ogni finitezza”, all’“incondizionato”.
Devono almeno concepire l’opposto del finito, anche quando fossero
convinti che nulla è veramente infinito, incondizionato, assoluto. E
proprio perché sono consapevoli della loro finitezza, gli esseri
umani desiderano ardentemente trascendere tutto ciò che è finito.
Possono, naturalmente, anche disperare a motivo della propria
insuperabile finitezza. Tuttavia, le varie forme di disperazione si
rivelano, se esaminate attentamente, tentativi umani di superare la
tensione tra finitezza e infinito, sia fuggendo la finitezza sia
assolutizzandola. Quest’analisi, se da una parte rende consapevoli
di tensioni che appartengono all’esperienza umana di ogni tempo,
dall’altra c’invita a considerare quali nuove forme esse acquistano
in alcune correnti di pensiero, altamente influenti nelle società
contemporanee, come il transumanesimo e il postumanesimo.
14. Transumanesimo e postumanesimo, sebbene correlati e
talvolta considerati identici (a causa delle loro rispettive
definizioni ancora alquanto fluide), rappresentano prospettive
diverse nella comprensione della natura umana e del futuro
dell’umanità.
Il transumanesimo è un movimento filosofico che opera con
la convinzione che l’essere umano possa e debba impiegare le risorse
della scienza e della tecnologia per superare i limiti fisici e
biologici della condizione umana, in particolare l’invecchiamento e
perfino la morte, plasmando così la propria evoluzione e
massimizzando il proprio potenziale, fino a riprogettare l’essere
umano per renderlo adatto a dirigersi oltre. Con la sua enfasi
programmatica sull’incremento delle capacità umane individuali, esso
sviluppa una prospettiva nettamente antropocentrica, sottoscrivendo
una visione ideologica e ingenuamente acritica del progresso
scientifico-tecnologico.[12]
Il transumanesimo immagina un futuro in cui gli esseri
umani perfezioneranno la forma biologica attuale che qualifica la
natura umana, per conseguire l’obiettivo di un’immortalità
individuale supportata dalla tecnologia. Nella portata utopica della
sua ricerca di un’immortalità immanente, il transumanesimo
può essere interpretato come l’espressione esistenziale di una
presunzione al tempo stesso ingenua e supponente.
15. Il postumanesimo inteso in senso stretto critica
l’umanesimo tradizionale, mettendo in discussione la specificità
degli esseri umani e l’esistenza di una “forma umana” che come tale
meriti di essere custodita perché portatrice di un significato
universalmente valido. Enfatizza perciò l’“ibrido” (cyborg),
fino a decostruire il soggetto umano, rendendo del tutto fluido il
confine tra l’umano e la macchina,[13] e rifiutando l’antropocentrismo che resta caratteristico del
transumanesimo.[14] In fin dei
conti, il postumanesimo in senso stretto può essere compreso come
un’espressione esistenziale di fuga dalla realtà, che parte da una radicale
svalutazione dell’umano.
16. L’intelligenza della fede cristiana spinge a cercare una
sintesi delle tensioni profonde che qualificano l’essere umano, e
che in forma inedita e sfidante sono riproposte oggi dal
transumanesimo e dal postumanesimo, in Cristo redentore,
morto e risorto: senza creare alternative o opposizioni tra di esse
o al loro interno, come spesso accade nelle contrapposizioni che
ritornano nei dibattiti attuali tra “identità data” e “identità
costruita”, tra “natura” e “cultura”, tra “dimensione
comunitaria/sociale” e “dimensione individuale/personale”, tra
appartenenza a una “cultura storica concreta” e appartenenza
all’“umano universale”. In una visione specificamente cristiana e
teologale, la condizione drammatica del processo storico di
umanizzazione, a partire dalla polarità di finito e infinito, viene
infatti salvata e portata a compimento in Gesù Cristo, e non può
trovare soluzione in una qualche forma di sostituzione o
soppressione dell’umano.
4. Discernimento e dimensione
kerigmatica della teologia: la vocazione integrale dell’essere umano
17. Lo scopo del documento non è solo quello di offrire un
discernimento in grado di vagliare le conseguenze antropologiche
delle scoperte tecno-scientifiche e le corrispondenti scelte etiche
delle persone e delle società odierne. Implica anche una proposta
profetica alla luce del Vangelo.[15] La natura teorico-pratica della teologia racchiude l’annuncio di fede (kerygma)
e l’educazione ad una visione dell’umano, in dialogo con i progressi delle
scienze, nei quali si possa integrare tutto ciò che è bene (cf. 1 Ts 5,
21) e superare ciò che invece è limitante o penalizzante rispetto al compimento
definitivo di ogni persona e dell’intera umanità.
18. Il documento si orienta perciò in positivo verso una proposta
teologica e pastorale riguardo alla vita umana intesa come
vocazione. Il livello più profondo di ogni esperienza personale
e sociale è quello di essere chiamato da un (A) altro, nella
prospettiva di un dono che precede e rende possibile la risposta,
secondo una dinamica di co-responsabilità verso gli altri e verso
Dio. È questa comprensione teorico-pratica dell’umano che la
comunità ecclesiale desidera offrire a tutti.
19. In sintesi, la posta in gioco è la questione dell’identità
umana, individuale e collettiva, in un mondo in sviluppo, alla luce
della vocazione in Cristo, ovvero la riaffermazione della «vocazione
integrale dell’uomo».[16] Questa vocazione viene inserita nel contesto di un «antropocentrismo
situato»,[17] cioè di una visione
del mondo che da un lato sostiene il valore peculiare e centrale dell’essere umano in mezzo al
meraviglioso concerto di tutti gli esseri e dall’altro riconosce che la vita
umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature. All’interno di
questo mondo, la vocazione in Cristo è primaria, precede e fonda la risposta del
cristiano, così che le illusioni o delusioni del cammino non smentiscano
l’identità filiale a cui siamo chiamati in Cristo per il dono dello Spirito.
20. L’analisi fenomenologica e la valutazione critica della
cultura nelle sue varie dimensioni si illumina grazie alla speranza
cristiana, fondata sulla certezza di fede nel destino buono di ogni
persona in Gesù Cristo, nella pienezza della vita risorta. È questo
l’orizzonte di ogni trasformazione che la persona possa desiderare
per sé e per gli altri nel cammino storico della famiglia umana.
Questa positività di sguardo è sostenuta in particolare dalla figura
della Vergine Maria, la cui risposta alla chiamata divina riflette
tutta la bellezza della vita in Cristo, non chiusa su di sé e sui
propri progetti, ma aperta alla volontà fedele del Signore della
storia e di tutte le cose.
Capitolo I
LO SVILUPPO: UMANESIMO E POSTUMANESIMO
21. Partiamo dall’analisi della nozione di “sviluppo”. È una
categoria presente nei dibattiti sui cambiamenti in corso e concerne
problemi umani e sociali molto diversi fra loro. Questo capitolo
intende contestualizzare le potenzialità dei vari modi con cui le
scienze, la tecnica, le culture concepiscono oggi lo “sviluppo”
della singola persona, delle società e del mondo globale. È una
categoria che orienta verso il futuro dell’umanità, che oggi in
tanti sentono a rischio e per difendere il quale si fa appello
insistentemente al contributo da parte di tutti gli attori sociali.
Proprio per questo, sorge con forza in tanti contesti sociali,
culturali e politici una medesima domanda: verso dove stiamo andando
come umanità? Quo vadis, humanitas?[18]
22. Qualunque concezione di “sviluppo” implica una comprensione
assiologica e antropologica specifica, secondo la quale giudica ciò
che è progresso o regresso, rispetto a un certo ideale. Per
facilitare il discernimento di tali sfide partiamo da una
presentazione sintetica della dottrina magisteriale sullo “sviluppo”
dal
Concilio Vaticano II in poi. Nei testi del magistero emerge la
preoccupazione per uno “sviluppo integrale” dell’umanità, che ne
rispetti la dignità e l’identità autentica, come anche il fine
ultimo, che rimanda a un mistero di comunione piena col Dio Trinità
e tra noi. Questo equilibrio può essere compromesso da due
tentazioni: in primo luogo, il sogno di compiere, mediante la
tecnologia, un salto evolutivo che trasformi l’umano così come lo
conosciamo, potenziandolo coi prodigi della scienza e della tecnica,
quasi al modo di un’auto-generazione, che permetta di inventare e
“creare” sé stessi al di là delle condizioni e limitazioni della
natura umana. In secondo luogo, simili sogni si costruiscono su una
visione individualista del soggetto e del suo destino e confidano
solo nelle innovazioni scientifiche, sperando che possano migliorare
il benessere individuale, anche se in realtà le ricadute forti sulle
leggi anonime del mercato e del profitto spesso condizionano
negativamente l’esistenza e il futuro delle persone concrete. Ne
risultano compromessi l’umano comune, i legami di fraternità da un
lato, e allo stesso tempo lo spazio della libertà reale delle
persone che godono di poche o nessuna possibilità.
23. Proprio l’accelerazione innescata dalle scoperte scientifiche
e tecnologiche, propiziate da condizioni economiche e costellazioni
politiche favorevoli, chiede di verificare il senso e la direzione
di questo “sviluppo”, sia nel confronto con altre categorie, come il
“progresso” o l’“evoluzione” piuttosto che la “regressione” o il
“declino”, sia soprattutto quanto all’istanza di un miglioramento
dell’umano, fino a giungere alla ricerca di un “super-uomo”.[19] Resta da domandarsi se questo sogno di un passaggio verso una fase
oltre-umana non porterà piuttosto ad una condizione “dis-umana”. Anche se
bisogna riconoscere che questo desiderio di “andare oltre”, di superare sé
stessi e la condizione attuale per essere pienamente umani, rappresenta una
tensione costitutiva della natura umana. Possiamo quindi distinguere tra un
significato positivo del “superamento”, in cui si riconosce l’apertura all’oltre
della natura umana, e un significato negativo, qualora l’idea di superamento
implichi la sostituzione o soppressione dell’umano.
24. La corretta accezione di questo “andare oltre” proprio
dell’umano si ritrova nel “transumanar” espresso da Dante nel primo
Canto del Paradiso,[20] come in altre modalità dell’esperienza della “divinizzazione”, effetto
dell’unione intima con Dio per grazia piuttosto che prodotto di tecniche umane
più o meno elaborate: «Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore
di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra
coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente
umani, quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là
di noi stessi, perché raggiungiamo il nostro essere più vero».[21]
A questo livello del discorso si potrà misurare la profonda distanza che esiste
tra il sogno di “diventare come dèi” (cf. Gen 3, 4) di certo
transumanesimo o postumanesimo e il dono della “divinizzazione”
intesa come partecipazione alla vita divina nell’umanità trasfigurata dei figli
di Dio in Cristo.[22]
1. Il discernimento del Magistero
su sviluppo e tecnologia
25. Il progresso come sviluppo storico affidato all’umanità.
Raccogliendo l’esigenza posta da Giovanni XXIII di leggere i “segni
dei tempi”,[23] e prendendo coscienza dell’impatto globale delle trasformazioni
tecnologiche, che influenzano tutta la società, la costituzione pastorale
Gaudium et spes del
Concilio Vaticano II inseriva lo sviluppo della tecnica
in quel dinamismo di progresso attraverso il quale l’umanità realizza sé stessa
nella storia: «Col suo lavoro e col suo ingegno l’uomo ha cercato sempre di
sviluppare la propria vita; ma oggi, specialmente con l’aiuto della scienza e
della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta
la natura».[24] L’intensità dello
sviluppo, grazie al quale l’essere umano si procura da sé cose che un tempo
considerava lontane dalle sue possibilità, suscita però alcune domande: «Di
fronte a questo immenso sforzo, che ormai pervade tutto il genere umano, molti
interrogativi sorgono tra gli uomini: qual è il senso e il valore dell’attività
umana? Come vanno usate queste realtà? A quale scopo tendono gli sforzi sia
individuali che collettivi?».[25]
26. L’istanza di uno “sviluppo integrale”. Le domande
vengono riprese da Paolo VI, che riconosce il prezioso contributo
del progresso tecnologico come necessario alla crescita economica e
allo sviluppo umano. Allo stesso tempo, mette in guardia di fronte
al rischio che non sia più la persona umana l’autore del progresso:
«Non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare. […] Economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo ch’esse devono servire.
E l’uomo non è veramente uomo che nella misura in cui, padrone delle proprie
azioni e giudice del loro valore, diventa egli stesso autore del proprio
progresso, in conformità con la natura che gli ha dato il suo Creatore e di cui
egli assume liberamente le possibilità e le esigenze».[26]
Da questa preoccupazione scaturisce un criterio di fondo: se la
tecnologia è parte dell’attività caratteristica dell’umano in via di
realizzazione nella storia, bisogna vigilare per garantire uno
“sviluppo integrale e solidale”, lo sviluppo cioè «di ogni uomo
e di tutto l’uomo»,[27] che eviti un’esaltazione della tecnica come forma dominante di vita, come
modo assorbente di esistere, senza che la questione del suo significato sia
realmente posta.[28]
27. Sviluppo tecnologico e sviluppo morale: per un umanesimo
integrale. Giovanni Paolo II, nell’esplicitare la necessità che
lo sviluppo rimanga centrato sulla persona umana e non perda la
dimensione morale, raccoglie un’inquietudine diffusa di fronte a uno
sviluppo tecnologico che sembra sfuggire al controllo: «L’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal
risultato del lavoro delle sue mani e, ancor più, del lavoro del suo intelletto»[29]. La questione essenziale che emerge riguarda la qualità “umana” di tale
sviluppo: «Questo progresso, il cui autore e fautore è l’uomo, rende la vita umana sulla
terra, in ogni suo aspetto, “più umana”? La rende più “degna dell’uomo”?»[30].
Ciò che garantisce lo sviluppo tecnologico come dinamismo positivo è
l’attenzione alla dimensione etica dello sviluppo e quindi
l’attenzione alla persona, alla sua dignità irrinunciabile e alla
sua responsabilità. Il fine dello sviluppo, infatti, non può essere
affidato a leggi o meccanismi anonimi, normati solo dalle
potenzialità delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Lo
sviluppo deve sempre avere un orizzonte personale e sociale,
commisurato al bene comune e al fine ultimo della persona.[31]
28. Le potenzialità della tecnica e la tentazione di creare sé
stessi. Benedetto XVI mette in guardia di fronte al sogno di
“creare sé stessi”, senza fare i conti col dono che ci precede: «Lo
sviluppo della persona si degrada, se essa pretende di essere
l’unica produttrice di sé stessa».[32] Analogamente, lo sviluppo dei popoli degenera se l’umanità ritiene di
potersi “ricreare”, avvalendosi solo dei prodigi della tecnologia. Allo stesso
tempo, accoglie il valore positivo dei progressi tecnologici, che anzi
corrispondono a una vera e propria vocazione che proviene da Dio.[33] Proprio da qui deriva, però, anche l’ambivalenza della tecnica: «Lo
sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica
stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti
perché dai quali è spinto ad agire».[34] Quando
l’essere umano cede ad una visione meramente funzionale della
tecnica, può vedere in essa lo strumento di una libertà
incondizionata, che gli consente di prescindere dai limiti che la
vita e le cose portano in sé, vagheggiando l’idea di un’autonomia
assoluta che lo autorizza a creare o ricreare sé stesso. Nella
realtà non risuona più il mistero della creazione da rispettare, ma
tutto è ridotto a puro “fatto”, frutto del caso o di qualche
necessità, da sfruttare in base agli interessi delle potenze di
turno.
29. Il potere della tecnocrazia e la sostenibilità ambientale
dello sviluppo. Francesco denuncia gli effetti devastanti
prodotti da forme di “tecnocrazia” nelle quali l’essere umano «è nudo ed esposto di fronte al suo stesso potere che continua a crescere, senza
avere gli strumenti per controllarlo».[35] Ciò che manca è un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che
realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé.
All’origine di questa situazione problematica vi è la tendenza a impostare la
metodologia e gli obiettivi della tecnoscienza secondo un paradigma di potere,
che condiziona la vita delle persone e il funzionamento della società. In tale
paradigma tecnocratico si palesa una concezione del soggetto che possiede
l’oggetto in una logica di dominio e trasformazione a proprio uso e consumo. È
come se il soggetto si trovasse di fronte a una realtà informe, disponibile in
tutto alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura non si
limita più ad accompagnare e assecondare le possibilità offerte dalle cose
stesse: «Ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose
attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare
la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose
hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei
contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o
illimitata».[36] Questa
preoccupazione per le potenziali derive è accompagnata però dallo stupore per la
bellezza dei risultati dello sviluppo tecnologico: «La tecnoscienza […] è anche
capace di produrre il bello e di far compiere all’essere umano, immerso nel
mondo materiale, il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la
bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli?».[37]
30. In diverse occasioni Leone XIV ha espresso una posizione di
apertura critica verso le potenzialità della tecnologia,
sottolineando l’importanza di
promuovere un modello di sviluppo tecnologico che sia al servizio della persona
e del bene comune e mettendo in guardia dalle conseguenze “nocive” di un
progresso incontrollato. Prendendo atto della sfida costituita da un “nuovo umanesimo digitale”,
pervasivo e irreversibile, invita a saperlo abitare in modo giusto: «La scienza
e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel
mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il
nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio. Ma
niente che viene dall’uomo e dal suo ingegno deve essere piegato
sino a mortificare la dignità dell’altro. [...] Di fronte ai
cambiamenti culturali, nel corso della storia, la Chiesa non è mai
rimasta passiva; ha sempre cercato di illuminare ogni tempo con la
luce e la speranza di Cristo, di discernere il bene dal male, quanto
di buono nasceva da quanto aveva bisogno di essere cambiato,
trasformato, purificato».[38]
2. Alcune conseguenze
antropologiche dello sviluppo tecnologico recente
31. Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle
sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle
innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande
risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della
cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra
applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose,
sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento
nelle nostre mani. Ma, come avverte papa Leone XIV, la recente
accelerazione dello sviluppo tecnologico in alcuni ambiti
particolari come quello della comunicazione, della gestione dei dati
e dell’intelligenza artificiale, delle biotecnologie e della
robotica, rende più complesso e delicato il discernimento:
«L’umanità si trova a un bivio dinanzi all’immenso potenziale
generato dalla rivoluzione digitale guidata dall’Intelligenza
Artificiale. L’impatto di questa rivoluzione è di vasta portata,
trasformando campi come l’educazione, il lavoro, l’arte,
l’assistenza sanitaria, l’amministrazione, l’ambito militare e la
comunicazione. Questo cambiamento epocale esige responsabilità e
discernimento per assicurare che l’IA venga sviluppata e utilizzata
per il bene comune, costruendo ponti di dialogo e promuovendo la
fratellanza, e garantendo che serva gli interessi dell’umanità nel
suo insieme. [...] Pertanto, lo sviluppo di questi progressi
tecnologici deve andare di pari passo con il rispetto dei valori
umani e sociali, la capacità di giudicare con coscienza tranquilla e
la crescita nella responsabilità umana. Non a caso questa era di
profonda innovazione ha spinto molti a riflettere su ciò che
significa essere umani e sul ruolo dell’umanità nel mondo».[39]
32. Il rapporto con gli strumenti tecnologici è complesso, in
quanto la relazione tra strumento tecnologico e soggetto che ne fa
uso presenta una circolarità che implica un condizionamento
reciproco. Chi utilizza lo strumento tecnologico viene in una
qualche misuracondizionato dalle possibilità che lo strumento mette
a disposizione e può immaginare in modo diverso l’organizzazione
della sua vita. Ad esempio, la costruzione di autostrade e percorsi
ad alta velocità favorisce una distribuzione del lavoro che si
estende su spazi più vasti e permette spostamenti rapidi che
favoriscono scambi, contatti, attività su distanze prima
impensabili. Ciò comporta una mobilità maggiore e una diversa
organizzazione della vita lavorativa e familiare. Questo dinamismo
diventa più impattante sul soggetto se si passa dagli strumenti
tecnologici, che potenziano la velocità di spostamento (auto, treno,
aereo), alle “tecnologie intellettuali”, che intendono potenziare la
conoscenza, ossia cosa e come pensiamo (tecnologia digitale, social
media, intelligenza artificiale).
33. Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra
autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi
nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le
identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con
altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia
digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e
proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività
umane e le relazioni. Questo sviluppo tecnologico ha forti ricadute
sull’autocomprensione del soggetto, inscritte nelle nuove
potenzialità conoscitive e comunicative. L’era digitale inaugura un
nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia
pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea
di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella
connessione globale.[40]Prendiamo
in considerazione alcune implicazioni antropologiche che si
profilano in relazione ai fenomeni emergenti, analizzandole in base
alle quattro relazioni fondamentali in cui si esprime la persona
umana: con l’ambiente, con gli altri, con sé e con Dio.[41]
2.1. La relazione con l’ambiente
naturale
34. La relazione con l’ambiente è modificata dalla realtà
sintetica ovvero dall’artificiale, che pervade gli ambiti vitali,
dal cibo (conservazione dei cibi; organismi geneticamente
modificati) all’abitare lo spazio (urbanizzazione) alle
trasformazioni del corpo (biotecnologie). L’espansione del mondo
artificiale, con materiali non presenti in natura come la
plastica, l’acciaio, il calcestruzzo, rende più fluido e
indeterminato il rapporto con la natura e le sue leggi, e può creare
l’illusione che solo la libertà dell’essere umano, basata sul potere
di trasformazione della tecnica, offra un rapporto giusto col mondo
reale.[42] In questo modo lo stesso rapporto tra natura e cultura si trasforma e
diventa più complesso: non è la natura con le sue leggi e i suoi limiti a
regolare e indirizzare lo sviluppo, inteso come tensione al superamento delle
condizioni di vita sfavorevoli, ma lo sono piuttosto le potenzialità
tecnologiche, con le loro risorse “senza limiti”. In questa direzione si afferma
spesso una mentalità guidata da logiche economiche di massimo profitto, secondo
le quali la natura va corretta, modificata e trasformata in vista di una sempre
maggior produttività. Si intensifica allora senza misura lo sfruttamento delle
risorse della terra, promuovendo ad esempio scelte di disboscamento di vaste
aree per la coltivazione intensiva, che finiscono per impoverire la terra. Ne
deriva la tragica conseguenza del «“debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e
il Sud».[43] Una logica analoga
guida i progetti di urbanizzazione selvaggia e abusiva, che deturpano interi
ecosistemi, come pure le politiche estrattive di materiali necessari ai prodotti
tecnologici, che inquinano intere aree naturali.[44]
In sintesi, l’artificiale relativizza ciò che è “naturale” come riferimento
normativo per l’agire umano, causando, in vaste regioni della terra, soprattutto
del Sud del mondo, fenomeni di impoverimento dell’ambiente naturale depredato e
situazioni di impoverimento dell’esistenza di intere popolazioni, creando
situazioni di grande ingiustizia sociale.[45]
2.2. La relazione con gli altri nel mondo digitale
35. La relazione con gli altri è stata rivoluzionata
nell’era digitale attraverso le radicali trasformazioni della
comunicazione (mass media) e dell’informazione (big data).
Esse hanno raggiunto livelli di universalità, immediatezza e
coinvolgimento senza precedenti, incrementando la consapevolezza
diffusa di appartenere a un’unica grande famiglia umana. Ma spesso
un soggetto “in rete” si può sentire come un punto insignificante
all’interno di un flusso di informazioni ingovernabile e quindi
destabilizzante, che spinge ad elaborare la propria identità
all’interno di legami virtuali (contatti) senza tempo né luogo.
Questa immensa massa di dati, in cui siamo immersi, sempre
rivedibili e quindi fluidi, intensifica la percezione della
complessità del reale, generando fenomeni di ansia, insicurezza e
paura.
36. In questo contesto di complessità crescente, proprio i
progressi dell’intelligenza artificiale offrono un
procedimento di gestione dei dati, organizzati su base statistica, e
di elaborazione di soluzioni efficaci, basate su algoritmi, che non
sempre sono controllabili dalla singola persona, e talvolta nemmeno
dalle aziende o dagli Stati (gli algoritmi di alcuni sistemi non
sono stati comunicati ad alcuna autorità pubblica). Le finalità
dello sviluppo vengono gestite in proprio dal sistema. Emerge così
il potere dell’intelligenza artificiale, con la sua capacità di
gestire un’enorme quantità di dati, individuando correlazioni e
proponendo decisioni basate su inferenze indisponibili al calcolo
umano.
37. L’IA indica di fatto un vasto campo di ricerche e
applicazioni che hanno diverse implicazioni sulla vita delle
persone, sia a livello lavorativo che nella vita familiare e
sociale.[46] Senza entrare nell’analisi delle differenti forme di IA, è utile precisare
la distinzione tra l’IA in senso stretto, con le sue molteplici
applicazioni, e l’IA generale (IAG).[47]
Questa distinzione evidenzia due diversi modi di concepire l’intelligenza
artificiale e di immaginare il suo significato e il suo utilizzo. L’IA in senso
stretto offre un’elaborazione veloce di grandi quantità di dati mediante
algoritmi che processano operazioni complesse di analisi e di calcolo delle
probabilità, compresi i sistemi di intelligenza artificiale che generano
autonomamente i dati di addestramento e perfezionano i propri processi interni.
Le forme di utilizzo sono diffuse in contesti civili (individuali e aziendali) e
militari in molte parti del mondo.[48]
38. L’IAG indica una tecnologia futura, pervasiva, in grado di
sostituire tutti gli aspetti computazionali e operativi
dell’intelligenza umana grazie a un’elevatissima velocità di
calcolo, resa disponibile dal futuro sviluppo di processori
quantistici. Laddove gli aspetti specifici dell’intelligenza umana
venissero consapevolmente indeboliti o abbandonati, l’IAG potrebbe
generare conseguenze profonde, che rischiano di sfuggire al
controllo della ragione umana. Alcuni ipotizzano allora che all’IA
venga chiesto di gestire i problemi generati da lei stessa, secondo
una dinamica che giungerebbe ad essere irreversibile. Questo circolo
vizioso viene da taluni presentato come un processo quasi
necessario, come nei processi naturali, un destino che porterebbe
alle estreme conseguenze ciò che l’essere umano stesso avrebbe in
origine causato.
39. Nell’ambito dell’antropologia fondamentale ci si deve
chiedere se può essere considerata esaustiva la comprensione
dell’essere umano come homo faber e come homo
technologicus supportato, sia a livello individuale che
collettivo, da un’IA che satura e determina in modi sottili ogni
aspetto della vita. Ne è risultato un mondo “iperconnesso”, con una
crescente accelerazione delle dinamiche economiche, politiche,
sociali o militari, che rischiano di diventare incontrollabili e
quindi ingovernabili. In un simile mondo lo stesso agire umano
diventa materiale da analizzare e plasmare in base a finalità di
potere o di mercato non sempre trasparenti. Aumenta il controllo
sociale e il rischio di manipolazione.
40. A livello applicativo, l’IA in senso stretto pone
problemi sull’affidabilità dei dati e sui criteri con cui i
programmatori li elaborano per metterli a disposizione. Non è chiaro
quali pregiudizi o sistemi di potere condizionano il lavoro. In
particolare, seri dubbi sorgono riguardo ai processi decisionali
automatizzati, basati sull’IA, in ambiti delicati della vita umana:
quando si deve stabilire di prestare o meno cure a livello medico o
di concedere prestiti o mutui o di garantire assicurazioni, o ancora
nell’istruire le cause penali in tribunale o nel valutare la
condotta dei carcerati e le possibili recidive in vista di riduzioni
di pena, oppure nelle scelte di attacco militare o negli interventi
delle forze dell’ordine.[49]
41. Quanto all’IAG esiste un’intensa corsa a colmare sempre di
più il divario tra l’auto-miglioramento dei sistemi di IA e il
raggiungimento di una IAG. Anche se l’obiettivo è ancora lontano,
viene perseguito con molta determinazione, ma a volte senza la
prudenza generata dal saggio riconoscimento che il bene comporta
sempre un limite e una proporzione adeguati. Che si tratti di un
sogno lontano o di una innovazione prossima, questa forma di IA
generale stimola la ricerca di una comprensione più profonda
della natura dell’intelligenza umana, della sua singolarità tra gli
esseri viventi, della sua insostituibilità, soprattutto in relazione
alla responsabilità morale e alla sua intrinseca apertura alla
trascendenza. Un tipo di sapere e di calcolo che faccia a meno di
un’intelligenza vissuta in un corpo e situata, come pure di un tipo
di conoscenza relazionale e trasmessa di generazione in generazione
attraverso processi educativi che si giocano sull’identità e sul
senso da dare al proprio destino e al proprio ruolo nel mondo,
costituisce una minaccia rispetto al vero bene dell’umanità. Eppure,
su questo tipo di conoscenza senza corpo, né limiti, né legami, né
senso morale si basano i sogni del transumanesimo, che arriva
anche, nel postumanesimo, ad immaginare un salto evolutivo.
Tale immaginazione ripropone con forza la domanda sul fine ultimo
del progresso tecnologico.[50]
42. In questo contesto si comprende come la comunicazione
interpersonale abbia subìto profondi mutamenti nella società
della comunicazione di massa (radio, televisione, internet,
social media), soprattutto negli ultimi tempi. Non mancano i
vantaggi in questo sviluppo tecno-scientifico come, per esempio, una
cittadinanza attiva oppure un’informazione più diretta e partecipata
a livello sociale e politico. Ma spesso si creano contatti senza
legami, rapporti funzionali senza solidarietà reale, in un mercato
infinito di notizie e dati personali, non sempre verificabili e
tante volte manipolati. Non sempre si ha una comunicazione in piena
trasparenza. La pervasività dei mezzi di comunicazione sociale, che
sono diventati così indispensabili da rendere impensabile
l’esistenza della famiglia umana senza di essi, impone una maggior
vigilanza sui condizionamenti culturali ed economici. Non si tratta
di mezzi neutrali: «Spesso simili prospettive, che enfatizzano la
natura strettamente tecnica dei media, favoriscono di fatto
la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito di
dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri
culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico».[51] La loro influenza sulla dimensione etico-culturale della globalizzazione
interpella l’antropologia.[52]
43. In tanti ambienti dell’infosfera si percepisce un’insistenza
per farsi riconoscere, condividendo permanentemente pensieri ed
emozioni in rete, che devono essere «riconosciuti da altri». Pur
nella giusta esigenza umana di riconoscimento, questo fenomeno
eccesivo è un sintomo di incertezza dell’identità.[53] Proprio perché questa si deve «inventare» senza istanze oggettive
esteriori (natura, valori culturali, ruoli sociali, costume condiviso),
l’identità è più debole: invoca il riconoscimento ma lo deve contrattare,
attirare, conquistare, anche gridando oppure falsando la realtà. L’io oggi si
dibatte nella speranza di essere riconosciuto da qualcuno e tuttavia lo fa
spesso affermando i propri diritti individuali contro l’altro,
sfidando l’altro. Ciò aumenta i conflitti sociali, che diventano spesso
conflitti identitari. La crisi in atto delle democrazie occidentali non è
comprensibile senza rendere conto di questa fatica crescente nel riconoscimento
condiviso di ciò che ci accomuna come esseri umani. Questo contesto lascia un
cammino aperto ai leader politici che prendono importanti decisioni basate solo
sulla loro volontà.
44. Un ambito sociale delicato e sintomatico delle possibili implicazioni etiche
e culturali dei social media è costituito dal mondo infantile e
giovanile: «Internet e le reti sociali hanno creato un nuovo modo di comunicare
e stabilire legami, e “sono una piazza in cui i giovani trascorrono molto tempo
e si incontrano facilmente”».[54] In positivo, tali mezzi offrono opportunità nuove di dialogo, sono spesso
fonte di informazione indipendente, che tutela le persone più vulnerabili e
denuncia violazioni dei diritti umani. Ma presentano anche
limiti e seri rischi: «L’ambiente digitale è anche un territorio di
solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza, fino al caso estremo del dark web. […] Nuove forme di
violenza si diffondono attraverso i social media, ad esempio il
cyberbullismo; il web è anche un canale di diffusione della pornografia e
di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo».[55]
45. Le nuove forme di comunicazione sociale hanno un forte
impatto sul dibattito politico poiché, se da un lato si possono
sperimentare modalità di democrazia diretta, in cui ogni cittadino
può esprimere e fare conoscere la sua opinione, d’altro lato si
possono generare forti polarizzazioni tra gruppi che pensano
diversamente e si confrontano in modo conflittuale e violento,
trattandosi da nemici solo perché pensano in maniera differente. Lo
stesso scambio sociale subisce una “tribalizzazione” che frammenta
la società in gruppi di opinione omologati dai “like”. Il
dibattito politico rischia di non basarsi più su argomentazioni
condivise, quanto piuttosto su schieramenti contrapposti in una
logica di potere spinta dai gruppi di pressione. Manca non di rado
quel “dialogo sociale” che costruisce con pazienza il consenso dal
basso, a partire da un mondo comune e da legami solidali: «Questi
circuiti chiusi facilitano la diffusione di informazioni e notizie
false, fomentando pregiudizi e odio. La proliferazione delle fake
news è espressione di una cultura che ha smarrito il senso della verità e piega i fatti a interessi
particolari».[56]
2.3. La comprensione di sé stessi:
coscienza e corporeità
46. La rivoluzione dell’informazione (“infosfera”) cambia il modo
di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie
per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto
piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la
percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda
a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni
come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire
l’agilità mentale e la creatività del singolo. Ma il pericolo
maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana,
delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che
l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo
(nelle scuole e nelle università).[57] Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni
etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA
potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre
questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto. La stessa autocoscienza
può venir considerata al modo di una serie di informazioni da trasferire su
supporti digitali più resistenti della carne umana e da organizzare in base ad
algoritmi, mentre la percezione sensoriale è potenziata dalla rivoluzione
digitale (cyborg, neuroscienza, internet), che mette a disposizione immagini,
suoni e situazioni in diretta, creando emozioni forti in un sistema di
comunicazione immediata e quindi senza mediazioni di senso che permettano di
comprendere e argomentare.
47. Con lo sviluppo delle biotecnologie, delle
neuroscienze e la mappatura del DNA, unite ai progressi dell’ambito
farmacologico e della robotica (cyborg), cambia anche la
percezione del corpo e del suo significato. Vanno apprezzati gli
evidenti guadagni per la salute e il benessere di tante fasce di
popolazione: campagne di prevenzione, diagnosi precoci, calcolo dei
rischi di varie terapie o degli effetti collaterali dei farmaci
sugli organismi hanno migliorato molto le possibilità di intervento
della medicina e quindi la salute pubblica. Ma non si possono
ignorare le tendenze che riducono il corpo a materiale biologico da
potenziare, trasformare, rimodellare a piacere, col sogno di
raggiungere condizioni di esistenza capaci di evitare il dolore,
l’invecchiamento e la morte. Soprattutto in Occidente, i progressi
della chirurgia estetica, unita alla farmacologia (cure ormonali,
sostanze che potenziano le emozioni o la concentrazione) offrono
strumenti che cambiano molto il rapporto con la propria corporeità e
quindi con la realtà e con gli altri. Ne deriva un diffuso “culto
del corpo”, che tende alla ricerca spasmodica di una figura
perfetta, che si mantenga sempre in forma, giovane e bella. Una
volta modificato, non di rado con una frenesia incessante, il corpo
diventa un corpo-oggetto in cui la persona-soggetto si specchia,
creando un rapporto tale per cui la persona non è più il suo corpo
ma “possiede” un corpo, a partire dal quale cerca di trovare
un’identità “in prestito”. In questa dinamica non è più necessario
accettare il proprio corpo per realizzare la propria identità. Lo si
può trasformare in base ai gusti del momento. Si crea una curiosa
situazione: il corpo ideale è esaltato, cercato e coltivato, mentre
il corpo realenon è veramente amato, essendo fonte di limiti,
fatiche, invecchiamento. Si desidera un corpo perfetto, mentre si
sogna di fuggire dal proprio corpo concreto e dai suoi limiti.[58]
2.4. La relazione con Dio
48. Le tecnologie digitali offrono molte opportunitàalle
religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a
servizio della loro missione. La rete è oggi un “luogo” dove si
possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita
cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità
inimmaginabili fino a poco fa. Basterebbe evocare quanta
comunicazione religiosa sia “esplosa” durante la pandemia del
Covid-19.[59] D’altra parte, c’è il rischio che una grande varietà di religioni digitali
riempiano la rete come un gigantesco “mercato religioso”, che offre una scelta
à la carte secondo interessi individuali. Si tratta di offerte religiose
senza legami reali né appartenenza comunitaria, più vicini ai gusti emotivi dei
singoli che a un’esperienza condivisa. Si può anche dubitare del carattere
autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network,
specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino
distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove
pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di
credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario
religioso. Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le
identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e
mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori
spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca
online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal
digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi
virtuali, allo spiritismo digitale e alle “false religioni” tridimensionali.
49. Questa fiducia in un mondo governato dalle macchine, che non
solo facilita la messa a disposizione delle risorse religiose, ma
anche la ricezione diretta di proposte di senso della vita e di
accesso al divino da parte della tecnologia digitale, non è lontana
dalla logica transumanista e postumanista: la
religione digitale si presenta come se avesse addirittura il potere
di creare un “Dio a propria immagine e somiglianza” da proporre a
un’umanità che ripone una fiducia totale nella tecnologia. Il “Dio
vivente” può essere sostituito da un “Dio virtuale” con la pretesa
di “salvare” l’umanità sulla base di prestazioni tecnologiche messe
a disposizione delle aspirazioni spirituali dell’essere umano.[60]
50. In sintesi, queste trasformazioni influiscono sul rapporto
col Mistero dell’origine e del fine ultimo della vita umana. Quando
l’essere umano riduce la natura creata (persona, cosmo) a materia da
trasformare, non manifesta più la gloria del Creatore, ma si
sostituisce a Lui. Lo stesso accade quando il compito di dare senso
all’esistenza e indicare il fine ultimo si identifica con
l’implementazione delle potenzialità tecnologiche. In questo
contesto le tradizioni religiose e spirituali hanno ancora da dare
qualcosa di essenziale e irrinunciabile riguardo alla sapienza del
vivere in rapporto a Dio.[61]
3. L’impatto culturale delle rivoluzioni
tecnologiche: per un discernimento critico
51. L’impatto della trasformazione antropologica connessa allo
sviluppo scientifico e tecnologico lascia tracce già nell’immaginario
sociale della cultura di massa, ma raggiunge la sua
espressione più forte nei movimenti del transumanesimo e del
postumanesimo. Lo studio dei miti elaborati dalla cultura di
massa riguardo al futuro dell’umanità (fantascienza, distopie) e
l’analisi critica dei principi fondativi dei movimenti
transumanista e postumanista evidenziano il significato e
la portata dei mutamenti antropologici in atto.
52. L’immaginario sociale, che si esprime nel cinema,
nelle fiction e nelle serie televisive ma anche nei romanzi,
nelle creazioni artistiche e nella musica, rivela una percezione
acuta delle speranze e dei rischi connessi a possibili mondi futuri.
Il cinema ha immaginato i possibili scenari connessi ad epidemie e
catastrofi planetarie molto prima di aver dovuto attraversare la
pandemia del Covid-19. Le distopie hanno suggerito il tema di non
pochi tra i film e i romanzi più importanti già nel XX secolo,
esercitando un significativo influsso su queste modalità di cultura
popolare. Queste creazioni artistiche veicolano la percezione
dell’inevitabilità di un processo di sviluppo tecnologico che avrà
impatti rilevanti sulla vita delle persone e sul destino
dell’umanità, nella consapevolezza dei rischi connessi. Di
conseguenza si manifesta spesso la paura per le incognite che
accompagnano un’evoluzione delle macchine o dei dispositivi
tecnologici non controllabile e che potrebbe portare a costituire
soggettività autonome sia nel determinare il futuro che nel dominare
il pianeta.
53. I film e i romanzi di genere fantascientifico aiutano a
prendere consapevolezza di molte questioni difficili che riguardano
l’identità e il destino dell’umano che così sono messi in gioco. Si
interrogano su quale potrà essere il valore degli affetti e quali i
legami possibili; oppure quali saranno i poteri forti che guideranno
il progresso. Si immaginano scenari cupi, in cui si imporranno nuove
forme di sfruttamento dei più deboli, magari ridotti a materiale
umano per sperimentazioni pericolose. Anche il tipo di
strutturazione sociale suscita preoccupazioni, lasciando incerti se
essa sarà elitaria e diseguale, omologante e nemica delle libertà
individuali o aperta e pluralista, democratica e partecipativa; se
ci sarà un’oligarchia tecnocratica che domina o una migliore
organizzazione politica basata sulla dignità umana e il bene comune.
Infine, si guarda con preoccupazione all’impatto ambientale del
progresso: quale inquinamento, quali risorse energetiche saranno
disponibili e a che prezzo? Quale sarà la qualità della vita?
Attraverso questi interrogativi – molto diffusi – emerge una forte
ambivalenza tra una fiducia indiscussa nella tecnologia e nelle sue
possibilità di auto-correggersi, da un lato, e, dall’altro la
diffidenza sul suo uso corretto, col sospetto che interessi nascosti
di qualche lobby di potere possano portare ad esiti devastanti.
54. Sono oggi proprio i movimenti del transumanesimo
e del postumanesimo a fornire l’ambito concettuale e
narrativo in cui emerge con maggiore forza questo immaginario circa
il futuro dell’umanità. Queste due forme di interpretazione e
progettualità culturale, più o meno ideologiche, delle potenzialità
della tecnologia incentivano l’immaginario collettivo con la pretesa
di un maggior rigore teorico che offrirebbe una previsione realista
sul futuro dell’umanità. Si tratta in fin dei conti della proposta
di una nuova visione della realtà che comporta una nuova
antropologia. Possono essere considerati come “sistemi” di pensiero
che promuovono una crociata a favore della scienza e dei suoi
progressi, alla luce dello slogan: «tutto ciò che la tecnologia può
fare, lo si deve fare per migliorare la condizione umana». Si
tratterebbe così di preparare una nuova fase, inedita, della storia
umana.
55. Sullo sfondo della proposta di questi movimenti si intravvede
l’assunzione, senza limiti e cautele, del concetto di human
enhancement: una nozione in primo luogo biomedica, molto
presente nell’ambito delle biotecnologie. Lo si può definire come
l’insieme delle tecnologie biomediche, genetiche, farmacologiche e
cibernetiche volte a migliorare le capacità fisiche, cognitive o
sensoriali dell’essere umano, oltre i livelli considerati normali o
medi. Sono suoi campi di applicazione: l’introduzione di protesi
avanzate per potenziare le prestazioni umane corporee o mentali,
anche mediante apparati tecnologici ed elettronici inseriti nel
corpo umano; l’impiego di tecniche di fecondazione umana
artificiale; l’uso di farmaci che migliorano le capacità fisiche e
cognitive dell’essere umano nell’ambito dello sport, del lavoro
fisico o mentale, dell’attività militare. Ora, è proprio la proposta
di human enhancement che spinge ad avviare una riflessione
critica sul transumanesimo nella misura in cui invita a porre
la domanda: «fino a che punto è lecito aumentare le condizioni di
vita, migliorare il rendimento, superare il limite, mantenendo come
fine il bene dell’essere umano?». Già nell’ambito dello human
enhancemenet emerge infatti, di per sé, la constatazione che,
per essere autenticamente umano, ogni desiderio di miglioramento
della condizione umana deve mantenere un equilibrio tra il
tecnicamente possibile e l’umanamente sensato.
56. A partire dalle riflessioni precedenti si coglie l’importanza
di porre al centro la questione antropologica, chiedendosi non tanto
come andare “oltre i limiti dell’umano”, quanto piuttosto che cosa
rende “autenticamente umana” la nostra esistenza. Alla luce di
questa questione antropologica di fondo è possibile elaborare alcuni
criteri per un discernimento critico dell’antropologia sottostante a
questi movimenti filosofici e culturali.
57. Un primo elemento che risulta problematico è il giudizio
negativo sulla condizione umana così come è, e in definitiva sulla
sua identità. Ne deriva il sogno di reinventarla, un sogno
motivato dall’insoddisfazione per ciò che in essa si dà così com’è,
coi suoi limiti e difetti. Bisogna chiedersi, però, se il
“risentimento” nei confronti della vita reale sia una buona base di
partenza per il progresso e non piuttosto una tentazione di
ribellione o di fuga dalla realtà. Non si tratta qui della doverosa
lotta per il cambiamento delle condizioni estrutture ingiuste, ma
del rifiuto della natura delle cose e di sé stessi. In particolare,
è doveroso mettere in guardia dalla percezione fondamentalmente
negativa della corporeità, la quale può essere vista più come un
ostacolo che come parte integrante dell’identità umana.
58. Il secondo aspetto, connesso al primo, è il sogno di un
perfezionismo individualista ed elitario. Sembra che ogni essere
umano concreto possa esistere o essere accettato solo a condizione
che “divenga più perfetto”.[62] Tanto che ci si dovrebbe chiedere se la condizione umana attuale abbia
ancora diritto ad esistere o se gli esseri umani particolari siano diventati
“superflui”. Alcune teorizzazioni ipertecnologiche sembrano contestare il
principio di fondo ereditato dall’umanesimo: «agisci in modo che gli effetti
della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente
umana sulla terra. Agisci in modo che gli effetti della tua azione non siano
distruttivi per la possibilità futura di una tale vita».[63]
Questo principio può essere persino considerato come una limitazione inutile e
dannosa per il progresso tecnologico.
59. Un terzo fattore è l’impatto sociale di questa visione
dell’umano. Essa, infatti, può giungere ad affermare la
separazione tra una forma di umanità superiore, dotata di strumenti
che la potenziano fino all’immortalità, e un’umanità primitiva,
pretecnologica e destinata ultimamente all’estinzione. Non è
evidente in base a cosa si stabilirà la diversa condizione cui
l’umanità può pervenire: ricchezza, cultura, eredità,
spregiudicatezza nello sperimentare o nell’inventarsi. Non si
comprende neppure chi dovrà assumersi il potere di decisione. In
tale prospettiva rischiano di scomparire i legami tra le persone
come pure l’appartenenza a un popolo e a una cultura in base alla
quale valutare il bene comune. Inoltre, se si considera che molte
delle strutture sociali e politiche nascono dalla condivisione di
bisogni e dall’organizzazione di istituzioni e legami capaci di far
fronte a queste sfide (ospedali, scuole, carceri e centri
rieducativi), si può immaginare la difficoltà dei transumanisti e di
postumanisti a dire cosa ne sarà del mondo sociale e politico in cui
viviamo. Le trasformazioni non sono più vincolate al riconoscimento
gli uni degli altri in una logica di fraternità e solidarietà, e le
conseguenze negative di ciò si riflettono in primo luogo sull’idea
di famiglia. Non si parla più di procreazione come comunicazione
della vita, né si mostra interesse per le nuove nascite. Se ne
tratta solo nella logica della programmazione della vita di altri
“cuccioli” umani, resi perfetti a livello genetico. Ma temi come la
generatività dell’amore coniugale o il sostegno affettivo delle
famiglie finiscono con lo scomparire dall’orizzonte.
60. Infine, non si deve dimenticare lo sguardo generalmente
negativo sull’esperienza religiosa. Essa viene presentata non di
rado come una posizione rassegnata e fatalista, che sacralizza la
condizione umana attuale con dogmi e precetti che inibiscono la
ricerca e il progresso. Le “visioni sacralizzanti” che sottolineano
il valore del corpo o della natura come espressioni della creazione
di Dio impedirebbero la libera ricerca. L’idea che la vita biologica
sia un dono, da trattare con cura, implicherebbe la proibizione di
alcune sperimentazioni e mutazioni migliorative, bloccando il
progresso. Non è più chiaro che cosa si intenda per identità
personale, quando si riduce la persona a un fascio di sensazioni o a
progetti ottimizzati, a una sorta di esperienza soggettiva
potenziata e ad abilità cognitiva aumentata, mentre il corporeo è
ridotto a materiale biologico imperfetto o comunque da potenziare.
61. L’antropologia cristiana può identificare in queste tendenze
filosofiche e culturali odierne non pochi tratti di quella mentalità
che Francesco ha descritto come una forma di “neo-gnosticismo”. Si
tratta di modalità di pensiero e atteggiamenti da intendere in un
senso analogo alle forme antiche di gnosticismo. Un tale approccio,
nel considerare l’umano e la sua salvezza, cerca di liberarlo da
ogni dipendenza e limite, separandolo dal corpo, dal cosmo, dalla
comunità e dalla storia.[64] Esso «presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo. [...] Si
pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali
non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede
solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e
manipolabile secondo gli interessi dell’uomo».[65]
62. La mentalità che si può riconoscere nei movimenti
transumanista e postumanista smarrisce di fatto
l’integralità dell’essere umano e in particolare la sua identità e
vocazione secondo il disegno di Dio, esaltandone alcune dimensioni a
scapito di altre. É chiara la domanda antropologica di fondo che
perciò si pone: si tratta di una proposta che trasforma o deforma
l’umano, quanto alla sua essenza? Si giungerà a un umano eccezionale
o a forme di eccezione all’umano autentico? Secondo la visione
cristiana l’essere umano è definito da una forma specifica che ne
garantisce l’unità e l’integrità, sia nel rimando alla sua identità,
sia quanto all’agire in cui diventa sé stesso, sia riguardo al fine
ultimo in cui trova il suo compimento. A livello dell’individuo è
l’anima immortale che dà forma, che unifica cioè e organizza la
materia in un corpo vivente, conferendo all’essere umano una
trascendenza che il post- e il transumanesimo non
possono né raggiungere né superare. Ciò che unifica e guida lo
sviluppo personale non emerge però solo dalla natura e dal cosmo, ma
si realizza anche a partire dalle relazioni, in cui l’identità
personale è anticipata dalle attese di altri, e in modo originario e
fondante dal libero dialogo con Dio. Per questo Paolo può
raccomandare: «non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi
trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12, 2),
«finché Cristo non sia formato in voi» (Gal 4, 19; cf. anche
Fil 3, 10-11 e Fil 2, 6-11). La forma dell’umano trova
in Cristo, morto e risorto, la sua misura e il suo compimento e apre
ad un umanesimo integrale, in cui ogni persona è abilitata a
realizzarsi oltre sé stessa, in virtù del dono senza misura dello
Spirito Santo. Iniziata nella nostra esistenza terrena, questa
partecipazione alla “vita eterna” in Cristo si consuma – come
professa la fede della Chiesa – «nella risurrezione della carne e
nella vita del mondo che verrà».
L’assunzione al cielo della Beata Vergine Maria, in corpo e
anima, è un segno che tutti siamo chiamati a partecipare come
persone umane a pieno titolo alla gloria di Cristo alla destra di
Dio Padre.
Capitolo II
LA VITA COME VOCAZIONE: LA PERSONA UMANA ATTORE
NELLA STORIA
63. La prospettiva di una trasformazione antropologica di stampo
transumanista come pure i sogni del postumanesimo
possono apparire come un’esagerazione lontana dalla condizione reale
dell’umanità, come una possibilità remota. In effetti la pandemia
del Covid-19 ha molto ridimensionato la fiducia in un progresso
tecnologico illimitato e si è compreso che l’umanità ha bisogno
anzitutto di una solidarietà che si prenda cura di tutti e grazie
alla quale ciascun popolo possa vivere in pace. Eppure, le istanze
di progresso del transumanesimo, soprattutto quando
incentivano le spinte verso il postumanesimo, esercitando un
forte impatto sull’immaginario comune, rischiano di agire come una
sorta di distrazione di massa dai problemi più urgenti dell’umanità,
distogliendo risorse ed energie dalle lotte quotidiane per il bene
possibile di tanta parte dell’umanità sofferente, da un lato, e
dall’altro favorendo distorsioni nella percezione delle reali
condizioni dell’esperienza.
64. È necessario, pertanto, richiamare alcune dimensioni
fondamentali dell’esperienza umana, che risultano compromesse o
messe in ombra da una certa idea del progresso tecnologico. Ci
soffermiamo in primo luogo su due dimensioni costitutive: la
dimensione storica dell’esperienza umana, che chiede di saper
abitare il tempo e lo spazio; e la dimensione
intersoggettiva, che mette in gioco il senso di appartenenza a
una famiglia, a una comunità, a un popolo e all’intera umanità, dove
siamo “fratelli tutti”. Chiuderemo il capitolo inserendo queste
dimensioni dell’esperienza umana nella proposta complessiva della
vita come vocazione integrale, in linea con le recenti
indicazioni del Magistero conciliare e pontificio.
1. La dimensione storica
dell’esperienza umana: il tempo e lo spazio
65. Ci collochiamo anzitutto nel contesto della costitutiva
dimensione storico-temporale dell’esperienza umana. La coscienza
storica è un fattore fondamentale della costruzione dell’identità
sia della persona che di un popolo, colte nella loro differenza ma
anche nella loro connessione. L’essere umano è un soggetto storico e
culturale, capace di trasformare la natura, di coltivare la sua
umanità e di dare un significato alla storia. La nozione di storia
come processo temporale in cammino verso un futuro promesso e
sperato è un’eredità preziosa dell’ebraismo e del cristianesimo.
Alla luce della rivelazione la teologia cristiana ha riflettuto sul
significato antropologico e salvifico del tempo personale e della
storia dell’umanità. La coscienza storica è elemento costitutivo
della fede cristiana, che incontra il Dio che salva in un cammino
storico di popolo. Per questo motivo, la rivelazione mostra anche il
valore misterioso e incancellabile del presente, inteso come momento
privilegiato e irripetibile dell’anticipo dell’eterno nel tempo.
Allo stesso tempo diventa una critica ai diversi riduzionismi sul
tempo, sul presente e sulla memoria, come pure sull’escatologia.
66. I popoli sono soggetti di culture e storie particolari, che
gravitano più o meno nella storia mondiale.[66] Perciò la famiglia umana, soggetto della storia universale, si presenta
come un’unità plurale estesa nello spazio e nel tempo. La storia ha un suo senso
perché gli avvenimenti sono segni che incarnano significati e valori coi quali
le persone si realizzano e si esprimono. Questa struttura simbolica o
“sacramentale” degli avvenimenti storici invita a cercarne il senso non solo
considerandone l’origine o le cause prossime, ma anche il fine ultimo. Così la
storia si realizza in processi che trasformano le condizioni dell’esperienza e
diventano avvenimenti pubblici con effetti più generali. Proprio i processi
storici sperimentano oggi una evidente accelerazione e universalizzazione:[67]
la collettività umana corre verso una sorte comune, in cui si va attuando una
sempre maggiore interdipendenza tra storie nazionali e storia mondiale. Questo
intreccio chiede di articolare bene il valore delle culture locali, coi loro
processi e tempi, e il senso della fraternità universale.[68]
1.1. Vivere il tempo con un sano senso
storico
67. Per gli esseri umani la storia è una dimensione
indispensabile del loro essere e del loro agire. Assumono il tempo
mediante un’interiorità intelligente e spirituale, componendo le
dimensioni del fluire del tempo nella distensione dell’anima e
giungendo in tal modo a fare esperienza della realtà.[69]La
memoria, intesa come recupero del passato nel presente, così come
l’orizzonte della speranza per sempre, aperto al futuro, danno il
contesto per scoprire il significato della vita e per uno slancio
dell’iniziativa umana che allarghi gli orizzonti dell’agire.
68. Una prima ricaduta del recente sviluppo tecnologico riguarda
proprio l’esperienza del tempo.[70] Si registra oggi una perdita del senso della storia e una riduzione
dell’esperienza all’attimo fuggente, con una concentrazione ambigua sull’oggi.
La cultura digitale tende a dissolvere la “cultura anamnestica” della storia e a
trasformare la cultura viva della memoria e della speranza in una cultura
postmoderna di un presente chiuso in sé stesso.
L’organizzazione dell’informazione in rete è interessata a
raccogliere e organizzare immense quantità di dati in base al
calcolo delle probabilità, piuttosto che dedicarsi alla ricerca di
ipotesi di comprensione o spiegazione. Anche la domanda sul
fondamento dell’esperienza, sulla causa esplicativa o su un
significato fondatore, è ritenuta ormai una questione superata
dall’analisi delle connessioni tra i dati. Al posto dei ricordi vivi
e delle tradizioni forgiate dai ricordi subentra l’elaborazione dei
dati disponibili per mezzo dell’informatizzazione, dati che possono
poi essere richiamati in ogni momento. Ma il computer non ricorda e
si limita a immagazzinare dati. Ciò può avere come conseguenza il
liquidare la coscienza del tempo e trasporre i diversi tempi nello
spazio di un’indefinita contemporaneità, portando a ciò che è stato
descritto come una spazializzazione del mondo”. Mediante la
tecnologia si può presumere di superare la potenza del tempo (fugace
ed insieme aperto sull’eterno) e di rendere contemporanei tutti i
tempi. Ma un presente che non conosce più un passato non ha nemmeno
più alcun futuro. E la mancanza di un fine, che apra all’eternità,
diventa un “cattivo infinito”.
69. Viene così indebolita la fiducia nella capacità di ogni
persona di interpretare e plasmare il mondo, che sfugge alla
comprensione pratica e al controllo sociale, lasciandolo nelle mani
di burocrazie gigantesche e sovraccariche di informazioni grazie a
complessi sistemi tecnologici interdipendenti e ingovernabili, da
cui spesso l’individuo si sente assediato e minacciato. La totale
dipendenza da questi sistemi complessi e sofisticati, su cui
l’individuo non influisce, crea sensazioni di impotenza e spinge a
chiudersi in orizzonti di senso e di vita limitati e protetti.[71]
La realtà diventa una connessione, mediante la quale si entra in una
rete di contatti e incontri che esigono agilità, velocità, reazioni
immediate, più che riflessività e spirito critico. In questo
scenario interessano meno i racconti universali e le storie fondate
su scelte durature, quanto piuttosto identificazioni leggere e
pluridimensionali.
70. Non stupisce che la cultura (post)moderna tenda a coltivare
l’oblio dell’essere, della memoria e della destinazione eterna. In
un tale panorama, l’essere umano è sempre meno la propria memoria e
sempre più il proprio illimitato esperimento.[72]
Fra i diversi motivi di questa “amnesia culturale”, si può elencare
quello presente nel racconto biblico: l’essere umano nella
prosperità dimentica il suo Dio e la storia vissuta con Lui (cf.
Gdc 2, 10; Dt 4, 23.30; Lc 12, 31-21),
disattendendo il comandamento divino che lo impegna a prendersi cura
di chi è povero ed emarginato. Va aggiunto l’impatto della mentalità
scientista, che immagina la scienza come la possibile soluzione di
ogni problema, in grado di risanare le ferite e quindi di liberare
dal dolore del ricordo. Un terzo fattore è la rassegnazione alla
propria fragilità limitata, priva di grandi speranze, che diventa
un’esortazione semplicemente ad “andare avanti” senza criterio, come
se l’importante fosse unicamente avanzare, procedere anche senza una
meta precisa: la coscienza emancipatrice trae dal passato il ricordo
minimo come stimolo per andare oltre, senza desiderare un traguardo,
né immanente né tantomeno trascendente. Inoltre, questa forma di
amnesia lascia spazio a ricostruzioni ideologiche del passato o a
forme di revisionismo e negazionismo, che intendono legittimare
giochi di potere o giustificare conflitti dolorosi. In realtà, non
si può costruire un futuro senza una memoria solida della storia da
cui veniamo e che ci ha generati, e neppure senza una speranza per
sempre.
71. Queste situazioni sono anche frutto di un’economia
globalizzata, che favorisce un unico modello culturale massificato,
in cui si affermano poteri forti, che proteggono i propri interessi
a scapito delle culture più deboli. L’esito è la perdita del senso
integrale della storia.[73]
Prevalgono dunque dinamiche di omologazione in quelle che potremmo
definire false culture del “consumismo”, dello “spreco”, dei
“muri”, dell’“isolamento e del ritiro” o addirittura la diffusione
di una cultura «vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto
comune».[74] Queste
false culture sono all’opera sia nei populismi che sfigurano il
termine “popolo”, confinandolo in una logica di chiusura, sia nelle
“visioni liberali individualiste”, che rifiutano la stessa categoria
di popolo e la positiva valorizzazione dei legami comunitari e
culturali che contiene.[75]
Il risultato di queste forme culturali, nel contesto di una
contemporaneità globalizzata del mondo digitale, è un ulteriore
disorientamento. Rispetto a queste false culture, il Vangelo si
presenta come una sorta di controcultura, non nel senso che
l’ispirazione del Vangelo imponga una sua cultura egemonica unica,
ma nel senso che valorizza e promuove tutte le culture, o le
dimensioni di esse, che sono autenticamente umane.
72. Per fare fronte a questa esperienza di accelerazione
orizzontale del tempo storico, occorre recuperare l’origine e il
fine ultimo della storia, in quanto esperimentabili nel presente, in
modo da comprenderne il vero significato. L’incontro tra il tempo
degli esseri umani e l’eternità di Dio in Gesù Cristo offre
gratuitamente un senso della storia che corrisponde in profondità
alle attese dell’umana esperienza del tempo, senza nulla togliere
all’incrocio delle tre dimensioni dell’esperienza passata,
dell’iniziativa presente e dell’attesa futura, nell’orizzonte
dell’eterno che le qualifica.
73. L’esperienza cristiana del tempo offre le coordinate di una
salvezza che accade nella storia, in quanto pone la pienezza dei
tempi in uno specifico contesto storico, in un presente carico di
eternità, grazie all’incarnazione del Figlio di Dio (cf. Gal
4, 4-6). In tal modo apre i processi storici all’attesa di un
compimento promesso, che realizza le esigenze del cuore umano di
ogni tempo in modo inimmaginabile (cf. Ap 21-22).[76] Corrisponde a un’esigenza della coscienza storica dei popoli quella di
riuscire a leggere gli avvenimenti in una trama più complessiva e significativa,
che sia in grado di comprendere gli eventi storici nell’unità di un processo
universale dotato di significato, nel rispetto delle storie particolari,
cogliendo l’unità nella differenza del molteplice. Lo stesso compimento
escatologico promesso in Gesù Cristo non toglie in nessun modo valore agli
avvenimenti storici concreti, nel presente, ma ne illumina il significato,
riattivando il carattere promettente dell’esperienza e con esso l’attesa operosa
di un mondo nuovo.[77] Ciò è
possibile perché il fine della storia non coincide col suo termine, ma rimanda a
una meta finale che trascende dal di dentro gli avvenimenti storici e li orienta
a un compimento nuovo, verso cui tutto converge.
74. La storia della salvezza non si presenta semplicemente come
racchiusa in una storia particolare a sé stante, accanto a quella
universale, poiché l’azione salvifica concreta di Dio nella storia
si articola con i movimenti culturali dei popoli in un’unità
che mantiene la distinzione: «La presenza e l’attività dello Spirito
non toccano solo gli individui, ma la società e la storia, i popoli,
le culture, le religioni. Lo Spirito, infatti, sta all’origine dei
nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in cammino:
“Con mirabile provvidenza egli dirige il corso dei tempi e rinnova
la faccia della terra”».[78] La relazione tra Dio e il suo popolo, ma anche con l’umanità e l’intera
creazione, si realizza mediante i doni dello Spirito e della Parola, i quali non
semplicemente piovono dall’alto, ma germogliano all’interno dell’umano che li
accoglie e responsabilmente li traffica perché portino frutto (cf. Is 55,
10-11; Mt 25, 14-30). Il divino dischiude in questo modo all’umano lo
spazio della sua propria realizzazione, rifondandolo in una comunione nuova e
sorprendente, che non annulla né assorbe l’umano, ma lo sostiene nella sua
realizzazione storica. L’unificazione in Cristo dei processi storici non toglie
consistenza alle storie e culture locali né uniforma le differenti ricchezze
appiattendole sugli interessi di pochi o sulle leggi del mercato o della logica
comunicativa del mondo digitale globale.
75. È l’esperienza, piena di gioia, che Maria esprime nel cantico
del Magnificat (cf. Lc 1, 46-55). Questa preghiera
manifesta la consapevolezza di Maria: in Lei, in quanto Madre di
Cristo, è presente l’intera economia salvifica, in cui l’eterno si
unisce in modo nuovo al tempo.[79] Il Magnificat fa risuonare nell’esperienza personale di Maria
quella dell’intero popolo di Dio nella storia della salvezza.[80]
Vi scopriamo un altro tipo di esperienza del tempo, visitato dalla grazia di
Dio, in cui l’obbedienza di Maria all’annuncio dell’Angelo apre la pienezza di
grazia che ha dilatato il suo presente («Grandi cose ha fatto per me
l’Onnipotente») ad un futuro positivo («D’ora in poi tutte le generazioni mi
chiameranno beata»), nel ricordo consapevole dell’azione salvifica di Dio e del
suo stile («Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo
temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio. […] Ha innalzato gli umili…»).[81]
1.2. Abitare lo spazio: dallo spazio
proprio alle “soglie”
76. L’essere umano abita lo spazio in modi diversi: è sia un
“essere domestico”, che vive in una casa, sia un “essere politico”,
che mette le radici e si organizzain una città e in una patria, sia
infine un “essere cosmopolita”, situato nel mondo. La dimora umana
comprende questo triangolo formato dalla casa, come ambito della
famiglia e della natura; dalla città e dal popolo/nazione, come
spazio della storia e della cultura; dal mondo intero, come
orizzonte di appartenenza alla natura umana. Locale e globale sono
dimensioni costitutive dell’esperienza umana, oggi trasformata dai
processi della globalizzazione, come si vede ad esempio nelle
megalopoli e nella modificazione della mobilità.[82]
77. Un fenomeno rilevante è l’organizzazione dello spazio urbano
nelle megalopoli. Viviamo nella “Urban Age”, un momento nuovo
della storia umana. La formazione di enormi città è un fenomeno del
nostro tempo, che ha avuto inizio dalla metà del XX secolo. Dai
primi anni del XXI secolo, più della metà della popolazione mondiale
abita nelle città, determinando il passaggio dal contesto rurale a
quello urbano, tipico della cultura mediatica e informatica attuale.
Il tipo di vita in cui si realizza l’umano è molto cambiato in
queste “regioni metropolitane”, come le chiamava Paolo VI, che
uniscono centri e periferie in agglomerati immensi, con grandi
complessi suburbani spesso privi dei servizi essenziali.[83]
78. Anche la modificazione odierna della mobilità ha ricadute
sull’esperienza umana dello spazio. La possibilità già accennata di
accorciare le distanze con mezzi più veloci, riorganizzando lo
spazio della vita (lavoro, casa, amicizie, scuola) ma anche la
diffusione e distribuzione delle merci, con la possibilità di avere
sempre a disposizione prodotti di diverse parti del mondo e di paesi
lontani, ha indotto ad una “de-territorializzazione” dell’identità
personale e delle culture. La stessa alimentazione non è più legata
all’ambiente naturale di origine e alle sue stagioni. Così i
costumi, i modi di vivere e i valori sono in costante tensione tra
un’appartenenza territoriale delimitata e una civilizzazione
planetaria senza confini. Si è sempre più cittadini del mondo. Una
certa cultura globale, fatta da valori, beni e merci indifferenziati
e universali, che sono di tutti e di nessuno, determina sempre più
il modo di vestire, di mangiare, di divertirsi, di celebrare la
festa e il riposo, secondo le offerte dell’industria del tempo
libero. I luoghi di incontro e transito in cui si stabiliscono
contatti sono sempre più “non luoghi” anonimi e uniformi (stazioni,
aeroporti, grandi centri commerciali), espressione di un mondo
artificiale più che ambienti umani e culturali definiti da una
storia e identità precise.
79. In questo tipo di spazio le persone rischiano di muoversi
come nomadi che errano in cerca di nuove esperienze. Si smarrisce
così la figura del pellegrino, che si mette in viaggio uscendo dalla
sua casa e dalle sue cose, alla ricerca della vera patria in cui
abitare, della terra promessa a cui Dio lo chiama. Il pellegrino,
inoltre, non perde il rapporto con la propria terra: «La soluzione
non sta in un’apertura che rinuncia al proprio tesoro. Come non c’è
dialogo con l’altro senza identità personale, così non c’è apertura
tra i popoli se non dall’amore per la propria terra, per le proprie
caratteristiche culturali».[84]
80. L’organizzazione globale dello spazio di per sé non rende più
ospitali e aperti all’altro. Anzi, spesso porta a reazioni
identitarie forti, che tendono a delimitare lo “spazio proprio”
creando confini invalicabili, che stabiliscono nette separazioni tra
“noi e voi”, il proprio mondo e quello degli altri. Fa riflettere il
fatto che il primo impatto delle teorie “multiculturaliste” riguardi
proprio la percezione dello spazio e dell’unità del mondo che si
abita. Si comprendono le metafore alternative, associate in positivo
a questa scoperta: “allargare gli spazi”, “fare posto all’altro”,
“dilatare i confini”; oppure, viceversa, “difendere i propri
confini”, “erigere barriere”, “delimitare lo spazio proprio”.
L’immaginazione che domina tanta cultura contemporanea è quella di
un io o di un popolo che sta al centro di una “sfera del proprio”,
rispetto alla quale l’altro o l’estraneo appaiono come una
determinazione secondaria, alla periferia o ai confini.
81. Nella scoperta dell’altro, del diverso e perfino
dell’estraneo, è più facile risvegliare oggi la percezione che
“nessuno è padrone in casa propria”, poiché l’alterità viene con noi
dall’inizio, è con noi “a casa”. Ciò significa che l’altro non è un
derivato del proprio, ma è co-originario. Purtroppo, “ciò che è
proprio” spesso viene delimitato mediante processi di esclusione nei
confronti dell’altro, cioè creando confini. Questo vale per la
coscienza del proprio io come anche delle culture. Non si deve
perciò dimenticare che all’origine c’è un umano comune che è un
intreccio, un reticolo in cui il proprio e l’estraneo, l’io e
l’altro sono co-implicati.[85] La difficoltà ad accettare questo intreccio originario in una logica di
incontro e ospitalità deve far riflettere sul funzionamento della
globalizzazione, che sembra aprire spazi comuni di incontro, ma in realtà lascia
crescere sentimenti di “invasione”, che rivelano la percezione dell’altro come
minaccia.
82. La fede cristiana sposta l’asse dell’esperienza dello spazio:
«I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per
territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro
vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche
strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere. […]
Risiedono poi in città sia greche che barbare, così come capita, e
pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto
della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita
meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano
ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e
adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli
oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro
patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera».[86] I cristiani non rivendicano uno spazio “proprio”, se non in funzione del
servizio della missione e del culto, e comunque il loro spazio è già abitato da
un’alterità radicale – quella di Dio –, che può assumere anche, in Cristo, la
figura dell’estraneo che interpella, mettendo in discussione ciò che si dava per
acquisito e pacifico.
83. Il ripensamento dello “spazio proprio” implica una
ridefinizione dei confini come “soglie”, ossia zone che mettono in
contatto, spazi di transizione. Chi attraversa la soglia di un’altra
esperienza umana non giunge semplicemente in altro luogo, ma è
chiamato a “divenire un altro”. Nessuno può dominare questa
differenza e mediare tra le culture da una posizione neutra. La
sfida consiste dunque nel dilatare i confini per esporsi all’appello
dell’altro. In tal senso, la parabola del buon Samaritano (cf. Lc
10, 1-15) offre un modello insuperato della cultura del “farsi
prossimo” e dell’incontro.[87]
84. La presenza di Gesù Cristo, nel quale si raccolgono il
principio, il centro e la fine della storia (cf. Ap 22, 13)
dischiude lo spazio di vita dei popoli e delle persone, tenendolo
aperto come luogo ospitale delle differenze, senza muri o chiusure,
anzi rigenerando il tempo, che vive di un presente pieno di
significato salvifico (kairòs), pur essendo ancora in
cammino, aperto a un compimento futuro trascendente, che realizzerà
la promessa inscritta nell’origine.
2. Relazioni e senso di appartenenza:
l’intersoggettività
85. In questo contesto spaziotemporale si colloca
l’intersoggettività, vale a dire, l’appartenenza a una famiglia, a
un popolo e a una tradizione. Queste appartenenze, in cui inizia e
si plasma nella storia l’identità personale, costituiscono quasi un
argine al dilagare di una globalizzazione uniformante, che non
sempre aiuta a plasmare legami autentici: «La società sempre più
globalizzata ci rende più vicini, ma non ci rende fratelli».[88] Parlare di intersoggettività significa sottolineare come la vita umana
implichi da subito un orizzonte comunitario: la vita del singolo va situata nel
quadro di relazioni che formano una comunità. Tali relazioni, costitutive
dell’identità personale, sono strutturate nella famiglia, in un popolo, con le
sue tradizioni, e nell’appartenenza più vasta all’umano comune.
86. La famiglia è il luogo originario
dell’intersoggettività proprio perché è il luogo del dono e
dell’accoglienza del miracolo della vita, che si realizza in ogni
nuova nascita. L’intersoggettività scaturisce proprio laddove la
vita è donata, non prodotta né tanto meno auto-prodotta. All’origine
di ogni vita c’è un dono inatteso, in un’esperienza di passività
originaria, per la quale ci siamo trovati nell’esistenza, preceduti
e accolti dal desiderio di altri. La cultura oggi dominante non è
sufficientemente attenta al fatto che “si nasce”, e il
transumanesimo, e ancora di più il postumanesimo,
dimenticano che l’essere umano è anzitutto figlio e quindi bambino,
che si scopre generato e donato a sé stesso nell’avventura
meravigliosa di essere e di crescere.
87. La famiglia come comunità originaria trova infatti nel
bambino, e precisamente nel suo riceversi e venire a coscienza
di sé nel dono sorridente dei genitori, una realizzazione
particolarmente significativa dell’esistenza umana che nessun
transumanesimo o postumanesimo può dimenticare. La vita
come pienezza d’essere e promessa trova il suo punto di
realizzazione nel bambino in quanto figlio.[89] Infatti, l’articolarsi dell’umano nell’amore tra uomo e donna, e
soprattutto il farsi uno di uomo e donna nella fecondità del figlio, mostrano la
trasparenza dell’essere quale dono di Dio. Nel figlio-bambino si manifesta un
riflesso dell’origine, col suo corredo di stupore e pienezza, fiducia e
beatitudine, dono e riconoscenza. È questo nesso di legami e sentimenti a
costituire l’intreccio dell’inizio, lo specchio dell’origine in cui è custodita
la verità filiale. L’essere umano come figlio è il correlato antropologico
dell’essere come dono e amore, la sua attestazione splendida. È proprio questa
pienezza dell’essere nella semplicità dello sguardo del bambino il segreto della
sua capacità intuitiva, ma anche razionale, di unificare il reale nelle sue
dimensioni di necessità e libertà, di spirito e natura, nell’abbraccio
dell’amore.
88. Il bambino è segno dell’umano filiale inteso come il dimorare
in una pienezza: proprio perché non è gettato nell’esistenza, ma
accolto e circondato dalle cure parentali, il bambinonon si deve
conquistare in uno sforzo di sviluppo continuo, ma si riceve in
atteggiamento di gratitudine. Il bambino non è un vuoto da riempire,
ma una pienezza donata e promessa, da accompagnare nell’avventura di
dare forma all’esistenza nelle esperienze della vita. L’identità
filiale è oggetto di riconoscimento mediato dalle cure familiari
nella casa: in questo spazio di vita la passività del provenire è la
condizione della libertà di agire, e la dipendenza dall’amore è la
condizione dell’autonomia. Per questo la ragione si sviluppa nel
bambino sullo sfondo di un’originaria unità della realtà, come
articolazione dell’essere, del bene e del bello. Il pensiero ha una
radice affettiva nella sua origine. Questa condizione è da
ritrovare, e non da superare, in uno scambio nel quale il bambino si
riceve dall’amore dei genitori e questi riscoprono con lui il loro
essere figli.
89. Il desiderio di potenziare l’umano, dunque, dovrà
concentrarsi meno sul programmare un transumano che vada oltre
l’essere (stati) bambini, per cercare piuttosto di garantire a ogni
famiglia le condizioni sociali ed economiche per accogliere e
accompagnare questo miracolo dell’inizio, in un contesto di vita
favorevole alla nascita e alla crescita dei figli.
90. In secondo luogo, si deve precisare il valore umano
dell’appartenenza a un popolo, con la sua tradizione, e anche
il valore teologale dell’appartenenza al Popolo di Dio nella storia.
La categoria di “popolo” in questo suo duplice significato secolare
e religioso acquista un peso significativo come soggetto dello
sviluppo pienamente umano. “Popolo” è una categoria storica, che
identifica un soggetto comunitario in un determinato territorio,
costituitosi nel tempo mediante processi di integrazione e con
riferimento a una cultura.[90] L’appartenenza a un popolo è una realtà umana complessa, fatta di
compartecipazione esistenziale ed affettiva.[91]
Si realizza nella condivisione di una cultura, cioè di un insieme di valori,
pratiche, costumi e abitudini, che permette alle persone di riconoscersi, di
abitare normalmente in un ambiente anche geografico comune, con una lingua e una
storia particolari. Essere parte di un popolo significa abitare insieme lo
spazio come ambito di relazioni. Ogni persona si realizza in un insieme di
relazioni all’interno di una condizione situata, che plasma le mentalità e il
modo di percepirsi. Non c’è identità senza appartenenza ‒ anche criticamente
vissuta ‒ a un popolo.
91. Ritroviamo così anche il valore della terra intesa
come luogo simbolico di una cultura e di un’identità di popolo. Tale
esperienza si oppone alla visione globalista, che annulla le
differenze e le identità legate a un contesto particolare. Il legame
al luogo si propone comeoccasione per realizzare l’incontro tra
persone, in cui si costruisce l’amicizia sociale, partendo non da
idee astratte, ma da ambiti di vita e da valori condivisi sul
territorio (casa, lavoro, festa). Proprio questa vita di un popolo
con un’identità situata si scopre in contatto con altri popoli,
chiamata allo scambio, in regime di creatività, con culture diverse
e in un processo dinamico, spesso anche conflittuale da assumere e
trasformare in un reciproco scambio di doni. Non c’è apertura tra i
popoli se non nell’amore per la propria terra, per la propria gente
e la propria cultura.[92]
92. Nell’appartenenza a un popolo occorre evitare il duplice
rischio di cercare i fattori di unificazione solo nell’etnia, nella
lingua o nella difesa del territorio, inteso come spazio chiuso ed
escludente, oppure di dissolvere l’identità del popolo in una
cultura cosmopolita anonima e globalizzata, che espone alle leggi
del mercato e della finanza, senza preoccuparsi di tutelare il bene
comune della società. Il legame fondamentale è rappresentato dalla
cultura, cioè da un certo modo di vivere, che racchiude il
riferimento a valori condivisi e quindi orientati a un’unità nella
diversità, che consente di andare al di là di conflitti e fa
camminare verso legami di fraternità aperti a tutti.
93. In questo dinamismo di ricerca dell’unità di ogni popolo in
dialogo con gli altri popoli, si colloca il cammino storico del
popolo di Dio che è la Chiesa, popolo di Dio in cui storicamente
si esprime il Corpo di Cristo.[93] In quanto tale il popolo di Dio non si fonda sulle dinamiche territoriali,
sociologiche o istituzionali, ma sulla fede intesa come alveo del senso
religioso, esistenziale e culturale. Promuove pertanto la cultura dell’incontro,
poiché la Chiesa non è separabile dal cammino dell’umanità. Accompagna la storia
dei popoli mantenendo la tensione alla comunione universale in Cristo, mediatore
di una vita nuova, più forte del male e della morte, ma anche dei conflitti e
delle divisioni. Tale tensione alla comunione non perde le differenze, ma le
tiene aperte a un progetto unitario più grande. È quanto accadde nell’evento di
Pentecoste (cf. At 2, 1-13), in cui la discesa dello Spirito fa degli
Apostoli un’unità plurale, capace di parlare tutte le lingue, un “Popolo di
popoli” (cf At 15, 14-18). Lo Spirito di Dio agisce nelle diverse culture
e storie dei popoli con un’opera universalizzante ma non uniformante: «[Tu] hai
riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e
nazione» (Ap 5, 9; cf. anche 7, 9; 11, 9; 13, 7; 14, 6).
94. L’inserimento del popolo di Dio nei cammini storici dei vari
popoli rende palese la sfida a comporre le storie particolari dei
popoli e lo sviluppo globale dell’umanità. Emerge la consapevolezza
che da un lato il bene comune dei singoli popoli non può essere
tutelato solo mediante strategie politiche locali, rette magari da
logiche di isolamento e chiusura. È necessaria piuttosto la
convergenza e l’armonizzazione dei progetti locali con le dinamiche
globali, che superano i confini dei singoli paesi. Ma tale
composizione necessita anche della mediazione di istituzioni
internazionali sufficientemente autorevoli e giuste, e quindi in
grado di comporre il bene del singolo popolo e il bene comune
dell’umanità intera, per una tutela efficace di quelli che oggi si
chiamano “beni comuni” (la terra, l’acqua e l’aria). Proprio nella
crisi connessa alla pandemia del Covid-19 abbiamo sperimentato cosa
significhi ormai “essere tutti sulla stessa barca”, impegnati in una
lotta comune per il bene di tutti.
95. È necessario un permanente lavoro di discernimento critico
delle scelte storico-politiche riguardanti la famiglia umana, dal
punto di vista della responsabilità per tutti assunta dai vari
organismi delle organizzazioni internazionali come pure dalla Chiesa
con la sua dottrina sociale, in modo da chiarire la questione dei
soggetti abilitati a decidere il bene comune e il destino di tutti.[94] In particolare, il sistema economico e quello monetario globale
necessitano, da un lato, della responsabilità da parte delle istituzioni
finanziarie, che devono essere attente all’economia reale più che alle logiche
del profitto, e dall’altro non devono perdere un approccio etico, sensibile alla
dignità della persona, al bene comune in regime di solidarietà e al benessere
delle società, soprattutto quelle più fragili.[95]
96. È imprescindibile valorizzare l’unità della “famiglia umana”,
in cammino nella storia, nel riferimento presente ed escatologico al
Cristo totale, nel quale è anzitutto pienamente svelato il fine e la
direzione del cammino: la comunione dell’amore trinitario,
compimento della redenzione della famiglia umana. Si tratta di un
cammino che si realizza in un ritmo pasquale, in cui si manifesta,
ai piedi della Croce, ciò che c’è nel cuore umano, mentre esso viene
liberato da tutto ciò che ostacola la comunione con Dio, col creato
e coi fratelli e sorelle. Proprio nel riferimento a Cristo
crocifisso e risorto si può comprendere quale sia la grazia del
tempo che ci è dato, il modo più giusto di abitare lo spazio e di
vivere la qualità delle relazioni in cui si diventa sé stessi, e
l’appartenenza in cui si trova il senso autentico della vita.
97. Di contro a ogni trionfalismo di stampo transumanista
o al pessimismo radicale del postumanesimo, il riferimento al
mistero della Croce richiama la nostra attenzione alla storia dal
punto di vista delle vittime. Il vero pathos della
storia non consiste solo nelle grandi conquiste dell’umanità, ma
anche nelle sofferenze silenziose di tante persone nel succedersi
delle generazioni e ovunque nel mondo. La storia è fatta di azione e
di passione e questa attenzione alla dimensione della sofferenza
rende concreta la visione cristiana della storia, che non è
riducibile ad un processo anonimo e inesorabile di sviluppo, teso
verso un progresso immanente, che rischia di passare sopra i
cadaveri degli sconfitti e di abbandonare i deboli. Non ci può
essere un compimento umano della storia senza giustizia per le
vittime né un senso del processo storico che non tenga in
considerazione le esigenze dei più deboli. Ne va del senso vero e
decisivo della giustizia. In Cristo siamo autorizzati a guardare con
speranza al destino che ci aspetta, senza dimenticare le vittime
della storia, anzi raccogliendo il loro grido.
98. In Gesù crocifisso Dio assume tutto il peso e la provocazione
del dolore innocente nel suo rimando alla speranza in una giustizia
piena, connessa alla fede nella vita eterna.[96] La fede in Cristo offre una speranza che si accredita sin d’ora nella
vita, trasformandola, e affronta la morte, trascendendola. La Chiesa, come
comunione dei santi, che unisce coloro che si trovano già pienamente nel Regno
di Dio e coloro che sono ancora pellegrini su questa terra, è una comunità che
trascende la morte senza abbandonare la storia e offre una speranza universale
che risponde alla sete di giustizia piena e di vita eterna.
3. Vocazione integrale alla
realizzazione nell’amore
99. L’esistenza personale è collocata in una storia, in un tempo
e in uno spazio precisi, e si risveglia alla coscienza di sé
all’interno di relazioni che dicono un’appartenenza che la precede e
la fonda. In tal modo ritrova il suo significato originario come
chiamata alla vita: «Questo ci rimanda a una verità elementare e
fondamentale, che oggi abbiamo bisogno di riscoprire in tutta la sua
bellezza: la vita dell’essere umano è vocazione. Non
dimentichiamolo: la dimensione antropologica, che soggiace ad ogni
chiamata nell’ambito della comunità, ha a che fare con una
caratteristica essenziale dell’essere umano in quanto tale: quella,
cioè, che l’uomo stesso è vocazione».[97]
100. L’esistenza di ciascun essere umano è compresa adeguatamente
quando la si riconosce come frutto dell’amore creativo del Padre,
secondo la dinamica di una chiamata alla vita e alla
felicità. Ogni essere umano viene alla vita perché è stato pensato e
voluto da Dio che l’ha amato ancor prima di formarlo nel seno
materno (cf. Ger 1, 5; Is 49, 1.5; Gal 1, 15).
Questa vocazione divina spiega alla radice il mistero della vita
dell’essere umano, in quanto è un mistero di predilezione e di
gratuità assoluta. Perciò l’essere umano, anche se finito, non può
essere imprigionato nella mera dimensione creaturale e nessuna
definizione lo può catturare ed esaurire completamente.[98] L’amore eterno del Padre esclude che l’esistenza delle persone sia un
frutto della necessità oppure del caso: ogni esistenza umana ha valore infinito
in sé stessa. Si capisce in questa prospettiva che l’essere umano non può essere
sottoposto a nessuna misura esclusivamente di ordine politico, economico o
sociale che ne sminuisca la dignità infinita.[99]
101. La percezione che la vita è un dono di Dio suscita un
atteggiamento riconoscente nelle persone, che rispondono alla
chiamata accogliendo l’«invito a far parte di una storia d’amore».[100]
L’amore divino, che ha creato gli esseri umani, fa sì che nessuno si
debba sentire “superfluo” al mondo, poiché chiamato a rispondere
secondo un progetto pensato da Dio per lui. La vita come vocazione,
intesa in senso ampio, è propria di ogni essere umano, e deriva dal
semplice fatto di esistere come figli. In quanto espressione del
pensiero provvidente del Creatore, il progetto divino è rivolto ad
ogni vivente secondo diverse realizzazioni.[101] Il cristiano riconosce di essere chiamato «al servizio missionario verso
gli altri»[102] fino al punto di
poter dire di sé: «Io sono una missione».[103]
L’essere umano, proprio in quanto chiamato, è un vero e proprio interlocutore di
Dio; non si limita ad accogliere passivamente il dono ma, in forza del dono,
diventa attore libero, capace di offrire un incremento di bene non solo agli
altri esseri umani ma alla stessa economia divina.
102. La vita intesa come vocazione si svela esistenzialmente
nella preghiera. Agostino era ben consapevole di quanto la vocazione
implichi l’appello che precede l’essere umano, lo interroga e gli
dona un futuro: «Non trascurare ora la mia invocazione. Tu mi hai
prevenuto prima che t’invocassi, insistendo con appelli crescenti e
multiformi affinché ti ascoltassi da lontano e mi volgessi indietro,
chiamato da te perché ti invocassi (vocantem me invocarem te)».[104] Pregare è un atteggiamento che qualifica l’umanità. Nelle sue diverse
modalità di lode, intercessione, riconoscimento del bene e ringraziamento, la
preghiera si radica in un gesto profondo di domanda fiduciosa e costante a Dio
che ci fa essere e ci accompagna e guida nel cammino della vita. Soprattutto
nelle religioni abramitiche, essa esprime il rapporto personale con Dio al quale
ci si rivolge come un Tu: «la preghiera più popolare, diretta come un dardo al
Cuore di Cristo, dice semplicemente: “Confido in te”».[105]
Nella preghiera cristiana questa relazione si realizza come partecipazione al
rapporto del Figlio Gesù col Padre suo nello Spirito Santo. Ecco l’espressione
di un atteggiamento umano che si affida oltre senza doversi né dissolvere né
auto-progettare. Non è un caso che non si trovi facilmente un cenno alla
preghiera nei diversi manifesti transumanisti e tanto meno
postumanisti.
103. Oggi, soprattutto in Occidente, viene spesso favorita una
“cultura della non vocazione”, che di fatto sottostà anche alle
sfide antropologiche contemporanee. In particolare, per quanto
riguarda l’educazione dei giovani, non è difficile costatare come
spesso la comprensione della loro vita manchi dell’apertura a un
senso ultimo, sia in quanto orientamento che in quanto rapporti
costitutivi. Non si conosce e non si riconosce di essere chiamati.
La progettazione del futuro si limita a una logica che riduce il
futuro, nel migliore dei casi, alla scelta d’una professione, alla
sistemazione economica o all’appagamento di alcuni bisogni: «Sono
scelte senza alcun’apertura al mistero e al trascendente, e
fors’anche con scarsa responsabilità nei confronti della vita,
propria e altrui, della vita ricevuta in dono e da generare negli
altri».[106] Il modello antropologico prevalente sembra esser quello della “persona
senza vocazione”, il cui impatto sulla percezione della vita è quello di
sentirsi smarriti nel dramma di un’esistenza che non trova significato e che è
senza speranze riguardo al futuro. È l’invito ad una “vita come vocazione” che
può dischiudere un orizzonte che supera quella pretesa di trovare un effimero
“progetto di vita” assolutamente auto-fondato e programmato dal singolo, che
paradossalmente riflette l’omologazione con la mentalità dominante.
104. La proposta della vita come vocazione può e deve suscitare
in positivo una “cultura della vocazione” come adeguata comprensione
del processo di maturazione dell’identità delle persone e dei
popoli. Proprio per i più giovani, la cultura della vocazione apre
la possibilità realistica, perché radicata nella chiamata di Dio, di
seguire una strada «fatta di libertà, di entusiasmo, di creatività,
di orizzonti nuovi, ma coltivando nello stesso tempo le radici che
alimentano e sostengono».[107] Nei contesti favorevoli all’educazione vocazionale riemerge più facilmente
l’atteggiamento di commozione di fronte ai doni ricevuti, che suscita il senso
della responsabilità e della gratuita consegna di sé in favore degli altri,
soprattutto dei più bisognosi.
105. Ritroviamo in questi pensieri l’atteggiamento interiore di Maria: grata per lo sguardo di Dio che si è
posato su di Lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando
con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno cantico di lode al Signore.[108] Nella figura di Maria si ha un’eminente realizzazione della vita come vocazione,
intesa come un processo, tipico di persone uniche e libere, da vivere nella
gratitudine e nell’affidamento più che come un progetto di auto-realizzazione.
Maria ha compiuto questo processo in prima persona, affrontando le sue domande e
difficoltà quando era molto giovane. Ella sapeva guardare col cuore e dialogare
con le esperienze custodite, meditandole nel tempo.[109]
Capitolo III
Il DONO DELLA VITA E DELLA COMUNIONE
DI FRONTE AGLI SCENARI SUL FUTURO DELL’UMANO
106. Riscoprire la vita come vocazione significa corrispondere a
un dono che chiama a plasmare la propria identità, assumendosi il
compito di diventare sé stessi e di trasformare la società e il
mondo secondo il disegno di Dio. Non si tratta semplicemente di fare
progetti, di programmare il futuro, di trovare un lavoro per
guadagnare di che vivere e migliorare il mondo. La questione seria
nella vita, intesa come vocazione, è di realizzare la propria
identità personale come dono per gli altri.
107. Ci concentriamo adesso sulla categoria di “identità” umana.
Essa è stata definita classicamente tramite le categorie di
“sostanza/natura” e di “persona”, per indicare ciò che perdura
identico a sé stesso nel tempo e assicura la base della dignità
ontologica e morale di ogni essere umano.[110] Su questa base, ci guiderà più specificamente la preoccupazione di offrire
un discernimento sui fenomeni attualmente in corso e il loro impatto sul futuro
dell’umanità. Come si può riuscire in questa stagione culturale e sociale a
discernere una “identità umana autentica”? Quali sono i criteri per questo
discernimento? Si vuole sottolineare in particolare la duplice caratteristica
dell’identità umana, in quanto implica un dono e nondimeno un compito, che
chiede di tenere insieme varie dimensioni, per valorizzare la singolare
posizione dell’essere umano nel cosmo.
1. L’identità personale: un dono e
un compito
108. Le sfide derivanti dai progressi delle biotecnologie, della
robotica e dell’intelligenza artificiale ma anche dall’immaginario
culturale diffuso, mettono in questione l’esperienza elementare che
l’essere umano fa di sé stesso nel concreto, cioè quell’esperienza
in cui plasma la sua identità.[111] Eppure, la risposta a domande come: «chi sono e chi siamo? Chi voglio
essere e chi vogliamo essere? Cosa voglio fare di me e cosa vogliamo fare di noi
come famiglia umana?» è costitutiva dell’esperienza di ogni persona, che si
trova impegnata a darsi un’identità in una storia dinamica, singolare e
concreta, e in un insieme di relazioni costitutive, a cui corrispondere.
1.1. Il compito di
diventare sé stessi: dono, amore, libertà
109. All’origine di questo cammino si trova un dono che accende
nel cuore la ricerca della felicità, ossia della vita in pienezza.
Il dono riconosciuto e accolto diventa il compito nel quale ciascuno
si scopre affidato a sé stesso. Nessun essere umano può essere
felice se non sa chi è. Non si può volere qualcosa, neppure la
felicità, se non ci si scopre autorizzati a volere sé stessi
incondizionatamente in virtù di un riconoscimento donato: «La nostra
dignità ci viene conferita, non è pretesa né meritata. Ogni essere
umano è amato e voluto da Dio per sé stesso e quindi è inviolabile
nella sua dignità».[112] Perciò la persona umana, quando cerca di plasmare la sua identità, deve
avere coscienza della sua «eminente dignità […] superiore a tutte le cose e i
cui diritti e doveri sono universali e inviolabili».[113]
Tale dignità si fonda sulla creazione a immagine e somiglianza di Dio, che da
ultimo è a immagine del Figlio, il quale, nella sua incarnazione, ha condiviso
la nostra natura e l’ha elevata all’unione con la vita divina, e nella sua
risurrezione ha inserito la nostra natura in un destino di vita eterna in
comunione con la Trinità.[114]
110. L’atmosfera più adatta in cui maturare la propria identità è
quella dell’amore, a cominciare dalla famiglia, che è all’origine
della nostra esistenza. Infatti, tante povertà, anche materiali,
nascono alla radice dell’«isolamento, dal non essere amati o dalla
difficoltà di amare»[115]. Secondo il dinamismo della reciprocità asimmetrica fra il dono e la risposta
che plasmano la nostra identità, assumersi la propria vita significa riconoscere
di essere affidati a sé stessi (auto-possesso) da un dono non chiesto e che deve
essere riconosciuto, accettato e voluto come un bene per sé (assenso). Tale
riconoscimento del dono che precede non è solo questione di pura ragione.
Implica una dinamica affettiva: ci si vuole bene, perché si è voluti e amati e
ci si sente voluti e amati. Questo processo è possibile laddove ci si trova
posti in relazione con una realtà sensata e promettente, piena di significati
positivi da scoprire nello stupore. Ecco il riconoscimento, tanto necessario
quanto spesso ricercato per altre vie nell’infosfera. Il mondo non è un insieme
di cose da sfruttare e di oggetti da manipolare, ma una dimora da abitare, in
cui si può trovare il proprio posto.[116]
Non di rado, anche il rifiuto dell’amore di Dio, determinato da diversi fattori
(psicologici, relazionali, culturali) che rendono difficile percepire il dono
originario, compromette i processi di identificazione personale. L’amore
ricevuto e accolto è la forza propulsiva di qualunque processo di accettazione
di sé e di crescita, e trova la sua origine in Dio stesso, amore eterno.[117]
111. La realizzazione di questa identità, nella sua consistenza
ontologica, è affidata alla libertà: «Pur possedendo ciascun essere
umano un’inalienabile ed intrinseca dignità fin dall’inizio della
sua esistenza come un dono irrevocabile, dipende dalla sua decisione
libera e responsabile esprimerla e manifestarla fino in fondo oppure
offuscarla. […] L’immagine di Dio è affidata alla libertà
dell’essere umano».[118] Una persona che rinuncia alla ricerca del vero e del bene può arrivare a
pensare di non avere un’identità da custodire e da costruire attraverso scelte
veramente libere e consapevoli. Se poi si considerano tutte le dimensioni
individuali e sociali dell’essere umano situato nella storia, ne deriva che «il
retto esercizio della libertà personale esige precise condizioni di ordine
economico, sociale, giuridico, politico e culturale. […] La libertà reale e
storica ha sempre bisogno di essere “liberata”».[119]
Ci interpella in questo l’insegnamento di san Paolo: «Cristo ci ha liberati per
la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della
schiavitù […] Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati alla libertà» (Gal
5, 1. 13).
1.2. La complessità
dell’identità
112. Non si tratta comunque di un percorso semplice. L’identità è
complessa, essendo costituita da varie dimensioni. Gli esseri umani
sono consapevoli che le loro identità, se da una parte sono
individuali e intrasferibili, dall’altra sono relazionali, plasmate
dalle comunità di appartenenza e dalle circostanze della vita.[120] Perciò l’identità è sempre qualcosa di ricevuto e, al tempo stesso,
qualcosa di attualizzato e sviluppato da ciascuno. Nessuna creatura umana entra
nell’esistenza già definita e perfetta: dobbiamo imparare chi e cosa siamo, sia
da bambini che da adulti. Impariamo ad accettare il dono di noi stessi,
soprattutto assumendo il compito di formare la nostra identità, implicata in
questo dono e di riscoprirla in ogni nuova tappa della vita.
113. Il processo dell’identificazione ha luogo a diversi livelli,
sia naturali che culturali, per cui quanto più complessa è
una società, in termini di classi o professioni o interessi comuni o
religioni, tanto più sarà complesso formare l’identità a partire dal
sovrapporsi di diverse fonti di identificazione. Nella storia, gli
esseri umani hanno sviluppato e accresciuto la loro identità
stabilendo nuove relazioni, soprattutto contraendo matrimonio (cf.
Gen 2, 24), formando nuove famiglie, attraverso migrazioni
dalla propria terra ad altri luoghi, imparando nuove lingue e modi
di espressione o adottando nuovi costumi e modi di vivere. La nostra
natura, proprio in quanto umana, ci mette in condizione di
realizzare una grande varietà di modi di pensare, di sentire, vivere
e di identificarci. Ma ciò implica anche la possibilità di
sbagliare, di modo che la nostra capacità di darci un’identità o di
re-immaginare la nostra identità non è infallibile, anzi rimane
esposta al pericolo di confondersi nell’identificare la propria
realtà.
114. I diversi fattori che entrano a costituire l’identità vanno
considerati nella loro unità. Laricerca dell’identità è sempre
accompagnata dall’esigenza di unità, di totalità e di sintesi che
armonizzi gli elementi, evitando dispersione e frammentazione. In
tal senso la ricerca della propria identità si gioca nel “cuore”,
ossia in quel centro della persona che sa unire i frammenti. La
parola “cuore” non può essere spiegata in modo esaustivo dalla
biologia, dalla psicologia, dall’antropologia o da altre scienze. È
una di quelle parole originarie, che indicano la realtà che spetta
all’essere umano tutt’intero, come persona corporea e spirituale. In
quanto ci conduce al centro intimo della nostra persona, il cuore ci
permette di riconoscerci nella nostra interezza e non solo in
qualche aspetto isolato. Perciò è anche capace di unificare e
armonizzare la propria storia personale, che può sembrare
frammentata in mille pezzi, ma dove tutto può avere un senso. Nel
cuore si trova il giusto rapporto col mondo e per questo si dice che
quando si coglie una realtà con il cuore si può conoscerla meglio e
più pienamente. Infine, il cuore rende possibile costruire legami
autentici, perché una relazione che non è vissuta col cuore è
incapace di superare la frammentazione dell’individualismo. Se le
relazioni non coinvolgono il cuore, si arriva alla “perdita del
desiderio”, perché l’altro scompare dall’orizzonte e ci si chiude
nel proprio io con i suoi bisogni, senza capacità di relazioni sane.
Di conseguenza, diventiamo anche incapaci di accogliere Dio.[121]
115. Per noi cristiani, tra i molti elementi che entrano a
costituire l’identità umana, uno spicca come un vero principio
formale, in grado di ordinare gli altri aspetti. Si tratta del dono
di essere non solo creature o servi di Dio, ma chiamati ad essere
figli e figlie del Padre, a lode della sua gloria e a beneficio
dell’intera creazione (cf. Rm 8, 20-23). Lo attesta lo
Spirito di Dio che grida in noi “Abbà/Padre” (cf. Gal 4, 6;
Rm 8, 15) e ci conforma a Cristo, così che siamo resi
partecipi della sua divina identità di Figlio del Padre (cf. 2 Pt
1, 4).[122] L’identità filiale è la determinazione ultima e radicale della nostra
identità e chi è segnato nel suo cuore dallo Spirito Santo trova in questa
identità di figlio il punto di riferimento per ogni altro aspetto della sua
identità.[123] Tale identità,
affidata alla nostra libertà, appare come un atto totalizzante, che entra nel
profondo del cuore, così che la persona giunge alla definitiva consapevolezza
della propria unicità nella distinzione da ogni altro. È anche un atto
integrativo, capace di armonizzare le diverse dimensioni nel dono di sé. La
risposta alla chiamata divina appare unica, insostituibile, personale e quindi
ogni volta nuova.[124]
Consideriamo in questa luce alcune dimensioni costitutive dell’identità.
2. Il dono della vita e
della comunione di fronte al transumanesimo e
postumanesimo
116. La complessità dei processi di formazione della propria
identità rende possibili gli equivoci in cui proliferano i sogni e
le illusioni del transumanesimo e postumanesimo.
Infatti, il cammino verso l’identità di ciascuno non si realizza al
modo di un meccanismo garantito né come un’evoluzione naturale. La
persona si scopre chiamata a rispondere di sé e delle sue azioni,
nelle quali esprime chi è e chi vuole essere. Realizza sé stessa in
una storia singolare e indeducibile, che non si può dissolvere in
una massa anonima, senza originalità. La ricerca e formazione della
propria identità porta sempre qualcosa di nuovo, sia rispetto alle
condizioni naturali che rispetto alla cultura in cui si vive. Tale
identità non può giocarsi in un’affermazione di sé arbitraria,
assoluta, senza eredità di cui appropriarsi o senza condizioni
naturali da interpretare; ma non può nemmeno ridursi a corrispondere
alle attese di altri, a forme culturali e a ruoli sociali
prestabiliti. Non si tratta di indossare una divisa preconfezionata,
ma di cucire un abito su misura, che esprima la propria originalità
e il nome unico che Dio conosce e ci ha affidato, perché ognuno di
noi è un essere originale e irripetibile, chiamato a esprimere un
contributo unico.[125]
2.1. Plasmare la propria
identità a partire dal corpo donato
117. All’inizio c’è la relazione col proprio corpo: occorre
riconoscere che «il corpo dell’uomo partecipa alla dignità di
“immagine di Dio” […] É nel corpo, infatti, che ogni persona si
riconosce generata da altri».[126] Si comprende l’urgenza del monito a rispettare l’ordine dell’esperienza
umana elementare: «Siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa
anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata».[127]
Si tratta di una vera e propria scelta “ecologica”: «Imparare ad accogliere il
proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per
una vera ecologia umana».[128] In
particolare, oggi, una delle più grandi sfide della cultura, a livello
dell’identità personale, è l’accettazione del proprio corpo sessuato, visto come
un dono e non come una prigione che ci impedisce di essere veramente noi stessi,
o come materiale biologico da modificare.[129]
118. In questo contesto, anche la riflessione teologica sulla
disabilità può assumere un valore rilevantenel difendere la dignità
infinita di ogni persona, abbracciando la sua condizione
particolare. La voce dei disabili è una contestazione radicale alla
“cultura dello scarto” che risuona in certi ragionamenti
transumanisti o postumanisti. Siamo su un terreno molto
delicato, eppure significativo per la questione dell’identità
biologica-naturale, che meriterebbe una considerazione ben più
approfondita. In linea di massima, è doveroso richiamare il
significato decisivo della dipendenza e della vulnerabilità come
elementi integranti di ogni esperienza umana.[130] Fermo restando che le disabilità congenite non sono direttamente volute da
Dio, la disabilità dovrebbe essere esplorata – con tutte le sue specifiche
particolarità – come una manifestazione di quelle dimensioni di finitudine e
contingenza, che vanno viste e vissute non solo come negative in ordine alla
formazione dell’identità. Di fatto, la condizione di disabilità tiene ben
ancorata l’identità personale alla realtà corporale-spirituale data, al punto da
apparire come elemento ineludibile dell’identità della persona disabile. Nel
contesto dell’insieme della persona e della sua storia, anche la disabilità può
essere occasione di bene, di saggezza e di bellezza. Siamo lontani dai sogni del
transumanesimo e postumanesimo di fuggire dalla base naturale
dell’esistenza, e in specie dai limiti del proprio corpo, per raggiungere la
propria identità.
2.2. Essere un dono per gli
altri
119. L’identità che si afferma nel dono di sé è al centro delle
relazioni interpersonali in cui si realizza la persona: «La creatura
umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni
interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la
propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza sé
stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».[131] Queste relazioni diventano significative per l’identità se non sono
vissute in una logica egoistica e di chiusura, dal momento che l’essere umano
giunge a sé stesso con l’altro e in relazione ad altri.
120. Il mistero della persona umana include infatti la sua
chiamata alla comunione sociale. La
Gaudium et spes ha
ribadito che «l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio
abbia voluto per sé stesso (Deus propter seipsam voluerit),
non possa ritrovarsi pienamente (plene seipsum invenire non posse)
se non attraverso un dono sincero di sé (nisi per sincerum sui
ipsius donum)».[132] Il magistero pontificio insiste sull’importanza per la persona di
realizzarsi in un dinamismo di trascendenza, una sorta di “estasi” nel dono di
sé: «Un essere umano […] non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se
non nell’incontro con gli altri […]. Questo spiega perché nessuno può
sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare».[133]
Nessuna persona può raggiungere la sua pienezza isolandosi, ma solo nell’amore
che si realizza nell’apertura, nella capacità di accogliere gli altri,
stabilendo legami solidi.[134]
121. L’identità autentica chiede un’esperienza reale
dell’alterità. In questa direzione, occorre costruire legami solidi
mediante il dialogo sociale, inteso come capacità di ascoltare
l’altro in quanto altro, cioè per le ragioni che lo rendono
irriducibile e differente: «Questo implica la capacità abituale di
riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere
diverso. A partire da tale riconoscimento fattosi cultura, si rende
possibile dar vita ad un patto sociale. Senza questo riconoscimento
emergono modi sottili di far sì che l’altro perda ogni significato,
che diventi irrilevante, che non gli si riconosca alcun valore nella
società».[135] È nel contesto di questo dialogo che si realizza un’identità non
escludente, ma consistente e capace di riconoscere e proporre a tutti
l’esperienza umana elementare.
2.3. La trascendenza
del dono di Dio che ci apre ad un orizzonte infinito
122. La religione, intesa come rapporto con il sacro e,
soprattutto, col Mistero di Dio, richiama alla trascendenza del dono
della vita mantenendo aperto, anzitutto, l’orizzonte del mistero
dell’origine e della fine e permettendo di superare la tentazione di
programmare l’umano in base alla nostra misura e ai nostri criteri:
«Dio è il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto,
avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente
dignità e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”.
L’uomo non è un atomo sperduto in un universo casuale, ma è una
creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e
che ha da sempre amato».[136] Solo Lui può decidere chi nasce e chi muore. Questo sguardo
sull’origine apre un orizzonte infinito sul destino della persona, creata a
immagine e somiglianza di Dio, destinata a partecipare alla sua stessa pienezza
di vita. È necessaria una visione trascendente della persona e del suo destino
per sostenere, con le giuste motivazioni, tutto il valore di ogni vita umana nel
suo complessivo dinamismo.[137]
123. La fede in Gesù Cristo offre uno sguardo che allarga la
prospettiva sui fatti contingenti della storia, con la domanda
concreta sull’origine di tutto e sul fine ultimo: «Proprio perché
Dio pronuncia il più grande “Sì” all’uomo, l’uomo non può fare a
meno di aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio
sviluppo. La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità:
se non è di tutto l’uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero
sviluppo».[138] Di fronte a questo potente “Sì del Signore Creatore, chi potrebbe
arrogarsi il diritto di dire “no” a una vita umana e di fermare questa storia
personale che si è aperta?
124. Ritroviamo paradigmaticamente la corrispondenza tra il “Sì”
di Dio e la cooperazione della creatura umana nell’Annunciazione a
Maria (cf. Lc 1, 26-38). Nella narrazione evangelica emerge
una relazione personale ed intima, in cui Dio e Maria (in
rappresentanza di tutte le creature) sono interlocutori liberi.
Maria si mostra, nella sua risposta a Dio, come “persona teologale”
in un dialogo originario con Dio. Risponde alla parola di Dio
rivolta a Lei con un “Sì” altrettanto totale e senza riserve, in cui
si spossessa di sé per Dio, e così realizza il vero possesso di sé.[139] Si manifesta esemplarmente così in Maria l’apertura al compimento
trascendente offerto da Dio in Gesù Cristo e al quale tende la stessa dignità
della persona.[140] Questo
destino non è un dono estrinseco rispetto all’esperienza umana. Al contrario,
corrisponde in modo eccedente al dinamismo inscritto nello sviluppo dell’essere
umano e del cosmo e quindi perfeziona la stessa realtà naturale in cui viviamo.[141]
3. La singolare posizione
dell’essere umano nel cosmo
125. L’identità personale dell’essere umano implica anche la sua
singolare posizione nel cosmo, rispetto a tutte le altre creature:
«L’uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose
corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della
natura o un elemento anonimo della città umana. Infatti, nella sua
interiorità egli trascende l’universo delle cose: in quelle
profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo
aspetta quel Dio che scruta i cuori».[142] Del resto, i recenti tentativi di ridimensionare la natura umana, con
riduzioni materialiste o ispirate al naturalismo biologico, sono pur sempre
paradossalmente un comportamento umano: anche quando sogna di oltrepassare la
sua natura umana, o di abbassarsi al livello degli animali, la persona agisce
inevitabilmente da essere umano. La persona umana, in quanto spirituale,
chiamata ad una relazione diretta e immediata con Dio, non può mai in modo
legittimo essere ridotta alla categoria di oggetto, né può tanto meno ridurre
gli altri a oggetti di possesso.[143]
Risulta fondamentale, nel cammino verso la propria identità, che ogni persona
riconosca questa posizione singolare nel cosmo e nella famiglia umana.
126. Ciò non implica che gli altri esseri viventi debbano essere
considerati come meri oggetti di dominio o di sfruttamento, perché
ne seguirebbe una logica con gravi conseguenze per la società:
rafforzando l’idolatria dei più forti e producendo disuguaglianze,
ingiustizie e violenze per l’insieme dell’umanità e del pianeta.[144] Secondo la Sacra Scrittura, le altre creature meritano uno sguardo
positivo, degno di custodia e di rispetto, in particolare gli animali in quanto
esseri viventi e senzienti. L’essere umano, sebbene si trovi al centro della
creazione, non può capire sé stesso se non si scopre situato nel contesto delle
altre creature e unito ad esse.[145]
Occorre però evitare gli eccessi di certe società avanzate, soprattutto in
Occidente, che tendono a considerare alcuni animali, soprattutto
domestici, quasi come persone.[146]
Bisogna evitare le tentazioni reciproche di “umanizzare gli animali” e di
“ridurre gli esseri umani ad animali”.
127. In prospettiva teologica, la dottrina della creazione come
azione di un Dio personale e trascendente e la comprensione
dell’essere umano come immagine di Dio ci insegnano che l’universo
esistente è «teatro di un evento radicalmente personale», nel quale
agisce il Creatore. Siamo perciò invitati a riconoscere «il
carattere sacro della creazione visibile»,[147] dove gli esseri umani assumono il ruolo di responsabili amministratori
dell’universo fisico. Sono parte della realtà creata e hanno la capacità di dare
una forma nuova all’ordine naturale, diventando agenti nell’evoluzione dello
stesso universo, ma sempre nel rispetto delle sue proprie leggi.[148]
Di questa amministrazione del mondo, ricevuto come dono, devono rendere conto a
Colui che gliel’ha affidato.
Capitolo IV
L’UMANITÀ AFFERMATA, SALVATA ED ELEVATA
128. Ciò di cui ha bisogno la famiglia umana, e in essa ogni
persona che è in cerca della sua vera identità, non è un salto
evolutivo che oltrepassi la condizione attuale, quanto piuttosto una
relazione salvifica, che renda sensata e bella l’avventura di
realizzare sé stessi in pienezza. In tal senso parliamo di umanità
salvata, cioè rispettata come dono di Dio e non sostituita. La
salvezza in Cristo è un “superamento pieno”, nel senso che attua il
processo di assunzione, purificazione e ricreazione dell’umano. Non
si tratta quindi anzitutto di accelerare lo sviluppo verso nuove
forme di vita, quanto piuttosto di sostenere il cammino dei popoli e
delle persone, offrendo un fine e un senso che permettano a tutti e
a ciascuno di realizzare la propria vocazione, plasmando l’identità
di figlie e figli di Dio in una fraternità universale. I sogni del
transumanesimo e del postumanesimo presumono di
semplificare le tensioni che attraversano l’esperienza umana. Ma
questo progetto si rivela, a ben guardare, disumanizzante.
129. L’avventura dell’identità umana personale e sociale ha un
ineliminabile carattere “drammatico”. Con questa categoria
intendiamo ribadire l’indole libera del processo per diventare sé
stessi, attraverso le concrete circostanze storiche ‒ con tutte le
sofferenze, i peccati e i fallimenti ‒, mai concluso definitivamente
nella storia, fino all’escatologia. Tale dinamismo, positivo in sé,
si riconosce innanzitutto in talune “tensioni” ovvero “opposizioni
polari” (secondo l’espressione di Romano Guardini), che sono proprie
della condizione creaturale ma che, dato il peccato originale, si
sperimentano anche in un modo disordinato e bisognoso di redenzione.
L’annuncio cristiano della salvezza propone un modo integralmente
umano, per grazia, di vivere queste polarità, secondo una dimensione
sia sanante che elevante. Si tratta di viverle come luogo di
incontro con l’avvenimento di Cristo morto e risorto e di verificare
così la credibilità antropologica dell’annuncio cristiano sulla
creatura nuova.
1. Le “tensioni polari” della
condizione creaturale
130. La condizione umana appare segnata da tensioni o polarità
irriducibili, di cui ciascuna persona e l’intera umanità è chiamata
a scoprire il significato, per comporle in un’armonia che faccia
crescere la vita in tutte le sue potenzialità.[149] Le “tensioni polari” sono costitutive dell’esperienza umana comune, e in
esse la persona scopre il suo essere mistero aperto al Mistero di Dio. Se
vogliamo comprendere le risorse e le difficoltà del cammino per diventare sé
stessi, occorre prendere coscienza di queste polarità caratteristiche della
condizione creaturale.
131. Le opposizioni polari sono la forma del vivente concreto in
ogni essere umano e nella comunità. La stessa vita umana è
strutturata in forma oppositiva.[150] Tali tensioni attraversano tutti i livelli della realtà e assumono diverse
espressioni, alla ricerca dell’unità nel concreto vivente. Nella polarità
l’opposizione rimanda a un piano superiore, che mantiene la tensione. I limiti
sono integrati, non negati. Le opposizioni aiutano a comprendere che solo nel
concreto si attua il reale completo, che fa sintesi nel crescere, congiungendo e
realizzando l’armonia tra le determinazioni opposte.
132. Tali polarità non vanno interpretate in una logica dualista,
ma come “unità dei due”, né possono essere semplificate mediante
riduzione di un termine, in una logica monista dell’identità o in
una logica duale della dialettica degli opposti. Le polarità
superano quindi dualismi e monismi, che pretendono di catturare il
mistero dell’essere umano, e mostrano il giusto e irrinunciabile
valore della differenza. Non si annullano i poli opposti, non accade
che un polo distrugga l’altro. Non domina né la contraddizione né
l’identità assoluta. Per viverle bene ci vuole un’altra logica, che
permetta di cogliere il ritmo interiore della realtà in una forma
più aderente ai dati e più armonica. Siamo rimandati ultimamente al
ritmo stesso della vita trinitaria, che si riflette nel creato, in
virtù del quale la relazione tra due non si chiude su di sé, né
riassorbe l’alterità nell’uno, ma si apre al compimento nel terzo,
sempre eccedente e inesauribile.
133. Attraverso le opposizioni polari rimane intatto il dono
originario che precede e fonda. Vanno quindi assunte alla luce del
carattere promettente che scaturisce dal dono stesso. Più che come
“dati”, le polarità vanno interpretate come “doni”. Proprio in
Cristo si realizza l’assunzione compiuta delle polarità in un’unità
che mantiene le differenze e le armonizza in una sintesi superiore.
Questa capacità di integrazione unitiva, che rispetta il reale nella
sua concretezza e quindi nelle sue opposizioni polari, è
caratteristica dello sforzo di pensiero dell’«et/et» tipico
della forma mentis cattolica. E questo è ciò che accade nella
Chiesa: in essa l’essere umano acquisisce per grazia il senso della
realtà totale, poiché in essa viene ampliato l’orizzonte di
esperienza della persona e del suo mistero. Esaminiamo allora, in
rapida sintesi, queste polarità creaturali secondo un ordine che
parte dall’esperienza umana più immediata fino alla radice più
profonda, precisando che esiste tra loro una “progressione
circolare”, più che una semplice successione.[151]
134. a) Per quanto riguarda la tensione fra materiale e
spirituale, va ricordato che gli esseri umani, creati a immagine
di Dio, sono esseri fisici che condividono il mondo con altri esseri
viventi. Ciò implica anzitutto che la corporeità sia essenziale per
l’identità della persona, ma significa anche che il mondo materiale
crea le condizioni per l’impegno delle persone umane l’una nei
confronti dell’altra e quindi integra le relazioni interpersonali:
nella famiglia, nei popoli e nell’umanità. L’antropologia biblica
esclude il dualismo mente-corpo, evitando sia le riduzioni
spiritualistiche che quelle materialistiche dell’umano: la persona è
«unità di anima e di corpo».[152] Questa unità, che non toglie la polarità ma la unifica a un livello
superiore, può essere colta nel simbolo del “cuore”, come già indicato: «Il
nucleo di ogni essere umano, il suo centro più intimo, non è il nucleo
dell’anima ma dell’intera persona nella sua identità unica, che è di anima e
corpo. Tutto è unificato nel cuore, che può essere la sede dell’amore con tutte
le sue componenti spirituali, psichiche e anche fisiche».[153]
135. Riguardo al rapporto tra natura spirituale dell’essere umano
e materia in evoluzione è importante sottolineare che la persona
umana non può essere spiegata solo come risultato dell’evoluzione
della materia: «Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in
dialogo con gli altri e con Dio stesso. […] La novità qualitativa implicata dal
sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone
un’azione diretta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di
un Tu a un altro tu».[154] Ribadiamo perciò che l’umano «non deve essere subordinato come un puro
mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società».[155]
In quanto creato a immagine di Dio, l’essere umano è capace di intessere
rapporti di comunione con Dio uno e trino e con le altre persone umane, ma è
anche in grado di esercitare col suo lavoro un servizio all’universo creato.[156]
136. b) Passiamo alla considerazione della tensione tra
maschio e femmina. Il frutto più bello della differenza
sessuale è il riconoscimento dell’altro/a e il
rispecchiamento nella reciprocità, che scaturisce dall’incontro tra
uomo e donna in Adamo ed Eva, con lo stupore che ne deriva:
«Quando finalmente Dio presenta la donna, l’uomo riconosce esultante
che quella creatura, e solo quella, è parte di lui: “osso dalle mie
ossa, carne dalla mia carne” (Gen 2, 23). Finalmente c’è un
rispecchiamento, una reciprocità. […] Così era l’uomo, gli mancava
qualcosa per arrivare alla sua pienezza, gli mancava la
reciprocità».[157] Nel cercare di plasmare la propria identità l’uno è rimandato in qualche
modo all’altra e viceversa: «La differenza tra uomo e donna non è per la
contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione. […]
Per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della
reciprocità tra uomo e donna».[158]
L’identità dell’uomo e della donna non è una variabile contingente che si può
plasmare indipendentemente o persino in contrasto col suo significato originario
e permanente; non è una proprietà da gestire secondo una percezione soggettiva,
ma è un dono da ricevere come benedizione da un Dio che è amore (cf. 1 Gv
4, 8), in una dinamica che non si chiude su sé stessa, ma si apre ad una
dimensione di “unità dei due” (secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II).[159]
È questa la sfida dell’essere “generativi”, cioè capaci di un dono di sé
all’altro, che apre al terzo e quindi a una vita nuova. La tendenza attuale a
negare o voler ignorare questa differenza naturale, ricevuta come regalo, e di
sostituirla con qualsiasi possibilità che la mente umana possa immaginare,
diventa un modo pericoloso di cancellare l’identità corporea reale e di
chiudersi in sé stessi in una endogamica autocontemplazione.
137. c) Non va dimenticata, inoltre, la tensione tra individuo
e comunità. Ogni essere umano creato ad immagine di Dio è una
persona, capace di conoscenza e di amore, che si esprime sia come
individuo che come membro della comunità. Gli esseri umani sono
relazionali e sociali, inclusi nella famiglia umana. L’essere umano
è chiamato dunque ad attuare la sua dimensione sociale all’interno
di gruppi familiari, religiosi, civili, professionali e di altro
tipo, che insieme formano la società alla quale ciascuno appartiene.[160] Il carattere fondamentalmente sociale dell’esistenza umana va composto col
riconoscimento del valore inalienabile della persona, con la sua individualità e
originalità, nonché dell’importanza dei diritti individuali e della diversità
culturale.
138. d) Infine, va ricordata la tensione tra finito e infinito.
La persona si sente chiamata ad affermare la sua identità nella
tensione a una pienezza (infinita) che viene messa in
questione dalla contingenza e dal limite (finito). Nessuna
persona può vivere senza una qualche apertura alla realtà totale e
al suo significato, fosse pure nella modalità del rifiuto.[161] In virtù della sua natura spirituale (incarnata), ogni persona è capax
omnia, aperta in qualche modo ad essere presso tutte le cose, e anche
capax Dei. Il rimando non va pensato al modo di una meta infinita da
raggiungere a partire da singole esperienze di realtà finite e limitate oppure
dall’accumulazione di diverse esperienze. Piuttosto, la saggezza di Israele ci
insegna come l’apertura alla totalità sia il necessario orizzonte
drammatico a partire dal quale il finito può essere colto come tale (cf. Qo
3, 9-11; Sir 43, 26-28). Pertanto, nel suo cammino storico di ricerca e
sviluppo della sua identità, la persona è chiamata ad inserire il senso del
frammento nel tutto e a cogliere l’unità del significato nelle sue
articolazioni. Il reale non è colto separatamente né come finito né come
infinito, ma come unità di identità-differenza di finito-infinito. Questa è la
tensione che si riflette nella famosa esclamazione di sant’Agostino: «Ci hai
fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»,[162]
che sarà ripresa nella cultura medioevale, raggiungendo una mirabile sintesi
letteraria fra il cor inquietum agostiniano e l’irrequieta avventura di
Ulisse nella Divina Commedia. Su questa esigenza di totalità nel
conoscere e nel vivere l’Ulisse dantesco sprona infatti i compagni: «Considerate
la vostra semenza, / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute
e conoscenza».[163]
2. L’esperienza umana nel dramma
del peccato e della grazia
139. Ci orientiamo ora verso un punto di fuga specificamente
cristiano e teologale. Le “tensioni polari” si attestano come
pungolo dello sviluppo dinamico dell’essere umano. La libertà umana,
sempre situata in una storia fatta di incontri e scontri con altre
libertà, è però segnata dal peccato originale, che trova conferma
nei peccati personali, e perciò si sperimenta come condizione
decaduta e come libertà ferita, esponendosi ad una realizzazione
parziale e disordinata. Nella storia si attesta, d’altra parte,
l’esperienza di una possibilità di vivere la condizione umana sempre
di nuovo redenta, sostenuta ed elevata dalla grazia.[164] Da questo punto di vista, la categoria di “drammaticità” implica sia il
rischio a cui si espone la libertà nel suo percorso di realizzazione personale,
perché può contraddire la sua condizione originale nel peccato, sia l’aspetto
drammatico della redenzione in quanto si realizza attraverso l’incontro della
libertà del Figlio di Dio e la libertà di ogni persona situata nella storia.
2.1. La rottura delle
relazioni costitutive dell’identità umana
140. Fermiamoci un attimo sul testo della Genesi, dove si trova
una descrizione mitico-simbolica di una realtà concreta che ha
ferito l’esistenza umana. Alla radice della condizione decaduta, che
ci porta a fraintendere il senso autentico delle polarità e a
smarrire il carattere promettente della differenza o del limite, c’è
un’interruzione delle relazioni che costituiscono l’identità
autentica (cf. Gen 3-11): «Poiché col peccato l’uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo
equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni
e conflitti. Così lacerato, l’uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione
nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato».[165] Si tratta
di un rifiuto del dono di Dio e quindi della relazione col Creatore:
«Questa è la prima e fondamentale “relazione”, che dà valore sia al
fatto che l’essere umano è fatto di “polvere”, sia al suo essere
vivente per il “soffio” divino».[166] Nel passaggio dal dono al comando, che individua e propone un compito, si
infiltra il sospetto (cf. Gen 3), comunicato dal serpente, che cambia lo
sguardo su Dio e sulla realtà e porta alla trasgressione, compromettendo la
relazione col Creatore.[167]
141. La prima conseguenza di questa rottura è il disordine, nello
stesso essere umano, tra dimensione materiale/corporea e dimensione
spirituale.[168] Il disordine implica una perdita dell’armonia tra le due dimensioni e
chiede una speciale vigilanza per riconoscere in sé l’anima spirituale e
immortale e non lasciarsi «illudere da una creazione immaginaria che si
spiegherebbe solamente mediante le condizioni fisiche e sociali», perdendo la
capacità di andare a «toccare in profondo la verità stessa delle cose».[169]
Il disordine nel rapporto con la materia riguarda anche la stessa corporeità,
luogo di esperienza del limite e della fragilità, come si può riconoscere nella
“nudità” quando essa perde la sua originaria innocenza e integrità e così rende
ostaggio dell’altro. Più ampiamente, proprio la perdita del valore simbolico di
tutte le cose, ridotte a materiale da manipolare in modo arbitrario in vista del
solo profitto, anziché vederle come segni di un mistero più grande, è alla
radice della crisi ecologica attuale.[170]
142. Ne risultano compromesse anche le relazioni interpersonali.
Anzitutto la relazione tra l’uomo e la donna, poi quella tra
fratelli fino alle relazioni tra i popoli. Si assiste a
un’espansione della conflittualità umana: «La rottura con Jahvè
spezza al tempo stesso il filo dell’amicizia che univa la famiglia umana,
cosicché le pagine successive della Genesi ci mostrano l’uomo e la donna, che
puntano quasi il dito accusatore l’uno contro l’altra; poi il fratello che,
ostile al fratello, finisce col togliergli la vita. […] La conseguenza del
peccato è la frantumazione della famiglia umana, già cominciata col primo
peccato e ora giunta all’estremo nella sua forma sociale».[171] La fraternità universale, iscritta nella comune origine, non è adeguatamente
riconosciuta, anzi è costantemente offesa a causa del manifestarsi di tante
particolarità e differenze sociali, che forniscono il pretesto alla prepotenza
che abita il cuore umano e si consolidano nell’affermazione della propria
identità in opposizione polemica verso altri. La storia, fin dai primordi, sarà
dunque contrassegnata dalla rivalità e dalla guerra, e i popoli dovranno ogni
volta uscire dalle macerie, tentando di ricomporre le fratture e ridisegnare
profili di pace e di solidarietà.[172]
2.2. La salvezza
attraverso l’umanità di Cristo
143. L’iniziativa libera di Dio, che soccorre ogni persona e ogni
popolo nel cammino di formazione della sua identità, trova la sua
forma gratuita e concreta di realizzazione nella storia della
salvezza. In essa Dio si è rivelato agli esseri umani
identificandosi nella relazione con loro. Ha rivelato la sua
identità a Mosè come Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (cf. Es
3 e 6). Gesù ci rivela pienamente il mistero di Dio che è Padre,
Figlio e Spirito Santo e che ci dona di diventare figli nel Figlio,
fratelli, capaci di chiamare Dio Padre e Padre nostro. Nei misteri
della vita di Cristo, si manifesta la determinazione filiale della
libertà di Gesù secondo la misura di una relazione di reciprocità
con il Padre, che Lui vive nello Spirito. Alla luce della preghiera
che Gesù rivolge al Padre (cf. Mt 11, 27) scopriamo gli
elementi che sono fondamentali per la comprensione integrale del
rapporto con Dio. Viene in primo luogo l’iniziativa di Dio,
conosciuto e riconosciuto come Padre che dona tutto di Sé al Figlio.
In secondo luogo, Gesù insegna che solo il Figlio conosce il Padre
(cf. Gv 10, 15): solo Colui che si riconosce come il Figlio,
conosce e riconosce il Padre come Padre. Il terzo elemento è la
reciprocità dinamica tra il Padre e il Figlio, dove l’asimmetria
dell’origine (soltanto il Padre è principio senza principio) si dà
nella simmetria della gratuità e totalità del dono reciproco. Questo
amore reciproco fra il Padre e il Figlio viene dischiuso e offerto
ai discepoli nell’effusione dello Spirito Santo come persona-dono.
Egli fa possibile anche per i discepoli gridare dal cuore: «Abbà
Padre!» (cf. Rom 8, 15; Gal 4, 6).[173] Il Dio che si rivela come Padre e Figlio e Spirito, si rivela dunque come
“nostro” Padre (cf. Mt 6, 9-13), Padre di tutte le creature umane immerse
nel tempo e nello spazio. Ogni essere umano è chiamato a riconoscere ed
accogliere il dono della sua identità creaturale all’interno della più vasta
famiglia della creazione.[174] Ma
la rivelazione piena di chi siamo e di chi siamo chiamati a diventare ci è
donata dall’incarnazione di Colui che è l’Immagine del Padre, alla cui immagine
e somiglianza siamo stati creati e divinizzati (cf. Col 1, 15) e che ci
ha redenti dal peccato.[175]
144. Gesù Cristo si identifica con ogni aspetto di ciò che
significa essere veramente umani. E lo fa inserendosi in un popolo
concreto, con una sua storia e tradizione, ovvero col popolo
ebraico, eletto e chiamato da Dio a diventare benedizione per tutte
le genti; lo fa ricevendo l’esistenza terrena da Maria, sposa di
Giuseppe, della tribù di Giuda e imparando il lavoro familiare del
falegname. Lui riceve la pienezza del dono dello Spirito a partire
dal concepimento e nel battesimo al Giordano è inviato a compiere la
missione affidatagli. Proprio lo Spirito Santo, dal concepimento,
pervade e plasma la sua umanità in accordo con la sua identità
filiale, donata dal Padre. In tal modo il Figlio realizza la sua
identità personale e relazionale eterna, che riceve dal Padre, nella
nostra vera umanità e così svela pienamente l’essere umano a sé
stesso.[176] In una storia concreta e come membro della famiglia umana diventa nostro
fratello, ci apre la via per ricevere una nuova identità e nutre questa identità
in noi come suoi fratelli e sorelle.
145. Il suo donarsi completamente per noi si manifesta nel suo
corpo trafitto e nel suo sangue versato sulla croce per la nostra
salvezza, e diventa ancora più “nostro” nella sua risurrezione per
noi. Cristo che ci salva sulla croce si presenta a noi risorto,
pieno di vita, e dal suo cuore ferito e trasfigurato, arriva a noi
il dono dello Spirito Santo. Questo mistero della Pasqua ci ha
aperto la possibilità reale di raggiungere la pienezza umana, che
incominciamo a gustare nel quotidiano. Come afferma papa Leone XIV:
«Cristo è risorto. È veramente risorto! […] È un dono da chiedere quello di saper vedere la certezza della Pasqua in ogni
travaglio della vita».[177] Il mistero della Pasqua di Cristo raggiunge la nostra vita umana in
tutte le sue dimensioni, in tutte le sue tappe e in tutti i suoi momenti. A
noi serve la consapevolezza di essere bisognosi di salvezza: Cristo ci salva
oggi!
146. L’incontro con l’umano di Gesù Cristo illumina la nostra
umanità e ci svela a noi stessi. Anzitutto ci ridona il senso della
nostra libertà di fronte alla chiamata del Creatore, proprio mentre
realizza la nostra vocazione a partecipare alla pienezza
escatologica della Sua vita risorta. Questa realizzazione della
pienezza della condizione umana (cf. Ef 4, 13) e «la
perfezione cristologica dell’uomo mettono in discussione l’autonomia
assoluta che il peccatore ha scelto per sé. Perciò l’annuncio del
Vangelo non si può separare dall’annuncio del giudizio e dall’invito
alla conversione».[178] La sequela di Cristo include il passaggio della Croce, un cammino che non
distrugge l’essere della persona, ma elimina le molte forme di alienazione e
illumina quel giudizio critico sul comportamento umano che, secondo la misura di
Cristo, offre un servizio alla dignità umana e al bene comune nella società,
portando a compimento la giustizia con la carità.
147. Il “mistero di carità” di Gesù Cristo offre una visione
globale della realtà che è nuova e, «sebbene […] sottometta a esame
critico il desiderio dell’uomo d’oggi, tuttavia ne afferma
l’importanza, lo purifica e lo supera».[179] Questo desiderio, che si può intravvedere anche nei sogni espressi dalle
varie forme di transumanesimo e postumanesimo, si illumina alla
luce del compimento in Cristo: «Ciò che tutti gli uomini cercano, desiderano e
sperano, almeno implicitamente, è trascendente, infinito a tal punto che si può
trovare solo in Dio. La vera umanizzazione dell’uomo raggiunge il vertice nella
sua divinizzazione gratuita, cioè nell’amicizia e nella comunione con Dio. […]
La grazia di Gesù Cristo colma abbondantemente i desideri profondi dell’uomo,
persino quelli che oltrepassano i limiti delle forze umane».[180]
Il compimento dell’umano in Dio non assorbe né diminuisce l’umano, come non
impoverisce il divino che si comunica. Si tratta infatti di un incontro di
libertà, dove Dio divinizza allo stesso tempo che l’essere umano umanizza.
3. La nuova umanità nello
Spirito di Gesù Cristo, il Figlio di Dio
148. «In realtà il mistero dell’uomo si illumina veramente solo
nel mistero del Verbo incarnato».[181] Nell’avvenimento di Gesù Cristo si è manifestato il “prestabilito disegno”
del Padre sulle creature, e in particolare sugli esseri umani (cf. At 2,
22-23; Ef 1, 1-14).[182]
L’antropologia cristiana si illumina pienamente quando si riconosce che siamo
stati voluti e creati dal Padre per diventare “figli nel Figlio” e partecipare,
per il dono dello Spirito, alla comunione dell’amore intradivino.[183]
Ciò che come cristiani chiamiamo “grazia” è innanzitutto Dio stesso che si dona
a noi in Cristo come amore che ci eleva, ci purifica, ci trasforma e porta la
nostra vita alla sua pienezza. La grazia è in primo luogo Lui stesso che nella
croce ci salva, è Lui stesso che, vivo, ci dona lo Spirito Santo, e di
conseguenza provoca un dinamismo nuovo di salvezza, di rinnovamento nel proprio
essere e nella propria vita.
149. L’attuazione di questo disegno divino, rivelato
nell’Alleanza, era iniziata con la creazione, e la sua pienezza è
appunto l’evento cristologico che raggiungerà il culmine quando
tutto sarà ricapitolato nel Padre e Dio sarà tutto in tutti (cf.
1 Cor 15, 20-28).[184] Cristo è il secondo Adamo a immagine del quale è stato plasmato il primo
(cf. Rom 5, 14). L’antropologia cristiana, così come la propone
Gaudium et spes, riconosce dunque i tratti compiuti dell’umano alla luce
dell’umanità di Gesù di Nazaret. Non solo perché Egli ne è il modello
insuperabile, ma perché è attraverso la conformazione della storia personale di
ciascun essere umano alla sua storia singolare, per il dono dello Spirito, che
si diventa figli e figlie del Padre, dando compimento alla vocazione umana: «Con
l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo».[185]
150. Attraverso i misteri della vita di Gesù si realizza la
consumazione e la trasfigurazione del mondo e della storia. Non
andiamo oltre Gesù Cristo, ma cerchiamo di raggiungerlo, entrando
sempre più profondamente nel suo mistero pasquale. In Cristo i
credenti vengono «trasformati in quella medesima immagine, di gloria
in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor
3, 18). Cristo, infatti, ha portato tutta la novità nel portare sé
stesso e lo Spirito Santo introduce in questa novità di Cristo.[186] Non ci può essere “trans” o “post” che la novità di Cristo non abbia già
integrato in anticipo. Cristo è l’ultima parola di Dio in tutta la sua novità
insuperabile.
151. La vita del credente, che si esprime come risposta ad una
chiamata (cf. Gv 15,16), non si attua soltanto in un momento del
tempo, ma si prolunga nell’incorporazione del cristiano a Cristo,
nello Spirito Santo, per offrire tutto al Padre. La vita cristiana
come vocazione si traduce nel coinvolgimento dell’esistenza
personale nell’esistenza di Cristo «finché Cristo non sia formato in
voi» (Gal 4, 19). Ecco il principio ultimo di unificazione
dell’umano. Si tratta di una progressiva assimilazione a Cristo,
fino ad avere i suoi stessi sentimenti (cf. Fil 2, 5), il suo
stesso pensiero (cf. 1 Cor 2, 16). Diventando simili al
Figlio, per il dono del suo Spirito, l’esistenza vocazionale si
traduce soprattutto in un amore che non si risparmia ma offre tutto
al Padre in obbedienza filiale (cf. Gv 10, 17-18; Eb
10, 8-10), per la salvezza e la felicità dei fratelli e delle
sorelle.
152. La totalità dell’esistenza resta sempre un mistero, che
tuttavia non è più un enigma estraneo, ma diventa uno spazio nel
quale s’incomincia a comprendere e fare esperienza di qualcosa del
Mistero dell’amore di Dio, in quanto liberamente si aderisce ad esso
(cf. 1 Gv 2, 3-6). All’interno di questa esistenza “in
Cristo” le polarità antropologiche attingono concretamente il loro
gratuito compimento. La tensione finito/infinito si risolve
nel riconoscerci amati nella nostra esistenza limitata, ma allo
stesso tempo orientati, nella speranza, ad una pienezza che non
possiamo nemmeno immaginare.
153. La tensione materiale/spirituale (anima/corpo) trova
il suo significato pieno nella resurrezione dai morti. Grazie ad
essa, l’essere umano viene fino in fondo salvato, in quanto il corpo
risorto diviene, in un certo senso, il segno visibile trasparente
dell’intero essere umano, la dimensione che ne rivela la natura
spirituale, la quale resta il vertice unificante dell’io e attesta
la sua differenza rispetto agli altri animali.
154. La tensione uomo/donna trova la sua prospettiva
adeguata nell’annuncio cristiano sull’uomo e sulla donna in quanto
persone create ad immagine di un Dio personale nella vocazione
all’unità dei due (cf. Gen 1, 27) con identica
dignità. Si può riconoscere così l’originarietà della differenza
sessuale, espressione del mistero di Dio: in forza dell’unità
amorosa fra i due, della sua destinazione procreativa e della sua
apertura alla comunione interpersonale e con Dio.[187] Questa polarità non viene abolita nella risurrezione di Cristo e nella
trasfigurazione dell’essere umano che ne deriva: «È seminato corpo animale,
risorge corpo spirituale. Se c’è un corpo animale (psykikôn), vi è anche
un corpo spirituale (pneumatikôn)» (1 Cor 15, 44-45). La Scrittura
insegna che nella risurrezione le persone saranno come angeli e non prenderanno
né marito né moglie (cf. Mt 22, 30), e tuttavia il corpo risorto mantiene
l’identità sessuale del corpo fisico. Gesù nel suo corpo risorto rimane uomo e
Maria, la Madre di Dio, nel suo corpo assunto in cielo, rimane donna. Ciò che è
vero per Gesù e Maria è vero anche per l’umanità.
155. Infine, la tensione individuo/comunità, che implica
pure la tensione fra le culture, incontra il suo punto di
convergenza nella comunione eucaristica ed ecclesiale sino al suo
compimento che è la comunione dei santi. L’esperienza cristiana si
esprime come appartenenza al popolo di Dio che cammina nella storia
verso il suo destino. Tale appartenenza non toglie nulla
all’identità personale, piuttosto la rende possibile e la promuove:
«A questo riguardo, la ragione trova ispirazione e orientamento
nella rivelazione cristiana, secondo la quale la comunità degli
uomini non assorbe in sé la persona annientandone l’autonomia, come
accade nelle varie forme di totalitarismo, ma la valorizza
ulteriormente, perché il rapporto tra persona e comunità è di un
tutto verso un altro tutto».[188] Si tratta di un’appartenenza che non è mai esclusiva e chiusa in sé
stessa, che non stabilisce un “noi” contro un “voi”. È invece un’appartenenza
inclusiva e impegnata nell’affermazione della fraternità universale, nella
sintonia possibile con altre esperienze religiose.[189]
Se nell’ordine creato ci sarà sempre una certa tensione tra la singola persona e
le esigenze dell’esistenza sociale, nella vita di grazia si partecipa in via
dell’armonia perfetta tra le Persone trinitarie che condividono la comunione di
un’unica vita divina.[190]
156. L’incorporazione a Cristo accade attraverso il concreto
flusso di vita che da Lui è scaturito, nel segno dell’unità dei
cristiani che annunciano la Parola di Dio e celebrano i sacramenti.
La Chiesa rende tangibile il dono divino in modo che tutti possano
sperimentare efficacemente l’annuncio della salvezza e partecipare
alla vita nuova in Cristo.[191]
L’espressione culminante nella Chiesa e nella storia della nuova
realtà di vita umana donata in Cristo è l’Eucarestia. Attraverso la
comunione col corpo e sangue di Gesù, che è, per ciò stesso,
comunione con Dio, i discepoli diventano il popolo di Dio. Una tale
comunione è inspiegabile in un modo meramente sociologico, perché
nasce dallo Spirito Santo (cf. 2 Cor 13, 13).[192] La celebrazione eucaristica assume e rigenera le relazioni umane e le apre
alla comunione della Trinità.Si deve sottolineare come nella comunione
ecclesiale trova realizzazione, anche se ancora imperfetta, quella profonda
esigenza di unità del singolo e dell’umanità, che ha guidato tante utopie
sociali e rivoluzionarie della storia senza riuscire mai ad essere raggiunta.
Infatti, nella comunione eucaristica persona e comunità non vengono contrapposti
l’uno ai danni dell’altro, ma sono richiamati a vicenda secondo una circolazione
che trova espressione adeguata solo dall’interno del Mistero trinitario.
L’Eucarestia illumina non solo la vita sociale e la storia, ma anche il rapporto
con il creato, secondo la promessa del Signore: «Noi infatti […] aspettiamo
nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2 Pt 3,
13; cf. Ap 21, 1).[193] Il
ritmo di vita della creazione, nelle sue varie stagioni è assunto dalle
celebrazioni sacramentali e si apre a comunicare la grazia di Dio, inserendolo
nel mistero pasquale di Cristo. In particolare, la celebrazione della Eucaristia
domenicale assume un significato cosmico.[194]
157. Anche il perdono e la misericordia contribuiscono in modo
decisivo a realizzare i legami di comunione che attuano la
riconciliazione capace di distruggere i muri di separazione tra le
persone e tra i popoli (cf. Ef 2, 13-14; Col 1, 20).
Nel sacramento della riconciliazione, Dio rigenera i nostri cuori
feriti dal male e dal peccato come pure le relazioni fraterne,
permettendo di ripartire non dall’esperienza del male fatto o
subìto, bensì dalla pienezza dell’amore di Dio.[195] Così vengono favoriti processi di riconciliazione anche a livello sociale.
158. La riflessione teologica sull’esperienza umana e sul
processo di maturazione della propria identità che abbiamo cercato
di descrivere si fonda sull’economia sacramentale della salvezza.
Per (ri)elaborare e proporre una cultura pienamente umana, capace di
guardare al futuro e di confrontarsi anche con le sfide e i
fondamentali fraintendimenti veicolati in proposito dal
transumanesimo e dal postumanesimo, la riflessione
teologica deve essere affiancata dal contributo di altre scienze e
delle arti. Per questo motivo è opportuno invitare persone e
istituzioni coinvolte in ambito economico-sociale, accademico,
artistico, culturale e politico a collaborare con questo scopo.
L’obiettivo è quello di sviluppare, a partire dagli scambi già in
corso, nuove modalità di pensiero e azione, in forma
interdisciplinare e transdisciplinare. In questo modo,
l’antropologia teologica potrà tradursi in esperienze vissute e
concrete, sia a livello personale che sociale, specialmente nel
campo educativo e culturale. Oggi più che mai, di fronte alle sfide
di un’umanità che guarda il futuro con speranza e incertezze sono
necessari il dialogo e la cooperazione interdisciplinare e
transdisciplinare. Essa deve saper tradurre la ricchezza
inesauribile dell’esperienza umana secondo il disegno buono di Dio
Padre.
Conclusione
IL DONO DELLA DIVINIZZAZIONE COME VERA
UMANIZZAZIONE
159. All’inizio del nostro percorso ha risuonato una domanda,
condivisa coi fratelli e le sorelle in umanità: Quo vadis,
humanitas? In questo frangente del XXI secolo la famiglia umana
si trova davanti a interrogativi talmente radicali che arrivano a
minacciare anche la sua esistenza così come l’abbiamo conosciuta
finora. L’irruzione di uno sviluppo scientifico e tecnico senza
precedenti nella storia del pianeta deve essere affiancata da una
corrispondente crescita di responsabilità che orienti il progresso
verso il bene dell’essere umano, perché esso è oggi esposto a rischi
mai immaginati prima. L’impatto dello sviluppo tecnoscientifico, in
particolare della rivoluzione digitale sull’esperienza umana è molto
profondo, sia a livello del rapporto con l’ambiente, che del
rapporto con gli altri in società, con sé stessi e con Dio.
Attraverso le nuove tecnologie si può configurare un’epoca di
mutamento vero e proprio della condizione umana, che si riflette nei
timori dell’immaginario sociale della cultura di massa e
nell’ottimismo o nel pessimismo inquietanti dei movimenti
transumanista e postumanista. La proposta antropologica e
culturale del cristianesimo rimanda, oggi più che mai, ad una
concezione della vita come vocazione, che rende possibile un modo
umano di abitare il tempo e lo spazio e di concepire le relazioni
intersoggettive, che diventa anche giudizio profetico sugli aspetti
più inquietanti che non possiamo non riconoscere nel
transumanesimo e nel postumanesimo.
160. La concezione della vita come vocazione è la prospettiva in
cui si può/si deve collocare il processo decisivo e complesso
dell’identità a livello personale e sociale. La visione cristiana
della vita articola l’identità col riconoscimento di un dono
gratuito originario che precede e l’accoglienza di un compito che ne
consegue, affidato dall’amore di Dio alla libertà dei singoli e dei
popoli. Ogni essere umano è chiamato a riceversi come dono, a
condividere il dono della differenza, a diventare dono per gli
altri, a riconoscere la trascendenza del dono come divino.
Questo processo che investe l’identità personale e sociale non è
mai statico o definito una volta per tutte, ma ha una intrinseca
dimensione drammatica, che si palesa nelle “tensioni polari” tipiche
dell’esperienza umana nella storia, che si radicalizza di fronte
alla sfida del male in quanto esso vuole alterare il loro
significato originale. Il dialogo, dunque, fra la libertà umana e
quella divina, nell’accogliere o rifiutare il dono della
divinizzazione per grazia, non può non avere anche un carattere
drammatico: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per
essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il
mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi
fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora
rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi
saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv
3, 1-2).
161. Nelle nostre società, sollecitate da incalzanti sogni di
potenziamento illimitato se non addirittura di sostituzione
dell’umano, la fede cristiana offre la sua proposta teologica,
pastorale e culturale. Si tratta di una comprensione teorico-pratica
dell’umano che la comunità ecclesiale vuole sempre riproporre ai
suoi membri, e che desidera presentare a tutti. L’annuncio cristiano
identifica il modo adeguato di andare oltre (trans) i limiti
dell’umana esperienza, con la divinizzazione (theiosis)
possibile solo a Dio,[196] che è l’esatto opposto dell’auto-deificazione di stampo transumanista.
Si attua concretamente come vocazione in Cristo (cf. Rom 8, 1; 2 Cor
5, 17; Gal 3, 26-28; 2 Tim 3, 12). Il Figlio dell’Uomo è Colui nel
quale trovano equilibrio dinamico le tensioni costitutive dell’essere umano. Per
il dono dello Spirito Santo, i battezzati partecipano di tale pienezza, non
ancora perfettamente nel cammino della storia, in attesa della definitiva
ricapitolazione, quando Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Così,
di fronte alle varie riduzioni che abbiamo descritto, dove taluni aspetti
dell’umano risultavano mortificati, la forma mentis cattolica intende
cercare una sintesi dinamica, nella quale non si perda nessuna dimensione
dell’esperienza comune, rispettandone le tensioni costitutive.
162. Dobbiamo ancora sottolineare il fatto che le tensioni
possono trovare convergenza nella fede non significa una sorta di
eliminazione anticipata della drammaticità della vita. Il dono dello
Spirito del Risorto è liberamente offerto alla libertà umana, che
coopera con la grazia divina. Nella vita cristiana il dramma
creaturale non è eliminato né trascurato. Le tensioni naturali sono,
in un certo senso, vissute con una maggiore radicalità, in ragione
dell’irrompere di una nuova consapevolezza: i cristiani conoscono in
Cristo la loro condizione di esseri che devono tutto all’iniziativa
del Dio Padre e che, allo stesso tempo, sono convocati da Lui al più
autentico sviluppo e al pieno dono di sé stessi. Per questo il loro
annuncio della salvezza non insiste tanto sulla loro capacità di
auto-superamento (anche tecnologico) dei limiti naturali o
culturali, quanto sull’accoglienza commossa e grata del dono di un
amore che rende possibile lo sviluppo dell’identità personale e
sociale, in quanto opera attraverso la carità (cf. Gal 5, 6),
assumendosi un compito creativo, per un migliore servizio al bene
comune.[197] In questo modo contribuisce a portare a compimento il disegno divino
secondo una reciprocità asimmetrica dei doni.
1. La Madre pienamente
umana
163. Alla luce di questa prospettiva teologico-pastorale, Maria
Immacolata e Assunta nel grembo di Dio Padre con Gesù appare come la
figura mirabile di un essere umano in cui le tensioni anima/corpo,
uomo/donna e individuo/comunità esprimono la loro ampiezza secondo
un’unità che non distrugge ma potenzia ciascuno degli elementi
integranti. L’obbedienza di Maria alla chiamata del Signore si
attesta come disponibilità perfetta, nel suo intero essere
personale, spirito e corpo; si attesta come fecondità verginale e
materna per la costruzione del popolo nuovo nella storia umana; si
attesta pure come paradigma di integrazione personalizzante nella
comunità dei discepoli (cf. Gv 19, 25-26). Infatti, in Maria
la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di
un essere umano nella sua pienezza.[198] Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la
chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione
sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il
servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio
generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto
e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e
l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la
felicità della fede; il “sì” affinché si compia la volontà di Dio (cf. Lc
1, 26-38) e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro (cf.
Gv 2, 5). Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha
realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione
affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera
umanità.
2. La sfida dei poveri
164. L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in
considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli
che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più
poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle
ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno
ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non
contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.
Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, “danni
collaterali”, spazzati via senza pietà. Come cristiani, invece,
siamo chiamati a guardarli con gli occhi di Cristo che dice ad
ognuno di loro: «Io ti ho amato» (Ap 3, 9). Come spiega papa
Leone XIV, Cristo «col suo amore donato sino alla fine, mostra la dignità di ogni essere umano».[199] E questo ci stimola a «percepire il forte nesso che esiste tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a
farci vicini ai poveri».[200] Da
ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti ‒ come umili
sentinelle ‒ alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società
per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un
generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il
valore umano della nostra vita.
[1] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 6. 11.
[2] Il Salmo
144 si pone la stessa domanda, mettendo però in evidenza la
fragilità dell’essere umano: «Signore, che cos’è l’uomo
perché tu l’abbia a cuore? Il figlio dell’uomo, perché te ne
dia pensiero? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come
ombra che passa» (Sal 144, 3-4). Anche Giobbe si
interroga sul senso dell’interesse di Dio per l’essere
umano: «Che cosa è l’uomo perché tu lo consideri grande e a
lui rivolga la tua attenzione?» (Gb 7,17).
[3] Francesco,
Discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio
Consiglio della Cultura, 18 novembre 2017. Si
veda anche il documento della Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019, 8, che utilizza come base
del discorso antropologico biblico proprio il Salmo 8.
[4] Leone XIV,
Discorso al Collegio Cardinalizio, 10 maggio 2025.
[5] Commissione Teologica Internazionale,
La teologia oggi: prospettive, principi e criteri,
2012, 55.
[6] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 3.
[7] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 19.
[8] Nei
documenti di contenuto antropologico della Commissione Teologica Internazionale
compare il termine “identità”, ma non è tra i più frequenti.
Viene usato in un senso anche non specificamente
antropologico ma cristologico o trinitario, e a volte in un
senso generico.
[9] Sulla
nozione di natura umana – anche in rapporto a quella di
persona – si vedano: Commissione Teologica Internazionale,
Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla
legge naturale, 2009, 64-66; Id.,
La libertà
religiosa per il bene di tutti, 2019, 32-39. Si tratta
di una nozione complessa, che designa il principio
dell’identità ontologica specifica di un soggetto, cioè la
sua “essenza”, definita da un insieme di caratteristiche
stabili. Non si tratta però di qualcosa di fisso e statico,
essendo principio interno dinamico, che orienta il soggetto
alla sua realizzazione mediante attività specifiche in una
complessa interrelazione innanzitutto con Dio in Cristo, con
le altre persone, con tutte le realtà.
[10] Cf. Francesco, Esort. Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 221.
[11] Per questa caratterizzazione della condizione esistenziale si veda: S. Kierkegaard,
The Sickness Unto Death, ed. and trans. by Howard V. Hong and Edna H.
Hong (Kierkegaard’s Writings, XIX), Princeton 1980, “Despair as Defined by
Finitude/Infinitude,” 29-35; Id., The Concept of Anxiety, ed. and trans.
with Introduction and Notes by Reidar Thomte in collaboration with Albert B.
Anderson (Kierkegaard’s Writings, VIII) Princeton 1980, “V. Anxiety as Saving
through Faith”, 155-162.
[12] Cf. N. Bostrom, “Transhumanist Values”:
Journal of Philosophical Research
30/Supplement (2005) 3-14, 4. Sul transumanesimo si possono indicare più
ampiamente: S. Young, Designer Evolution: A Transhumanist Manifesto,
Amherst NY 2005; The Transhumanist Reader: Classical and Contemporary Essays on the Science,
Technology, and Philosophy of the Human Future, ed. Max More and Natasha Vita-More, New York/London 2013; Y. N. Harari,
Homo Deus: A Brief History of Tomorrow, New York 2017; R. Kurzweil,
The Singularity Is Nearer: When We Merge with AI, New York 2024.
Si veda il sito internet di Humanity Plus:
https://www.humanityplus.org [consultazione online 19.08.2025].
[13] Sul postumanesimo segnaliamo: R. Braidotti,
Metamorphoses: Towards a
Materialist Theory of Becoming, Cambridge 2002; The Posthuman,
Cambridge 2013; C. Wolfe, What is Posthumanism? Minneapolis 2009. M. Rosendahl Thomsen and J. Warnberg (Eds.),
The Bloomsbury Handbook of Posthumanism, London/New York, 2020; F. Ferrando,
The Art of Being Posthuman: Who Are We in the 21st Century? Cambridge 2024.
[14] Anche
se, in alcune versioni, il transumanesimo appare
orientato a un “ideale postumano” sino a confodersi con il
postumanesimo. Nella paradigmatica Transhumanist
FAQ di N. Bostrom (https://nickbostrom.com/views/transhumanist.pdf [consultazione online 19.08.2025])
si può trovare l’articolazione di un “ideale postumano”.
[15] Cf. Francesco,
Cost. Ap.
Veritatis gaudium, 27 dicembre 2017,
Proemio.
[16] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 11.
[17] Francesco,
Esort. Ap.
Laudate Deum, 4 ottobre 2023, 67, che cita
la Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 89. Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 2 e 57.
[18] Già
l’assemblea conciliare si poneva delle domande sul futuro
dell’umano: Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 11.
[19] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, nota 9.
[20] D. Alighieri,
La Divina Commedia. Paradiso, Canto I, 70: «Transumanar
significar per verba non si porria; però l’essempio basti a
cui esperienza grazia serba», che si potrebbe tradurre
«l’oltrepassare l’umano [riservato a chi entra in comunione
con Dio nel Paradiso] non si può esprimere con parole, ma
solo darne un’idea con l’esempio a chi un giorno potrà
sperimentarlo».
[21] Francesco,
Esort. Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 8.
[22] La
tradizione patristica e scolastica è ricca di affermazioni
che proclamano la divinizzazione del cristiano, la sua
comunione con il Figlio, con lo Spirito e con il Padre, il
dimorare del fedele in Dio e di Dio in lui. L’assioma: «Dio
si è fatto quello che siamo noi perché noi diventassimo
quello che Egli è», pure con sfumature diverse, è patrimonio
comune in essa. Fra gli altri: Ireneo, Adv. Haer. V
praef: SC 153, 14: «Seguendo l’unico maestro saldo e
veritiero, il Logos di Dio, Gesù Cristo nostro Signore,
colui che, per la sovrabbondanza del suo amore, è divenuto
ciò che noi siamo, affinché ci rendesse capaci di essere ciò
che Egli stesso è»; Tertulliano, Adv. Marc. II, 27,
7: SC 368, 164.166: «Dio si è fatto uomo affinché l’uomo
fosse istruito ad agire divinamente. Dio agiva da pari con
l’uomo, perché l’uomo potesse agire da pari con Dio. Dio è
stato trovato piccolo, affinché l’uomo diventasse
grandissimo»; Cipriano, Quod idola 11: CSEL 3/1, 28:
«Cristo volle essere ciò che è l’uomo, affinché anche l’uomo
potesse essere ciò che è Cristo»; Atanasio, De
Incarnatione 54, 3: SC 199, 458: «Infatti il Figlio di
Dio si è fatto uomo per farci Dio»; Tommaso d’Aquino,
Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In
primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi
1876) p. 336: «L’unigenito [...] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua
divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dèi».
Per una presentazione sintetica del senso cristiano della
“divinizzazione” e il suo modo di realizzazione si veda: Commissione Teologica Internazionale,
Teologia, cristologia, antropologia, I, E, 1-5.
[23] Giovanni XXIII,
Lett. Enc.
Pacem in terris, 11 aprile 1963, 21ss. Cf.
anche: Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 4 e 44.
[24] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 33.
[25]
Ivi.
[26] Paolo VI,
Lett. Enc.
Populorum progressio, 26 marzo 1967, 34.
[27]
Ivi,
14.
[28] Cf. Paolo VI,
Lett. Ap.
Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 29.
[29] Giovanni Paolo II,
Lett. Enc.
Redemptor hominis, 4 marzo 1979, 15.
[30]
Ivi.
[31] In
particolare, sull’etica della tecnologia, si veda: Giovanni Paolo II,
Lett. Enc.
Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre
1987, IV, 27-34.
[32] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 68.
[33] Cf.
Ivi, 16-17.
[34]
Ivi,
70.
[35] Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 105.
[36]
Ivi,
106.
[37]
Ivi,
103.
[38] Leone XIV,
Saluto agli influencer e missionari digitali, 29
luglio 2025.
[39] Leone XIV,
Messaggio in occasione dell’AI for good Summit, 10
luglio 2025.
[40] Cf. A. Barba-Kay,
A Web of Our Own Making: The Nature of Digital Formation,
Cambridge 2023.
[41]
L’impatto antropologico delle nuove tecnologie, e in
particolare della tecnologia digitale, era già stato
analizzato da un gruppo di studiosi incaricati dal
Direttorio Generale della Commissione Europea per la
Comunicazione. I risultati si possono trovare nel volume The Onlife Manifesto. Being human in a Hyperconnected Era, 2009 (https://link.springer.com/book/10.1007/978-3-319-04093-6) [consultazione online 19.08.2025]).
[42] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 115.
[43] Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 51, dove la
polarità Nord-Sud non ha immediatamente un senso geografico,
ma indica una distinzione socioeconomica, che attraversa
differenti situazioni di povertà: cf. Leone XIV, Esort. Ap.
Dilexi te, 4 ottobre 2025, 11-12.
[44] Cf. K. Crawford,
Atlas of AI: Power, Politics, and the Planetary Costs of
Artificial Intelligence, New Haven/London 2021.
[45] Alcuni
criteri per un discernimento si possono trovare in
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 461-487.
[46] Si veda
il lavoro interdisciplinare di M. J. Gaudet et al. (ed.), AI Research Group of the Centre for Digital Culture of the Dicastery for
Culture and Education of the Holy See, Encountering Artificial Intelligence:
Ethical and Anthropological Investigations, vol. 1 (Eugene, OR 2024).
[47] Cf. Francesco,
Messaggio per la LVII Giornata Mondiale della Pace “Intelligenza Artificiale e pace”, 1 gennaio 2024, 2. Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 7-12.
[48] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 49-103.
[49] Cf. Leone XIV,
Messaggio ai partecipanti alla seconda conferenza annuale
su “Intelligenza artificiale, etica e governance d’impresa”,
17 giugno 2025.
[50] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 38.
[51] Benedetto
XVI, Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 73.
[52] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 85-89.
[53] Non
pochi esponenti della cultura contemporanea se ne sono
occupati: cf. E. Erikson, Gioventù e crisi di identità,
Roma 1995.
[54] Francesco, Esort. Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 87. Cf. anche Pontificia Accademia delle Scienze,
Final
Statement of the Workshop on Risks and Opportunities of AI for Children. A
Common Commitment for Safeguarding Children, 24 marzo 2025.
[55] Francesco, Esort. Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 88.
[56] Ivi,
89; cf. Francesco, Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3
ottobre 2020, 199-202; Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 77-84.
[57] Si
possono consultare diversi studi recenti del MIT, come ad
esempio N. Kosmyna et alii, “Your Brain on ChatGPT:
Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant
for Essay Writing Task”:
https://www.media.mit.edu/publications/your-brain-on-chatgpt/
[consultazione online 19.08.2025].
[58] Cf. Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 74; Francesco,Esort. Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 82.
[59] Cf. T. Berger,
@ Worship: Liturgical Practices in Digital Worlds
(Liturgy, Worship, and Society Series), New York/London 2019.
[60] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione,
Nota
Antiqua et Nova, 28 gennaio 2025, 104-107.
[61] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 85, 199-201,
222.
[62] Nella
Summa Theologiae I, q. 25, a. 6 ad 3 e ad 4, Tommaso
respinge l’idea che Dio abbia dovuto creare il mondo
migliore possibile, argomentando che il mondo creato da Dio
è quello “più migliorabile” mediante il dono della grazia e
in particolare con la grazia dell’unione dell’infinito
divino col finito nell’unione ipostatica.
[63] H. Jonas,
Il principio responsabilità, Torino 2009 (or. 1979),
p. 54.
[64] Cf. Francesco,
Esort. Ap.
Gaudete et exsultate,19 marzo 2018, 36-39;
si veda anche Cost. Ap.
Evangelii gaudium, 24
novembre 2013, 94.
[65] Congregazione per la Dottrina della Fede,
Lettera
Placuit Deo, 22 febbraio 2018, 3, dove si
precisano sia le somiglianze che le differenze fra le forme
di gnosticismo dell’antichità e queste tendenze del pensiero
moderno e postmoderno.
[66] La
nozione di “popolo” non è sovrapponibile a quella di
“nazione”, che rimanda a un significato più politico e
giuridico, anche se le due non si escludono. Sull’accezione
qui proposta si veda: Francesco, Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 157-158: «Per affermare che la società è più della mera somma degli individui, è
necessario il termine “popolo”. La realtà è che ci sono fenomeni sociali che
strutturano le maggioranze, ci sono mega-tendenze e aspirazioni comunitarie;
inoltre, si può pensare a obiettivi comuni, al di là delle differenze, per
attuare insieme un progetto condiviso; infine, è molto difficile progettare
qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno
collettivo. Tutto ciò trova espressione nel sostantivo “popolo” e nell’aggettivo
“popolare”». Cf. sotto anche i paragrafi 90-92.
[67] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 5.
[68] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 9-17. Si
vedano anche i numeri 151-153, in cui papa Francesco colloca
le realtà regionali tra quelle locali e quella universale.
[69] In modo
paradigmatico: Agostino, Le Confessioni, XI, 14. 31.
41. Cf. P. Ricoeur, Temps et Récit I-III, Paris 1983-1985.
[70] Domina
una diffusa percezione di “mancanza di tempo”, in cui si
consuma il tempo ma non lo si vive: Z. Bauman, Consumo
dunque sono, Roma-Bari 2009; Id., L’etica in un mondo
di consumatori, Roma-Bari 2010. Sulla perdita del senso
della storia e della memoria: J. B. Metz, Sul concetto
della nuova teologia politica 1967-1997, Brescia 1998.
[71] Cf. ad
esempio: C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della
sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Milano 1985.
[72] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Lumen fidei, 29 giugno 2013, 25, che
sottolinea: «nella cultura contemporanea si tende spesso ad
accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero
solo ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua
scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e
agevole la vita».
[73] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 13.
[74]
Ivi,
17; anche 188, 27, 30, 36.
[75] Cf.
ivi, 160 e 163.
[76] Cf. Giovanni Paolo
II, Lett. Enc.
Fides et ratio, 14 settembre 1998, 12.
[77] Cf.
Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 38-39.
[78] Giovanni Paolo II,
Lett. Enc.
Redemptoris missio, 7 dicembre 1990, 28.
[79] Cf. Giovanni Paolo II,
Lett. Enc.
Redemptoris Mater, 25 marzo 1987, 36.
[80] Benedetto XVI,
Esort. Ap. post-sinod.
Verbum Domini, 30 settembre 2010, 30.
[81] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 19.
[82] Cf. Sinodo dei Vescovi,
XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi – II
sessione:
Documento Finale. Per una Chiesa sinodale:
comunione, partecipazione e missione, 26 ottobre 2024,
111-113.
[83] Cf. Paolo VI,
Lett. Ap.
Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 8-12.
[84] Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 143.
[85] Cf. P. Ricoeur,
Lectures 1. Autour du politique, Paris, 1991; anche B. Waldenfels,
Topographie des Fremden. Studien zur
Phenomenologie des Fremden, Frankfurt am Main 1997.
[86]
Lettera a Diogneto 5, 1.
[87] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 77-86.
[88] Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 12; cf. Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 19.
[89] Fra gli
autori che hanno lavorato in questa prospettiva si vedano i
filosofi G. Siewerth, Metaphysik der Kindheit, Einsiedeln 1962; F. Ulrich,
Der Mensch als Anfang. Zur philosophischen Anthropologie
der Kindheit, Einsiedeln 1970. In teologia è ben noto il saggio di K. Rahner, “Gedenken zu einer Theologie der
Kindheit”: Schriften zur Theologie, VII, 313-329.
[90] Sul
rapporto tra comunità politica e popolo cf.
Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, 385. Sulla
ricchezza simbolica del popolo si veda: R. Guardini,
Dostoevskij. Il mondo religioso, Brescia 1951, p. 15.
[91] Cf. Francesco,
Esort. Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 268,
dove si sottolinea il “gusto spirituale” dell’appartenenza a
un popolo e la partecipazione allo «sguardo di Gesù [che] si
allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso
tutto il suo popolo».
[92] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 144-145.
[93] Sul
valore dell’esperienza del popolo di Dio, cf.
Compendio
della Dottrina sociale della Chiesa, 377-383. Quanto
alla “teologia del popolo” si veda: L. Gera, La religione
del popolo, Bologna 2015 (or. 1977).
[94]
Sull’importanza della comunità internazionale cf.
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 428-450.
[95] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede – Dicastero per il Servizio dello
Sviluppo Umano Integrale,
Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, 6
gennaio 2018, 18-33.
[96] Cf. Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Spe salvi, 30 novembre 2007, 43.
[97] Francesco,
Discorso ai partecipanti al Convegno Internazionale
“Uomo-donna immagine di Dio. Per un’antropologia delle
vocazioni”, 1 marzo 2024. Cf. anche Francesco, Esort.
Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019,
248-277.
[98] Cf. Commissione Teologica Internazionale,
Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla
legge naturale, 2009, 66. Id.,
Comunione e servizio.
La persona umana creata ad immagine di Dio, 2004, 7.
[99] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 1.
[100] Francesco,
Esort. Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25
marzo 2019, 252. Non mancano autori contemporanei che
propongono una fenomenologia della chiamata e della
risposta, del dono, come strada per una rinnovata
antropologia che si faccia carico anche dell’intrinseca
dimensione religiosa dell’umano: J.-L. Chrétien, L’appel
et la réponse, Paris 1992; J.-L. Marion, Étant donné,
Paris 1998, Id., À vrai dire: une conversation, Paris
2021.
[101] Cf. Pontificia Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche,
Nuove vocazioni per una nuova Europa, 8 dicembre
1997, 13.
[102] Francesco, Esort. Ap.
post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 253.
[103] Francesco,
Esort. Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 254.
[104] Agostino,
Le Confessioni, XIII, I, 1.
[105] Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 90.
[106] Pontificia Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche,
Nuove vocazioni per una nuova Europa, 8 dicembre
1997, 11c; cf. anche 12-13.
[107] Francesco, Esort. Ap.
post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 184.
[108] Cf. Francesco,
Messaggio per la 57a Giornata Mondiale di
Preghiera per le Vocazioni, 3 maggio 2020.
[109] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 19.
[110]
«Nell’esercitare la propria libertà per coltivare le
ricchezze della propria natura, la persona umana si
costruisce nel tempo. Anche se, a causa di vari limiti o
condizioni, non è in grado di mettere in atto queste
capacità, la persona sussiste sempre come “sostanza
individuale” con tutta la sua inalienabile dignità»: Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 9. Il testo
precisa il fondamento ontologico della dignità della persona
umana riprendendo la definizione classica di persona intesa
come sostanzia individuale di natura razionale. Inoltre,
sulla persona umana, la sua unicità, libertà, dignità e
apertura alla trascendenza si veda:
Compendio della
Dottrina sociale della Chiesa, 124-148; Commissione Teologica Internazionale,
La libertà religiosa per il bene di tutti, 2019,
29-42.
[111] Fra
gli autori più avvertiti circa questa problematica
contemporanea, E. Morin, Il metodo 5: l’identità umana,
Milano 2002; Z. Bauman, Intervista sull’identità,
Roma-Bari 2007.
[112] Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 11.
[113] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 26.
[114] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 17-21.
[115] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 53.
[116] Sul
valore del rapporto intergenerazionale si veda: Francesco,
Esort. Ap. post-sinod.
Amoris laetitia, 19 marzo
2016, 193. La libertà dei giovani è più fragile se è vuota,
priva di memoria affettivamente connotata: Francesco, Esort.
Ap. post-sinod.
Christus vivit, 25 marzo 2019, 181.
[117] Cf. Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 1.
[118] Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 22.
[119]
Ivi, 31.
[120] Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede – Dicastero per il Servizio dello
Sviluppo Umano Integrale,
Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, 6
gennaio 2018, 10.
[121] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 15-19.
[122] Cf. Tommaso d’Aquino,
Summa Theologiae, I-II, q. 110, a. 3; q. 112, a. 1.
[123] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Dogm.
Lumen gentium, 21 novembre 1964, 13.
[124]
Nella riflessione filosofico-teologica di Edith Stein la
“chiamata” divina (Berufung) è il criterio più
profondo di individuazione dell’essere umano personale; cf.
Endliches Sein und Ewiges Sein, Freiburg-Basel-Wien
2025 (cap. VIII). P. Ricoeur, Soi-même comme un autre,
Paris 1990, mette in luce i dinamismi dell’identità
narrativa della persona, che implica la capacità di
comprendere ed esprimere l’immagine di sé stessi ricevuta
nelle relazioni che si hanno e di cui ci si appropria in una
storia.
[125] Cf. Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 68.
[126] Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 60.
[127] Francesco,
Esort. Ap. post-sinod.
Amoris laetitia, 19 marzo
2016, 56.
[128] Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 155.
[129] Come
sottolinea
Dignitas infinita, «da qui deriva che
qualsiasi intervento di cambio di sesso, di norma, rischia
di minacciare la dignità unica che la persona ha ricevuto
fin dal momento del concepimento. Questo non significa
escludere la possibilità che una persona affetta da anomalie
dei genitali già evidenti alla nascita o che si sviluppino
successivamente, possa scegliere di ricevere assistenza
medica allo scopo di risolvere tali anomalie. In questo
caso, l’intervento non configurerebbe un cambio di sesso nel
senso qui inteso»: Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 60.
[130] Cf. A. MacIntyre,
Dependent Rational Animals. Why Human Beings need the
Virtues, Chicago 1999 (cap. 1).
[131] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 53.
[132] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 24.
[133] Francesco,
Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 87.
[134] Cf.
ivi, 111; anche 95.
[135]
Ivi, 218.
[136] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 29.
[137] Cf.
Ivi, 11. Si veda anche il
Compendio della Dottrina
sociale della Chiesa, 130.
[138] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009,
18.
[139] Cf. Giovanni Paolo II,
Lett. Enc.
Redemptoris Mater, 25 marzo 1987, 30-31.
[140] Cf. Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 20.
[141] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 79, 83.
[142] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 14.
[143] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 81. Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 9.
Anche Commissione Teologica Internazionale,
La libertà
religiosa per il bene di tutti, 2019, 42.
[144] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 82.
[145] Cf. Id.,
Esort. Ap.
Laudate Deum, 4 ottobre 2023, 67.
[146] Sul
rapporto fra l’essere umano e gli animali in prospettiva
biblica, cf. Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica,
2019, 139 ss.
[147] Commissione Teologica Internazionale,
Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine
di Dio, 2004, 66.
[148] Francesco,
Esort. Ap.
Laudate Deum, 4 ottobre 2023, 26-27.
[149] Si veda paradigmaticamente R. Guardini,
Der Gegensatz: Versuche zu
einer Philosophie des Lebendig-Konkreten (Romano Guardini Werke), Mainz
2025.
[150] Cf. J. Bergoglio – Papa Francesco,
Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di
Buenos Aires 1999-2013, Milano 2016, XIX. Ne deriva il
principio per cui «l’unità è superiore al conflitto» (Esort.
Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 228): la
soluzione dei conflitti rimanda a un piano superiore che
conserva in sé le virtualità positive delle polarità in
tensione.
[151] Per
la descrizione di queste polarità antropologiche ci
ispiriamo a Commissione Teologica Internazionale,
Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine di
Dio, 2004, 25-51.
[152] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 14; cf. Commissione Teologica Internazionale,
Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine
di Dio, 2004, 26-30. Mentre nella teologia c’è stata una
lunga e dominante tradizione che interpreta questa “unità di
corpo e anima” secondo le linee di un modello ilemorfico
aristotelico, rivisto alla luce della rivelazione (per
esempio: Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q.
76), un modello che si riflette anche nel Magistero (dal
Concilio di Vienne al
Concilio Vaticano II), si segnala
anche un modello tripartito più antico ‒ corpo, anima,
spirito ‒, che trova pure solide basi. Si veda: H. de Lubac,
Théologie dans l’histoire: I. Lumière du Christ,
Paris 1990, 113-199. I due modelli, in realtà, non si escludono ma si
completano, arricchendo l’antropologia cristiana con accenti
diversi, grazie al costitutivo rimando al rapporto con Dio
(cui fanno riferimento sia il concetto di anima che di
spirito), facendo intuire che la polarità
materiale/spirituale trova armonia a un livello terzo e
superiore: quello, appunto, del rapporto con Dio (cf. quanto
precisato al n. 132).
[153] Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 21.
[154] Id.,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 81. Ogni
essere umano è una persona che integra e supera la sua
dimensione biologica, genetica e corporea: «Quando dall’unione coniugale dei due nasce un nuovo uomo, questi porta con sé al
mondo una particolare immagine e somiglianza di Dio stesso: nella biologia della
generazione è inscritta la genealogia della persona», Giovanni Paolo II,
Lettera alle famiglie “Gratissimam sane”, 2
febbraio 1994, 9.
[155] Giovanni Paolo II,
Messaggio ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia
Accademia delle Scienze, 22 ottobre 1996, 5.
[156] Cf. Commissione Teologica Internazionale,
Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine
di Dio, 2004, 64.
[157] Francesco,
Udienza Generale, 22 aprile 2015. Lo stupore di Adamo
di fronte alla donna significa che il riconoscimento di Eva
come “parte di lui” non implica possesso o dipendenza, ma è
un dono inatteso e gratuito che proviene solo da Dio, anche
se tocca l’identità dell’uomo in profondità. È questo il
senso dell’alterità nella reciprocità.
[158] Francesco,
Udienza Generale, 15 aprile 2015.
[159] Cf. Giovanni Paolo II,
Lett. Ap.
Mulieris dignitatem, 15 agosto 1988, 6. Id.,
Lettera alle famiglie “Gratissimam sane”, 2 febbraio
1994, 8.
[160]
Questa polarità si traduce, nel suo esercizio, in altre
importanti “tensioni” inerenti ai fenomeni sociali, cf. Francesco,
Esort. Ap.
Evangelii gaudium, 24 novembre 2013,
221-237.
[161] Cf.
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 130.
[162] Agostino,
Le Confessioni I, 1.1.
[163] D. Alighieri,
La Divina Commedia. Inferno, Canto XXVI,
118-120.
[164]
Sulla caratteristica storicità della redenzione si veda: Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019, 11 e cap. IV.
[165] Giovanni Paolo II,
Esort. Ap. post-sinod.
Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, 15.
Cf. Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019,
295ss.
[166] Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019, 12.
[167] Per
Dio, il comando è un “dono” (Dt 5, 22; 9, 20; 10, 4;
Ne 9, 14), per l’essere umano invece assume per lo
più l’aspetto della “prova” (Gen 22, 1; Es 15,
25; 16, 4). In concreto, l’individuo raramente intuisce
immediatamente la “bontà” di quanto viene prescritto;
manifesta, perciò, la sua fede se obbedisce pur non
comprendendo (appieno) il bene di quanto gli è prescritto
(cf. Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019,
273).
[168] Dicastero per la Dottrina della Fede,
Dich.
Dignitas infinita, 2 aprile 2024, 18.
[169] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 14.
[170] Cf.
Compendio della Dottrina sociale della Chiesa,
451-452.
[171] Giovanni Paolo II,
Esort. Ap. post-sinod.
Reconciliatio et paenitentia,
2 dicembre 1984, 15. Sul “proliferare del male” a seguito
della trasgressione in Eden si veda: Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019, 302ss.; sulle conseguenze
della trasgressione si veda: ivi, 319-324.
[172] Cf. Pontificia Commissione Biblica,
Che cosa è l’uomo? (Sal 8,5). Un itinerario di
antropologia biblica, 2019, 240-241.
[173]
Sullo Spirito Santo come “persona amore” e “persona dono” si
veda: Giovanni Paolo II, Lett. Enc.
Dominum et
Vivificantem, 18 maggio 1986, 10; cf. anche: Agostino,
De Trinitate V, 11.12; VI, 5.7; Tommaso, Summa
Theologiae I, q. 38 a. 2.
[174] Cf.
Dei Filius, cap. II: DH 3004 ss.
[175] Cf. Agostino,
De Trinitate VII, 6. 12: «Facciamo l’uomo a nostra
immagine e somiglianza (Gn 1,26)[…] Non ha da intendersi
infatti nel senso che a fare l’uomo sarebbero stati degli
dèi o che lo avrebbero fatto a immagine e somiglianza degli
dèi, ma nel senso che erano il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo che lo facevano, ad immagine dunque del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo, affinché l’uomo esistesse
come immagine di Dio. Ora Dio è Trinità. Ma poiché
questa immagine di Dio non era del tutto uguale al
suo modello, poiché non è nata da Dio ma è stata creata da
Lui, per significare questo è un’immagine, dice, che
è “ad immagine di…”, ossia un’immagine che non
raggiunge il modello per l’uguaglianza, ma gli si accosta
per una certa rassomiglianza. Infatti non ci si avvicina a
Dio superando delle distanze spaziali, ma con la
rassomiglianza ed è con la dissomiglianza che ci si
allontana da Lui… É a motivo, come abbiamo visto, di una
rassomiglianza imperfetta, che l’uomo è detto a immagine
e si aggiunga nostra perché l’uomo fosse immagine
della Trinità; non uguale alla Trinità, come il Figlio al
Padre, ma accostandosene per una certa rassomiglianza, come
abbiamo detto, nel modo in cui degli esseri lontani sono
vicini non per contatto spaziale, ma per imitazione. É
questo che intendono significare le parole seguenti:
‘Trasformatevi rinnovando il vostro spirito ’ (Rm
12, 2), ed ai suoi destinatari l’Apostolo dice anche:
“Siate dunque imitatori di Dio, come figli dilettissimi”
(Ef 5, 1). É all’uomo nuovo, infatti, che è detto:
“Si va rinnovando in proporzione della conoscenza di Dio,
conformandosi all’immagine di Colui che lo ha creato”
(Col 3,10)»; cf. anche De civitate Dei XI, 2; XXI,
15-16.
[176]
«Solo in Gesù si manifesta compiutamente il progetto di Dio
sull’essere umano: Egli è l’uomo definitivo secondo Dio», Benedetto XVI,
Udienza generale, 9 gennaio 2013.
[177] Leone XIV,
Discorso ai partecipanti al giubileo delle Chiese
Orientali, 14 maggio 2025.
[178] Commissione Teologica Internazionale,
Teologia, Cristologia, Antropologia, 1981, 4.2.3.
[179]
Ivi, 4.3.
[180]
Ivi, 4.2.2. L’intellectus fidei della
divinizzazione in quanto pieno e definitivo “oltre” della
vita umana sta al centro della riflessione teologica
moderna. Vi si sono occupati già grandi teologi del XIX
secolo, quali A. Rosmini, Antropologia Soprannaturale
(Opere di Antonio Rosmini 39/40), Roma 1983, e M. J. Scheeben,
Handbuch der Katholischen Dogmatik III/4, Freiburg
1961, §§ 146-180. Il tema della divinizzazione ha pure
attirato l’interesse del dialogo ecumenico, con punti
promettenti di convergenza, come emerge nei documenti del
dialogo con la Chiesa ortodossa: The Mystery of the
Church and of the Eucharist in the Light of the Mystery of
the Holy Trinity (1982) e Faith, Sacraments and the
Unity of the Church (1987).
[181] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 22.
[182] Cf. Ireneo,
Adversus Haereses IV, 38, 3-4: «Dunque attraverso
quest’ordine, tali ritmi e tale movimento l’uomo creato e
plasmato diviene ad immagine e somiglianza di Dio increato:
il Padre decide benevolmente e comanda (Gn 1,26), il
Figlio esegue e plasma (Gn 2,7), lo Spirito nutre e
accresce (Gn 1,28), e l’uomo a poco a poco
progredisce e si eleva alla perfezione, cioè si avvicina
all’Increato; perché solo l’Increato è perfetto, e questo è
Dio. Infatti bisognava che l’uomo prima fosse creato, poi,
dopo essere stato creato, crescesse, dopo essere cresciuto
divenisse adulto, dopo essere divenuto adulto si
moltiplicasse, dopo essersi moltiplicato, divenisse forte,
dopo essere divenuto forte, fosse glorificato e dopo essere
stato glorificato vedesse il suo Signore. Poiché è Dio colui
che deve essere visto, e la visione di Dio procura
l’incorruttibilità e l’incorruttibilità fa essere vicino a
Dio (Sap 6,19)»; si veda anche: IV, 11, 4; 12, 3; 37,
7; 39, 1.
[183] Cf.
Catechismo della Chiesa Cattolica, 460. Tommaso d’Aquino,
Summa Theologiae, I, q. 43, a. 5.
[184] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Dogm.
Dei Verbum, 18 novembre 1965, 3-4.
[185] Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 22.
[186] Di
importanza ancora attuale per leggere i segni dei tempi “in
Cristo” e per discernere criticamente quello “spirito” che
opera nella separazione da Cristo e che può informare le
visioni del transumanesimo e del postumanesimo: H. de Lubac,
La postérité spirituelle de Joachim de Flore, Paris 2014.
[187] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 12;
Giovanni Paolo II, Lett. Ap.
Mulieris dignitatem,
15 agosto 1988, 7.
[188] Benedetto XVI,
Lett. Enc.
Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 53.
[189] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 272.
[190] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 24; Commissione Teologica Internazionale,
Comunione e servizio. La persona umana creata ad immagine
di Dio, 2004, 40-42.
[191] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Dogm.
Lumen gentium, 21 novembre 1964, 3;
Catechismo della Chiesa Cattolica, 774-776.
[192] Cf. Benedetto XVI, Esort. Ap. post-sinod.
Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007, 12.
[193] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 39. Francesco, Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 236.
[194] Cf. Francesco,
Lett. Enc.
Laudato si’, 24 maggio 2015, 237.
[195] Cf. Ambrogio,
Exameron IX, 76; Explanatio Ps. 39, 24; De
institutione virginis 104.
[196] Cf. Tommaso d’Aquino,
Summa Theologiae, I-II, q. 112, a. 1.
[197] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 39, 45. Francesco,
Lett. Enc.
Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 209.
[198] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II,
Cost.
Sacrosanctum concilium, 4 dicembre 1963, 103.
[199] Leone XIV, Esort. Ap.
Dilexit te, 4 ottobre 2025, 2.
[200] Ivi, 3.
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